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lunedì 5 settembre 2011

Il nuovo lessico del premier da regressione a grottesco tramonto


FILIPPO CECCARELI

"ALL'ERTA, all'erta, siamo nella merta" cantava Mino Maccari in un'epistola in versi al suo amico Flaiano. Erano gli anni cinquanta, a loro modo spensierati, ma quando più tardi il ministro delle Finanze Visentini si ritrovò a ripetere questa buffa filastrocca, già le condizioni finanziarie dell'Italia si erano aggravate e la constatazione di Maccari aveva acquistato realismo.

"Chi la fa, la copra" esortava del resto Amintore Fanfani negli anni sessanta. Ma anche qui, a parte l'antica arguzia di storpiare o addirittura di silenziare quella parola così evocativa, si avverte una vertigine non solo linguistica, ma anche di senso rispetto al berlusconismo fecale. Che ormai del tutto sganciato dalla sua stessa affettatissima tele-cortesia ("mi consenta") si risolve in scontato vittimismo e banale volgarità. Per cui, astutamente rifornito di scheda telefonica panamense intestata a un cittadino peruviano, il presidente del Consiglio ha confidato al suo personale consigliere per la Sicurezza Lavitola, ai pm di Napoli che l'ascoltavano in presa diretta e a milioni di cittadini e spettatori che l'Italia è un paese di ... Esatto, di quella cosa lì.

L'innominabile argomento suscita una cupa allegria, al solito rinforzata dalle giustificazioni berlusconiane del giorno dopo: "Sono cose dette a tarda sera" (in analoga circostanza di autocommiserazione intercettatoria il Cavaliere fece prezioso riferimento a una presunta "sfera onirica"). Sennonché l'irruzione nel discorso pubblico della materia organica più ripugnante, dello scarto per eccellenza, del prodotto meno trattabile del metabolismo costringe i più diligenti e spregiudicati fra gli osservatori dell'immaginario politico a immolarsi alla ricerca delle ragioni per le quali, insomma, da qualche tempo quella cosa lì stia saturando, per non dire che ha già abbastanza imbrattato, ammorbato e intasato la vita pubblica italiana non solo sul piano astratto delle parole e dei simboli, ma anche nella sua pratica e disgustosa concretezza.

E si potrà a tale proposito richiamare Freud, la regressione di un intero paese a livello anale; come pure si potrebbe continuare almanaccando attorno al realismo grottesco e carnevalesco o all'abbassamento della festa stultorum teorizzato dal grande critico russo Michail Bachtin. Ogni opinione è libera, come s'intuisce d'altra parte soffermandosi su alcuni passaggi del discorso di Bossi a Pontida: "Berlusconi si era cacato addosso"; come pure a quell'altra recentissima perla barese di Gianpi Tarantini secondo cui lo stesso presidente, al pensiero che certi altarini venissero fuori, "stava cacato nelle mutande".

E' che per restare ai fatti - e senza inoltrarsi necessariamente nel pur affollatissimo repertorio di illustri stanze da bagno che di recente hanno ospitato controversie e/o sono state filmate e anche fotografate di straforo - ecco che da una fredda indagine emerge che sterco, letame ed escrementi, tanto di origine animale che umana, sono stati segnalati: nell'ascensore del ministro delle Finanze (periodo Visco), sulle pareti degli uffici del gruppo parlamentare dell'Italia dei Valori a Palazzo Raggi, davanti al maestoso portone di Palazzo Grazioli e due anni dopo davanti al più modesto ingresso della sede del Pdl a via dell'Umiltà, ma con vaso da notte e volantino esplicativo e illustrato.

Poi, con diverse motivazioni, lo stesso odioso e rivoltante materiale che si trova nel XVIII canto dell'Inferno è comparso sotto casa del presidente della Lazio Lotito e del ministro dell'Istruzione Gelmini; quindi ha fatto inconfondibile mostra di sé sulla targa della segreteria di De Magistris a Catanzaro; e infine nei primi giorni della crisi finanziaria - ma l'elenco è sicuramente manchevole - varrà la pena di menzionare l'iniziativa di una signora, Vincenza Cavalluzzi, che con il l'incoraggiamento e il patronage di Sgarbi ha messo in vendita le proprie feci con l'etichetta "Merda fallita Lehman Brothers" nei pressi della Consob.

"La politica - scolpì a suo tempo Rino Formica - è sangue e merda". L'impressione, trent'anni dopo, è che il sangue sia definitivamente e forse anche fortunatamente evaporato, mentre la deriva bassa della biopolitica e del populismo vittimistico continuano a produrre quell'altro elemento in gran quantità. E non è giusto, né tanto meno è confortante sentirselo ripetere da chi ne ha tratto il più spregevole vantaggio.

(03 settembre 2011)

mercoledì 11 maggio 2011

"Brutti, sporchi e cattivi" L'ossessione del Cavaliere


di FILIPPO CECCARELLI

DUNQUE, e oltretutto: il nemico puzza. Perché è sporco e si lava poco. Nel luglio di due anni fa un telefonino rubò le immagini e il sonoro di una festa leghista in cui l'onorevole Salvini un po' brillo si abbandonava al canto di una graziosa canzonetta. Il motivetto dell'attuale candidato a vicesindaco di Milano era piuttosto in voga tra le tifoserie delle squadre del Nord: "Senti che puzza, scappano anche i cani:/ sono arrivati i napoletani!/ Colerosi e terremotati,/ con il sapone non si sono mai lavati".
Bene, nel discorso di Crotone il presidente Berlusconi ha fatto suo il
prezioso argomento di Salvini e con allegra ferocia, come al solito, dal terreno etnico-calcistico l'ha rilanciato su quello post-ideologico all'insegna di un igienismo ad uso biopolitico e contundente.

