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giovedì 10 novembre 2011

LO SCENARIO Fuga di capitali e blocco dei conti cosa succede se l'Italia fallisce


MAURIZIO RICCI

Mettiamo che sono già i primi giorni di dicembre e voi uscite di casa per cominciare a comprare i regali di Natale. Vi fermate ad un bancomat per rimpinguare il portafoglio, infilata la carta, ma non succede niente: il prelievo non è disponibile. Provate ad un secondo Bancomat, ad un terzo, ma è dovunque la stessa storia. Nel negozio, il titolare declina cortesemente di accettare la vostra carta di credito e chiede euro contanti. Che succede? Un black-out elettronico? No. Succede che, mentre voi non eravate attenti, l'Italia ha dichiarato default, è uscita dall'euro e sul paese è sceso un black-out non elettronico, ma finanziario.

L'ipotesi è ancora remota. Esiste ancora la possibilità di fermare il collasso del debito pubblico italiano, riguadagnando credibilità presso gli investitori e/o salutando l'arrivo del Settimo Cavalleggeri, sotto forma di Bce o Fmi. Ma, se la traiettoria dei mercati resta quella disegnata in queste ultime ore, quell'ipotesi rischia di materializzarsi. Si chiama, comunque, bancarotta, ed è, in ogni caso, una sciagura, ma può assumere forme diverse: bancarotta dolce ("orderly default"), bancarotta extra strong ("disorderly default"), bancarotta con il botto (l'uscita dall'euro).

La bancarotta dolce. E' quanto è già stato previsto per la Grecia. Sostanzialmente, un concordato fallimentare. I creditori accettano un taglio al valore nominale dei titoli italiani e un tetto al relativo tasso di interesse. L'Italia alleggerirebbe il suo debito pubblico (ad esempio del 30 per cento), portandolo a livelli più vicini a quelli di paesi più virtuosi. Collocare nuove emissioni presso investitori già scottati, tuttavia, comporterebbe tassi di interesse relativamente alti. Per i risparmiatori, infatti (il 12 per cento dei titoli è in mano alle famiglie, un altro terzo lo detengono i fondi) il taglio sarebbe una pesante tosatura.

Ancora più gravi gli effetti macroeconomici. Le banche, italiane ed estere (gli istituti francesi e tedeschi hanno in pancia circa 150 miliardi di euro in titoli pubblici italiani) accuserebbero forti perdite di bilancio e avrebbero bisogno di aiuti per ricapitalizzarsi: in ogni caso, ridurrebbero il credito alla clientela, in un momento in cui l'Europa è già sull'orlo della recessione. E' il temuto "credit crunch"

La bancarotta extrastrong. E' il caso Argentina: il default selvaggio. L'Italia annuncia che non pagherà più i suoi debiti, togliendo dal tavolo quasi 2 mila miliardi di euro. Almeno per qualche anno, nessun investitore estero ci presterebbe più soldi. Tecnicamente, non è un problema gravissimo: lo Stato continuerebbe a funzionare. Al netto degli interessi, infatti, il nostro bilancio è quasi in pareggio. Ma gli effetti economici sarebbero devastanti. Il rischio di fuga dei capitali - già presente nello scenario "dolce" - diventerebbe immediato. Oltre allo Stato, anche le aziende italiane si vedrebbero chiudere l'accesso ai mercati. Ma, soprattutto, l'impatto sulle banche e sul sistema finanziario mondiale sarebbe enorme e il "credit crunch" una certezza.

La bancarotta con il botto. E' quasi impossibile che un default selvaggio non comporti anche un'uscita dell'Italia dall'euro. Tecnicamente, è un incubo: bisognerebbe rivedere i trattati europei e rivotarli, stampare la nuova moneta, riprogrammare computer e bancomat con la nuova valuta. Ma, economicamente, è molto peggio: all'impatto del default selvaggio bisogna aggiungere nuovi elementi. La fuga di capitali diventerebbe una certezza, nel tentativo di spostare i propri euro all'estero, prima della conversione.

Agli sportelli delle banche, ci sarebbe l'assalto. Verrebbero varati stringenti controlli sui movimenti di capitali e, probabilmente, ci sarebbe anche un congelamento dei conti correnti bancari, come in Argentina. La nuova moneta sarebbe svalutata, rispetto all'estero. Questo rilancerebbe le esportazioni (escludendo ritorsioni commerciali da parte degli ex partner europei), ma l'Italia, uscendo dall'euro, uscirebbe anche dall'Unione europea e non potrebbe più usufruire dei vantaggi del mercato unico.

La svalutazione, d'altra parte, rende più competitive le esportazioni italiane, ma rende assai più care le importazioni, a cominciare dal petrolio. Il risultato sarebbe veder ripartire, di gran carriera, l'inflazione e la rincorsa prezzi-salari. Molto dipende dall'entità della svalutazione che, però, è difficilmente gestibile: per riguadagnare la competitività perduta, negli ultimi dieci anni, verso la Germania, all'Italia occorrerebbe un deprezzamento della moneta del 25%.

Ma il crollo della nuova lira, secondo gli analisti dell'Ubs, sarebbe inizialmente molto più alto, fino al 50-60%. Per questo, gli esperti della banca svizzera (che ipotizzano barriere commerciali nel resto d'Europa contro i prodotti italiani a costo stracciato) calcolano che il Pil italiano potrebbe inizialmente contrarsi anche del 40%. All'Ubs sono, probabilmente, troppo pessimisti, ma il punto è che l'introduzione della nuova lira sarebbe assai diversa dalle svalutazioni della vecchia, perché rimarrebbero valide le precedenti obbligazioni dell'euro.

I debiti fra italiani potrebbero essere ridenominati in un rapporto uno a uno (una nuova lira per un euro): chi ha un mutuo di 100 mila euro, si troverebbe con un mutuo di 100 mila nuove lire. Ma quelli esteri resterebbero in euro, da pagare con una moneta svalutata del 50-60 per cento.

Per una economia, come quella italiana, profondamente integrata in Europa, sarebbe un massacro: molte aziende, con incassi in lire e debiti in euro, finirebbero schiacciate e, a catena, dovrebbero chiudere.

(10 novembre 2011)

venerdì 22 luglio 2011

Pil, nuovo allarme Confidustria "Crescita nulla e consumi fermi"

Il Pil segna il passo. La crescita si blocca. Il mercato del lavoro è debole e i consumi ristagnano. E' uno scenario negativo quello disegnato dall'analisi mensile del Centro Studi di Confindustria. "La crescita sarà quasi nulla nel terzo trimestre, dopo che nel secondo si è avuto un aumento dell'1,6% della produzione industriale, concentrato nella prima parte del periodo, che ha originato una temporanea accelerazione del Pil" si legge nel documento. Gli indicatori qualitativi sono in corale arretramento: le pmi hanno rilevato in giugno ordini calanti nel manifatturiero (47,5, minimo da 20 mesi, da 51,1) e nel terziario (47,4, da 50,1).

L'associazione di viale dell'Astronomia spiega che si profilano "debolezza della domanda interna, minor forza di quella estera, ripercussioni dalle violente turbolenze finanziarie globali e stretta sui conti pubblici". Per l'Italia, quindi, "gli indicatori puntano a una nuova e prolungata fase di variazioni del Pil che saranno molto difficilmente superiori all'1% annuo".

Consumi e lavoro. Il mercato del lavoro in Italia rimane debole ed i consumi "hanno un profilo piatto" si legge nell'analisi del centro studi di Confindustria, che ricorda come "a maggio il tasso di disoccupazione è salito all'8,1% (+0,1 su Aprile) e al 28,9% (+0,4) tra i giovani sotto i 25 anni", mentre "a giugno la percentuale di imprese che si attendeva una riduzione del numero di addetti nei successivi tre mesi (17,5%) è tornata a essere superiore a quella di quante prevedevano un incremento (16,0%): un deterioramento che ricalca quello delle previsioni delle aziende sulle condizioni economiche in cui operano". Non a caso, spiega il Csc, "i consumi risentono delle difficoltà occupazionali e della dinamica dei prezzi al consumo: vendite al dettaglio e immatricolazioni di auto hanno un profilo piatto" e "la domanda interna ristagna".

