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sabato 17 dicembre 2011

Unità nazionale (all'opposizione)




Non si aveva idea di quante lobby, anche minuscole, fossero all'opera in Parlamento. Si sapeva della buona rappresentanza di avvocati. Ma anche farmacisti e tassisti devono avere buoni contatti: infatti resteremo il Paese europeo in cui è più difficile trovare medicinali di largo consumo fuori dalle farmacie; mentre Milano e - più ancora - Roma rimarranno le uniche metropoli al mondo dove, anziché code di taxi in attesa di clienti, si formano code di clienti in attesa dei taxi. L'unica lobby che non si è manifestata è quella dell'interesse nazionale.
Neppure la gravità della crisi finanziaria e la prospettiva di mesi di recessione hanno incrinato il muro corporativo. I 150 anni dell'unificazione hanno risvegliato l'orgoglio patriottico, ma fino ad adesso non hanno scalfito il vero male italiano: la prevalenza dell'interesse di parte su quello comune, del particolare sul generale. Uno scatto è ancora possibile, oltre che necessario. Purché ci si renda conto con chiarezza della situazione.
Mario Monti non guida il governo con la più ampia maggioranza parlamentare della storia. Guida il governo con la più ampia opposizione mai vista. Quella palese, anzi sguaiata, della Lega. Quella ormai dichiarata dell'Italia dei valori. E quella sottotraccia dei democratici che manifestano contro la manovra poi sostenuta in Parlamento, e di Berlusconi che fa ormai ogni giorno professione di «perplessità».
A questo punto Monti e i suoi ministri hanno due strade. Adeguare il proprio passo alla debolezza del sostegno parlamentare, avanzando con cautela e ritraendosi quando il malumore si fa manifesto, come nel caso delle liberalizzazioni mancate. Oppure procedere con decisione sulla via delle riforme, compresa quella del mercato del lavoro. Il governo ha anche qualche punto di forza. È composto da persone competenti e perbene. È considerato credibile in Europa. Ha mantenuto buoni indici di appoggio popolare, nonostante il salasso della manovra. Il disimpegno dei partiti paradossalmente può diventare un vantaggio, uno sprone a osare, uno stimolo ad andare avanti. Certo le critiche aumenterebbero di tono, ma nessun partito si prenderebbe oggi la responsabilità di far cadere il governo: non il Pdl, che consegnerebbe così Monti all'altro schieramento; non il Pd, che sull'esecutivo di transizione si è giocato tutto, e finirebbe per ritrovarsi succube di Vendola e Di Pietro.
Questo governo rappresenta ancora l'occasione di introdurre una vera discontinuità, di dimostrare che è possibile operare per l'interesse comune anziché per quello delle categorie e delle corporazioni. Se invece il governo dovesse esitare e fermarsi un'altra volta, si garantirebbe forse una navigazione parlamentare più tranquilla, ma perderebbe il proprio autentico fondamento: la consapevolezza popolare che i sacrifici e i cambiamenti sono necessari e a lungo andare salutari; purché riguardino tutti, comprese le lobby piccole o grandi.
Aldo Cazzullo
16 dicembre 2011 

giovedì 17 novembre 2011

«Ora lo show è finito, ma anche il Pd ha deluso le mie aspettative»


Ingegner De Benedetti, che impressione le ha fatto la caduta di Berlusconi?
«La fine di uno show. Berlusconi è stato, ed è, un serial tv durato troppo a lungo. Tutto è cominciato su un set televisivo, con la messinscena del tavolo di noce e del contratto con gli italiani, alla presenza di un notaio fasullo anche quello. Termina con la tragedia di un Paese eticamente distrutto, economicamente sfiancato, finanziariamente sull'orlo del fallimento. Ora lo show è finito».


Ma Berlusconi non è ancora stato battuto.

Sia chiaro che è caduto in Parlamento, dove non aveva più i voti per governare. L'analisi storico-politica si farà carico di spiegare come un Paese si sia convinto a dare il proprio consenso a un illusionista, e poi abbia tollerato una figura retrò che impersonava la vecchia corruzione, il vecchio sessismo, il vecchio machismo. Nel mondo ormai veniva definito "buffone". A me rimane una tristezza: come una classe dirigente abbia tollerato-favorito-tratto vantaggi personali dal rapporto con lui, mentre l'Italia andava a picco al suono del suo pifferaio magico che addirittura negava la crisi».


Cos'ha provato nel vedere la folla che lo insultava sotto casa?
«Gli insulti sono sempre un elemento di inciviltà. Ma talvolta il popolo ha bisogno di uno sfogo, più folkloristico che sostanziale. Nel serial tv il finale prevede, come nelle grandi opere musicali, la parte del coro; ed è proprio a quel punto che si chiude il sipario. Comunque, è una cosa che sarebbe stato meglio non fosse successa».

