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sabato 15 ottobre 2011

Strage Borsellino, gli oscuri scenari di un depistaggio


FRANCESCO LA LICATA

Dopo mesi e mesi di anticipazioni, indiscrezioni, annunci e smentite si è raggiunta la certezza che il processo per la strage di via D’Amelio - che costò la vita a Paolo Borsellino e alla sua scorta - va rifatto. Lo chiede la Procura Generale di Caltanissetta con un documento che il capo di quell’ufficio, Roberto Scarpinato, deve aver scritto non senza fatica e con qualche disagio. Certamente non per inadempienze sue ma per il coinvolgimento, non esaltante, di magistrati e investigatori dell’epoca in una vicenda di cui non si intravede facile via d’uscita.

Scarpinato ha «dovuto» - glielo impone il senso della giustizia e del dovere che non gli manca - chiedere un nuovo giudizio per undici innocenti condannati per reati vari, alcuni dei quali da dieci anni in fase di espiazione dell’ergastolo. Ovviamente ha chiesto anche la sospensione della pena per tutti i detenuti. E’ certo, inoltre, che le porte del carcere si apriranno per altri finora rimasti liberi, protetti dell’enorme operazione di depistaggio che sulla strage Borsellino fu compiuta da organismi istituzionali e da singoli funzionari. Il grande inganno ha ruotato attorno alle dichiarazioni di due falsi pentiti, Scarantino e Candura, autoaccusatisi di aver rubato l’auto che servì per compiere l’attentato. E’ stato scoperto - seppure con grande ritardo - grazie alle rivelazioni di Gaspare Spatuzza, il pentito che ha esibito le prove di quanto afferma, quando racconta come e dove fu imbottita d’esplosivo la «126 bomba» e dove venne rubata. Potrà sembrare incredibile, ma le false rivelazioni di Scarantino e Candura - per la verità traballanti anche all’epoca dei processi - hanno resistito a tre gradi di giudizio, a riprova del fatto dell’esistenza di una specie di «doppio binario» nelle indagini sulla mafia che abbassa la soglia dell’onere della prova, senza alcun pianto greco di garantisti affranti, tranne che non vi sia il coinvolgimento di qualche potente.

Il procuratore Scarpinato ha imbastito un documento tecnico, scevro da analisi e considerazioni. E non poteva essere diversamente, dato che dovrà servire esclusivamente a riparare ad un errore grave. Ma dietro alla fredda certezza di porre rimedio all’ingiustizia c’è tutto un panorama alternativo che si può dedurre facilmente. Un nuovo canovaccio che non può non porsi come fine ultimo la ricerca del «movente» del clamoroso depistaggio. Sarà compito della Procura di Caltanissetta rassicurare i cittadini sul fatto che nessuna zona d’ombra rimarrà sull’atroce fine di Paolo Borsellino. E non solo, dal momento che i nuovi impulsi investigativi sembrano già aver riaperto il discorso anche sull’inchiesta (anch’essa risolta in Cassazione) sulla strage di Capaci. Solo un’indagine approfondita, affrontata senza timori reverenziali o ammiccamenti alla ragion di Stato, potrà riconciliare l’opinione pubblica e, soprattutto, i familiari delle vittime con le istituzioni. E si potrà impedire che Totò Riina continui a mandare i suoi messaggi a destra e a manca, forte dell’ambiguità che gli consente di dire, anche ai magistrati, che «Le stragi sono Cosa vostra». Chi ha pianificato le falsità di Scarantino e Candura? Chi ha mandato tra i piedi alla Procura di Caltanissetta quei due impostori? Chi ha falsificato i riscontri legittimando le bugie dei pentiti d’accatto? La Procura generale oggi chiede la scarcerazione anche per Scarantino. Cosa vuol dire questo? Forse che la calunnia per cui fu condannato quando, in una delle sue ritrattazioni, confessò di essere stato «costretto» a mentire, non è più una calunnia e che - quantomeno - bisognerà approfondire su quelle «pressioni» che disse di aver ricevuto.