Export.
'Congiuntura flash' indica inoltre che a maggio le esportazioni italiane sono rimaste ferme: +0,1% in valore su aprile, dopo il +5,4% messo a segno da dicembre ad aprile (dati destagionalizzati). Rispetto ai mesi precedenti, le vendite nei mercati extra-ue sono arretrate (-1,0%) e quelle verso l'ue sono salite (+1,0%). L'export è aumentato dall'inizio della ripresa a un ritmo mensile superiore a quello tedesco: +1,6% contro +1,5%. Tuttavia, resta del 4,0% sotto il picco pre-recessione (aprile 2008), mentre le esportazioni tedesche in maggio erano del 7,7% sopra il massimo precedente la crisi. La maggiore durata della caduta (minimo toccato nell'agosto 2009; in Germania nel maggio 2009) e la sua superiore intensità (-31,9% contro il -24,9% tedesco) spiegano il ritardo nella chiusura del gap.

Previsioni negative.
Le prospettive sono negative per i prossimi mesi. Il saldo dei giudizi delle imprese manifatturiere italiane sugli ordini dall'estero è in netta flessione: -17,4 in giugno, da -10,1 in aprile. Le richieste di autorizzazione di cig a giugno sono diminuite del 20,1% su maggio, più del doppio di quanto spiegato da fattori stagionali. Tuttavia, il bacino di lavoro assorbito dalla cig sfiora le 340mila unità, livelli analoghi a quelli dell'autunno 2010. Il ricorso a questo ammortizzatore è particolarmente ampio nei settori dove la produzione è ferma molto al di sotto dei livelli pre-recessione.

Confcommercio taglia stime pil per il 2011. Alle stime in negativo di Confindustria si aggiungono quelle di Confcommercio, che rivede al ribasso le previsioni di crescita del prodotto interno lordo in Italia per l'anno in corso, al +0,8% dal +1,0%. Inoltre, sono state ritoccate verso il basso anche le previsioni per il 2012 (a +1% da +1,2%) e per il 2013 (a +1,1% da +1,3%).

Commercio extra Ue, sale deficit a giugno.
Si amplia, poi, il disavanzo commerciale con i paesi extra Ue, passato da -1,4 miliardi di giugno 2010 a -1,5 miliardi dello stesso mese del 2011. Lo comunica l'Istat, diffondendo la stima preliminare del commercio estero con i Paesi fuori dai confini dell'Unione europea.

A giugno le esportazioni italiane verso i Paesi extra Ue rimangono stabili rispetto al mese precedente, mentre le importazioni calano del 2,2%. Nell'ultimo trimestre (aprile-giugno) la dinamica è positiva, rispetto al trimestre precedente, per le esportazioni (+1,6%) e negativa per le importazioni (-0,5%). La crescita tendenziale, invece, si mantiene su tassi positivi, pressochè simili, per importazioni (+8,1%) ed esportazioni (+7,8%), ma risulta in marcato rallentamento rispetto ai mesi precedenti.

(21 luglio 2011)

mercoledì 16 dicembre 2009

Finanziaria, passa la fiducia


Con 307 sì e 271 no l'aula di Montecitorio ha dato il via libera alla fiducia sulla Finanziaria. E' la ventisettesima da inizio legislatura. Il voto finale sui provvedimenti che compongono la manovra (Finanziaria, bilancio e nota di variazione) è in programma per domani in tarda mattinata. Poi i testi passeranno al Senato, dove il via libera definitivo è in programma martedì prossimo. "Lo scudo fiscale rappresenta la più grande manovra finanziaria mai fatta negli ultimi anni" dice il ministro dell'Economia Giulio Tremonti. Che indica la cifra di 80 miliardi come possibile traguardo. E' stato giusto - spiega Tremonti - mettere a bilancio un euro e poi salire fino ad 80 miliardi". Poi aggiunge di non conoscere precedenti di un rimpatrio "di 5 punti di Pil in tre mesi". Dati più precisi si avranno nelle prossime ore, forse già stanotte quando "ci saranno i dati stile exit poll e nei prossimi giorni quelli ufficiali". Dalle ultime indicazioni che arrivano dal settore finanziario e da fonti di maggioranza il rimpatrio sarebbe in realtà più corposo assestandosi a 100-110 miliardi.

La scelta della fiducia viene difesa della maggioranza. Anche se Umberto Bossi ammette: "Se mettono la fiducia è perchè ci sono dei dubbi che succedano dei pasticci". Per Fabrizio Cicchitto "non è espediente deplorevole, ma una diretta assunzione di responsabilità". Parole che suonano come una risposta al presidente della Camera Gianfranco Fini, che ieri aveva criticato la decisione del governo. E che oggi ha avuto un lungo colloquio con Tremonti. "Con Fini i rapporti sono sempre buoni" dice il ministro dell'Economia.

Dure le opposizioni. In particolare l'Idv che parla di un "governo piduista che si occupa solo degli interessi del presidente del consiglio". Mentre l'Udc annuncia il suo "no" perché questa Finanziaria "ha troppo poco per il lavoro e la famiglia''. Infine il Pd che, per bocca di Dario Franceschini, vede nella manovra economica "un altro passo verso una crisi non dichiarata. La fiducia per voi non è più neanche un modo per contrastare l'opposizione ma un modo ordinario per legiferare, senza neanche più avvertire l'esigenza di motivarla all'Aula". I deputati dell' Mpa non partecipano al voto: "Manca il sud"

(16 dicembre 2009)

Finanziaria, fiducia alla Camera. Di nuovo scontro Fini-Tremonti


Il governo ha posto la questione di fiducia sulla Finanziaria. Ed è di nuovi scontro tra Fini e l'esecutivo. Ad annunciare la decisione in aula è stato il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Elio Vito. La fiducia, ha spiegato, "è sull'articolo 2 del testo approvato in commissione". In precedenza i deputati avevano approvato l'articolo 1.

A stretto giro arriva il duro commento del presidente della Camera, Gianfranco Fini: "La decisione di porre la fiducia sulla legge Finanziaria è legittima", ma "deprecabile perché di fatto impedisce all'Aula di esaminare gli emendamenti". Fini ha ricordato di aver prolungato i termini per consentire un dibattito approfondito e dare alla commissione il tempo di approvare un testo per l'Aula, aggiungendo che "non vi era stato da parte dell'opposizione nessun atteggiamento ostruzionistico".

Spiegando che gli emendamenti da votare oggi erano in tutto 64, di cui 55 dell'opposizione, Fini ha aggiunto gli interventi contingentati avrebbero consentito di approvare la legge, anche senza fiducia, nei tempi previsti e compatibili con l'esame del Senato.

''La scelta di porre la questione di fiducia - ha detto ancora Fini- è costituzionalmente legittima e rientra nelle prerogative dell'esecutivo"; non può, però, ha aggiunto Fini, che "essere considerata come una decisione attinente esclusivamente a ragioni di carattere politico, rientranti non già nel rapporto tra governo e opposizioni ma unicamente all'interno del rapporto tra la maggioranza e il governo ed è la ragione per la quale la Presidenza della Camera considera deprecabile la decisione" del governo "perché di fatto impedisce all'aula di pronunciarsi sugli emendamenti''.

Le sue parole sono state accolte da molti applausi, non solo dai banchi dell'opposizione e i relatori di Pdl e Lega hanno rinunciato a intervenire. Le critiche a Fini sono arrivate a seduta sospesa e dai banchi della maggioranza. Il ministro Roberto Calderoli: "Dalla presidenza della Camera ci si attende l'applicazione dei regolamenti, non certo valutazioni sul fatto se sia deprecabile o meno una richiesta di fiducia, la cui valutazione di merito spetta all'esecutivo". E poi Sandro Bondi, ministro e coordindatore nazionale del Pdl:"La decisione e la valutazione espressa" da Fini "sono destinate a non aiutare l'apertura di un clima politico nuovo di cui l'Italia ha bisogno, anzi rischiano di rinfocolare immediatamente le polemiche".

