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venerdì 4 settembre 2009

Oliviero Beha





4 settembre 2009



Ho appena finito di parlare al telefono con Niccolò Ghedini, cosa che recentemente faccio spesso (non vi sarà sfuggito, a giudicare dalle ultime iniziative del legale parlamentare rappresentante del Premier). Anche sulla base dell’ultimo post di Furio Colombo proprio qui, gli ho accennato alla possibilità di recuperare parte della credibilità con una mossa finalmente a sorpresa, una mossa inedita: la querela preventiva. Ehilà, ha fatto lui molto interessato, di che si tratterebbe esattamente? E’ semplice, Niccolò. Tu hai mai saputo di una querela a un giornale…Io sì, mi ha interrotto lui. Fammi finire, Niccolò: hai mai sentito parlare di una querela di un Presidente del Consiglio a un giornale…Eccome, mi ha interrotto di nuovo. Oh, insomma, Niccolò, impara anche ad ascoltare, non siamo mica a Ballarò…Hai mai avuto notizia di una querela a un giornale non ancora in edicola? No, effettivamente, ha fatto lui pensoso dietro gli occhiali occhiuti, a dire il vero no. E allora che aspetti, gli ho detto io, querela il Fatto Quotidiano prima che esca, e subito, prima che l’idea venga in mente a qualcun altro. Vai in gloria su tutta la stampa internazionale come querela preventiva e creativa. Ma su che base? Ha borbottato lui, che gli hanno fatto a Berlusconi quelli? Quelli? Ho interloquito io, quelli? Ma se non gli hanno fatto ancora nulla per mancanza oggettiva del mezzo certamente stanno tramando per fargli qualcosa, come sai non c’è che l’abbondanza della scelta. Quindi affrettati, dai un segnale forte e fai questa querela, oggi stesso. Per future diffamazioni che preventivate su quello che sceglierete insieme, tu e Silvio (o Silvio e tu?): non posso suggerirti dopo la tempistica anche il merito. Grazie, grazie, è un’idea eccellente, ha concluso Niccolò.

Nell’attesa fornisco una ricostruzione naturalmente romanzesca del Mistero Boffo. In questa ricostruzione Berlusconi e Feltri non sarebbero che i sicari, il sicario capo e il vice sicario, di un’operazione condotta in realtà dai Guelfi Bianchi contro i Guelfi Neri all’interno del potere temporale della Chiesa (i ghibellini oltre Tevere essendo come è noto agli stracci…).

Berlusconi ha scommesso sugli anti-Ruini, di cui Boffo è una potente propaggine, per ingraziarsi i vincitori della lizza vaticana. Così facendo, avrebbe inteso sanare la sua cattiva stampa (come esprimersi altrimenti?), e le nefandezze sul tappeto/tappeti/arazzi ecc.Ti faccio il favore di una campagna anti-Boffo, manifestamente fondata e manifestamente pretestuosa, e tu sani alla Tremonti la mia condotta non commendevole e mi lasci in sella.Tutto bene, dunque. Peccato che nel frattempo però l’elettorato cattolico si sia svegliato/incazzato/riscosso contro chi fa la guerra alla Chiesa, non potendo Berlusconi spiegare che trattasi di una guerra su commissione soltanto a una parte della Chiesa, grembiulini o non grembiulini (direi grembiulini dal colore assai scuro).
E certo non sono i successori di Ruini al potere a poterlo/volerlo spiegare ai fedeli. Di fronte all’imbarazzo di Silvio (e non di Feltri, che è un professionista indipendente), tornato oltre Tevere, i mandanti hanno convenuto con lui che per il Presidente del Consiglio ci può essere effettivamente un rinculo non previsto (da Silvio, ma da loro magari sì…), ma la Cei su questo non può far nulla. E neppure il Vaticano. Così non avendo studiato dai gesuiti Berlusconi rischia la cappa e la spada per la progressione amorale del potere temporale confessionale, dopo aver goduto di una grande stagione di amoralità laica grazie alla sua indiscussa leadership.