La crisi è davvero così drammatica?
«Sì. Ho passato la scorsa settimana tra Washington e New York. E ho scoperto che l'Italia è importante come mai in passato: la crisi del suo debito può destabilizzare il mondo intero; a cominciare dalla Francia. Non a caso Obama ha auspicato una soluzione tecnocratica per Grecia e Italia. Un grande banchiere mi ha confidato che la sera non riesce a dormire, in preda a cattivi pensieri; e il primo è l'Europa. È stato allora che mi sono reso conto che stavamo precipitando nel baratro, l'orologio della politica non coincideva con l'orologio dei mercati, e occorreva una grande accelerazione».

Monti è una «soluzione tecnocratica»?
«Non so fino a che punto gli italiani siano riusciti a capire la straordinarietà di quanto ha fatto Napolitano la settimana scorsa. La lucidità, il tempismo, la determinazione, e la vera genialità politica con cui ha trasformato un professore in un padre della patria. Monti era l'unica scelta. Ho molta fiducia in lui».

Eppure in questi giorni la Borsa ha continuato a soffrire, lo spread e i rendimenti dei titoli di Stato a salire.
«Perché non basta cambiare l'etichetta; la gente vuol sapere cosa c'è dentro la bottiglia. La questione non è solo italiana, il problema della leadership è mondiale. Salvare la democrazia dalla tecnocrazia è un grande compito. Io penso che Monti rappresenti il meglio che la tecnocrazia può offrire: è la nostra ultima occasione, guai a perderla; viva Monti, mille volte. Ma la gente come me, che sono un democratico vero, spera che la tecnocrazia venga presto sostituita dalla politica. Altrimenti si apre l'orizzonte inquietante della demagogia, amplificata dalla grande rete comunicativa di Internet. È nato così un fenomeno come Obama: ottimo candidato, pessimo presidente; al punto che alcuni tra i suoi grandi finanziatori del 2008 stavolta voteranno Romney».

I partiti italiani sosterranno davvero un governo da cui sono esclusi?
«I più grandi beneficiari di un governo tecnico saranno i partiti. Un governo tecnico darà loro respiro, consentirà di recuperare quella capacità di parlare ai cittadini che tutti hanno perso, a destra ma anche a sinistra».

Anche il Pd, la cui nascita lei aveva salutato con favore?
«Il Pd non ha corrisposto alle aspettative mie e a quelle di tanti entusiasti alla sua nascita. Bersani è un'eccellente persona, è stato un ottimo ministro, si è dimostrato anche in questa circostanza un politico eccellente, fermo e intransigente sui suoi principi ma duttile come la circostanza richiedeva; ma, in un'epoca in cui la comunicazione è così importante, lui è più efficace comunicativamente nella versione Crozza che in quella originale. Ringraziamo però che ci sia Bersani perché, al di là delle amicizie personali, troppi a sinistra non sopportano più le liti trentennali D'Alema-Veltroni».

Renzi non la convince?
«Assolutamente no. La rottamazione può essere la condizione per un progetto. Non può essere un progetto in sé. Di Berlusconi ne abbiamo già avuto uno. E ci è bastato».

Cosa pensa della composizione del governo?
«Mi sembra una squadra con grandi professionalità. L'importante ora e che li lascino lavorare perché il compito che li attende è drammatico».

Quanto dura, secondo lei?
«Parlare di governo a termine è ridicolo. L'unico termine sono le elezioni del 2013. Ma in 15 mesi Monti potrà solo iniziare un lavoro che durerà molto di più. Ci vorranno cinque, forse dieci anni per riparare ai guasti degli ultimi venti».

Questo significa che Monti potrebbe tornare a Palazzo Chigi sostenuto da un nuovo centrosinistra?
«Non credo che Monti abbia intenzione di schierarsi, fondare partiti, guidare campagne elettorali. La sua forza è proprio nell'essere neutro, nel fatto che non favorirà né l'uno né l'altro. È un liberale, sia nel senso europeo sia nel senso americano del termine. È un einaudiano e un kennedyano allo stesso tempo. Ma non è padre Pio. Non è un dio. Cercherà di fare alcune cose, inclusa, spero, la legge elettorale e la patrimoniale, che personalmente ho suggerito due anni e mezzo fa».

È davvero necessaria la patrimoniale? E di quale tipo?
«Serve una patrimoniale light , sotto l'1%, su tutto. Ma non per ridurre il debito, né per sistemare i conti, né per tranquillizzare l'Europa. La patrimoniale è un segno verso l'assoluta necessità, per l'Italia come per tutto l'Occidente, di ridurre la forbice sempre più ampia della disuguaglianza sociale. In America ho visto i giovani di Occupy Wall Street . Non concluderanno nulla; ma vanno compresi. Perché non si può più tollerare che l'1% della popolazione controlli il 50% della ricchezza».

Oltre alla leva fiscale, Monti dovrà far ripartire la crescita. Ce la può fare?
«L'Italia può ripartire nel lungo e medio periodo, Ma ciò a cui andiamo incontro è una profonda recessione».

Qual è il suo giudizio su Tremonti?