Quelli di sinistra, appunto, ammorbano l'aria per difetto di pulizia. In modo totalitario e definitivo arriva in tal modo a configurarsi la delegittimazione dell'avversario in queste elezioni. Lui invece si addormenta con una mentina in bocca per rispetto del partner, come ha ritenuto di testimoniare mesi orsono a un rotocalco una sua amica attrice. I sensi, l'olfatto, la sporcizia personale arbitrariamente attribuita agli uomini di sinistra - le donne sono brutte - sostituiscono quindi le vecchie accuse e le antiche passioni nel quadro di quello che vorrebbe manifestarsi come un estremo conflitto di civiltà.

E si resta sempre un po' incerti dinanzi al compito di collocare, magari anche sforzandosi di interpretare questo genere di sotto-prodotti da comizio nell'era della turbo-semplificazione. Se dargli peso e in che maniera, con quali limiti. Venti anni fa si sarebbe trattato di faccende trascurabili; si scherzava sui capelli lunghi e unti di De Michelis, "e più me lo dicono - rispondeva lui - meno me li taglio" (c'è pure un film in cui Alberto Sordi ripete la battuta). Una volta, era il 1992, Montanelli rispose a un lettore lasciando capire che Bossi aveva un rapporto piuttosto disturbato con la doccia. Ma insomma, bazzecole. E il Senatùr aveva la fama del barbaro.

A dirla tutta, Berlusconi non sembra un tipo da puzza sotto il naso. Ma in realtà proprio sull'odorato il personaggio sconta un che di ossessivo, una ricerca di perfezione soprannaturale, si direbbe, riverberatasi col tempo in un capriccio di distinzione sovrana. L'idiosincrasia per l'aglio, ingrediente essenziale nella cucina italiana, anche se ormai del tutto abolito nei menu ufficiali; lo spiccatissimo potere, cantato da Dell'Utri e altri cortigiani, che il Cavaliere possiede di percepirlo a distanza, come un vampiro; e poi quel fantastico precedente d'aula che lo vide vittima della "fiatella" di qualche suo finora ignoto onorevole, col risultato che il giorno dopo l'intero gruppo parlamentare berlusconiano si ritrovò nella cassetta delle lettere un flaconcino per l'alito accompagnato da una garbata, ma ferma lettera in cui si raccomandava di usare lo spray "al fine di rendere sempre piacevoli gli incontri ravvicinati tra lei e il presidente di Forza Italia, onorevole Silvio Berlusconi, nonché dei suoi elettori".

Anche dopo la polemica sulla scuola quadri delle Veline, d'altra parte, nell'aprile del 2009, il Cavaliere espresse il suo sdegno accusando chi gli stava dando addosso di aver mandato in Parlamento persone "malvestite e maleodoranti", le suddette ragazze essendo state scelte in quanto implicitamente ben vestite e meglio profumate.
Ma qui, sia pure con filo di sgomento, è doveroso smentire il Cavaliere, o forse non proprio smentirlo, ma aggiustare le cose. Perché negli atti giudiziari del caso Ruby, a proposito delle cene "eleganti", si capisce che così tanto eleganti non dovevano essere se il padrone di casa una volta rimproverò una sua ospite di aver mangiato cipolle e un'altra volta, recidivo nella scortesia, invitò addirittura una delle ragazze ad andare in bagno per lavarsi le ascelle che "emanavano - si legge in atti - un cattivo odore". Come dire, al grado zero della politica, che si era portato i suoi avversari di sinistra nella sala del bunga bunga.

(11 maggio 2011)

venerdì 15 aprile 2011

Il bacio del dio Priapo l'ultimo rito delle notti di Arcore


di FILIPPO CECCARELLI

E INSOMMA, per farla breve: è tornato Priapo. Ma sul serio, e dalle risultanze giudiziarie si capisce che è tornato sulla cresta dell'onda di un neopaganesimo che monsignor Fisichella durerà fatica a contestualizzare. E' tornato dalle parti di villa San Martino, l'inconfondibile dio, in forma di statuetta a riscaldare l'atmosfera per il bunga bunga. Una giovanissima ha raccontato ai Pm che durante le simpatiche seratine di Arcore, appena dopo la solita scarica di barzellette sconce, il presidente del Consiglio dei ministri si faceva portare - purtroppo non è detto da chi - un involucro della grandezza di una bottiglia d'acqua da mezzo litro e, oplà, sorpresa, meraviglia, tintinnio di risate olgettine, ecco che dall'arcano tabernacolo è spuntata fuori una statuetta di un "omino con il pene grosso" l'ha definito la ragazza. Di più: "Un pene visibilmente sproporzionato".

E insomma, non ci sono dubbi: è lui, e quel coso lì nella mitologia ellenico arcaica, non ancora arcoriana, è detto "itifallo"; e il suo legittimo proprietario, un vecchio basso e tarchiato la cui incerta genealogia oscilla fra Dioniso, Pan e una mezza dozzina di divinità prosperate nella notte dei tempi con i significativi patronimici tipo "l'Eretto" o "Colui che colpisce", ecco, non può essere che Priapo, il dio che passò il tempo a corrompere le donne della città di Lampsaco insegnando loro ogni sorta di turpitudine, ma che gli antichi finirono per riconoscere come custode delle vigne e dei giardini, a volte ridotto al rango di spaventapasseri, ma soprattutto dispensatore di fertilità nonché protettore di quella particolare forma di malocchio che punta a debilitare la virilità a colpi di invecchiamento, impotenza, cilecche.

