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sabato 19 luglio 2008

IL RISOLUTORE



Sergio Romano
Il Corriere della Sera
19 luglio 2008

Se può essere di consolazione a qualche lettore, la guerra fra politica e giustizia non è un fenomeno esclusivamente italiano. Esiste sin dagli inizi degli anni Novanta, anche se in forme diverse, in quasi tutte le maggiori democrazie occidentali, dagli Stati Uniti alla Francia, dalla Spagna alla Germania. I magistrati lamentano «l’arrogante brama di potere di molti governanti che pretendono di sottomettere la giustizia alle lunghe maglie del loro controllo» (sono le parole di un giudice spagnolo, Baltasar Garzón, tratte da un libro pubblicato nel 2005 da Baldini Castoldi Dalai). La classe politica deplora l’invadenza della magistratura e il suo tentativo di esercitare una sorta di supervisione su funzioni che sono state tradizionale appannaggio del potere esecutivo e del potere legislativo. La magistratura rivendica la propria indipendenza e si proclama «bocca del diritto». La classe politica invoca il mandato popolare e rivendica la propria legittimità democratica. Chiedete ad Aznar, Chirac, Kohl, Bush, Kissinger, Olmert o, se fosse in grado di rispondervi, Sharon, che cosa pensino dei loro magistrati o di quelli che cercano d’incriminarli di fronte al tribunale di un altro Paese. Vi daranno privatamente risposte non troppo diverse dalle parole con cui Silvio Berlusconi ha polemizzato in questi anni con la magistratura italiana.

Questa guerra della giustizia contro la politica, o viceversa, ha parecchie cause. Con la fine della guerra fredda e la disgregazione degli Stati comunisti è cominciata la stagione delle guerre civili, delle pulizie etniche, della criminalità senza frontiere, ma anche dei diritti umani, degli interventi umanitari, dei tribunali per i crimini di guerra: occasioni che molti magistrati hanno colto per annunciare il «regno della legalità» e promuovere se stessi al ruolo di sacerdoti di una nuova fede. Ma gli attacchi terroristici, soprattutto dopo l’11 settembre, hanno fornito ai governi l’occasione per rafforzare i tradizionali poteri dell’esecutivo, dal fermo di polizia all’abolizione di alcune garanzie conquistate negli anni precedenti. All’ondata pangiudiziaria degli anni Novanta (un’epoca in cui molti magistrati pensavano che tutto potesse venire risolto in un’aula di tribunale) è seguita un’ondata di riflusso durante la quale i governi hanno riconquistato una parte del terreno perduto. In queste lotte fra poteri è probabile che i magistrati, soprattutto in alcuni Paesi, siano stati avvantaggiati dalla crescente insoddisfazione della società per la «casta » che governa. La democrazia resta la meno peggiore di tutte le forme di governo possibili, ma non gode di buona salute né da questa né dall’altra parte dell’Atlantico.

Queste sono riflessioni che conviene tuttavia lasciare ai sociologi e ai filosofi della politica. Ciò che maggiormente ci concerne è la constatazione che la guerra è molto più grave e politicamente cruenta in Italia di quanto non sia in altri Paesi comparabili al nostro. Ne conosciamo le ragioni. I politici hanno delegato ai giudici la lotta contro tre minacce— terrorismo, mafia, corruzione — che hanno insidiato la vita repubblicana degli ultimi trent’anni, e li hanno così implicitamente incoraggiati a uscire dal loro ruolo tradizionale. La piaga della corruzione ha infettato buona parte della società nazionale.

Berlusconi ha portato con sé, entrando in politica, un conflitto di interessi che lo ha reso particolarmente criticabile, sospettabile e vulnerabile. E la sinistra, fino a poco tempo fa, ha lasciato spazio ai magistrati nella speranza che la sbarazzassero di qualche scomodo avversario. È questo il fattore che ha maggiormente complicato la situazione italiana. In altre democrazie la politica sta riprendendo nelle sue mani il controllo della situazione e sta cercando di adottare norme in cui legalità e legittimità democratica possano trovare un nuovo punto di equilibrio. Il caso più interessante è quello della Spagna dove socialisti e popolari, dopo essersi paralizzati a vicenda, si stanno accordando per una riforma che riaffermerà le prerogative del Parlamento nei suoi rapporti con le maggiori istituzioni giudiziarie. Da noi invece la destra cerca d’imporre la propria riforma e la sinistra, incapace di accordarsi su proposte alternative o complementari, si limita a deplorare e condannare.