«Tremonti è un uomo di cultura e di buone letture. La massima soddisfazione per Tremonti è andare controcorrente. Nel titolo del suo best-seller, La paura e la speranza , ci sono entrambe le correnti contrastanti in cui si dibatte. Ma di quanto stava accadendo nel mondo non ha capito molto. Chiedeva i dazi contro la Cina. Ora siamo qui a chiedere aiuto alla Cina».

Non salva nessuno del governo uscente?
«Maroni».

E lei cosa farà dei 564 milioni di euro che le ha versato Berlusconi?
«Premesso che dovrà ancora rispondere dei danni non patrimoniali così come stabilito dalle sentenze già emesse, il risarcimento del danno subito l'abbiamo investito in impieghi estremamente conservativi. Siamo rispettosi della magistratura. Attendiamo sereni l'ultimo grado di giudizio, visto che l'unico argomento della controparte è quello di aver corrotto un giudice solo - peraltro, il relatore - e non tutti e tre. Quei soldi vorrei investirli nel mio Paese. Siccome ora in Italia il problema è la mancanza di liquidità, credo che le opportunità di investimento non mancheranno».

Aldo Cazzullo

17 novembre 2011

venerdì 30 settembre 2011

Il Paese guarda, attonito


Il partito che per quindici anni si è chiamato Forza Italia e ora si chiama Pdl nasce non solo come contenitore dei voti cattolici e socialisti. Si è proposto, sin dalla vera fondazione - il discorso della «discesa in campo» di Berlusconi -, come una forza di opposizione alla prospettiva di un Paese trasformato «in una piazza urlante, che grida, che inveisce, che condanna». Il centrodestra nasce cioè come difesa della politica dall'ingerenza della magistratura. Un obiettivo condivisibile, se non fosse stato sin dall'inizio viziato anch'esso dal conflitto tra il bene pubblico e gli interessi privati del leader, e di uomini che hanno guardato al suo partito come a un ombrello dai guai giudiziari. Garantismo e impunità sono separati da un confine ben preciso. Le vicende parlamentari di queste settimane l'hanno ampiamente oltrepassato. E il Popolo della libertà non appare più come un argine contro il dilagare delle Procure (cui in effetti accade di uscire dall'alveo), ma come il manto della Madonna della misericordia degli affreschi medievali, sotto cui corrono a ripararsi anche sedicenti perseguitati e autentici malandrini.

Le sentenze spettano solo alla magistratura. Non ai giornali. Ma neppure al Parlamento. Il Parlamento è chiamato a escludere che un eletto di cui si chiede l'arresto sia vittima di una persecuzione; o a dare una valutazione politica sull'opportunità che un ministro di un dicastero importante resti al suo posto, nonostante sia indagato per mafia. Il paragone con gli anni tra il '92 e il '94 non regge. I casi di Papa, di Milanese, di Romano non sono storie di ingranaggi della macchina del finanziamento illecito ai partiti: una macchina perversa, che però implicava una responsabilità collettiva, di sistema. Qui siamo di fronte a parlamentari accusati di ricevere regali costosi, auto di lusso, yacht in cambio di informazioni su inchieste giudiziarie o posti nei consigli d'amministrazione di aziende pubbliche; e a un ministro su cui incombono accuse che potrebbero rivelarsi anche più gravi di quelle che hanno condotto in carcere il suo ex compagno di partito Totò Cuffaro. Il garantismo impone di considerarli innocenti sino alla sentenza definitiva; l'opportunità politica e il principio di uguaglianza di fronte alla legge consigliano invece un passo indietro, sollecitato in passato dallo stesso presidente della Repubblica, nel caso infelice di Brancher, ministro per poche ore. Qui invece siamo al paradosso per cui Tremonti finisce imputato nel suo stesso partito non per avere mal riposto la fiducia nell'ex braccio destro, ma per non aver contribuito a «salvarlo».

L'opposizione ha la credibilità morale per condurre questa battaglia in nome dell'intero Paese? La risposta è no. Il caso Penati è gravissimo, e finora non sono venute risposte convincenti né dall'interessato né dai vertici del Partito democratico. E, quando fu chiesto l'arresto del senatore Pd Tedesco, nel voto segreto prevalsero le ragioni dell'impunità. È l'opinione pubblica, è l'intera classe politica che deve porsi la questione. Costruire un sistema giudiziario equo ed efficiente, che non punisca con la carcerazione preventiva - tutti i cittadini, non solo i parlamentari - ma accerti le responsabilità, è un'urgenza cui nessuno può sottrarsi. A maggior ragione i moderati e i liberali cui tocca ora chiudere al più presto questa stagione, e ricostruire su basi più solide quell'area della legalità e del merito che mai come oggi manca al Paese.

Aldo Cazzullo
29 settembre 2011

martedì 5 luglio 2011

«Santoro a La7, non è finita. Mediaset? Irriconoscibile»

Enrico Mentana, che succede a La7? Perché secondo lei non hanno preso Santoro?

«Il giorno dopo una rottura - sul lavoro, nelle amicizie, nei matrimoni - è il momento delle diffidenze reciproche. Io tengo ancora al risultato di portare Santoro su La7. E non credo che sia divenuto impossibile».