Inseguito arriverà anche una nota del capogruppo Pdl Cicchitto e di quello leghista Cota, che a Fini dicono che "la questione di fiducia è sempre stata una decisione politica e come tale appartiene alla competenza e alle valutazioni del governo e della maggioranza". "Il confronto di merito - continuano Cicchitto e Cota - è avvenuto in Commissione, con un iter intenso e proficuo. La scelta della fiducia è un segnale politico di conferma della forte condivisione da parte del governo e della maggioranza sul merito del testo licenziato dalla Commissione Bilancio". Una nota che il ministro Tremonti dice di condividere "pienamente".

La telefonata Fini-Berlusconi. In serata la terza carica dello Stato avrebbe ripetuto il suo giudizio sulla scelta di Tremonti e del governo anche al Cavaliere. Al quale, inoltre, avrebbe espresso tutta la sua perplessità anche sui toni usati da Fabrizio Cicchitto durante il dibattito sull'aggressione al premier: "Parole incendiarie".

(15 dicembre 2009)

domenica 4 ottobre 2009

Fmi scettico sullo scudo fiscale. "Va adottato solo per disperazione"


"I problemi dell'Italia vanno ben oltre questa recessione" e dipendono dal "basso potenziale di crescita" dell'economia, ribadisce Ajai Chopra, vicedirettore del Dipartimento europeo del Fondo monetario internazionale, che stamane a Istanbul ha presentato il "Rapporto regionale sull'Europa". Proprio perché si tratta di problemi antichi, con radici profonde, per risolverli servono riforme strutturali, e non certo interventi come quello dello scudo fiscale: misure di questo tipo, ha affermato il direttore per l'Europa del Fondo Monetario Internazionale Marek Belka, rispondendo alla domanda di un giornalista, vanno adottate "soltanto in casi eccezionali" e "per disperazione", tenendo conto che maggiore è la loro frequenza, minore è la loro efficacia.

"L'Fmi - ha detto l'ex capo del governo e ministro delle Finanze polacco nel corso della conferenza stampa tenuta per presentare il Rapporto sull'Europa - non ha una specifica opinione al riguardo. Quello che penso io, come ex politico ed ex regolatore, è che più questi interventi sono frequenti meno sono efficaci. Se uno ricorre a queste misure, lo deve fare soltanto in circostanze eccezionali. In questo caso possono, anzi devono, riportare fiducia, altrimenti resto scettico. Le amnistie fiscali vanno adottate soltanto per disperazione".

Il Fondo Monetario Internazionale nei giorni scorsi ha rivisto al rialzo le sue previsioni di crescita del Pil per il 2010 per l'Italia, con una crescita positiva dello 0,2% dopo il crollo del 5,1% stimato per quest'anno. Ma il problema del nostro Paese non è certo la crisi mondiale, ma, ha ricordato Chopra, "la produttività declinante dell'ultimo decennio, i redditi stagnanti mentre si è aperto ulteriormente un gap di produttività". "Bisogna agire - ha concluso Chopra - con molto più impegno per affrontare gli impedimenti strutturali alla crescita".

E del resto, ha ricordato l'economista del Fondo, in Europa la recessione economica sembra giunta alla fine, ma la ripresa si profila "lenta e fragile". In parte il recupero poggia sulla ripresa del commercio con l'estero, determinata a sua volta soprattutto dall'Asia. Ma "l'Europa non può contare solo su questo per la ripresa - ha avvertito Belka - Inoltre, il credito resta scarso, la disoccupazione sta aumentando e la crisi ha ridotto il potenziale di crescita dell'Europa".

In questo quadro l'istituzione di Washington richiama governi e istituzioni sulla necessità di adoperarsi per stabilizzare la ripresa, in particolare favorendo un pieno risanamento dei bilanci delle banche. "Fino a quando i problemi del settore bancario non saranno risulti - ha avvertito Belka - la ripresa potrebbe rivelarsi più debole del previsto".

(3 ottobre 2009)

martedì 22 settembre 2009

Caro denaro per le aziende. "Così si cancella una fabbrica"


ROBERTO MANIA


COMO - Piccole imprese schiacciate dai debiti. L'ondata di chiusure sta arrivando in silenzio. È la coda velenosa del tracollo del capitalismo drogato dalla finanza. Sono almeno un milione le aziende in affanno per mancanza di liquidità, cioè di soldi. Boccheggiano insieme ai propri dipendenti in cassa integrazione, in mobilità, a un passo dal licenziamento.

E accade nei distretti marchigiani del made in Italy, nel nord est dei mille capannoni; nel nord-ovest della manifattura tradizionale, nella Lombardia un tempo opulenta e degli straordinari pagati in nero. Succede anche a Como dove i tassi di disoccupazione se la sono sempre battuta con quelli del nord Europa. Ma dove hanno già chiuso le storiche fonderie di Dongo, e poi le officine Giardina. Qui, entro fine anno - stando alle previsioni della Fim-Cisl - saranno in 5-600 a perdere il lavoro.

Eccola, davvero, la crisi nell'economia reale. Per Paola Lavagnini, 47 anni, imprenditrice comasca, lavorare è stato il verbo della vita. Ora lo coniuga al passato, oppure al futuro, ma non riesce a farlo al presente. La sua azienda, la Lavagnini fondata dal padre Carlo più di mezzo secolo fa, sta arrivando al capolinea. Un anno fa, quando la Lehman Brothers è fallita e gli impiegati se ne andavano mesti con i cartoni in mano seguiti dalle telecamere di tutto il mondo, New York appariva lontanissima, sfocata, guardata da qui, da Rebbio, frazione di Como. Profondo nord industriale. Terra di imprese: ce n'è una ogni undici abitanti. Qui padrone e operaio lavorano ancora fianco a fianco. Capitalismo familiare, molecolare, flessibile, disordinato, destrutturato. Un tempo anche indomito. Colpito prima dalla Cina e poi dal tracollo di Wall Street. Perché esattamente un anno dopo quelle immagini da New York si sono avvicinate, adattate alle microimprese comasche. E non solo.

"Se non mi arriva il finanziamento, chiudo. Non ho alternative", dice Paola Lavagnini. "E non sono ottimista, sono sfiduciata". Sta nel suo piccolo ufficio, non più di venti metri quadri, pareti rosa, computer acceso in attesa di ordini che non arrivano, mobilio meno che essenziale, un po' retrò, anni Settanta. Un'altra epoca, quella d'oro, quella in cui, nei capannoni di Via Ortigara, di telai per la stampa sui tessuti - questo è stato soprattutto il distretto della seta - se ne facevano a centinaia di migliaia al mese, in cui "babbo Carlo" impiantò un'officina addirittura laggiù, a Buffalo, proprio negli Stati Uniti d'America. La Lavagnini conquistava il mondo: Nord Europa, Australia, Russia. Il 30-35 per cento del fatturato se ne andava all'estero. Oggi praticamente più nulla.
La Lavagnini ha chiesto un ultimo, piccolo, prestito: 150 mila euro. "Mi basterebbero per ripartire", sostiene. Ma la sua banca (quella con cui operava da quarant'anni) le ha detto no. Gliel'ha comunicato il 2 settembre, giorno di rientro in azienda dopo "un agosto infernale".

Motivo? La Lavagnini è un cattivo pagatore. È scritto nella Centrale rischi della Banca d'Italia. "Siamo bollati", dice. "Ma vorrei vedere chi non lo è di questi tempi. Siamo tutti nella stessa situazione. Perché se il cliente non mi paga io non posso pagare il fornitore. Siamo collegati". Manca la liquidità e crescono gli insoluti. Inutile spiegarlo al direttore della filiale, perché è cambiato da poco, perché la storia dell'azienda non conta più, perché i progetti per ripartire i banchieri li studiano con sospetto e timori, seguendo i criteri rigidi, asettici, e molto prudenziali di "Basilea 2". Questo è il credit crunch. Lavagnini ha chiesto di potere sfruttare la moratoria prevista dal protocollo tra l'associazione delle imprese e quella delle banche, ma che, in attesa delle circolari attuative, qui è ancora lettera morta.