Il trasloco di questo specialissimo culto dall'Ellesponto alla Brianza berlusconiana trova nei verbali della Procura una descrizione adeguatamente vivida. Nel senso che a un dato momento il Cavaliere consegnava l'idoletto nelle mani delle sue graziose ospiti che se lo passavano l'un l'altra dopo averne baciato la macroscopica protuberanza. Sembra che alcune, per non lasciare nulla d'intentato, se lo strusciassero anche sulle sise - e a questo punto un giornalista politico, pure avvezzo agli scialbi rituali della Prima e della Seconda Repubblica, si sentirebbe anche un po' in imbarazzo a proseguire nella sua linea interpretativa, oltretutto necessariamente guardona. Sennonché, con l'insperato soccorso del Dizionario dell'erotismo di Ernest Borneman (Rizzoli, 1984) si intuisce che tale cerimonia è assimilabile a una "falloforia", o se si vuole a una "fallogogia", comunque una sorta di processione augurale, nondimeno scherzosa considerato l'oggetto portato in giro per celebrare la forza generatrice della natura. E vabbè.

Resta da aggiungere che Emilio Fede nega di aver visto statuette falliche, "e comunque - ha specificato - non sarebbe reato". Certo che no. Ma intanto è sorprendente la facilità con cui da qualche tempo la vita pubblica va a sbattere sulla mitologia e i suoi derivati. C'è questo anziano presidente le cui voglie incessanti hanno fatto richiamare creature come quelle dei satiri. Ci sono queste giovanissime ragazze da cui egli "è preso", come dicono al telefono le ninfe della Dimora Olgettina. L'ex scenografo del craxismo, Filippo Panseca, ha dedicato un intero ciclo pittorico agli amori, per così dire, e alle incessanti mitologie orgiastiche berlusconiane. Rispetto alle quali di recente Famiglia cristiana ha evocato addirittura la Nemesi, anch'essa una divinità, figlia della Notte e adeguatamente dotata di spada per ristabilire l'equilibrio sbomballato dall'arroganza e dagli eccessi dei mortali.

Il problema odierno, semmai, è che questi ultimi vengono addirittura rivendicati e incoraggiati dal potere. Come dimostra, pure qui con cospicui agganci mitici, il simbolico dono di un toro, sia pure Swaroski, da parte dei maggiorenti del Pdl lombardo al Cavaliere con annesso attestato di efficacia genitale ("due palle così"), al quale il premier ha reagito con maestoso autocompiacimento: "Mi pare un paragone appropriato". Come pure il restauro del blocco scultoreo di Venere e Marte in prestito a Palazzo Chigi, che Berlusconi ha personalmente ordinato impegnando i migliori restauratori a ricostruire il pisello del dio guerriero per la non modica spesa di 70 mila euri. Chissà cosa ne avrebbe scritto Carlo Emilio Gadda che in Eros e Priapo demolì dalle fondamenta il mussolinismo dimostrando la terribile pericolosità di certe smaniose follie. E a rileggerlo davvero sembra che parli di oggi, "il Gran Tauro", appunto, "la Fava Unica", "il Cetriolo Immagine", "la fulgurata protuberanza di chella sua proboscide fallica e grifomorfa in dimensione suina". L'idoletto del bunga bunga che mette una mano in tasca e recita l'anagramma del suo nome: Silvio Berlusconi, "l'unico boss virile".

(15 aprile 2011)

sabato 9 aprile 2011

Battute, barzellette hard e bunga bunga Ma su Silvio scende il gelo della platea


di FILIPPO CECCARELLI

Ancora una volta ieri mattina il demone del raccontatore di barzellette si è impossessato del presidente del Consiglio; e quindi, fattolo cadere debitamente in trance, ha costretto il Cavaliere a offrire a una platea di laureati uno vero spettacolo di possessione istrionica a base di "storielle", come dice lui.

"Ce ne dica una, ce ne dica una" l'aveva in verità implorato una specie di mellifluo presentatore, a nome
Andrea Rocchi, rimasto poi vittima dell'invasamento teatrale e istituzionale per via della giacca sbottonata, della brutta cravatta, delle scarpe incautamente marroni e soprattutto della barba - un pretenzioso pizzetto nel caso del povero Rocchi - che il presidente Berlusconi ha senz'altro e più in generale scoraggiato giacché "induce diffidenza", dando l'impressione in chi la porta di voler "nascondere qualche malformazione".

Dell'estetica pedagogica del Cavaliere, d'altra parte, ha fatto pure le spese qualche minuto dopo un innocente superlaureato senza troppi capelli sul capo. Con una formula che il demone giullaresco ritiene evidentemente spiritosa e garbata, il premier si è rivolto a lui coram populo assicurando che gli avrebbe dato "l'indirizzo del mio medico" in modo da ottenere "una chioma decente", eccetera.

E comunque, tornando alle barzellette: "Ce ne dica una, ce ne dica una". E allora Berlusconi gliene ha sciroppate tre e mezza, almeno, sia pure con gradimenti alterni e controverso favore. Quella del Magnifico Rettore che casca in bagno. Poi quella dei denti gialli e della cravatta marrone. Quindi, sempre lodandosi, ha sbrodolato sull'utilità di avere sempre la battuta pronta, quella "che ti viene da dentro"; e ha reso noto con naturale compiacimento di conoscere "certamente più di duemila storielle".

Ma non era ancora finita, perché dopo aver sceneggiato con la complicità degli astanti un episodio di vita vissuta, l'apologo della stretta di mano allo storpio, sempre in nome dell'auto-privacy il Cavaliere, o il suo tirannico daimon, in ogni caso si è fatto vanto di facezie e spiritosaggini raccontate addirittura prima di un'operazione, "facendo sbellicare l'intera sala operatoria".