Lei nell' editoriale del suo tg ha chiesto all' editore un chiarimento. L' ha ottenuto?

«Mi hanno telefonato sia il presidente esecutivo di Telecom, Bernabé, sia il presidente di Telecom media, Stella. E mi hanno spiegato che è stata una loro scelta. Santoro chiedeva assoluta libertà. L' editore, accordandogliela, rivendicava il diritto di conoscere i contenuti delle trasmissioni, dovendone rispondere».

Libertà vigilata.

«Sia io, sia lei, qualsiasi giornalista non può dire o scrivere quel che gli pare. Esistono obblighi di legge».

Santoro parla di un veto di Berlusconi. Secondo lei è così?

«Ripeto: il giorno successivo a una rottura è quello delle accuse più gravi. Se non credessi alle parole che mi hanno detto oggi (ieri, ndr) Bernabé e Stella, avrei già dato le dimissioni. Se resto è perché ci credo; anche perché non stiamo parlando di Jack lo Squartatore e Arsenio Lupin. Ora diranno che Santoro non era adatto a La7, o che La7 non è libera. Non è così. E sono convinto non sia detta l' ultima parola: non rinuncio all' idea di avere sulla rete per cui lavoro trenta serate di televisione di qualità l' anno prossimo».

La Rai è nel caos più che mai, non crede?

«Se altrove ci può essere il sospetto dell' interferenza della politica, in Rai c' è la certezza che l' editore sia la politica. Quando è stata annunciata la transazione tra Santoro e la Lei, i consiglieri d' amministrazione espressi dalla sinistra non hanno protestato; si sono limitati a chiedere perché non sia stato sottoscritto un patto di non concorrenza. Il problema non era che Santoro restasse; era che non andasse a La7. Del resto, sono stati messi lì dalle segreterie dei partiti; e ai partiti rispondono».

La Annunziata si dimette dopo aver parlato di «piccole mafie, rapporti non chiari, privilegi attribuiti non secondo il merito». Ha ragione?

«Parliamoci chiaro: la Annunziata è l' ex presidente della Rai. Ed è bravissima. La relegano alle 2 e mezza della domenica pomeriggio, non esattamente il peak-time delle abitudini televisive degli italiani, e lei fa una trasmissione che una volta su due dà un titolo di prima pagina ai giornali del lunedì. Eppure si parla solo di Dandini, Iacona, Floris. Alla fine poi ci si ricorda della Annunziata. È evidente che lassù qualcuno non la ama. E non mi riferisco certo a Masi o alla Lei».

Eppure la segreteria del Pd l' ha difesa. Tanto che si è parlato dell' ennesimo scontro tra dalemiani e veltroniani.

«Il casus belli, come sempre, era banale: si sono dimenticati di annunciare la Annunziata nel palinsesto di Rai3. Ma il problema è l' ingerenza della politica. Prendiamo "Vieni via con me". Nessuno ha mosso un dito per difendere la trasmissione di maggior successo dell' anno. Salvo piangere lacrime di coccodrillo quando l' abbiamo presa noi».

Qual è la sua valutazione professionale di Saviano?

«Dipende da quale professione si parla. Considero Roberto Saviano un geniale cantastorie dell' Italia contrastata. Lo straordinario successo di "Gomorra" l' ha messo in sintonia con settori dell' opinione pubblica che diffidano di quasi tutti gli altri. Certo, come tutti noi, non potrà dormire sugli allori nel seguito della sua missione editoriale, giornalistica, letteraria».

E della Gabanelli?

«Qui stiamo sempre a parlare di Mentana, Lerner, Vespa, Santoro, Floris. Per me, la Gabanelli è la migliore del mazzo. Vive del suo prodotto, e non si sovrappone mai al suo prodotto, come molti di noi fanno. Perderla per la Rai sarebbe follia».

Che accadrà a Mediaset quando Berlusconi non sarà più presidente del Consiglio?

«Questa è una grande incognita che riguarda molti aspetti della vita pubblica italiana. Sarà come dopo il crollo del Muro di Berlino. Allora si sciolse la contrapposizione tra i due blocchi. È evidente che l' antitesi tra una Rai con tre reti controllate dalla politica e Mediaset con tre reti in mano a un leader politico sarà superata. Con ricadute inevitabili anche sul mercato pubblicitario».

Crede che Berlusconi stia pensando di vendere, prima che tutto frani?

«Non lo so. Se davvero siamo alla vigilia di un cambio di stagione paragonabile a quello dei primi anni 90, può accadere di tutto. So che la Mediaset di oggi è irriconoscibile. Ci fu un anno, il ' 99, in cui a Mediaset oltre a me c' erano Santoro, la Dandini, Luttazzi. A quella funzione Mediaset ha del tutto abdicato».

Lei è stato criticato da sinistra per aver detto, per giunta al «Giornale», che con Carlo De Benedetti come editore sarebbe stato meno libero. Conferma?