Che contrappasso, ragazzi! Altro che la querela preventiva di un Niccolò, nome d’altri tempi e quindi assai attuale per tutta la vicenda boffesca…

giovedì 3 settembre 2009

Il giullare sotto scorta


Benny Calasanzio
1 settembre 2009

La mafia in Lombardia non c’è. Se lo dice il sindaco Letizia Moratti, dobbiamo fidarci. Chi non si fida di Letizia o è un ladro o è una spia. Vadano a quel paese Gianni Barbacetto, Roberto Galullo e quei pochi altri che ancora gridano «al lupo al lupo».

Succede però che a Lodi, che pare far parte della Lombardia centro meridionale, questo è da verificare, c’è un attore di teatro sotto scorta per minacce mafiose: chiamasi Giulio Cavalli. Attenzione da parte dei clan guadagnata sul campo, con lo spettacolo do ut des, sui ridicoli riti dei mafiosi. L’attore, che è anche direttore artistico del teatro di Nebiolo di Tavazzano con Villavesco, nel suo spettacolo metteva alla berlina i boss e li sotterrava di irriverenti risate. Poco dopo, sempre nella terra lombarda vergine da penetrazioni mafiose, ha subito mezza dozzina di intimidazioni ufficiali ed altrettante ufficiose. Croci sulle porte, telefonate, mail e altri atti su cui per adesso vige il massimo riserbo. Pare che cosa nostra, ‘ndrangheta camorra e affini non abbiano gradito l’ironia. Pare che non l’abbiamo capita; strano. In una terra in cui la mafia non c’è, l’autore satirico, il giullare, il buffone di corte vive scortato da due uomini armati?

Senza volere minimamente scomporre la permanente d’amianto del sindaco Moratti, qui c’è qualcosa che non va. In questo clima di «la mafia non c’è ma ne vedo gli effetti», in attesa che gli unici a guadagnare con l’Expo del 2015 siano i clan mafiosi, Giulio Cavalli, che in agosto non potendo uscire di casa con moglie e figlio senza l’ombra della scorta, si annoia. Anziché contare le pecore o le minacce ha preso carta e penna e ha buttato giù una serie di riflessioni. Prendetele con le pinze, mica sono serie; a scrivere è pur sempre un giullare, e pure visionario.

«A Milano che “la mafia non esiste” o perlomeno “non appartiene a questa città” la sindachessa Moratti ha provato a ripeterlo ovunque dai consigli comunali, alle televisioni in prima serata fino ad abusarne favoleggiandoselo (probabilmente) la sera per addormentarsi. Intanto tutti felici e contenti concordano nel ritenere i 6 caseggiati popolari di Viale Sarca e via Fulvio Testi in mano agli onomatopeici fratelli Porcino (bossetti di periferia legati alle cosche di Melito di Porto Salvo), i nomadi Hudorovich e i Braidic semplicemente un “neo”, una pozzanghera piccola piccola in quel placido, enorme e ligresteo tappeto di cemento che è il capoluogo lombardo spiato dall’alto.

A Lonate Pozzolo (come descrive puntualmente nel suo sito il bravo Roberto Galullo) il leghista Modesto Verderio, dopo aver denunciato gli interessi della famiglia Filipelli tutta in odore balsamico di ‘ndrangheta all’interno dell’areoporto di Malpensa finisce accantonato come si compete al visionario del rione. Intanto una statua di San Cataldo arriva da Cirò Marina a Lonate Pozzolo per scalzare Sant’Ambrogio nella festa del santo patrono con prepotenza laica.

A Buccinasco perde la pazienza addirittura la Lega che sul proprio giornale cittadino, El giornalin de Bucinasc, scrive contro il sindaco Loris Cereda: “Nonostante il sindaco Cereda continui a prodigarsi per dichiarare che a Buccinasco la mafia non è un problema e non riguarda le istituzioni i cittadini sono sempre più allarmati dalle notizie dei telegiornali che parlano di arresti e di commistioni fra politica e malavita organizzata. Noi siamo stanchi di sentire ripetere le solite litanie: la ‘ndrangheta è un’invenzione dei giornalisti, delle istituzioni, delle commissioni parlamentari, ecc”.

A Desio (fine 2008) Il Consiglio comunale ha respinto un ordine del giorno contro la mafia (’ndrangheta, camorra e quant’altro) in Brianza. Hanno votato contro tutte le forze di maggioranza. L’ordine del giorno era stato presentato in seguito alla scoperta delle discariche abusive di rifiuti tossici a Desio e a Seregno.