Gli umori del Paese nel frattempo stanno cambiando. Dopo una fase in cui la filosofia pangiudiziaria dei magistrati trovava molti consensi, la società sembra divisa fra coloro per cui i procuratori hanno sempre ragione e quelli per cui la magistratura è una corporazione ambiziosa e autoreferenziale che sta rendendo un cattivo servizio al Paese. Siamo giunti al punto in cui le azioni giudiziarie, le intercettazioni, gli avvisi di reato e le detenzioni cautelari raggiungono il paradossale risultato di screditare contemporaneamente, anche se in campi opposti della società, sia il partito della legalità sia quello della legittimità democratica. A questa situazione esiste un solo rimedio: una riforma della giustizia realizzata, come in Spagna, dalla maggioranza e da quella parte dell’opposizione che non vuole ereditare, quando verrà il suo turno, un Paese in cui gli italiani non crederanno più né ai magistrati né ai politici.

COMMENTO

Le analisi politiche dell’ambasciatore (ex) Sergio Romano non godono di buona fama, sia per obbiettività che per esattezza. Pare che non siano poche le volte in cui non “c'ha insertato” (lo dico alla Andrea Camilleri).
Questa analisi, pubblicata dal Corriere della Sera (l’anima berlusconiana che vi alligna, assieme a quella all’altra marcatamente di sinistra), è spudoratamente pro-berlusconiana, Sergio Romano se la poteva e ce la poteva risparmiare.
A leggere, e credere, quanto scrive l’ex-ambasciatore (limitatamente alle cose italiane) verrebbe fatto di pensare che il controllo di legalità, che la magistratura opera sull’operato dei cittadini italiani (e tali sono gli uomini politici, nessuno escluso), serva a colpire il politico per motivi politici e non giudiziari.
Niente di più lontano dal vero. Il politico che reagisce alle inchieste cui lo sottopone la magistratura penale, nella specie l’ufficio del P.M., non sempre è lindo e candido come uscito da una lavatrice. Quando poi le reazioni si fanno forsennate, tanto più è veemente e virulenta la reazione del politico, tanto più è verosimile che abbia egli stesso più di qualcosa da rimproverare a sé stesso.
Politici potentissimi quali Giulio Andreotti (famosissimo e temibilissimo il suo archivio) e per ultimo Romano Prodi non hanno reagito come sta facendo oggi Silvio Berlusconi, sottoponendosi al giudizio dei giudici e difendendosi nel processo e non dal processo.
So di non dire cose nuove, anzi sono addirittura ovvie, ma il senso dell’ovvio sembra essere sfuggito all’italiano che in massa ha votato per il PdL, consegnandogli una delega in bianco così come fece negli anni venti, in cui ciò consentì, con il concorso (per non dire la complicità) di casa Savoia, al cavalier (un altro cavaliere !) Benito Mussolini di portare l'Italia alla tragedia della II^ guerra mondiale, con innumerevoli lutti e la devastazione di tutto il territorio nazionale, operato dagli anglo-americani.
Giulio Andreotti e Romano Prodi non hanno ostacolato in alcun modo l’operato della magistratura, il primo incassando una prescrizione che, pare, sia stata confermata anche nel terzo grado di giudizio, e tante assoluzioni; il secondo rispondendo alle domande dei giornalisti con un sorriso, rivolto ai magistrati: “Auguro loro buon lavoro”.
Uno stile che il PdL è lontano anni luce dal possedere e che non possiederà mai perché non gliene frega niente e perché ha da temere dal processo.
Un’ultima osservazione. Tutti gli uomini politici che Sergio Romano cita, guarda caso, sono tutti di destra.

lunedì 14 luglio 2008

EUROGALERA PER I CAPORALI

Marco Zatterin
La Stampa
14 luglio 2008

Un anno fa, quando era commissario europeo per la Giustizia e Immigrazione, Franco Frattini intavolò una proposta molto importante e giusta per colpire imprese e imprenditori beccati a offrire lavoro nero agli immigrati più o meno clandestini. Vorrei che nelle more della sua nuova vita da ministro degli Esteri, trovasse modo di spiegarla al collega Roberto Maroni. E lo convincesse ad adottare per il nostro ordinamento questo sano principio concepito a Bruxelles. Subito. E con forza.

Mi spiego.