«Sono stato usato. Ho semplicemente detto che la situazione ideale è quella di oggi: un editore presente ma silente. Al punto che nessuno sa quale sia. Con un editore più "sessuato" dal punto di vista politico - e non ho citato solo De Benedetti ma anche Berlusconi e vari "berluschini", come Tarak Ben Ammar -, scatterebbe la dietrologia che mi sono portato dietro per 17 anni a Mediaset: non puoi dare una notizia senza che ci si chieda a chi giovi. In questo anno di assoluta libertà non mi è mai successo. Consiglio a Santoro di verificarlo di persona».

Cazzullo Aldo

sabato 2 luglio 2011

«Silvio tecnicamente è quasi immortale Con il mio elisir ha 12 anni di meno»

Scapagnini, il sindaco-medico: solo sulla Via della Seta ho trovato gli ingredienti, olio, yogurt e tanti minerali

«Non si illudano: ci seppellirà tutti. La sua vera età è di 55 anni. Berlusconi è tecnicamente quasi immortale».
Il professor
Umberto Scapagnini medico e sindaco è l'uomo che tiene le chiavi del dopo Cavaliere. Il custode dell'elisir: «Provitamine, antiossidanti, immunostimolanti, enzimi, amminoacidi, e soprattutto minerali, magnesio e selenio attivato. Gli stessi che assorbono i centenari che ho incontrato sulla via della Seta, a Sud di Urumqi e nelle oasi tra il deserto del Taklamakhan e il Gobi. Poi un olio particolare, un certo yogurt», e quasi nessuno dei segreti che hanno alimentato suggestioni da alchimia medievale, criniera di unicorno, lacrime di vergine, rugiada delle notti di plenilunio.

«Il criterio è rigorosamente scientifico. C'è un metodo per calcolare la differenza tra l'età anagrafica e l'età biologica, tra i dati teorici e l'effettiva attività mentale, fisica, sessuale». Scapagnini a esempio ha 62 anni, non li dimostra e in effetti ne ha 11 di meno.
«Berlusconi è meglio: meno 12». Il record appartiene a Mike Bongiorno: meno 17. Ma si può migliorare. La prova dell'eccezionalità del Cavaliere, spiega il suo medico, è proprio nel male che l'ha colpito. I calcoli di Scapagnini attribuiscono ai giudici di Mani pulite una morìa da terremoto caucasico di media entità: «Tangentopoli ha fatto 700 morti.

Accanto ai casi noti ce ne sono un'infinità in periferia. Lo stress da arresto, da turba giudiziaria, è normale per i malfattori ma terribile per i «borghesi», colpevoli o innocenti che siano. Provoca una brusca caduta delle difese immunitarie. L'accanimento contro Berlusconi è stato tale che è quasi un miracolo abbia indotto solo una malattia lieve, una forma molto blanda, ormai debellata. Il suo fisico e la sua mente hanno dimostrato una capacità di difesa quasi sovrumana. Il presidente si sottopone ancora a un controllo all'anno, ma non ne avrebbe più bisogno. Sta benissimo», e nessun traguardo gli è precluso.

«Ognuno di noi ha un potenziale teorico di vita di 150 anni». Una durata che non garantisce purtroppo l'eternità biologica ma basta a quella politica, ben oltre verifiche e campagne elettorali. «Un terzo dipende dalla genetica, un terzo dallo stress e dai casi della vita, un terzo dall'alimentazione e dai farmaci». Berlusconi è ben messo sotto tutti gli aspetti: «Geneticamente è eccezionale. Un profilo neuroendocrino eccellente. Un cervello veramente straordinario. E' un tipo previsivo, dall'intelligenza fuori dalla norma, che gli consente di prevedere come andranno le cose. Ha una costanza, una capacità di concentrazione e di lavoro incredibili. Non molla mai.

E sa controllare lo stress. Sa dormire. Gli bastano 3, 4 ore a notte, più mezz'ora strategica al pomeriggio, che gli consente di recuperare il 40% delle energie. E' sbalorditiva la sua capacità di dormire ovunque e in qualunque momento, in auto, in aereo».
Assicura Scapagnini che non esistono diete vietnamite o tibetane. Si potrebbe semmai parlare di dieta Berlusconi, ma il professore la consiglia senz'altro anche agli (altri) esseri umani. «È una dieta iperproteica. Il primo giorno, solo acqua, a litri, e frutta. Poi, dal secondo al nono giorno, niente alcol, né pane, né pasta; solo proteine, che hanno un peso molecolare maggiore. Secondo il ciclo di Krabbs, al quarto giorno l'organismo, per far prima, comincia a bruciare i grassi. Poi due settimane di dieta dissociata. Moto: corpo libero, addominali, venti minuti di corsa. Quindi un altro ciclo. In un mese si perdono 7 chili».