A Corsico diventa quasi una vergogna una targa di marmo in onore di Silvia Ruotolo, donna, moglie e madre innocente, uccisa durante una sparatoria tra clan rivali della Camorra, a Napoli. Il Comune voleva affiggere la targa in ricordo di Silvia Ruotolo sotto i portici di via Malakoff, al civico 6: oggi sede di un’associazione che si occupa di disabili psichici, ieri supermarket gestito da un mafioso della famiglia siciliana Ciulla, confiscato dallo Stato e poi riassegnato a fini sociali, come prevede la legge 109. Durante l’ultima assemblea di condominio il permesso non è stato concesso. In Comune ha deciso comunque di installare la targa.

Negli uffici della Direzione Nazionale Antimafia Enzo Macrì, sostituto procuratore nazionale antimafia, parla da profeta inascoltato. “Che la ‘ndrangheta stesse colonizzando Milano lo dicevo negli anni 80. L’ ho confermato due anni fa e i fatti mi danno ragione. Ora c’è l’ Expo e non so più come dirlo».

Stupirebbe questo atteggiamento impermeabile in un paese normale, dove normalmente i politici dovrebbero essere eletti per prendere posizione, dare segnali forti e non solo per banalmente amministrare capitoli di spesa e distribuire (scaricandosene) ruoli e responsabilità. Qui non si tratta di disquisire i ruoli di governo e ordine pubblico come stabilito dalla legge; qui si rimane a supplicare un segnale, un lampo in cui ci si illuda che Marcello Paparo non possa sentirsi “libero” di collezionare bazooka come nei peggiori scenari di desolazione metropolitana post industriale, o Morabito non sfrecci impunito a parcheggiare il ferrarino in un posteggio dell’Ortomercato con l’arroganza di uno zorro a quattro ruote, o che Andrea Porcino (classe 1972, giusto per identificarlo meglio là fuori dal suo fortino dove gioca a seminare terrore) possa addirittura inventarsi intermediario con arie da tour operator mentre raccomanda ai secondini del carcere milanese di San Vittore dei buoni servigi e una residenza confortevole per i suoi amici Nino, Ettore e Massimo.

L’impunità dentro le teste (oltre alle tasche) dei capibastone ‘ndranghetisti o dei prestanome camorristi o dei ragionieri di Cosa Nostra in Lombardia è una responsabilità politica. Risolvibile semplicemente con la voglia e l’onestà di volere dare al di là di tutto un segnale. Per restituire dignità anche nella forma».

Dieci domande a Umberto Bossi


Sandra Amurri
2 settembre 2009


1) E' vero, signor Bossi, che lei si rivolge affettuosamente a suo figlio Renzo chiamandolo "trota" e se sì perché?

2) Dopo aver lanciato su Facebook il gioco "Rimbalza il clandestino", suo figlio Renzo è stato nominato membro di un osservatorio dell'Expo di Milano. Attraverso quali canali di reclutamento e in ossequio a quali criteri suo figlio ha ottenuto tale nomina da 12mila euro al mese?

3) Prima di intraprendere l'attività politica lei ha per molti anni svolto l'attività di cantante col nome d'arte di Donato arrivando a partecipare (e venendo bocciato) al festival di Castrocaro. Perché ha smesso?

4) Nel 1995 lei definiva Berlusconi un mafioso con cui non si sarebbe mai alleato. Quando e perché ha cambiato idea?

5) Signor Bossi, ha rinunciato all'idea della secessione da "Roma ladrona"? Chi ha la proprietà sul "marchio" della Lega?

6) Dopo aver ottenuto il diploma di perito tecnico elettronico presso la scuola per corrispondenza Radio Elettra, lei da 22 anni siede ininterrottamente in Parlamento. Che lavoro farebbe, signor Bossi, se non facesse il deputato?

7) Dice il vero la sua prima moglie, Gigliola Guidali, quando afferma in un'intervista di aver chiesto la separazione dopo aver scoperto che lei usciva tutte le mattine di casa con la valigetta del dottore (dicendole "ciao amore, vado in ospedale") senza essersi però mai laureato?