A fine giugno a Viadana è morto un uomo, Vijai Kumar, un indiano di 44 anni clandestino in Italia. Pare che sia stata la fatica. Lavorava in nero nei campi, sfruttato, sottopagato. Il proprietario dell'azienda agricola del mantovano avrebbe dato ordine ad altri clandestini di spostarlo in un altro luogo (in modo che non si sapesse del suo status di lavoratore in nero), distante dal campo, accanto ad un filare di alberi dove poi i soccorritori, lo stesso giorno, lo hanno trovato senza vita.

Il probabile responsabile del delitto, ovvero l'italiano che aveva assoldato Kumar e altri otto illegali, è stato denunciato a piede libero per omicidio colposo e multato di 90 mila euro per utilizzo di manodopera irregolare. Se l'esperienza conta qualcosa, non credo gli succederà un gran che.

Io invece vorrei che andasse in galera e ci restasse il più a lungo possibile. Lui e tutti quelli che alimentano l'infame girone del caporalato, pratica molto comune dalle nostre parti ogni volta che viene la stagione del raccolto.
Frattini lo sa benissimo, ne ha parlato più volte. Era, e credo sia ancora, sinceramente sensibile al problema. Spiegava che la lotta all'immigrazione clandestina si fa controllando i flussi migratori, dunque l'offerta di lavoro. Ma anche vigilando sulla domanda, ovvero su quelle imprese che puntualmente assoldano i lavoratori in nero per mantenere bassi i costi.

Quindi va bene tenere sotto tiro i campi nomadi, meglio senza discriminazioni per razza e religione. Ma se se si colpisse senza pietà chi questi illegali ne approfitta, forse dopo un poco si spargerebbe la voce che da noi non ci sono più buone possibilità di trovare un impiego abusivo. E arriverebbero meno disperati.
La polizia sa chi sono gli sfruttati. Sa quali sono i campi dove i nuovi schiavi sono impiegati. Vada a liberarli, li rimandi a casa ove previsto dalla legge, e stanghi chi li utilizza. Senza pietà, senza rispetto nemmeno per le mafie che nel Mezzogiorno fanno si che questo sia possibile. Il governo può farlo, se vuole.

Magari si andrebbero a toccare interessi intoccabili. Magari ci sarebbero riflessi sulla spesa, visto che il lavoro legale costa più caro. Ma sono pronto a pagare i pomodori più cari, o a mangiarne di meno, se questo vorrà dire rispettare un maggior numero di esseri umani che hanno solo la ventura di essere nati negli angoli più poveri e violenti del pianeta.

E voi?

COMMENTO
Anch'io.



lunedì 7 luglio 2008

Due Italie in Europa una in testa l'altra in coda



Mario Pirani
La Repubblica
7 luglio 2008


Ha ragione Zapatero di compiacersi (Repubblica del 30/6 us) per i tanti successi conseguiti dalla penisola iberica, esaltati dal paragone tra Roma e Madrid: "Per la prima volta - afferma infatti il sorridente premier - il nostro pil pro capite è in testa alla media europea. È ormai dimostrato che abbiamo superato l'Italia e accorciato le distanze rispetto a Germania, Francia e Inghilterra". Una constatazione basata su dati nazionali, che, peraltro, non hanno quasi più senso per l'Italia.
Premetto che non voglio affatto - sarebbe stupidissimo - contestare le medie internazionali, ma avanzare qualche riflessione sulla percezione distorta che queste finiscono per indurre sulla situazione reale del nostro singolare Paese.
Resta il fatto che nell'immaginario collettivo, nei mass-media, nei discorsi politici si parla di un Paese inesistente e non vediamo - e, quindi, non facciamo nulla per porvi rimedio - che l'Italia si è spezzata in due e che al vecchio divario tra Nord e Sud, temperato dalle politiche di intervento, dall'ampiezza delle Partecipazioni statali, dalla capacità di assorbimento della PA è subentrato un abisso, tra due realtà sempre più lontane.
La Fondazione Edison, che sotto la guida dell'economista Marco Fortis dedica documentati studi agli squilibri economico - territoriali, giudica che "nei prossimi anni il principale freno alla crescita del nostro Paese potrebbe venire proprio dal sempre più alto divario tra Nord-Centro e Sud che presenta ormai evidenze allarmanti. "Infatti, secondo recenti dati Eurostat, l'Italia del Nord vanta un pil pro capite superiore a quello del Regno Unito, mentre l'Italia centrale sorpassa quello di Paesi come la Svezia, la Germania o la Francia.