Un'idea per riposizionare la sua azienda, Paola Lavagnini l'aveva anche avuta. Sette anni fa (proprio quando è morto il padre-fondatore) pensava il sfruttare il suo know how per "allargarsi" dall'industria tessile a quella alimentare. Pensò di fabbricare in alluminio anodizzato i cestelli per l'essicazione della pasta. Le avevano anche detto che a Strasburgo il Parlamento europeo stava esaminando una norma per sostituire gli attuali cestelli in legno (prodotti in Romania) con quelli in alluminio ben più sicuri dal punto di vista igienico per quanto assai più costosi. Ma la norma non è arrivata, il brevetto è rimasto nel cassetto, i 25 mila euro investiti per i nuovi stampi non hanno fruttato nulla e i cestelli (tranne i tremila piazzati in Australia) sono ancora lì accatastati nei capannoni. Dove lavora anche il marito: manutentore in esubero, perché se pure dovesse arrivare il fido, lui se ne andrà gradualmente in pensione.

Da febbraio si fa la cassa integrazione a rotazione alla Lavagnini. Nei primi anni Novanta in quei capannoni vi lavoravano fino a 24 operai. Ora sono rimasti in otto, più un'impiegata per l'amministrazione. Ogni giorno due operai ("i ragazzi", li chiama) stanno a casa per quattro giorni a settimana, poi, il venerdì, tutti in cassa integrazione. Per ora è stata la stessa Lavagnini ad anticipare i ratei della cassa integrazione. Ha usato gli accantonamenti per le liquidazioni. Da tre mesi non versa più l'Iva e neanche i contributi sociali, quelli che servono per la pensione. Si è fatta fare la perizia sul terreno e i capannoni. "Mi darebbero troppo poco, questo è un terreno edificabile". Aspetta. "Eppure - racconta - "i ragazzi" non hanno capito ancora bene come stanno le cose anche se ne abbiamo parlato. Ad agosto sono andati tutti in ferie. Io li ammiro: sono ormai sette anni che non vado in vacanza".

Como è terra leghista. In provincia il Carroccio è il secondo partito, dopo il Pdl, e in città è il terzo con un testa a testa con i democratici. Ma non è solo per questo che si avverte una secessione di fatto tra le imprese e la politica. La crisi l'ha soltanto acuita. Paola Lavagnini dice che alla fine l'imprenditore è solo. "Tutti pensano che l'Italia la faccia la Fiat, e invece siamo noi a farla: i piccoli. Eppure passiamo inosservati. Ma il governo non aveva detto che le banche devono dare i soldi?".

(21 settembre 2009)

martedì 25 agosto 2009

Fed, Obama conferma Bernanke. "Ripresa lontana, ma nel 2010 +2%"



WASHINGTON - Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha confermato Ben Bernanke alla guida della Federal Reserve per un secondo mandato di quattro anni, lodando la sua "azione coraggiosa" per portare il Paese fuori dalla recessione. Obama ha parlato da Martha's Vineyard, dove è in vacanza con la famiglia da domenica. I dati diffusi dalla Casa Bianca danno una boccata d'ossigeno all'economia: il deficit previsto per quest'anno si è ridotto e già nel 2010 il Pil aumenterà del 2%. Bene anche la fiducia dei consumatori che ad agosto è salita oltre le previsioni degli analisti. Ma Obama frena l'eccessivo ottimismo: "La strada per un sistema finanziario in salute e una piena ripresa economica è ancora lunga".

La conferma di Bernanke. L'annuncio ufficiale è stato fatto dal presidente alla presenza dello stesso Bernanke. Obama ritiene che "Ben abbia fatto un gran lavoro in qualità di presidente della Fed, aiutando l'economia ad affrontare la peggiore recessione dal 1930 e allontanandola dall'orlo di una nuova depressione". Nel combattere la crisi finanziaria - spiega un rappresentante dell'amministrazione Obama - Bernanke si è mostrato audace e brillante. "La decisione di riconfermalo è stata assunta - aggiungono dall'amministrazione - per favorire la stabilità dei mercati e ridurre il rischio di potenziali perdite per l'economia e per i mercati finanziari". Da parte sua Bernanke ha ringraziato il presidente per "la fiducia accordatagli".

Wall Street e la maggior parte degli osservatori si erano espressi favorevolmente per la riconferma di Bernanke, che anche secondo i più critici meritava di restare al suo posto. Nouriel Roubini, uno dei suoi più acerrimi nemici, nelle ultime settimane si era pronunciato per la riconferma, constatando che Bernanke e la Fed hanno fatto un buon lavoro: "Ha realizzato che la recessione avrebbe potuto trasformarsi in un'altra Grande Depressione, e coraggiosamente ha messo in atto le azioni necessarie".

Le sfide di Bernanke. La riconferma di Bernanke dovrà essere ora sottoposta al voto del Senato. Il secondo mandato alla guida della Fed di Bernanke è caratterizzato da due principali sfide: una sul lato economico, con la Fed che deve decidere come e quando ritirare le misure di emergenza messe in atto. L'altra è sul lato politico, con Bernanke intento a cercare di difendere i poteri e l'indipendenza della Fed mentre la Casa Bianca e il Congresso discutono la riforma delle regole del sistema finanziario.

I dati della Casa Bianca. L'amministrazione di Washington ha rivisto al ribasso la stima sul deficit di quest'anno: da 1.841 a 1.580 miliardi di dollari, pari all'11,2% del Pil. Il miglioramento è dovuto in larga misura alla cancellazione della voce di spesa da 250 miliardi di dollari che era stata inserita provvisoriamente per pagare un eventuale rifinanziamento dei fondi Tarp. A causa della debolezza prevista per l'economia nei prossimi anni, la Casa Bianca ha tuttavia peggiorato le previsioni di deficit per i prossimi anni e ora vede un passivo per complessivi 9.050 miliardi entro il 2019. Quanto al Pil, la Casa Bianca vede una contrazione del 2,8% nel 2009 e una crescita del 2% nel 2010.

Fiducia consumatori. La fiducia dei consumatori americani è migliorata ad agosto. L'indice misurato dal Conference board è salito da 47,4 punti di luglio (dato rivisto) a 54,1 punti, oltre le attese degli analisti. L'indice relativo alle aspettative per i prossimi sei mesi è balzato a 73,5 punti dai precedenti 63,4 punti.

(25 agosto 2009)

mercoledì 19 agosto 2009

Truffe elettroniche made in Italy


di ANDREA GRECO


Albert Gonzalez dagli States l'ha mostrato al mondo: ormai il denaro elettronico si ruba all'ingrosso. Molto più redditizio fare incetta di codici dove si riversano - banche dati, esercenti, emittenti - che dare la sola al singolo utente. Così l'ex consulente dei servizi Usa arrestato ha trafugato 130milioni di numeri di carte di credito nella loro patria. Può accadere in l'Italia? Lo storico abuso del contante ripara, ma si va attenuando: a fine 2008 circolavano 30 milioni di credit card, per transazioni da oltre 100 miliardi, con valore medio di 106 euro (dati Abi). Stime di mercato pongono le frodi allo 0,76% dei volumi. Fa quasi un miliardo che scompare, e le banche quasi sempre devono rimborsare.

Gli scettici italiani non paiono troppo timorosi, mentre più ricerche negli Usa rivelano che la paura di furti telematici è seconda solo a quella di bombe e stragi. Ma sul tema siamo agli antipodi. "Qui il mercato è molto parcellizzato - spiega Walter Bruschi, numero uno in Italia di Cpp, gruppo internazionale che assicura i badge contro furti e frodi - questo ci tiene al riparo da maxi frodi del genere". Finora nessun hacker ha violato le grandi casseforti, ci si è limitati allo "scasso" di siti commerciali (con livelli di protezione inferiori). Reati simili, tra l'altro, richiedono un complice interno, che passi i file dei codici o le parole d'ordine.