8) Nel 1992 esplode Tangentopoli, un evento epocale che vide lei fra i più convinti sostenitori del pool di magistrati intenti ad indagare sui fenomeni di corruzione. Nel 1993 lei venne coinvolto in una questione legata a un finanziamento illecito di duecento milioni, ricevuti dagli allora dirigenti Montedison. Smise per questo di sostenere i magistrati?

9) Che fine ha fatto il Parlamento del Nord?

10) Il 26 luglio del 1997 lei affermò testualmente: "Il Tricolore lo uso per pulirmi il culo". Signor Bossi, ricorre ancora a questa pratica palesemente antigienica?

domenica 30 agosto 2009

Le mie 10 domande a Berlusconi


Oliviero Beha
30 agosto 2009


Rischio volentieri le querele di Ghedini e senza neppure raccontare nulla di nuovo sulla vita sessuale del Direttore - che so? - dell’Osservatore Romano pongo a Berlusconi le seguenti 10 domande.

1) Perché vedendo Gattuso in quelle condizioni non ha telefonato in panchina a Leonardo per farlo cambiare mentre in passato ha telefonato a tutti (a tutte) per cose assai meno delicate senza alcuno scrupolo?
2) Stima più Ghedini o Leonardo? Non sarebbe meglio invertirli di ruolo?
3) Ha preso Thiago Silva che ha fatto una figura pessima di fronte a Thiago Motta: ha confuso Silva per Motta? E gli è successo lo stesso con le varie Patrizie?
4) Come ha fatto a ridurre un combattente come Gattuso in uno scazonte infelice? Gli ha fatto frequentare “Gianpi”?
5) Che cosa ne sa delle abitudini di Seedorf? Perché non era pronto in panchina? E Feltri, dov’è Feltri bergamasco ex-libero? Perché non indaga se Seedorf se la fa politicamente con la Serracchiani?
6) In porta del Milan non ha proprio nessun altro parlamentare del PDL da metterci?
7) Che rapporto c’è tra Borriello e Noemi Letizia? O era Naomi in letizia?
8) Come ha conosciuto Pato? Ed è lo stesso di Siena?
9) Teme a tal punto di essere ricattato da Ronaldinho da farlo giocare comunque?
10) Infine, come sta di salute lui, Berlusconi, oggi domenica? Non dico sul piano del sesso, ma del tifo? Come si sente? Che cosa ha provato?

In margine due considerazioni collegate. La prima: scrivo a Berlusconi anche se la sua sensibilità politica gli ha dettato di autosospendersi da presidente del Milan ridivenendo Premier per evitare il principale dei suoi conflitti di interesse. La seconda: sulla vicenda Boffo-Feltri-Bertone ecc., mi sembrava incredibile un simile autogol e ammetto d’aver pensato che dietro ci fosse un accordo tra Berlusconi (e Feltri) e quella parte del Vaticano che vuole ridimensionare Boffo, in una storia di sacrestie e grembiulini.Tutta una recita mirata, insomma. Dopo aver visto il derby con Berlusconi metaforicamente in panchina, sono costretto a ripensare il tutto. E’ proprio bollito, in confronto Ringhio Gattuso sta alla grande.

domenica 23 agosto 2009

Pino Masciari, super testimone senza scorta

Benny Calasanzio
22 agosto 2009


il 19 agosto il Corriere della Sera dedica un ampio servizio alla notizia che il bispregiudicato Vittorio Sgarbi beneficerà della tutela armata da parte del Ministero degli Interni per via di alcune intimidazioni e telefonate anonime ricevute in quest’ultimo periodo, istigate, niente di meno, che dal mandante Beppe Grillo. Altre fonti parlano di una scorta affibbiata al critico d’arte copiatore per evitare pericoli di suicidio, essendo molto probabilmente l’unico vero rischio corrente per il pregiudicato biondo che fa impazzire il mondo.