Per contro "il Mezzogiorno, con i suoi 20,7 milioni di abitanti costituisce in Europa la più gigantesca area di basso reddito, comparabile a quella rappresentata da Grecia e Portogallo presi assieme, con una popolazione di 21,6 milioni di abitanti, che hanno, peraltro un reddito medio pro capite più alto che nel nostro Sud.
"Non possiamo non chiederci quale unità esista più in uno Stato che comprende in sé un'ampia parte con la popolazione regionale a ricchezza diffusa più numerosa dell'Unione europea (i 24 milioni di italiani residenti nelle sette regioni del Nord e del Centro, con un reddito pro capite superiore del 25% a quello medio dell'Ue) e un'altra zona, tutte le 8 regioni del Mezzogiorno, con un reddito pro capite inferiore a quello Ue, di cui 4, con ben 17 milioni di abitanti, con un reddito pro capite inferiore al 75% di quello medio europeo. Certo, sempre nell'ottica di un recupero della realtà, non si può ignorare che il sommerso, soprattutto nel Sud, è ampiamente sottostimato nella contabilità nazionale. Così come non è valutato il flusso dell'economia criminale che indubbiamente genera ricchezza. Due dati invisibili, che se possono dare qualche conforto sul piano del reddito medio, comportano anche una negatività intrinseca per infiniti altri aspetti.
All'evidenza non percepita delle due Italie va allegata la verifica di un'altra verità profondamente rimossa: quella del peso decisivo dell'economia industriale manifatturiera nel successo consolidato del Nord Centro.
Dopo anni di stoltezze sul prevalere del terziario e sul tramonto dell'era metalmeccanica ci troviamo con alcuni dati strabilianti (sempre di fonte Edison): nel 2007 il surplus esportativo dei prodotti manifatturieri si è attestato a ben 51,2 miliardi di euro, un risultato inferiore solo al record assoluto del 1996 (54,4 miliardi di euro equivalenti) che però fruiva della svalutazione competitiva della lira e dell'ancor debole aggressività asiatica, Ma quel che più colpisce è la classifica europea per valore aggiunto manifatturiero (la differenza fra il ricavo dei prodotti e servizi venduti e il costo di quelli acquisiti per produrli): in testa figura la Lombardia e il Nordest (6,6 miliardi), seconda la Germania (5,5), terzo il Nord-Centro Italia, seguono l'Italia nel suo assieme, la Gran Bretagna, la Francia, Spagna, Grecia e Portogallo. Ultimo il Mezzogiorno (1,5).
Invito i lettori a discutere su questi fatti, su cosa ha significato la modifica del Titolo V della Costituzione e la rottura di una tradizione politica e storica basata sulla difesa dell'Unità d'Italia, della solidarietà tra Nord e Sud, di un Welfare unico dalle Alpi alla Sicilia. E ancora cosa ha comportato negare la centralità del lavoro operaio per sostituirla col precariato dei servizi come archetipo attuale di riferimento. Infine dove porta dipingere una Italia in declino, quando le Italie sono ormai due, una in testa, l'altra in coda all'Ue. Scrivete a: m.pirani@repubblica.it