C'è da dire che mentre tutto questo andava in scena a Palazzo Chigi, il ministro per la gioventù Meloni, che qualche tempo fa in un congresso aveva promesso con Filippo Tommaso Marinetti "di scagliare la sua sfida alle stelle", se ne stava in piedi, con le mani in grembo, ad ammirare con diletto un po' fantozziano questo potere che nella risata terra-terra, e non negli astri, cercava il suo compimento.

Che l'abbia poi trovato, e cioè che ieri le barzellette di Berlusconi abbiano fatto ridere, è già meno facile a dirsi. Così come d'altra parte rimane misterioso il significato profondo di questa sua continua discesa negli inferi della comicità; né ancora si capisce dove può portare questo interminabile carnevale, questo rincorrere la materia bassa e ridanciana, questa sghignazzante malia che spinge il comando verso l'osceno.

Sta di fatto che il clou del matinée berlusconiano, ovverosia la barzelletta del tedesco invitato da un italiano a versare dello champagne sui genitali di "una bella signora", e lì "suggere" e così via, è suonata neanche troppo divertente all'uditorio dei super-laureati. Forse perché purgata, come poi l'indefesso raccontatore si è sentito in dovere di spiegare una volta resosi conto del flop - ma a quel punto aggravando la situazione, che diventava gelida.

Chi abbia letto "Il re che ride" (Marsilio, 2010), la penetrante e terribile esegesi che lo scrittore Simone Barillari ha compiuto delle storielle del Cavaliere, si è fatto l'idea del perché, tra le duemila del suo repertorio, il presidente del Consiglio ha scelto proprio quella del tedesco scemo: c'entra la crisi diplomatica con la Germania. Oltre che strumento di captatio benevolentiae e risorsa per riscaldare il clima, lo storytelling a sfondo umoristico consente infatti a Berlusconi di far passare una verità senza doversene assumere le conseguenze.

Sulla stessa linea, premiando due ragazze bionde, ha detto che gli veniva "la voglia" di invitarle al bunga bunga. E pure un ragazzo che si era candidato è stato ammesso in quanto "abbastanza carino". Il modulo del buttarla a ridere è ormai consolidato, il premier si dice pronto ad accogliere tutti al bunga bunga, dai cristiano sociali all'inno di Scilipoti. Di norma la platea ride - senza sapere che dalle risultanze giudiziarie emerge al massimo la partecipazione di un cagnolino chihuahua a quelle serate. Il tutto infine si è svolto a Palazzo Chigi avendo come fondale le due statue romane di Venere e Marte. A quest'ultimo - e non è una barzelletta, ma fa ridere lo stesso - Berlusconi ha fatto ricostruire e riattaccare con uno specialissimo magnete il pisello. Operazione costata - e questo non fa ridere - 70 mila euri. Sembra anche che il Cavaliere non fosse del tutto soddisfatto per le ridotte dimensioni - e qui la risata è facoltativa.

(09 aprile 2011)

sabato 12 marzo 2011

E mostrando la prova della bilancia Silvio ritorna ai trucchi del piazzista


LA CHIAMANO ancora conferenza stampa, ma è qualcosa di più e un po´ anche di peggio. Così anche ieri, fra il cerottone e le bilancette, nella sala stampa di Palazzo Chigi l´agenda riformatrice del quarto governo Berlusconi si è concessa uno spettacolino d´inedita creatività, e dimostrativa.

È andato in scena, il muto siparietto, quando il presidente del Consiglio, ha estratto a sorpresa da una delle sue cartelline il disegno di due bilance e con studiata lentezza, a beneficio delle telecamere, con la faccia seria e quasi per metà occupata dall'immensa benda adesiva, ha mostrato questo assai semplice bozzetto agli italiani. Ad assoluta e definitiva riprova della bontà del suo provvedimento sulla giustizia, oggi senz'altro - come da illustrazione - sbilanciata.

Il Guardasigilli Alfano, che al suo fianco svolgeva la parte del giovane promettente, perché disponibile e assennato, ha accolto con un segno del capo il numero dell'arzillo presidente. La condizione permanente dell'allievo prevede infatti un caloroso, ma discreto assenso rispetto a una delle più celebrate massime berlusconiane, sul cui cinismo non si starà qui a disputare essendo abbastanza compatibile con i "normali" codici del potere. E comunque: "Ricordatevi - il Cavaliere dixit ai suoi seguaci - che il pubblico medio che vi ascolta in tv ha fatto la seconda media, e magari neanche al primo banco".

L'ammaestramento ha tutta l'aria di risalire all'eroico periodo della vendita: prima di immobili e poi di pubblicità; ma in quella forma letterale Berlusconi lo recò in dote ad alcuni candidati di Forza Italia nella primavera del 2002. Ogni stagione e ogni governo hanno in effetti i loro sussidi visivi e persuasivi, comunque destinati a convincere quel non proprio stimatissimo pubblico.

Giusto allora il presidente del Consiglio andava girando per l'Italia e appena possibile tirava fuori un
enorme foglio, un lenzuolone su cui erano appuntati tutti i provvedimenti del governo e il loro stato di realizzazione. Erano così tanti, diceva il messaggio, da meritarsi un'estensione, una prolunga. In questo mondo di segni rudimentali da trasmettere a un popolo divenuto piuttosto credulone Porta a porta non si tira mai indietro. Così, nel maggio di quello stesso 2002, Berlusconi non solo si presentò con il suo bel lenzuolone, ma in un accesso di gigioneria applicata lo appese anche alla penna che Vespa, un altro maestro di effetti speciali del potere, gli aveva fatto trovare sulla scrivania di ciliegio su cui un anno prima il candidato premier del centrodestra aveva firmato il suo Contratto con gli italiani.