Nessuno spazio invece, nemmeno una schizinosissima breve, per una notiziola che sta circolando clandestinamente se si eccettuano una paio di quotidiani e una decina di siti internet: nella notte in cui il Corsera dava alle stampe la terribile notizia del pericolo di morte imminente corso da Sgarbi, due sconosciuti si sono introdotti nell’abitazione del super testimone di giustizia Pino Masciari, che seppur uscito dal programma dopo indecenti peripezie, tra le quali la scorta al singhiozzo e lo sputtanamento dei suoi dati personali e dei dettagli riservati da parte del responsabile della sua sicurezza, il sottosegretario Alfredo Mantovano (celebre l’intervento sul Corsera in cui snocciolava i dettagli economici offerti a Masciari per abbandonare il servizio di protezione), ha ricevuto per iscritto garanzie di protezione fino alla cessazione totale dei rischi a suo carico. Parliamo non del piccolo commerciante che denuncia i suoi esattori, altra specie a rischio estinzione, ma dell’allora settimo imprenditore della Calabria che ha fatto saltare un sistema mafioso mandando alla sbarra il clan ‘ndranghetista degli Arena e facendo condannare pure un alto magistrato per corruzione. Come ci racconta la moglie di Pino, Marisa, «erano le tre della notte, e noi stavamo dormendo nella nostra camera, mentre i bambini nelle loro camerette che danno sul corridoio. Sono stata svegliata da dei passi tonfi, che venivano verso la camera da letto. Ho pensato fosse mio figlio, e allora ho sollevato la testa chiamandolo per nome». Marisa apre gli occhi e vede un’ombra imponente ai piedi del letto che, scoperto dalla donna, si lancia verso il balcone e si butta giù dal primo piano nel giardino dei Masciari. «Ho iniziato ad urlare e quando Pino è saltato in piedi ed è andato verso il giardino nell’ingenuo tentativo di inseguirli, di scoprire chi fossero, ha visto anche un altro uomo che probabilmente si era appena lanciato dall’altro balcone di casa e stava raggiungendo a piedi l’auto a fari spenti che li aspettava, una Opel Astra station wagon grigia, abbastanza nuova».

Ora, tutto ciò traumatizzerebbe ognuno di noi, dal metalmeccanico di Buccinasco all’architetto di Platì, che nonostante alcuni «abitanti» comuni, sono due città diverse. Ma se sei un testimone di giustizia tra i più efficaci e se sai di essere in costante pericolo di vita, non credo debba fare un gran bell’effetto trovarsi un omone grande e grosso ai piedi del letto, nella camera più intima di un matrimonio, dove nessuno, a parte i figli insonni, dovrebbe avere accesso. Se siano stati dei balordi o uomini mandati come avvertimento, o peggio ancora killer interrotti a metà del lavoro, questo né Pino né Marisa lo sanno. Il dato certo è che due uomini, peggio ancora se semplici balordi, sono riusciti in tutta tranquillità ad introdursi nella casa di un testimone di giustizia ufficialmente protetto dallo Stato e a gironzolare, fino a quando la coppia non li ha messi in fuga. Farebbe piacere sentire il parere di Mantovano, e del Sistema centrale di protezione, chiedere se è questo che offrono agli imprenditori cui chiedono di denunciare. Ma purtroppo, anche dopo l’intervento della Polizia, chiamata dai Masciari, nessuno ha ritenuto di dover contattare la famiglia. «E’ facilmente immaginabile lo stato d’animo di mio marito. La notte ha definitivamente smesso di dormire e passa le ore da una finestra all’altra dell’appartamento a controllare, un po’ quello che dovrebbe fare il servizio di tutela. Se fossero stati dei killer avrebbero fatto una strage, ci avrebbero ammazzati nel sonno assieme ai bambini. Siamo arrivati davvero al limite». E nel caso non fossero stati uomini dei clan, beh, ora i galantuomini calabresi sanno che l’accesso alla dimora di uno dei più importanti testimoni di giustizia italiani, citato come esempio dalla penultima commissione Antimafia, è un porto di mare. Basta non fare rumore.