Così potrebbe avere agito la banda Gonzalez, perché le barriere dei grandi collettori di codici sono elevate; ma nessuna sicurezza vince il dipendente infedele. Dall'inizio del 2010 non sarà più così, perché l'Europa sta mettendo a punto il sistema Pci Dss. Uno standard cui dovranno adeguarsi tutti gli operatori, e che le autorità stanno rifinendo con un consorzio formato da Visa, Mastercard, Amex e Discovery. La prima novità sarà la tracciabilità di ogni accesso alle banche dati, per cui si potrà risalire al singolo individuo per ogni loro movimentazione. A quel punto il "dipendente infedele" dovrebbe essere spacciato. Ma il crimine viaggia sulla fantasia, e già si vanno affinando altre pratiche. Negli uffici del Gat, il nucleo speciale frodi telematiche del colonnello Umberto Rapetto, sono molto preoccupati da un nuovo crimine emergente. Funziona così: dei basisti si fermano in un supermercato o centro commerciale, e quando è notte manomettono i dispositivi per strisciare le carte. All'apertura se ne vanno come normali clienti. Lì fuori un palo con auto e computer portatile li aspetta, e tutti insieme aspettano per clonare le prime transazioni. In due ore i codici sono già copiati su altri pezzi di plastica, pronti per l'uso parallelo. Come lo skimming, ma a distanza, più discreto e massivo.

La malversazione dei badge, poi, è quasi nulla rispetto alle frodi creditizie originate dal furto di identità. Il Crif ne ha censite 25mila l'anno scorso (+11%). Spacciandosi per un altro si attingono finanziamenti al consumo, quinti dello stipendio, fondi bancari. Importo medio 6mila euro, nessuna traccia di crisi.

(19 agosto 2009)

lunedì 3 agosto 2009

Dl anticrisi, via libera del Quirinale. Firmata legge e decreto correttivo



Via libera del Colle al decreto-legge correttivo di alcune disposizioni del decreto-legge anticrisi varato dal governo lo scorso primo luglio. Il Capo dello Stato ha preso atto della dichiarazione resa dal presidente del Consiglio dei Ministri che subordina "l'applicabilità della norma sulle disponibilità auree della Banca d'Italia al conseguimento del parere favorevole della Banca centrale europea, oltre che del parere conforme della stessa Banca d'Italia". Il presidente della Repubblica ha successivamente emanato il decreto-legge correttivo, che entrerà in vigore contestualmente alla legge di conversione del decreto anticrisi.

Sabato il provvedimenti aveva ottenuto il via libera del del Senato, con L'Italia dei valori che aveva invitato Napolitano, a non firmare il provvedimento.

Dopo il disco verde di palazzo Madama il Consiglio dei ministri aveva dato il suo ok al 'decreto correttivo' del testo anticrisi con modifiche su Corte dei Conti, scudo fiscale, Ponte sullo Stretto di Messina e ministero dell'Ambiente . Correzioni ampiamente previste dopo l'incontro fra il ministro dell'economia Giulio Tremonti e il capo dello Stato.

Il nuovo decreto varato stamane dall'esecutivo non contiene, invece, nessun intervento sulla tassa per l'oro. E, con una nota ufficiale, Berlusconi ha ribadito di aver rispettato l'autonomia istituzionale e finanziaria di Bankitalia, escludendo attriti con palazzo Kock e il Quirinale, dopo alcune ricostruzioni apparse sulla stampa che parlavano di "qualche dubbio a riguardo da parte del Colle".

(3 agosto 2009)

lunedì 9 marzo 2009

Crisi, allarme Ue: altri 6 milioni di disoccupati entro il 2010


ROMA - Una "recessione senza precedenti che potrebbe causare altri 6 milioni di disoccupati entro il 2010" e produrre "gravi conseguenze sociali per le famiglie e le persone". Sono le considerazioni del progetto di documento del "Comitato per l'occupazione e per la protezione sociale", contenente i messaggi chiave del Consiglio Epsco al Consiglio europeo di primavera. Nelle ultime stime Ue si era parlato della perdita di 3,5 milioni di posti di lavoro solo per il 2009 e di un tasso di disoccupazione per la zona euro pari al 9,25%.

Per il Consiglio Epsco (Consiglio per l'occupazione, la politica sociale, salute e consumatori) la crisi economica e finanziaria "sta arrecando grossi danni ed esige interventi urgenti" a partire da misure che evitino il ritiro prematuro dal lavoro e da sistemi pensionistici adeguati e sostenibili a lungo termine.

Prevenire la perdita dei posti di lavoro. "In molti stati membri - si legge nel documento che sarà approvato oggi dai ministri del Lavoro - la maggiore flessibilità consente ora alle imprese di adeguare rapidamente la propria capacità produttiva. Ma il rapido aumento della disoccupazione è al centro delle preoccupazioni dei cittadini dell'Ue per incentivare l'occupazione, prevenire e limitare la perdita dei posti di lavoro e le ripercussioni sociali sono necessarie misure tempestive, temporanee e mirate".

Le linee d'azione. Per prevenire e combattere la disoccupazione "senza intaccare le riforme del mercato del lavoro" il Consiglio Epsco esorta gli Stati membri a dare precedenza immediata ad alcune linee d'azione. Innanzi tutto "evitare le misure che favoriscono il ritiro prematuro dalla vita lavorativa, quali programmi di prepensionamento o limiti d'età per le opportunità di formazione, in modo tale da mantenere e aumentare la partecipazione al mercato del lavoro". Non solo si ribadisce, come più volte sollecitato dall'Ue in particolare all'Italia, di "affrontare l'adeguatezza e la sostenibilità a lungo termine dei sistemi pensionistici con riforme adeguate", incluso il raggiungimento dell'obiettivo di Lisbona di un tasso di occupazione dei lavoratori più anziani pari al 50% e il miglioramento della posizione dei percettori di salari bassi, anche in un periodo di recessione.

"Flessicurezza". Il Consiglio ancora indica come sia necessario "sostenere l'accesso all'occupazione e agevolare l'ingresso nel mercato del lavoro e la mobilità al suo interno per abbreviare i periodi di disoccupazione e aumentare la partecipazione sia delle donne che degli uomini". I principi comuni di "flessicurezza" offrono "utili orientamenti per modernizzare ulteriormente i mercati del lavoro". E' prioritario "rafforzare l'accesso alla formazione e alle misure attive del mercato del lavoro per disoccupati, lavoratori a rischio di licenziamento e altri gruppi vulnerabili affinchè restino attivi, sia migliorata la loro occupabilità e sia assicurata la loro disponibilità ad approfittare di nuove opportunità professionali create dalla ripresa".

Verso un'economia a basse emissioni di CO2. Occorre infine "sostenere l'occupazione e la creazione di posti di lavoro con misure intese a stabilizzare l'economia, promuovere la transizione verso un'economia a basse emissioni di CO2 e potenziare gli investimenti nella ricerca e sviluppo nonché nei settori a rapida crescita". E dare la precedenza "agli investimenti nelle infrastrutture pubbliche capaci di rafforzare la struttura economica e creare rapidamente nuovi posti di lavoro".

Impegno per l'inclusione sociale. Un capitolo è dedicato anche al maggiore impegno per l'inclusione sociale e gli obiettivi della protezione sociale. In questo contesto gli Stati membri dovrebbero puntare soprattutto a "perseguire la riduzione della povertà e la coesione sociale con strategie globali rafforzate per combattere e prevenire la povertà e l'esclusione sociale dei bambini, inclusa una maggiore offerta di strutture di assistenza all'infanzia di qualità, accessibili anche economicamente, e delle persone con disabilità, la comparsa di nuovi gruppi a rischio di esclusione, quali i giovani, e nuove situazioni di rischio, compreso il sovraindebitamento". Occorrono poi sforzi per combattere la mancanza di domicilio fisso "quale forma estremamente grave di esclusione, fronteggiare i molteplici svantaggi a cui sono confrontati i Rom e la loro vulnerabilità nei confronti dell'esclusione sociale e promuovere l'inclusione sociale dei migranti". Bisogna infine migliorare l'efficienza dei servizi sanitari e ridurre le disparità in campo sanitario, fornire qualità nelle cure a lungo termine, assicurare un invecchiamento nella salute e nella dignità.