Vennero poi altri accessori e ingegni di scena:
lavagnette, schermi, tabelloni, cartine geografiche, lucidi, diapositive, tutto quanto serviva a celebrare opere mai compiute, ma simulate; come dire, nel linguaggio del potere, date per fatte: ecco la nuova Salerno-Reggio Calabria, ecco il ponte di Messina e così sia.
Sotto gli occhi degli Alfani di turno, nel corso degli anni il presidente Berlusconi ha platealmente stracciato programmi degli avversari, impugnato simboliche ramazze per sgominare l'immondizia napoletana (disposta a piazza San Giacomo da addetti della Protezione civile per il pianificato show!), mentre agli intimi ha anche promesso visioni di lividi e graffi che attestavano, sotto gli indumenti, la voglia che le folle hanno di abbracciarlo, di toccarlo, fino a fargli male.

L'ostensione delle bilancette, da questo punto di vista, appare un escamotage assai meno rischioso, ma certo ha il merito di ripristinare uno scenario narrativo che si era perso. Sì, gente, forza, credetemi, la mia riforma è perfetta, come vedete con i vostri occhi. E di nuovo lo spettacolo s'incrocia con il mestiere dell'imbonitore e quest'ultimo evoca una panacea. E così, dopo essersi frantumato nelle farmacie, tra i banchi del mercato e sui palcoscenici ritorna alla luce l'antico mestiere del ciarlatano. Il carrozzone prevede cerotti, unguenti, elisir, improbabili successori, simboli in liquidazione e tanta felicità per tutti.

(11 marzo 2011)

giovedì 17 febbraio 2011

Le escort di Silvio, la nemesi di Rosy così ogni festino diventa un punto per lei


di FILIPPO CECCARELLI

"NELLE mie preghiere - confessò Rosy Bindi nel dicembre del 2009 - mi ricordo di tutti, anche di Berlusconi". Ora, a quest'ultimo la faccenda delle orazioni bindiane potrà anche risultare irrilevante. Ma da esperto e sensibile uomo di comunicazione e d'immaginario, l'idea (non del tutto pagana) di ritrovarsi vittima di una nemesi al femminile comincia probabilmente ad agitare i sonni, e magari anche le veglie. Non si discute qui delle tante qualità della Bindi, come dei suoi punti deboli, che pure ovviamente ci sono. E' che la più celebre immagine della Nemesi, quella del pittore romantico Alfred Rethel, raffigura una donna austera, anche nell'abbigliamento, che nella mano destra ha una spada, il che già dice molto, e nell'altra una clessidra. Figlia della Notte, e a lungo perseguitata dalle smanie sessuali di Zeus, Nemesi ha pure un bel paio di ali - e qui si notifica al Cavaliere che la vera debolezza, la grande trasgressione di Rosy è in effetti la velocità, correndo ella come una pazza ieri alla guida di una Bmw e ora di una potente Audi.

Ma è la clessidra, come dire il Tempo, ciò che più dovrebbe preoccupare Berlusconi. Nel senso che non c'è bugia, non c'è rivelazione, non c'è eccesso testimoniato o de relato, non c'è foto o filmato, non c'è festa o festino, escort o stellina, risorsa bio-meccanica o chimico aiutino, calata di mutande o tirata di cocaina, ecco, non c'è oggi nulla di cui si parla ormai da un paio d'anni nell'Italia degradata dagli scandali sessuali che non giochi a favore di Rosy Bindi e di una sua plausibile candidatura, e forse anche di una sua possibile vittoria.

In altre parole, è il marketing delle circostanze imprevedibili che spinge proprio lei: per come è fatta, e un po' anche per come da anni l'ha vissuta Berlusconi, coram populo, cioè nei talk-show in televisione, nei video più o meno amatoriali che girano su internet, perfino nelle storielle che il Cavaliere racconta a tutto spiano - ed essendo partiti con le preghiere, varrà giusto la pena di ricordare che era Rosy Bindi il motore narrativo della barzelletta blasfema. Una donna, anzi "una dama" disse lui, così brutta da spaventare il cavaliere e addirittura costringerlo a invocare il nome di Dio invano. Ma non invano, mesi prima, la Bindi aveva fieramente replicato a una battutaccia telefonica berlusconiana nel bel mezzo di Porta a porta: "Presidente - rispose a testa alta, col viso rosso e guardando fisso in camera - presidente, io non sono una donna a sua disposizione". Ci fecero anche le magliette, con questa frase. Sobrie, grigiastre, come la tonaca di Nemesi. Era l'ottobre del 2009; il mese dopo venne eletta presidente del Pd e al momento della proclamazione ebbe più applausi del segretario uscito vincente dalle primarie.

Poi quasi all'istante, per la verità, Rosy Bindi si ritrovò impicciata nei grovigli statutari del partito, a forzarli e/o a rappezzarli secondo i più enigmatici criteri d'inconcludenza, secondo le abitudini della casa. E tuttavia, il fatto che l'altro giorno l'abbia indicata un esterno come
Nichi Vendola, con l'augurale benedizione di Prodi, reca alla sua figura il valore aggiunto di scavalcare le sconclusionatissime liturgie oligarchiche del Pd (vedi la freddezza di aspiranti, dignitari e notabili).
Ma soprattutto: in un paese inzaccherato, corrotto e screditato dal bunga bunga si comincia ad avvertire la necessità di modelli culturali e antropologici tali da riequilibrare l'andazzo. (Anche di questa potenziale controspinta, con i suoi possibili eccessi "talebani", si potrà essere grati al Cavaliere e alle sue frenesie!). A un'azione corrisponde una reazione, sono le leggi della fisica. E così, disvelatosi il premier vecchio maschio sporcaccione, un personaggio da Bagaglino (ipsa dixit), ecco che sull'orizzonte di chi vuole levarselo di torno comincia a farsi sentire l'esigenza di una donna. Il passo successivo è: una donna, e cattolica.