Ma perché qualcuno avrebbe dovuto «deviare» le indagini? Le ultime rivelazioni dell’attendibile Spatuzza autorizzano il ragionevole sospetto che la versione Scarantino fosse una specie di toccasana per limitare l’inchiesta ad un movente minimalista della strage: mafia e basta. Il coinvolgimento della Cosa nostra di Brancaccio, dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, di per sé, allarga gli scenari a ipotesi più complesse e di natura più «economico-politica».

giovedì 9 giugno 2011

Il biglietto da visita della mafia

FRANCESCO LA LICATA

Fa sempre un certo effetto ricevere conferme sull’estrema facilità con cui il virus della mafia attecchisce in zone del territorio nazionale ritenute, per storia e caratteristiche socio-culturali, immuni dal contagio della mala pianta. Ogni volta ci lasciamo andare all’autoassolutorio commento («Ma chi l’avrebbe mai detto?») e alla pronta archiviazione di quel qualcosa che in fondo alla mente insinua una certa inquietudine. Vista, però, la frequenza con cui cominciano a squillare i campanelli d’allarme nel «laborioso Nord», non si può che esser soddisfatti dell’iniziativa investigativa del gruppo interforze che ha portato a termine l’operazione Minotauro e disarticolato un’associazione mafiosa di origine calabrese capace di controllare un vasto territorio tra Piemonte, Lombardia ed Emilia.

Non v’è dubbio, in tal senso, che l’esperienza maturata in Sicilia da Giancarlo Caselli non avrebbe lasciato spazio ad attendismi e sottovalutazioni che non appartengono alla cultura del procuratore di Torino. Il magistrato conosce benissimo le cause che, in passato, hanno contribuito al radicamento della mafia nel territorio siciliano: prima di tutto il malinteso senso di difesa dell’onorabilità di un’intera regione «mortificata da una minoranza malavitosa». Ben vengano, dunque, azioni mirate, capaci di interrompere trame delinquenziali già fin troppo disconosciute.

Già, perché non è scoperta recente che il Nord sia diventato, nel tempo, terreno appetibile per le cosche mafiose che restano saldamente ancorate alle origini ma, nello stesso tempo, esportano un modello assolutamente identico alla cellula-madre. Sappiamo che il proliferare delle cosche al Nord non è fenomeno recente: ricordiamo i «palermitani» a Milano a braccetto con gli Epaminonda, i Vallanzasca, i Turatello; e non abbiamo dimenticato i «catanesi» a Torino violenti e arroganti fino a decretare in società con i calabresi l’uccisione del procuratore Caccia. La mafia al Nord è un tema dibattuto da anni.

Oggi, però, qualcosa sembra cambiato e sembra gettare un’ombra più cupa del passato. Eravamo assuefatti allo stereotipo del mafioso che, al Nord, si occupa di affari illegali: il gioco d’azzardo, le prostitute, i traffici di armi e droga, la protezione. Già nel 1994, cioè 17 anni prima degli ultimi, recentissimi «allarmi», l’operazione di polizia «Fiori di San Vito» aveva consegnato all’opinione pubblica e ai giornali il quadro di una mafia calabrese saldamente padrona di un vasto territorio, tra Piemonte, Liguria e Lombardia. E già allora si parlò dell’esuberante forza economico-finanziaria della ’ndrangheta.

Ecco, quella forza ignorata per tanto tempo oggi troviamo all’origine del mutato potere mafioso. Un potere che tende a far parte a tutti gli effetti di un blocco sociale egemone, come dimostra - per esempio - la vicenda dello scioglimento del consiglio comunale di Bardonecchia, completamente «infiltrato» dalla mafia calabrese. Oggi le mafie sembrano interessate soprattutto alle attività legali: le grandi opere pubbliche, persino quelle attività diretta emanazione della politica. Basti pensare a cosa è stata la Sanità - specialmente nel Meridione d’Italia - per intuire il processo di trasformazione di una mafia che si allontana da coppola e lupara per identificarsi sempre più con la borghesia corrotta dei colletti bianchi.

Questo il motivo per cui ogni azione di polizia giudiziaria viene, ormai quasi sempre, affiancata da un’attività investigativa imperniata sulla ricerca di beni frutto di attività illegali. E ogni volta si scopre sempre meno profondo il distacco tra società civile e illegalità. Ne sono testimonianza attendibile le prese di posizione di Gian Carlo Caselli e Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia. «L’aggressione ai beni e ai patrimoni della criminalità organizzata è la strategia vincente per sconfiggere i clan», così Grasso che indica come un «grande successo» i 70 milioni di euro in beni sequestrati dalla Guardia di Finanza. E Caselli, sull’arresto di Nevio Coral sindaco di Leini per un trentennio, dice: «Era il biglietto da visita della ’ndrangheta da spedire al mondo politico piemontese. Non è certo uno spettatore passivo delle vicende che lo riguardano, ma un soggetto ben collocato nell’ambiente ’ndranghetista».

domenica 23 gennaio 2011

Una sentenza costruita nella legalità


FRANCESCO LA LICATA

La vicenda giudiziaria di Cuffaro rappresenta qualcosa di unico nella storia della «malapolitica» siciliana, marchiata da un sistema che presuppone un’insana convivenza tra partiti, istituzioni e mafia.