Con le spedizioni esotiche, i cibi di lunga vita, i farmaci brevettati personalmente (insieme con il professore italoamericano Victor Rizza, scomparso in un incidente aereo da lui stesso previsto o almeno presagito), Scapagnini è uno dei personaggi centrali della leggenda di Berlusconi, una forma più sofisticata di quella sotto gli occhi di tutti, una dimensione ulteriore rispetto al Milan, alla politica, alla tv. Dell'Utri che lo accompagna in auto la notte attorno a San Vittore per trasmettere al carcerato Brancher la volontà di resistere, Bondi che teorizza ad Arcore la «mistica del fare, la politica femminile, l'idea dell'amore contro l'ideologia dell’odio», e poi il mausoleo, la confraternita, i ragazzi milanisti usciti dal coma, i molossi ammansiti con un grido, la stessa signora Veronica, «una donna intelligentissima, con un interesse spiccato per la medicina alternativa» racconta Scapagnini.

Come ogni leggenda poggia su un fondo di verità, anzi, dice il sindaco professore, sulla verità scientifica, in equilibrio tra ricerca tecnologica e antichi rimedi orientali: farmaci che aiutano la respirazione dei mitocondri; altri che stimolano la produzione degli ormoni positivi, il dea e il gh od ormone della crescita; estratti del timo, la ghiandola che regola il sistema immunitario. Scapagnini parla a voce bassa. Ha una cravatta con gli elefanti simbolo della città, che porta sul gilet. Napoletano, famiglia di ingegneri, dopo la laurea in medicina è partito per Gand, a studiare con Heymans «primo e ultimo premio Nobel belga», e poi per gli Stati Uniti, «professore incaricato al Houston Medical Center e al Mit». Libero docente a 29 anni, associato a 32, ordinario a 33, a Catania.

«Arrivai per fermarmi qualche mese, non sono più ripartito». La sua specializzazione si chiama psico-neuro-immuno-endocrinologia (pnei). «Ho sempre avvertito il fascino, anche metafisico, letterario, del cervello. Leggevo Poe, Lovecraft, il grande noir». C'è un legame tra la testa, gli ormoni e la psiche, su cui lavorare «per prevenire l'invecchiamento cerebrale, l'Alzheimer, l'impotenza». Questo disse in una conferenza a Villa Paradiso, sul Garda, davanti a un gruppo di dirigenti Mediaset in soggiorno rigenerante. «Là incontrai Marcello Dell'Utri. Un uomo eccezionale, di straordinaria cultura. Mi disse che il Dottore sarebbe stato curioso di conoscermi. Qualche giorno dopo ero ad Arcore». 1988: una folgorazione, per entrambi.

«Berlusconi subito si scusò, disse che doveva andare a dormire alle 11. Parlammo fino alle 2 di notte. Era già bene indirizzato, mangiava solo cose naturali, pasta con sughi leggeri, verdure arrosto, poco vino solo rosso; e poi faceva atletica, corsa, pesi. Ne rimasi affascinato. Che generosità. Fotocopiava le indicazioni che gli avevo dato per passarle agli amici. Anche ora, con il lifting: non è vero che eravamo d'accordo, che sono stato io a dare la notizia, io avevo detto il contrario. Un altro si sarebbe adirato; lui ha capito. Cominciammo con la food-therapy, i cibi che prevengono il cancro: il pomodoro di Pachino e il suo apporto di licopene, i broccoli con i derivati solforosi, e un particolare olio d'oliva. Partii con il professor Mordechai per una spedizione sul Mar Morto, alla ricerca dell'olio di onfacio, con cui Cleopatra confezionava i suoi prodotti di bellezza. Scoprimmo che era liquido spremuto a freddo da olive immature».

Poi la spedizione sulla Via della Seta, «alla ricerca dell'immortalità» era il titolo, con il figlio Giovanni, il fratello Sergio, l'amico Sorbini della Enervit, un regista indiano poi premiato a Venezia e i portatori, da Samarcanda allo Xinjiang fino a Turfan, «dove ci sono dieci centenari per villaggio, che mangiano prodotti di una terra ricca di magnesio e selenio. Prelevavo loro campioni di sangue per congelarlo e studiarlo. Purtroppo si sono passati la voce. Appena ci vedevano i vecchietti scappavano tutti». Poi è andato al Milan: consulente medico per cinque anni, tra Sacchi e Capello. Quindi all'Europarlamento: presidente della Commissione ricerca, in contatto con Edith Cresson, caduta per uno «scandalo veniale, una sciocchezza: nominò consulente il suo dentista». Dal 2000 è anche sindaco di Catania, dov'era stato assessore socialista (all'Urbanistica).

Va così: la sinistra si dilania, nel '93 il ballottaggio tra Bianco e Fava, doppiopetto e camicie bianche aperte, due idee della Sicilia e dell'antimafia; poi arriva Berlusconi, candida il suo medico, 57% al primo turno e non se ne parla più. «Amo questa città. Mi hanno chiamato da Siena, Roma, Napoli, ho detto no. Ho 11 allievi in cattedra, uno in America nominato per il Nobel, si chiama Napoleone Ferrara; io resto qui. Non prendo un soldo, né da Berlusconi né dalla povera gente, e per questo mi vogliono bene». Stamane percorrerà Catania sulla carrozza con i pennacchi e i cavalli bianchi, dopodomani aprirà la cripta di Sant'Agata, culmine di una festa che dura da un mese in una città bellissima e impazzita, fuochi artificiali diurni come colpi di cannone, l'Etna bianco di neve e di fumo.