Le tecniche del mercato politico funzionano in effetti anche alla rovescia: e quindi la Bindi viene dalla provincia e dall'Azione Cattolica, ha visto morire il suo maestro nel sangue degli anni di piombo, è vergine, è burbera, perde la pazienza, va a messa, non si è rifatta, non le piacciono i soldi, rifiuta bacetti e tele-smancerie, in vacanza si mette gli scarponi da montagna. Con qualche speranzoso azzardo, la si potrebbe immaginare con una spada e una clessidra in mano. Ma l'idea che preghi per tutti, e quindi anche per Berlusconi, con i tempi che corrono è ancora più consolante.

(17 febbraio 2011)

domenica 6 febbraio 2011

E Silvio riabbraccia Storace "Epurator"


di FILIPPO CECCARELLI

Ai tempi della Prima Repubblica poteva capitare che il Movimento sociale italiano tornasse utile al potere in termini di voti, mezze alleanze, persone divenute scomode da sistemare in Parlamento.

A perenne monito ed esecrazione di tale andazzo, dai ranghi stessi della fiamma si usava un'immagine invero un po' forte, oltre che legata a un'utensileria ormai fortunatamente scomparsa, anche per ragioni igieniche, per cui in quel modo lì il Movimento sociale italiano finiva per essere "la sputacchiera della Dc".

A tanti anni di distanza, in un paesaggio politico dominato dai segni del consumo e dalle suggestioni della pubblicità, l'ennesimo e retrattile riconoscimento del presidente Berlusconi alla Destra di
Francesco Storace fa sì che quest'ultima rischi di configurarsi come "il partito kleenex" del Cavaliere, un classico dell'usa e getta, sia pure addolcito da sfondi azzurrini e dalle morbidezze che stanno a cuore agli inserzionisti, giacché tali fazzolettini di carta, come rende noto lo slogan, "ti accompagnano in ogni occasione e di prendono cura di te".

Tutto insomma cambia per restare uguale a se stesso. Se poi si considera che tra le motivazioni a suo tempo addotte dalla
Daniela Santanché per la nascita della Destra c'era l'urgenza di un partito "con la bava alla bocca", ecco, senza ulteriormente indugiare sulla merceologia, tantomeno sulla fisiologia, si comprenderà come alla soffice leggerezza del kleenex si ispiri la concessione di un sottosegretario, nella persona del pur degno Musumeci, in vista di un non meglio identificato, ma forse imminente rimpastino.

E a questo punto la questione non è quanto la Destra ancora incarni di residuale fascismo, nostalgia, estremismo. Né quanto conteranno nelle scelte di governo le posizioni del vero erede del Msi sui campi rom o sulle trame della lobby ebraica. Si tratta di roba anche imbarazzante, certo, ma senza sottovalutarla tocca pure registrare bizzarria per cui quelli che si propongono come i più intransigenti difensori dei sacri valori della tradizione, della Cristianità e della famiglia vengono ammessi al governo in mirabile sincronia con il bunga bunga.

Il punto, come spesso si dice, è politico e verte sul fatto che sia per i fascistoni che per Berlusconi oggi tutto davvero fa brodo. Ma proprio in questo senso il mistero è come Storace, che pure è un tipo sveglio, ancora si possa fidare di un'alleanza che il Cavaliere ha stretto e poi gettato nel cestino almeno due o tre volte.
Sembra ieri - in realtà era l'autunno del 2007 - quando in precoce funzione anti-Fini il Cavaliere andò ad assistere alla nascita della Destra. Proclamò: "Il mio cuore vibra con voi". Si coprì la faccia per non far vedere che rideva quando Storace fece una battutaccia su Fini a Gerusalemme e il fascismo male assoluto. E applaudì anche quando sul palco i dirigenti improvvisarono una torcia dando fuoco a un giornale attorcigliato. Li fece sfogare, si prese alcuni saluti romani, gli diede in prestito la Santanché, li invitò un paio di volte a Palazzo Grazioli e poi sul più bello, cioè alle elezioni, come prevedibile e previsto, li scaricò e vinse da solo. Quelli giustamente ci rimasero male: tradimento. "La prossima volta - disse Storace - sarà mia cura passare prima in un negozio di elettrodomestici e comprare un registratore. Così resterà traccia di ciò che promette".

Eh, bastasse un registratore! Nell'autunno del 2008 la Santanché, che pure per tutta la campagna elettorale aveva graziosamente rivendicato di non essersi concessa al Cavaliere, abbandonò "la destrina" dell'estremismo e della nostalgia per tornarsene veloce veloce alla casa del Papi. Disse allora Storace: "Fino alle elezioni ci ha insegnato come si odia Berlusconi, dal giorno dopo le elezioni ci ha insegnato come si venera Berlusconi".
C'era un metodo, in realtà, in quella specie di pedagogia a corrente alternata. O meglio: il dispositivo alla base del kleenex entrava nella sua operatività a seconda dei rapporti tra il Cavaliere e Fini. Se le cose tra loro bene o male marciavano, Storace era inutile, e infatti alle Europee del 2009 nessuno si fece scrupolo di alzare la soglia uccidendo i partitini come quello della fiaccola; così come alle amministrative dell'anno seguente nei listini del Pdl si trovò posto per la segretaria di Scajola o per la Minetti, ma non per qualche volonteroso militante della Destra.