sabato 22 agosto 2009

Ambarabacciccicoccò, la mazzetta nel comò


Stefano Santachiara
22 agosto 2009


"Accuse inconsistenti, circuito mediatico giudiziario prima del voto, fuga di notizie". Tuonava come da copione il Pdl appreso dell´inchiesta a carico del candidato alla presidenza della Provincia di Modena Luca Ghelfi, avvocato civilista ex Udc, accusato assieme al commercialista Ruggero Speranzoni di aver intascato mazzette per truccare un'asta immobiliare del Tribunale. Il sottosegretario ex Udc Carlo Giovanardi, che ha già annunciato un nuovo capitolo del bestseller Storie di straordinaria ingiustizia, vorrebbe "capire perché, senza un minimo di prudenza e di riservatezza, gli atti istruttori in avvio d´indagini preliminari siano stati così precipitosi tanto da rischiare di condizionare la tornata elettorale (8 giugno)". E puntuale, alla ripresa dei lavori parlamentari, il ministro Alfano risponderà all´interpellanza del deputato reggiano Emerenzio Barbieri, anche lui transfuga dall´Udc.

La vendita all'incanto e la denuncia che ha fatto scattare l´inchiesta dei pm Claudia Natalini e Stefania Mininni sono di fine maggio. Secondo il quadro accusatorio che ha portato all'arresto in flagranza del commercialista, i congiunti dell'ex proprietario di tre lotti d´immobili pignorati per debiti ottengono precise garanzie dal loro legale di fiducia Ghelfi: ossia che previo pagamento di 25mila euro a Speranzoni, deus ex machina delle aste e in passato curatore fallimentare, sarebbero riusciti a tornare in possesso dei beni di loro interesse perché non vi sarebbero stati rialzi. L´unico concorrente, difatti, è un prestanome del commercialista. Tutto fila liscio fino a che i parenti dell'esecutato non presentano denuncia, infastiditi dall'entità del versamento: fra l'altro solo 15mila euro finiscono a Speranzoni, il resto è la cresta dell'avvo-candidato di fiducia.

Il denaro, con l'apporto fondamentale delle intercettazioni telefoniche, lo scovano i pm eseguendo con la Guardia di Finanza le perquisizioni negli uffici e nelle abitazioni dei due indagati per estorsione e turbativa d'asta. Presunti innocenti, certamente, ma Speranzoni finisce in manette (poi scarcerato settimane dopo per il venir meno delle esigenze cautelari) col malloppo sotto lo studio legale, il candidato alla presidenza della Provincia viene trovato con una mazzetta da 500 euro nel portafogli e "solo" 4.500 euro nel comodino di casa. Se si fosse atteso il voto, dunque, non ci sarebbero stati i sequestri del denaro poi blindati dal Riesame. Giovanardi propala sui quotidiani la "giustizia ad orologeria" mentre Emerenzio Barbieri, già noto alle cronache per aver lamentato la mancanza di un parrucchiere gratuito alla Camera per le colleghe, sottopone al ministro Alfano "le modalità spettacolari del blitz della Finanza ed il clamore mediatico che hanno accompagnato la vicenda alla vigilia del voto" chiedendo l´invio di ispettori per la "divulgazione di notizie riservate". Che resta tutta da provare. Gli atti noti a difensori, indagati e Gip sono pubblicabili e la notizia della perquisizione nello studio legale certo non ha fatto l'interesse dell´accusa: l´unico quotidiano a pubblicarla l´indomani, Il Resto del Carlino, non ne spiegò bene le ragioni: non era a conoscenza degli altri sequestri e neppure di chi fosse coinvolto ("forse è indagato un cliente di Ghelfi"). Intanto però si aprì il varco alle solite litanie sulla giustizia ad orologeria, a prescindere dai fatti, naturalmente.

A Napoli non c'è Futuro per i ragazzi di Nisida




Vincenzo Iurillo
18 agosto 2009
Gabriella Lanzara è una sociologa di lunga esperienza ed è consulente del ministero di Giustizia. E’ la coordinatrice di ‘Nisida Futuro Ragazzi’, progetto nato nel 1995 da un’intesa tra il Comune di Napoli e il Ministero di Giustizia, che in circa quindici anni ha salvato dalla strada e dalle lusinghe della camorra circa quattrocento minori a rischio, avviandoli alle professioni di cuoco, scenotecnico, esperto di ceramiche, fotografo, guida naturalistica.