sabato 14 giugno 2008

L'ECCEZIONE E' LA REGOLA


Giuseppe D'Avanzo
La Repubblica
14 giugno 2008

Berlusconi è intenzionato a dimostrare che - per governare la crisi italiana, come vuole che noi l'immaginiamo - è costretto per necessità a separare lo Stato dal diritto, la decisione dalla legge, l'ordine giuridico dalla vita. Come se il Paese attraversasse una terra di nessuno. Così critica, oscura e sinistra da rendere urgente e senza alternative un potere di regolamentazione così esteso da modificare e abrogare con decreti le leggi in vigore.
Con il "decreto sicurezza" (alla voce immigrati) e con il "decreto Napoli", è stato chiaro che Berlusconi intende muoversi in uno "stato di eccezione". Ha deciso di esercitare il suo potere secondo un tecnica che gli impone di creare - volontariamente e in modo artefatto - una necessità dopo l'altra, giorno dopo giorno, quale che siano le priorità più autentiche e dolorose del Paese. Nonostante quel che si può pensare, infatti, la necessità non è una situazione oggettiva, implica soltanto un giudizio o una valutazione personale. In fondo, sono straordinarie e urgenti soltanto le circostanze definite tali: quel che, come tali, definisce il Cavaliere.
Il quinto consiglio dei Ministri del Berlusconi IV ha dichiarato l'assoluta necessità di ridimensionare l'azione dei giudici; di limitare il diritto di cronaca; di declinare le ragioni dello Stato con l'esibizione, la forza, le armi dell'Esercito. E' finora il caso più emblematico ed esplicito di quel che abbiamo definito la "militarizzazione della politica". Non è mai avvenuto in Italia che i soldati fossero chiamati a far fronte all'ordine pubblico o al controllo delle città. Nemmeno nei terribili mesi che seguirono alla morte di Falcone e Borsellino, all'aperta sfida lanciata contro lo Stato dalla Cosa Nostra di Totò Riina. In quell'occasione, l'Esercito si limitò a proteggere, con "posti fissi", gli edifici pubblici e i luoghi "sensibili" liberando dall'impegno non investigativo le forze di polizia. La decisione del governo di "parificare" 2.500 soldati "agli agenti di pubblica sicurezza" con "compiti di pattugliamento e perlustrazione" delle città inaugura una nuova, inedita stagione. Evocando ragioni (necessità) di "ordine pubblico" e "sicurezza" avvicina, sovrappone il diritto alla violenza. Assegnata all'Esercito, altera il suo segno la funzione amministrativa della polizia, chiamata a rendere esecutivo il diritto. Quella funzione e presenza si fa intimidazione. Non solo per chi trasgredisce, ma per tutti coloro che non credono "democratico" che il governo sostenga le sue decisioni con la violenza.
Nello slittamento del legittimo esercizio del potere verso un arbitrario diritto della forza, come non avvertire il rischio che chiunque dissenta sia considerato un "criminale" perché avversario di una "decisione assoluta" che sola può assicurare la "governabilità" e l'uscita dalla crisi? Non è questa l'idea politica, il paradigma di governo, addirittura il fondo sublogico che consiglia a Berlusconi di intervenire anche contro la magistratura limitando l'uso delle intercettazioni o contro l'informazione, promettendo il carcere a chi pubblica il testo o il riassunto di "un ascolto"? Magistratura e informazione, i due ordini che, in un'equilibrata architettura di checks and balances, sono le istituzioni di controllo dei poteri, diventano in questo quadro i pericolosi agenti attivi e degenerati del declino da affrontare. "Nemici", perché impediscono al sovrano di governare, perché sorvegliano le sue decisioni e quella vigilanza è un ostacolo che crea uno status necessitatis, l'urgenza di un provvedimento legislativo che Berlusconi avrebbe voluto con immediata forza di legge. E' stato costretto a una marcia indietro dal capo dello Stato e, dalla Lega, a una correzione che autorizza le intercettazioni anche per i reati contro la pubblica amministrazione. Ma il disegno di legge, se non sarà corretto in Parlamento, dissemina l'iter investigativo e la sua efficacia di intralci, intoppi, legacci, esclusioni, vuoti, bizzarri obblighi (se l'indagato è un vescovo bisognerà avvertire il segretario di Stato vaticano, cioè il ministro di un altro Stato).
Sono ostacoli che salvaguardano le pratiche più spregiudicate dei colletti bianchi, rendono più fragile la sicurezza dei più deboli, senza proteggere davvero alcuna privacy. I corifei del sovrano diffondono numeri farlocchi sul passato, mai spiegano perché non chiudono le falle nella rete dei gestori di telefonia, venute alle luce con l'affare Telecom. Né svelano all'opinione pubblica come e se daranno mai conto dell'uso delle "intercettazioni preventive" che oggi, al di fuori del processo penale e di ogni tipo di controllo giurisdizionale, possono essere effettuate dalle polizie e, dal 2005, anche dai servizi segreti su delega del presidente del Consiglio con l'autorizzazione del procuratore presso la Corte d'Appello.
Non è la privacy del cittadino che interessa a Berlusconi. Gli interessa soltanto la sua privacy e la sua immagine, l'annullamento di un paio di conversazioni con Agostino Saccà, l'oblio di altre in cui di lui si parla. Intende creare una sorta di "diritto positivo della crisi" che impone al giudice di che cosa occuparsi in ossequio alla funzionalità della decisione politica, presentata come necessaria e univoca. Vuole giornalisti silenziosi, intimiditi dalla minaccia del carcere. Vuole editori spaventati dalle possibili, gravi penitenze economiche.
Il soldato come questurino, il giudice come chierico, il giornalista come laudatore sono le tre figure di una scena politica che minaccia di trasformare radicalmente la struttura e il senso della nostra forma costituzionale.
Sono i fantasmi di un tempo sospeso dove il governo avrà più potere e il cittadino meno diritti, meno sicurezza, meno garanzie.