«Abbiamo salvato la squadra di calcio dalla retrocessione e quando vado allo stadio vince sempre. Tranne una volta, un pareggio». Il Comune veglia anche sui frammenti della mandibola della santa e del velo che ferma la lava, incombenza che Scapagnini ha lasciato all'arcivescovo. «E non è vero che il succo che beve Berlusconi viene dalla Francia. Sono arance rosse che crescono solo qui. Straordinarie nel prevenire l'invecchiamento cerebrale», accompagnate dall’olio e dallo yogurt purché «arricchito da sostanze probiotiche»; e quando verrà il dopo Berlusconi saremo tutti morti.

Aldo Cazzullo

3 febbraio 2004


sabato 21 maggio 2011

Un po' di serietà

Se la destra pare non aver imparato la lezione del primo turno, la sinistra non ha ancora fornito ai milanesi tutte le garanzie e gli elementi per prendere una decisione importante come quella del 29 e 30 maggio. A cominciare dalla squadra di governo, dagli uomini cui potrebbe essere affidata la Milano del futuro.


Da una parte, i toni e gli argomenti della campagna per il ballottaggio non sembrano discostarsi da quelli - eccessivi - dei giorni scorsi. Non è solo questione dell'insulto di Bossi, o del periodico vicino al centrodestra che accosta Pisapia all'Anticristo. Presentare una Milano governata dalla sinistra come la capitale degli zingari, della droga, dei centri sociali e dei minareti non inficia la credibilità degli avversari, ma la propria. Demonizzare le moschee, viste dallo stesso Maroni come argine all'estremismo islamico, può portare qualche voto ma non delinea la visione di una grande città del XXI secolo. Peggio ancora le promesse dell'ultimo momento, che magari contraddicono il programma elettorale, come la marcia indietro della Moratti sull'Ecopass, o l'idea improvvisata di trasferire qualche ministero minore a Milano e a Napoli (altra città-simbolo del berlusconismo, dalla battaglia dei rifiuti alle vicissitudini personali del premier); come se lo sviluppo di due metropoli europee fosse legato a qualche centinaio di posti pubblici. Dall'altra parte, Pisapia è stato attento a non esasperare la valenza politica del voto di Milano e a non accettare la battaglia delle male parole. Ma non ha dissipato i dubbi legittimamente coltivati dai moderati milanesi; i quali, come nel resto del Paese, restano la maggioranza del corpo elettorale.


Pisapia farebbe bene non solo a precisare meglio i punti-chiave del suo programma, ma soprattutto a indicare le persone incaricate di attuarli. Non è indifferente sapere come sarebbe composta la sua squadra; così come conoscere eventuali cambiamenti in quella della Moratti (che nel frattempo farebbe bene a scusarsi per la falsa accusa al rivale). Chi si occuperà dell'economia e del bilancio di Milano? Chi dell'Expo? Chi dell'ambiente? Chi del punto di forza del progetto di Pisapia, la cultura?
La preoccupazione - espressa ieri sul Sole 24 Ore da Roberto Perotti - per l'invadenza della mano pubblica rispetto alla sussidiarietà e alle istanze liberali non è priva di fondamento, in una città come Milano abituata ad affidarsi alle energie dei privati e delle associazioni. Sapere quali siano gli uomini e le donne di Pisapia è fondamentale per capire se la sua gestione possa essere davvero riformista e coinvolgere culture e ambienti diversi dal suo, compreso quello cattolico. Se entrambi i candidati indicassero anche personalità al di fuori del loro campo, darebbero un segnale importante e faciliterebbero la decisione dei milanesi. Che avrà certo conseguenze politiche. Ma è innanzitutto la scelta del sindaco di una città che resta l'avanguardia d'Italia nel mondo.

Aldo Cazzullo
21 maggio 2011

venerdì 18 marzo 2011

Ritroviamo l'orgoglio dell'Unità


L'Italia che oggi arriva al suo 150° compleanno, e lo celebra in Parlamento e nelle piazze, è un Paese su molti aspetti diviso. Dalla storia, e dalla geografia. Sulla memoria storica, e sugli interessi territoriali. Ma è un grande Paese, che può essere orgoglioso del contributo di bellezza, sapere, lavoro che con i suoi artisti, scienziati, emigranti ha dato all'umanità. Il Paese degli ottomila Comuni, che a ogni collina cambia accento, paesaggio, costumi e prodotti, ma che mantiene una vocazione universale: la classicità e la cristianità, i Cesari e i Papi; il Rinascimento, con cui insegnò al mondo a raffigurare e pensare le cose, e il Risorgimento, con cui si riaffacciò sulla scena internazionale. Perciò oggi è giusto festeggiare, tutti insieme; senza che questo implichi essere tutti d'accordo, condividere la stessa idea dell'Italia.