Ma la dottoressa Lanzara non si dà pace perché, a dispetto della valenza sociale del progetto e degli ottimi risultati raggiunti, a settembre i corsi ricominceranno con poche certezze e molta precarietà. “E’ dal 2007 – rivela – che il Comune di Napoli non eroga i finanziamenti”. Il capitolo è prosciugato. Sulla carta delle delibere comunali ci sarebbero circa 147mila euro. Stanziati in parte dalla Regione in virtù di un’apposita legge, ma fermi e non materialmente accreditati.

Ebbene sì. Nella Campania famosa per aver disperso milioni in consulenze di dubbia utilità, per aver impiegato in passato più di un milione di 250mila euro nei corsi per ammaestrare veline, e dove si buttano 40mila euro per rifare il guardaroba degli chauffeur delle auto blu della giunta Bassolino con vestiti dai panni così scadenti che gli autisti si rifiutano di indossarli, non si riescono a raggranellare quei 147mila euro che la Lanzara stima appena “sufficienti per dare al progetto un minimo di tranquillità e di respiro”.

Intanto, da quasi tre anni gli insegnanti dei corsi di ‘Nisida Futuro Ragazzi’ non percepiscono un euro e vanno avanti per puro spirito di volontariato. Sono finite anche le risorse extra raccolte grazie a uno spettacolo di beneficenza di Luca De Filippo, figlio ed erede degli insegnamenti del grande Eduardo De Filippo anche in questo slancio di generosità.

Eduardo, infatti, si era battuto come un leone per dare una speranza ai giovani napoletani emarginati, e da senatore a vita fu promotore delle iniziative grazie alle quali nacque il Dipartimento della Giustizia Minorile. Eduardo voleva bene ai ragazzi di Nisida, l’isolotto di Napoli dove ha sede l’istituto penitenziario minorile, e fino alla sua scomparsa, avvenuta nel 1984, ha predicato la realizzazione di ‘villaggi dei ragazzi’ come luoghi di bottega dove imparare un mestiere col quale vivere onestamente. Il suo appello venne raccolto nel 1987, con una legge regionale che istituì a Napoli e Benevento la realizzazione di due villaggi. Ci volle qualche altro anno per finanziare la legge e dare finalmente attuazione al progetto che, pur fisicamente allocato in laboratori di Nisida vicini al carcere, è estraneo alla gestione del penitenziario.

‘Nisida Futuro Ragazzi’ almeno all’inizio pareva viaggiare col vento in poppa. Protocolli roboanti, tagli di nastri, visite di presidenti della Repubblica, sorrisi e bei discorsi da dispensare a fotografi, telecamere e giornalisti. Nello stile dei primi anni di Bassolino sindaco di Napoli e del bassolinismo dilagante, dove ogni evento veniva ripreso, amplificato, ingigantito. Peraltro, la soddisfazione sbandierata era legittima. I fondi, infatti, c’erano, e con essi i risultati e un premio come uno dei migliori 100 progetti della pubblica amministrazione. Ottenuto impiegando poco più di 500 milioni delle vecchie lire nel 1993, e altri 150 mila euro strappati nei primi anni 2000. Senza nuotare nell’oro, con molta parsimonia e grazie anche all’aiuto di aziende private, associazioni professionali e di categoria, che hanno offerto le loro docenze a tariffe ultra scontate e hanno finanziato borse lavoro per i ragazzi più meritevoli, ‘Nisida Futuro Ragazzi’ è arrivato a organizzare cinque corsi professionali. Corsi che a pieno regime impegnano annualmente 45 giovani, dai 16 ai 21 anni. Giovani e giovanissimi segnalati dai servizi sociali o provenienti dalla cosiddetta ‘area penale’: detenuti di Nisida, ragazzi messi in prova, agli arresti domiciliari, affidati alle comunità. Ma la maggioranza dei corsisti sono ragazzi che non hanno commesso reati. “Il nostro – spiega la dottoressa Lanzara – è stato il primo progetto in Italia che si è mosso sul terreno della prevenzione e del recupero.

La nostra esperienza è stata poi ripresa anche in altre realtà del resto del Paese. Grazie ai nostri corsi, i ragazzi vengono assunti con contratti a tempo indeterminato. E diversi di loro tornano qui per fare gli insegnanti. E’ la soddisfazione più grande”. Ma ora il piatto piange. E il progetto potrebbe presto sbaraccare, con grande gioia della camorra che avrà qualche ragazzo in più da poter reclutare.