Ma da quando il rapporto con Fini si è spezzato, e proprio sulla casa di Montecarlo, a proposito della quale Storace e i suoi avevano fatto il diavolo a quattro, ecco che Berlusconi riscopre l'alleato e gli regala pure uno strapuntino. O almeno: promette. L'onorevole Musumeci intanto fa gli scongiuri per paura di mancare il traguardo. Le passioni del resto passano. Controlli di coerenza non se ne fanno più. E se da sempre il potere vive anche di scarti, il salviettino è soffice e in un trionfo di allegria promozionale "libera le tue emozioni".

(06 febbraio 2011)

mercoledì 19 gennaio 2011

Da Papi a "amò" la neolingua di Arcore


di FILIPPO CECCARELLI

"Tesorino", "un bacino", "un attimino", "troia", "zoccola", "puttana": e allora vai con il "bungalese", ovvero con la lingua del bunga bunga e del mondo che gira intorno ai festini di Arcore, altrimenti detti wild parties dalla diplomazia americana. Che poi in realtà sono selvaggi per quello che s'intravede in termini di logistica, di reclutamento delle ospiti, di intrighi preventivi e di recrudescenze cortigiane.

Meno selvaggi appaiono per quanto accade nella nuda articolazione, e cerimoniale, del dopocena e un po' anche dei crudi risvegli delle prescelte a villa San Martino.

Al centro di questo linguaggio quasi teologico c'è ovviamente "Lui", come lo invocano senza pronunciarne il santo nome; "Lui, il grande" dice una delle organizzatrici; "Lui, Gesù" esclama Ruby. E per annunciare che in villa ci sarà festa, che l'adorazione è vicina, basterà dire: "Vuole che noi coloradine andiamo a fargli vedere uno stacchetto". Là dove le iniziatiche ballerine di fila del programma Mediaset "Colorado cafè" si produrranno per Lui in quell'accenno di danza velinesca assai in voga sul piccolo schermo.

Il bungalese è una koinè equivoca figlia di questo tempo abbastanza sciagurato. Tiene insieme e reca in dote al paziente lettore delle 389 pagine una miriade di infantilismi e giovanilismi debitamente contaminati dalla cultura televisiva e dal cinepanettone. Quando Fede e Mora brigano sulla lista delle ospiti, per non farsi capire, le appellano: "programmi", "quei due programmi sono spaventosi, ma chi li ha portati?".

Le giovani donne tra loro si chiamano "amore", spesso abbreviato in "amo" e "amo'"; dicono "hey!", "uau", "okkey", "punto", "raga" (esortativo per "ragazzi/e"), "al top", "della serie" e soprattutto dicono "ti adoro" - anche quando si capisce benissimo che non adorano che se stesse. Tutto suona sempre enfatico. Alla più semplice delle domande - come stai? - la risposta è spesso estrema: "Sto da dio" o "Sto alla canna del gas". Lele ha l'"attimino" facile, e anche il vanzinianissimo "qualcosina". Fede è espressivo come nel suo tg, solo che tira continuamente in ballo la Madonna. Ruby, che pure ha l'attenuante di essere straniera, dice spesso "situazione"; mentre la Minetti si distingue per un orrido impasto anglo-milanese: "Ti volevo un attimo briffare perché ne vedrai di ogni". "Briffare" da breafing, cioè tenere una riunione preparatoria in vista di ciò che altre comunque definiscono "un puttanaio" o anche "il degenero più totale".

Inutile spingersi su un terreno sociologico. Ci si limita a osservare che tutti sono parecchio volgari. E se il linguaggio è lo specchio dell'anima, varrà la pena di annotare la seguente perla riguardo ad alcune colleghe di festino: "Una massa di deficienti che ballano come delle mongoloidi". Ma prima ancora gli uomini e le donne del bunga bunga si esprimono in modo spaventosamente primario: "Fare sesso", "dare denaro", "finché ci sta lui io mangio - dice Ruby - se lui se ne va che cazzo mangio più?". Di una dice Fede che "ha messo le mani sul tesoro"; di altre due che "si intrufolano" e "stanno sgraffignando tutto". Una poveraccia al corto di quattrini si sfoga: "Ho bisogno di benzina, cazzo". Un'altra, dal villaggio berlusconiano dell'Olgettina: "Amo', non ho i soldi da fare la spesa, che palle". Anche il cane, a nome "Fiocco di neve", "non mangia da due giorni: cazzo che vita, anziché fare le signore qua facciamo la fame, io non lo so...".

Neanche troppo recondito emerge il lessico della prostituzione: "le marchette", "il regalino", "il regalone", mai parlare di soldi, "le ha dato quattro rose", oppure "nine flowers". Non si immaginano le invidie, le gelosie, le trame, i sussurri crudeli durante le feste e poi dopo le nomination: quella s'è sentita male; quell'altra, "la principessa sul pisello", ha osato chiedere all'onorevolessa: "Per disfare il bagaglio e sistemarmi la biancheria ci pensi tu?". Fede e Lele scuotono la testa: "Roba da pazzi".