L’ex governatore della Sicilia finisce a Rebibbia alla fine di un «normalissimo» iter giudiziario che, nei tempi previsti e senza sbandamenti fra i vari gradi di giudizio, ha ritenuto convincente l’impianto accusatorio che imputava a Cuffaro il favoreggiamento aggravato dall’aver favorito Cosa nostra. Esistono pochi precedenti «netti» come questo che si è concluso ieri mattina con la sentenza di giudici talmente «terzi» da aver disatteso persino le richieste più miti del procuratore generale.

Ma questo vuol dire che Cuffaro è mafioso? Non spetta a noi dare risposte così impegnative, qui, semmai, deve bastare prendere atto di una sentenza costruita nella legalità, cioè nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali e della dialettica processuale che, per una volta, non ha fatto leva prevalentemente sull’apporto dei collaboratori di giustizia. E la sentenza dice che l’ex Presidente della Regione Sicilia ha favorito la mafia anche rivelando particolari investigativi che potevano essere molto utili a qualche boss, oppure agevolando l’ascesa di politici graditi ad esponenti di Cosa nostra.

Cuffaro, dunque, ha assunto atteggiamenti più che discutibili ed ha interpretato il proprio ruolo istituzionale in modo inaccettabile e contrario alle regole ed alle leggi. Questo vuol dire che, insieme al populismo bonario che gli procurava il consenso di migliaia di clientes (i favori, i cannoli, i pellegrinaggi religiosi), coltivava un sistema di relazioni molto più pericoloso perché intimamente connesso con la mafia.

Sta proprio qui quella «specificità» siciliana che spesso sottrae alla «ordinaria malapolitica» le vicende isolane, politiche e non. Già, perché in Sicilia tutto viene deformato, amplificato reso «particolare e più grave» dalla presenza mafiosa. La «fisiologica corruzione amministrativa» che impera nel mondo in fondo allo Stivale diventa ancora più inaccettabile perché intinta nel sangue di centinaia di uomini e donne vittime del sistema mafioso. E comportamenti censurabili ma non gravissimi, in Sicilia assumono i connotati di un vero e proprio alto tradimento.

Per questo, forse, come ha detto qualcuno, fare politica in Sicilia è un grande azzardo. Per via del contesto: un sistema vecchio e collaudato, che negli anni ha concesso alla mafia lo status di protagonista, ma oggi deve fare i conti coi tempi che cambiano e con la saturazione di ogni capacità di sopportazione, provata da lutti e tragedie collettive. E l’azzardo, si sa, ha un costo: può finir bene o malissimo.

Quando a Cuffaro in primo grado fu tolta l’aggravante mafiosa, l’imputato quasi «festeggiò» per una condanna pesante (5 anni) che però lo sollevava dall’«azzardo malavitoso». Vero è che quei festeggiamenti aggravarono la sua posizione, dato che fu costretto alle dimissioni da una foto galeotta che lo ritraeva mentre distribuiva cannoli ai suoi supporters. Ma l’assenza dell’alone mafioso sulla propria testa, lo sollevava parecchio. Poi l’appello ripristinò l’aggravante del terribile art.7 e tornò lo spettro di una condanna che lo avrebbe rovinato politicamente e umanamente. Ci sarebbe, a dire il vero, un modo per sottrarre la politica all’abbraccio innaturale e sarebbe quello, a suo tempo, intrapreso dal Presidente Piersanti Mattarella, che preferì l’azzardo nobile pagandone le conseguenze col sacrificio della propria vita.

La fine toccata a Totò Cuffaro non sarà ricordata come una nobile uscita di scena. Eppure un merito bisogna riconoscerlo al «democristianissimo governatore»: quello di aver guardato, ad un certo punto, in faccia la realtà e di essere rimasto in piedi mentre gli crollava il mondo addosso. Da fervido credente qual è, si è aggrappato alla sua fede e alla famiglia, senza nascondersi tra le pretestuose lacrimazioni da vittima del complotto politico. Senza disconoscere la corretta dialettica istituzionale che delega alla magistratura il compito di applicare la legge. Ovviamente questa non è un’ammissione di colpevolezza, ma, appunto, una presa d’atto dell’ineluttabile conclusione della propria vicenda.

«Adesso - ha detto ai pochi amici vicini - affronterò la pena, com’è giusto che sia. E’ un insegnamento che lascio come esempio ai miei figli». E nel pieno rispetto della magistratura è andato a costituirsi, prestandosi - tuttavia - anche alle maligne interpretazioni di quanti vorrebbero vedere nel suo gesto l’assunzione di responsabilità di chi coscientemente ha giocato con l’alta tensione e oggi ne accetta le conseguenze. Ma aiuta di più credere a un Cuffaro che la coscienza non l’ha perduta.