(9 marzo 2009)

Da manager a consulente. "La mia precarietà di lusso"


di ROBERTO MANIA

MILANO - All'appuntamento arriva in motorino, puntualissima. Si porta dietro, come sempre, tutto il suo ufficio: personal computer e telefono cellulare. Ufficio minimalista e itinerante, da partita Iva o da capitalismo individuale in recessione. Fino a poco più di un anno fa, però, Paola Vassellatti, milanese, 43 anni, era un manager di una multinazionale: direttore del marketing per l'Italia. Rispondeva al presidente della sua area e comandava direttamente su un gruppo di dieci persone. Insomma, un posto di potere. E anche un posto ambito, tanto più al femminile in un Paese che lascia alle donne non più del 3-5% delle poltrone nei consigli di amministrazione, contro una media dell'8% in Europa e del 15% negli Stati Uniti.

Posto fisso, dunque, sicuro e stabile. Soldi, benefits e status sociale. Poi, nell'ottobre del 2007, la svolta. Perché la grandi corporation, spesso, non ti cacciano ma ti mettono nelle condizioni di andartene. Quando succede non è difficile capirlo. Più o meno è quello che è accaduto a Paola Vassellatti. Che, allora, accetta di cambiare lavoro e vita. D'altra parte dopo i quaranta è difficile ricollocarsi in un'altra azienda. Perché questo sembra l'unico ambito in cui l'età gioca davvero a favore dei giovani rampanti contro i cinquantenni spremuti e ormai ingombranti. Vassellatti diventa consulente. Un percorso praticamente obbligato per i manager che vengono licenziati o se ne vanno dalle imprese. E la crisi sta colpendo duramente anche i dirigenti: Manageritalia, il sindacato dei manager del terziario, calcola che solo a gennaio in questo settore ne sono stati licenziati più di trecento, tre volte tanto quelli di gennaio 2007, e stima che nell'industria privata siano rimasti senza lavoro circa un migliaio.

Così anche Vassellatti entra nel mercato del lavoro di serie B: dalla sicurezza, a cominciare dalla busta paga ogni fine mese, alla precarietà della consulenza per le aziende. Dove tutto dipende dalla propria capacità di "vendersi" sul mercato. Va da sé che sarebbe improprio qualsiasi paragone con il mondo degli addetti ai call center o dei ricercatori a contratto o, ancora, dei lavoratori interinali nelle imprese industriali. Riconosce Vassellatti: "La mia è una precarietà di lusso. Comunque meglio del lavoro frustrante nel quale non c'è spazio per decidere nulla". Insomma, un'altra precarietà. Perché precario non è solo il lavoro poco qualificato e a basso salario.

A 35 anni, la Vassellatti, diventa dirigente. La formazione è quella classica per una figlia della piccola borghesia meneghina. Micro imprenditore il padre, insegnante la madre, una sorella che diventerà biologa. La scuola dell'obbligo dalle suore e poi la Bocconi, laurea (110/110) in Economia aziendale con specializzazione in marketing. "Io sono stata molto fortuna", dice. "Non ho avuto difficoltà a trovare lavoro. Mi hanno sempre chiamata. E all'epoca era facilissimo: venivi cercato ancor prima di laurearti". Certo, l'epoca è quella del secolo scorso, ma di anni ne sono comunque trascorsi pochi. Sufficienti però per cambiare in profondità le regole del mercato del lavoro.

Vassellatti passa da una multinazionale europea che produce birra, dove sale tutti gli scalini di prammatica, product manager, brand manager, group brand manager, alla multinazionale americana per antonomasia: la Coca-Cola. Poi di nuovo nel settore della birra con il più grande produttore del mondo (l'InBev). Dalle multinazionali si vede anche l'Italia, il suo declino, la sua marginalità economica in tanti casi. "Precaria appare l'Italia", sostiene Vassellatti, perché quando c'è da tagliare posti di lavoro o programmi di investimenti, uno dei primi paesi a subire le decisioni è proprio il nostro per le sue lungaggini burocratiche, per le sue incertezze giudiziarie, per la carenza di infrastrutture, per l'alto costo del lavoro. Insomma non basta raggiungere sempre i target per essere apprezzati o garantiti nel posto. "Tutte le strategie delle multinazionali vengono fissate dagli head quarter. E frustrante lavorare così. Peggio della precarietà".

Da manager dipendente, Vassellatti lavorava le sue "classiche" dieci e più ore al giorno, weekend compresi. Alzatacce per le conference call, per rispondere alle e-mail, o per prendere un aereo. Perché nella politica di riduzione dei costi delle grandi aziende c'è anche quella di far viaggiare andata e ritorno i propri manager in giornata, risparmiando sulle spese per l'alloggio. "Cosa mi manca? Poco. Forse il budget da poter gestire, gli eventi, le grandi sponsorizzazioni".

Dopo l'uscita dalla multinazionale, c'è l'ingresso nell'instabilità. "Ho sempre voluto fare un lavoro che mi piacesse. Per questo, dopo una pausa, ho deciso di restare nel mondo del marketing. E questo il mio ambiente, ho il mio network e qui a Milano ci si conosce tutti. Lavoro su progetti per le aziende. Guadagno meno, certo, ma non ho spese e non pago più il 50% del mio reddito in tasse. Non ho più l'Audi, giro in motorino o con la Smart che poi è un motorino coperto. Ma quello dell'auto è un problema che hanno soltanto gli uomini".

La precarietà, ancorché "di lusso", permette di sperimentare nuove strade. Per esempio quella che Vassellatti chiama del "legal marketing" che, per i non addetti ai lavori, è più o meno la promozione degli uffici legali. In Italia pochi avvocati fanno pubblicità anche perché prima della "lenzuolata" di Bersani era vietato. Ora si può fare "ma convincere gli avvocati, che ti guardano con sospetto e distacco, non è facile". Vassellatti insiste nel dire che la qualità della sua vita è migliorata, ma non esita a rimarcare che non sarebbe così se solo avesse un figlio e una famiglia da mantenere. "La crisi comincia a sentirsi. Le aziende tagliano i budget. Bisogna moltiplicare gli sforzi. Ma posso organizzare il mio lavoro calibrandolo su me stessa". Sì, d'accordo, ma il suo futuro? "Precario, ma a modo mio". E la pensione? "Boh!".

(9 marzo 2009)

mercoledì 21 gennaio 2009

Il piano Marchionne

LA STAMPA
21 GENNAIO 2009
TEODORO CHIARELLI

Una pietra miliare nel settore dell’auto, in uno scenario in rapido cambiamento e nel bel mezzo di una crisi epocale per l’intero comparto. Sergio Marchionne usa parole «pesanti» per commentare l’accordo preliminare tra Fiat e Chrysler che prevede l’ingresso della casa torinese al 35% nel gruppo Usa senza esborsi. In effetti l’iniziativa delle due aziende ha interessanti potenzialità per entrambe.

Se l’intesa andrà in porto (e per la verità le incognite sono di non poco conto) Chrysler potrà assistere gli italiani nel lancio della 500 e del marchio Alfa Romeo negli Stati Uniti, mettendo probabilmente a disposizione gli stabilimenti produttivi. Fiat fornirà la sua rete di distribuzione in Europa, Brasile e Argentina e metterà a disposizione piattaforme produttive e motori nei segmenti delle vetture di piccola e media cilindrata dove il costruttore americano è praticamente assente. Inoltre ci sarà la condivisione di tecnologie, soprattutto per quanto riguarda i motori ecologici e a basso consumo nei quali il Lingotto è fra i leader mondiali.