Al centro di ogni pensiero c'è Lui, specie di Re Lear con la plastica facciale. Il suo cuore. "E' stanco, difficile tirarlo su", "è pimpante", oppure "di cattivo umore", "Voleva andare a dormire, ma l'hanno trascinato in piscina", "l'ho visto un po' out", "ingrassato, è diventato pure brutto, sta più di là che di qua". "Lui ti cambia la vita", "deve solo sganciare", "si è intenerito della bambina", "dovrebbero ringraziare dove passa", "mi sono rotta il cazzo di stargli dietro", "sta male, si è dimenticato di noi". La miss, che è infermiera, si presenterà con il camice e sotto nulla a parte le autoreggenti bianche. "Sai come si diverte lui - dice Lele - per una cosa del genere".

(19 gennaio 2011)

mercoledì 5 gennaio 2011

La gastronomia politica nuovo simbolo della liturgia padana


FILIPPO CECCARELLI

Dalla cena del lunedì di Arcore alla cena degli ossi di Calalzo la gastronomia del potere conviviale segnala uno spostamento che nessuna autorevole smentita riesce francamente a neutralizzare.
L'asse del Nord si ritrova platealmente a tavola per l'ormai tradizionale "magnada" all'hotel Ferrovia. Da queste parti il 18 agosto del 2008 il ministro Calderoli recò in dono al super collega dell'Economia la bozza del decreto sul federalismo fiscale. Quel giorno si festeggiava il compleanno di Giulio Tremonti e la privatizzazione della politica compiva un bel balzo verso l'intimità legislativa al sapor di polenta. Quindi in Cadore arrivò anche Bossi, terzo commensale istituzionale, e a illustrare l'atmosfera del dopo-pasto resta agli atti una gioiosa foto che a suo modo conferma un'intuizione di Brunetta: "Per carità, anche Tremonti è umano". Si vedono infatti Calderoli e il Senatùr che all'unisono tirano le orecchie al titolare del Tesoro, immortalato nella più conveniente espressione del genere buon viso a cattivo gioco.

Niente scandalo, comunque, e niente paura. L'odierna vita pubblica vive anche di euforie, goliardie, regressioni e segni di vario folclore che la "sinistra al tartufo", come dice Tremonti, e il progressismo "a cinque stelle categoria Luxuria", tende a sottovalutare, quando non le disprezza. E comunque: dopo la polenta e la tirata d'orecchio, varrà la pena di sottolineare che Bossi ha suggerito un'escursione turistica per raggiungere, sempre in zona, una reliquia, cioè un pezzetto della tonaca del beato Marco D'Aviano, il frate che nel 1683 contribuì a fermare l'invasione ottomana; e a proposito del quale ai telespettatori e ai contribuenti italiani verrà prossimamente inflitto un colossal cinematografico non proprio amichevole nei riguardi dell'Islam.

Insomma, il Nord si dà da fare su vari piani. Ma almeno sul piano dell'amicizia personale, ma anche dello stile e ancora di più dei riti e dei simboli, che oggi prevalgono sulle idee e i progetti, non si può certo dire che fra Tremonti e i padani ci siano più molte differenze. Su questo aspetto il presidente Berlusconi starà certo facendo le sue valutazioni. Così come non gli sarà sfuggito che nell'estate 2003, per disegnare l'impianto della devolution, i quattro saggi del centrodestra (Calderoli, Pastore, Nania e D'Onofrio) scelsero l'auto-segregazione in una scomoda baita di Lorenzago dove il Cavaliere non avrebbe mai messo piede.
Una specie di pensione di montagna con tanto di infissi d'alluminio anodizzato, che pure solleticarono la verve anti-snob di Tremonti, che in realtà ha una bellissima casa sul cui frontale sembra che campeggi addirittura lo stemma di famiglia: tre monti e due alberi. In quell'occasione fu sottolineato che la cittadina aveva ospitato le vacanze di Giovanni Paolo II, ma con la significativa omissione che nel vicino lago qualche anno prima aveva trovato la morte per annegamento il fratello prete del ministro Tony Bisaglia - e dire che proprio il primo e assai bravo biografo di Bossi, Daniele Vimercati, aveva ricostruito la vicenda in un libro: Gli affogati, Baldini&Castaldi, 1992.

Lungi l'idea di attribuire pregresse complicità dell'Asse del Nord nella triste e misteriosa fine di don Bisaglia. E tuttavia, per tornare agli inevitabili timori di Berlusconi, si avverte qualcosa di denso e insieme di inespresso nel rapporto che ormai da un decennio va stringendosi tra il mondo della Lega e il ministro dell'Economia. Una sensibilità che va oltre le convenzioni e le contingenze della politica, un nodo o forse un groviglio che in ogni caso tiene insieme l'invenzione della tradizione tipica di Bossi(la Padania, l'ampolla, la ruota solare) con la scoperta dei Sacri Valori di Dio Patria e Famiglia da parte di un ex laico e perfino radicaleggiante come Tremonti.

Gli sviluppi di questo genere di faccende sono, come sempre, imprevedibili. Ma se ci si ferma agli indizi di un certo passato, oltre alle cene, alle reliquie e ai riti del Cadore, viene anche da pensare, centinaia e centinaia di chilometri a ovest, alle cerimonie del capodanno celtico, il Samhain, in alta Val Tidone, località Pecoraia, provincia di Piacenza, dove da un paio d'anni a fine ottobre Umbertone e Giulietto hanno preso a festeggiare le zucche: e anche lì sono mangiate e bevute e scoprimenti di formelle di ceramica con crociati che uccidono draghi; e purtroppo non c'è la foto da mostrare a Berlusconi, o forse ce l'ha qualche militante locale, ma dice la leggenda che su una specie di altare i due impugnavano insieme un coltellaccio e insieme lo levavano come in un nuovo giuramento di Pontida.

(05 gennaio 2011)