Ma soprattutto, e questo sarebbe un risultato eccezionale per Sergio Marchionne e la sua squadra che in pochi anni hanno rivoltato la Fiat come un calzino rilanciandola fra i competitori a livello mondiale, il gruppo italiano offrirà a Chrysler servizi di management per realizzare negli Usa la stessa opera di risanamento e ristrutturazione realizzata in casa propria. Fiat aveva la reputazione di una qualità approssimativa, ora ha ricostruito l’immagine del proprio marchio tanto da far dire al Financial Times che è vicino agli standard di Volkswagen.

Giustamente proprio Ft nell’edizione on line di ieri ricordava che l’amministratore delegato del Lingotto aveva affermato che il mercato dell’auto assisterà a manovre di consolidamento e che a sopravvivere saranno solo alcuni grandi gruppi, chiosando alla fine che «ora Marchionne si sta adoperando affinché Fiat sia uno dei sopravvissuti».

Proprio questo è il punto nodale: l’accordo con Chrysler, se andrà a buon fine, è una grande opportunità per Fiat: è a costo zero e riapre al Lingotto il mercato Usa. Non solo, se Fiat vincesse la scommessa del risanamento della casa americana, cosa che non è riuscita alla blasonata Daimler, sarebbe un risultato clamoroso e si tradurrebbe in un affare colossale. Ma ciò nonostante non sarebbe sufficiente a risolvere gli attuali gravi problemi che affliggono il gruppo torinese. La crisi che attanaglia l’economia italiana e mondiale fa sì che le vendite di auto calino più velocemente dei costi, che il sistema finanziario sia in tilt e che l’azienda abbia un crescente fabbisogno di cassa. Sono problemi «a breve» che necessitano di soluzioni urgenti, quasi immediate. In poche parole: mezzi finanziari freschi.

Per carità: è un discorso che vale per l’intero settore industriale e non solo per l’auto e la Fiat. Ma qui sono in ballo grandi numeri e, soprattutto, una concorrenza che non va tanto per il sottile. In America l’amministrazione Bush ha già stanziato cifre imponenti per sostenere il settore. La Germania dopo aver foraggiato le banche è pronta a farsi carico dei problemi di Opel, Bmw, Daimler e Volkswagen. La Francia proprio ieri ha annunciato 6-7 miliardi di euro per Peugeot Citroën e Renault.

Giusto o sbagliato che sia, è chiaro che in questa maniera si generano distorsioni alla concorrenza. Bisognerebbe veramente trovare il modo di coordinare un piano di interventi di sostegno a livello per lo meno europeo. Non fare nulla, però, sarebbe la cosa peggiore. Ma purtroppo è esattamente quanto sta avvenendo in Italia. Nessuno chiede interventi a pioggia o, peggio, regalie alle imprese private. Sta al governo e al Parlamento mettere i paletti regolamentari e chiedere le lecite contropartite. Sarkozy, ad esempio, ha detto che darà gli aiuti all’auto ma che non si devono chiudere stabilimenti in Francia. Se non altro, una linea politica chiara.

sabato 18 ottobre 2008

Riscrivere le regole

L'ESPRESSO


La trasparenza si impone oggi come l'unica via percorribile per chiunque intenda ristabilire la fiducia pubblica nelle attività finanziarie. Il caso Unicredit insegna Le banche domestiche isola felice nella tempesta globale? La favola bella - raccontata con monotona insistenza da ministri, governatori e banchieri medesimi - ha illuso gli italiani per poche settimane. Una certa mattina il titolo Unicredit ha cominciato a precipitare in Borsa e così si è scoperto che il maggior gruppo creditizio nazionale era anche lui nei guai, negati fino a poche ore prima. La repentinità di un tanto brusco cambiamento d'orizzonte ha azzerato di conseguenza proprio quello che era l'obiettivo principale delle autorevoli e reiterate rassicurazioni: consolidare la fiducia dei risparmiatori.

Al riguardo si può e si deve riconoscere che i vertici di Unicredit - Alessandro Profumo in testa - hanno dimostrato una tempestiva capacità di reazione chiamando i propri azionisti ad approvare un'ingente ricapitalizzazione della banca. Ma né questo pronto intervento né gli atti di contrizione dello stesso Profumo possono cancellare lo sconcerto e gli interrogativi che la vicenda lascia tuttora in campo. Non basta, infatti, dichiarare che l'azienda ha dovuto registrare 700 milioni di svalutazioni nel solo terzo trimestre di quest'anno. Una simile botta richiede qualche spiegazione aggiuntiva se si vuole recuperare credibilità sul mercato. Di quei 700 milioni sfumati, per esempio, ben 500 erano in titoli Abs, ovvero garantiti da attività. Chi, come, quando e perché ha valutato quelle 'attività' in garanzia? Una falla di queste proporzioni non può essere disinvoltamente attribuita al caso o alla mala sorte.

Del resto, anche al di là del caso Unicredit, proprio la trasparenza sugli errori compiuti si impone oggi come l'unica via percorribile per chiunque intenda ristabilire la fiducia pubblica nelle attività finanziarie. E ciò vale tanto per i banchieri quanto per tutti i poteri chiamati in causa da questa disfatta del sistema regolatorio del mercato. In proposito fa presto il nostro presidente del Consiglio a proclamare, turgido e impettito, che nessuno perderà neppure un euro. A parte il fatto che di euro numerosi risparmiatori ne hanno già persi parecchi, quello di Berlusconi è il metodo classico per cercare di fare bella figura senza pagare dazio.

Va bene, infatti, ricordare che i conti correnti italiani sono garantiti fino ad almeno 103 mila euro ciascuno, ma quel che si dovrebbe pretendere oggi dal potere politico è che, invece di fare decreti sui grembiulini scolastici, si occupi con almeno pari urgenza di riscrivere quelle regole mercantili che tuttora consentono di realizzare le più sfacciate (e tollerate) forme di circonvenzione dei risparmiatori. Grazie a Berlusconi, infatti, l'Italia è il paese nel quale il falso in bilancio è una sorta di banale reato contravvenzionale, mentre nella gestione del risparmio da parte delle banche come negli assetti azionari del mondo del credito (da Mediobanca in giù) il conflitto degli interessi è pratica corrente. In queste materie non c'è da cercare alcun concerto in Europa o nel G8, i rimedi sono tutti e soltanto di competenza domestica. Serie iniziative al riguardo ricostruirebbero fiducia nel mercato più di tante enfatiche assicurazioni sulla solvibilità dei depositi bancari.
(10 ottobre 2008)

mercoledì 23 luglio 2008

IL VELOCIPEDE



Il Rosso e Il Nero, settimanale di strategia.
Alessandro Fugnoli è strategist di Abaxbank, Banca d'Investimento del Gruppo Credem

Il velocipede risale all’età vittoriana. Aveva una ruota grande, su cui stava seduto il guidatore, e una ruota piccola che aveva solo funzione di equilibrio. L’uomo dell’età vittoriana pensava alla civiltà europea (con l’appendice americana) come la ruota grande del mondo che portava luce e civiltà alla ruota piccola dell’Asia e dell’Africa.

Questo velocipede mentale sopravvive oggi con segno rovesciato. L’uomo euroamericano caucasico porta sfruttamento guerra e male nel mondo, ma in questa sua funzione diabolica, da cui deve redimersi con il relativismo, si sente ancora la ruota grande, il protagonista.

Si sente traccia di questo assetto mentale anche sui mercati, tra gli economisti e anche tra i policy maker. Le borse hanno sopravvalutato la crisi degli anni 2000-2002 e hanno sottovalutato la ripresa globale iniziata in Occidente nel 2003 nei suoi primi due anni perché non hanno considerato la prepotente ripresa dell’Asia dopo il 1999. I modelli econometrici, in tutto quel periodo, continuavano a essere basati su Stati Uniti, Europa e Giappone. Il resto era come se non ci fosse.

Certo, negli ultimi anni è stato tutto un parlare di Cina, India ed emergenti, come nei salotti del Settecento era di gran moda il turchesco e la cineseria e si ascoltavano rapiti i gesuiti e gli ambasciatori che tornavano dalla Porta d’Oro o da ancora più lontano. Nell’agire concreto, però, l’autoreferenzialità, il pensarsi come la ruota grande e lo sbagliare di conseguenza i conti riaffiorano continuamente.

Intendiamoci. In dollari (e perfino in parità di potere d’acquisto) la ruota grande è ancora la nostra, anche se ogni giorno che passa il velocipede vittoriano assomiglia sempre di più a una bicicletta con le due ruote uguali. Questa però è la fotografia. La storia e l’economia si fanno però al margine. I flussi sono più importanti degli stock.

Prendiamo il petrolio e l’inflazione che genera. Poiché un americano consuma 25 barili all’anno, un europeo 15 e un cinese due, c’è l’idea che siccome noi della ruota grande cominciamo a consumare di meno e a usare l’utilitaria e non il Suv per andare a comprare le sigarette, allora è ovvio che il prezzo che sale non ha più senso e può essere spiegabile solo con gli speculatori con il cappello a cilindro che si incontrano di notte nei vicoli poco illuminati e si accordano con rapidi gesti silenziosi su quanto fare salire il greggio l’indomani.

Economisti eccellenti come Bob Barbera e David Rosenberg, che contro il consenso hanno visto giusto nel vedere grigio, continuano a ipotizzare (rinviandola continuamente) la caduta dell’ultima scarpa della crisi, ovvero il bear market delle materie prime, e su questo costruiscono uno scenario di inflazione che scende e Fed che taglia. Nel frattempo, però, il greggio continua a salire.

Ora, non c’è dubbio che il rialzo del greggio avrà interruzioni e ritracciamenti anche rilevanti, ma non va dimenticato che la diminuzione di domanda da noi è stata finora più che compensata da un aumento in Asia. La variazione di consumo di cinesi e indiani (i litri in più di benzina che usano) moltiplicati per il loro numero (gli asiatici sono il quintuplo di noi della ruota grande) sono di più dei litri in meno nostri.

L’ingrandirsi della ruota piccola, nel petrolio, non conta solo dal lato della domanda, ma anche da quello dell’offerta. Una volta l’Arabia Saudita si preoccupava, dopo le esperienze degli anni Settanta, di non eccedere con l’avidità e di aumentare la produzione per non mettere in ginocchio il suo unico cliente, l’Occidente. Oggi Arabia, Iran, Venezuela e Russia hanno due clienti, non uno. Il prezzo d’equilibrio non è più la soglia del dolore dell’Occidente mapuò salire ancora finché non raggiunge la soglia di dolore dell’Asia, che è più alta.

L’Asia è piena di dollari. Ogni giorno ne riceve un miliardo e mezzo nuovo, che si aggiunge ai due trilioni e passa (escludendo il trilione giapponese) che ha già in cassa e che non sa bene come investire o spendere. Perché non spenderne una parte accumulando riserve strategiche di greggio e un’altra parte continuando a sussidiare i consumi interni di prodotti petroliferi? Si lamenta il fatto che in Europa la benzina costa 11 dollari al gallone mentre in America ne costa solo 4, ma si dimentica che in tutta l’Asia continentale si va dai 2 ai 3 e che gli aumenti di questi mesi sono stati irrisori, tanto che i consumi continuano a crescere indisturbati.

In realtà ci dimentichiamo dell’Asia non solo sul petrolio, ma anche quando pensiamo alla strategia generale per prevenire un ritorno degli anni Settanta e dei loro orrori. Ci diciamo con tono compiaciuto che questa volta non ripeteremo l’errore monetario di quel periodo. Non adotteremo cioè una politica accomodante di fronte al petrolio che sale. Non aggiungeremo altra inflazione domestica a quella che ci tocca importare. E se occorre, accidenti, alzeremo i tassi, come farà Trichet questo giovedì.

In realtà, nella ruota piccola, i tassi li aumentano molto lentamente, per cui, almeno finora, sono saliti meno dell’inflazione. Inoltre, se anche dovesse venire meno l’accomodamento monetario, resta un imponente accomodamento fiscale sotto forma di fiscalizzazione del rialzo del greggio in tutta l’Asia continentale. In questo modo la distruzione di domanda di greggio dobbiamo prendercela tutta noi, perché in Asia che siamo a 143 dollari lo leggono sui giornali, ma non lo vedono alla pompa.
Un altro antipatico effetto rétro del petrolio è che fa esplodere i costi di trasporto delle merci, deglobalizza e riregionalizza il mondo, come era, per l’appunto, negli anni Settanta, quando la Cina viveva ancora il sonno della ragione dei postumi della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria.

Delocalizzare diventa ogni giorno meno vantaggioso non più solo per il cambio ma anche per i costi delle navi. Minore delocalizzazione uguale meno profitti o più inflazione per noi. Un altro piccolo passo verso la stagflazione. Di questi rischi crescenti è perfettamente cosciente il rapporto annuale appena uscito della Banca dei Regolamenti Internazionali. Detta così, la palpebra si fa subito pesante, ma la scrittura di Malcom Knight (che purtroppo lascia in questi giorni) è brillantissima e la lettura, che consigliamo a tutti, è avvincente.

L’anno scorso Knight aveva concluso il suo lavoro chiedendosi (senza darsi risposta) come era stato possibile avere tutti quanti tirato la corda così tanto senza spezzarla. E’ straordinario, diceva, essere cresciuti così tanto in modo così pazzamente squilibrato senza inflazione, senza crollo del dollaro, senza default su larga scala. E’ una cosa insostenibile, concludeva, siamo oltre il tempo limite da un pezzo, siamo sfacciatamente fortunati, godiamocela finché possiamo.

Quest’anno il messaggio è che quello che era insostenibile, per l’appunto, non è più stato sostenuto. Quella che si è aperta un anno fa è una fase lunga (molti anni), dolorosa, piena di incognite e con i rischi solo verso il basso. Butta lì perfino un paragone con la Grande Depressione del 1873-1896. Non esclude una caduta ulteriore del dollaro, una sistemazione faticosa e lunga della montagna di debiti che abbiamo creato, una scivolata pesante degli Stati Uniti. Teme l’inflazione, dà alla lotta per prevenirla priorità temporale rispetto alla lotta alla stagnazione. Invoca rialzi dei tassi da parte di chi può permetterselo e sicuramente, più che all’Europa, pensa all’Asia.La Bir è la banca delle banche centrali. Il rapporto è on line ma si esprime con la franchezza che può permettersi chi sa che verrà letto solo dai cultori della materia. Bernanke e Trichet devono pesare le virgole e i sospiri, Knight ci fa intravedere quello che pensano veramente.
L’estate e l’autunno macro non si preannunciano entusiasmanti. I consumi tengono, ma non trainano la produzione, che mostra in America qualche segno di prossima fragilità ulteriore. Le borse non hanno molti appigli cui aggrapparsi. Un petrolio in correzione sarebbe ossigeno puro, ma al momento si va dall’altra parte. Si studiano misure per frenare la speculazione, come la limitazione dell’open interest (possibilità di chiudere le posizioni, ma non di aprirne di nuove). Una trovata che risale agli anni Settanta (c’è una coazione a ripetere davvero notevole). I repubblicani in questi giorni hanno rallentato il solare, i democratici bloccano nucleare e Alaska. Alcuni di loro propongono la nazionalizzazione di raffinerie e società petrolifere.Uno spiraglio piccolo viene dall’Iran. Come ha sempre fatto in questi anni, quando vede che i suoi interlocutori si arrabbiano si dichiara improvvisamente disponibile e possibilista. Questa volta la pazienza europea è vicina all’esurimento e i caccia israeliani fanno le prove generali, ma proprio per questo non è da escludere che venga fuori qualcosa di buono.

Il dollaro di nuovo debole non ci piace particolarmente. Non è questione di differenziale dei tassi, ma di rischi maggiori per l’economia americana rispetto alla nostra.