Il Risorgimento che unificò la penisola scontentò cattolici e repubblicani, e comportò una guerra civile al Sud. Anche la Costituzione nacque alla fine di un sanguinoso scontro interno. Il dopoguerra è stato segnato prima dalle contrapposizioni ideologiche, poi da quelle personali. Oggi la festa è contestata al Nord dai leghisti - anche se non da tutti - e al Sud da un movimento che sarebbe riduttivo definire neoborbonico, e presto troverà una sua forma di rappresentanza politica, una lega del Mezzogiorno. Ma Paesi considerati più patriottici del nostro hanno alle spalle divisioni anche peggiori. Gli Stati Uniti furono lacerati da una guerra civile che lasciò il Sud pressoché distrutto. I francesi si sono trucidati tra loro negli anni della Rivoluzione e della Comune. Spagna e Regno Unito si misurano da decenni con separatisti armati. Eppure i nostri vicini e alleati si riconoscono in valori comuni. Ciò che unisce è più di ciò che divide. Perché lo stesso non dovrebbe valere per noi?

Non si tratta di ricostruire in laboratorio impossibili memorie condivise, ma di riconoscere che pure noi italiani abbiamo un passato di cui possiamo andare fieri e un futuro ricco di possibilità. L'attaccamento alle piccole patrie, ai dialetti, ai Comuni è giusto e utile, è la ricchezza che il mondo globale ci chiede; e può stare assieme al legame con la patria comune che ci comprende tutti.

Ce lo insegnano Alessandro Manzoni, grande italiano e grande milanese, che compose l'ode oggi ripubblicata dal Corriere quand'era ancora cittadino austriaco. E Daniele Manin, acclamato dai veneziani che sventolavano il vessillo con il leone di San Marco e il Tricolore. Oggi ricordiamoci anche di Ciampi, quando dice di sentirsi livornese, toscano, italiano ed europeo. E di Napolitano, quando ricorda l'influenza fortissima sull'identità italiana di Napoli e l'urgenza del suo riscatto. Anche nelle nostre famiglie c'è un personaggio che ha contribuito a fare la storia d'Italia. Nel Risorgimento, nelle due Guerre mondiali, nelle varie forme che assunse la Resistenza, nella ricostruzione. Oggi raccontiamone la storia ai nostri figli e ai nostri nipoti. Ritroviamo quel frammento di memoria nazionale che ogni casa custodisce, magari in forma di lettere, cimeli, ritratti. E non temiamo le sofferenze che pure ci portiamo dietro; perché anche di quelle possiamo essere orgogliosi, anche quelle servono a costruire un futuro che oggi potrebbe apparirci meno avaro e meno incerto.

Aldo Cazzullo
17 marzo 2011

giovedì 20 gennaio 2011

La misura perduta


L'aggressività dei toni e la durezza della sostanza del messaggio di Silvio Berlusconi non aiutano né a chiarire la vicenda né a ricomporre il quadro politico. Certo, inquieta lo spiegamento di forze per seguire le tracce di centinaia di ospiti in una casa privata; come pure la prospettiva che il Paese resti bloccato per settimane, nell'attesa di un processo da cui potrebbe non emergere una prova decisiva. Ma, lasciati alla magistratura il proprio lavoro (il premier si presenti ai giudici e non chieda di punirli) e alla politica le proprie beghe, fatte salve le garanzie dovute a tutti i cittadini, inquieta anche la rappresentazione della vita civile che stiamo dando all'estero e che lasceremo alle prossime generazioni.

Preoccupa in particolare il fatto che il capo del governo non riesca a darsi nei comportamenti personali un profilo all'altezza dei suoi doveri istituzionali e anche della sua politica della famiglia, al centro quantomeno dei programmi elettorali. Uno dei punti di forza di Berlusconi è sempre stato lo stretto rapporto con le gerarchie ecclesiastiche. Finora il sostegno della Chiesa al centrodestra non è venuto meno, per quanto le rivelazioni sulla vita privata del premier abbiano causato disagio e turbamento tra i vescovi e talvolta anche Oltretevere. Ora il direttore di Avvenire Marco Tarquinio ricorda che «quando si ricoprono incarichi di visibilità il contegno è indivisibile dal ruolo» e l'Osservatore Romano pubblica la nota che esprime le preoccupazioni del Quirinale, come a farle proprie. L'impressione però è che non bastino i segnali che vengono dai quotidiani, per quanto autorevoli. Occorrerebbe, da parte della Chiesa, una parola più esplicita. La settimana scorsa, il Papa ha espresso davanti al corpo diplomatico le sue perplessità sull'educazione sessuale nelle scuole, con un intervento giudicato molto severo anche da osservatori in sintonia con il pontificato di Benedetto XVI. Quel che emerge dalle carte dell'inchiesta di Milano non è meno inquietante, anzi.

Non è solo in questione la moralità della persona. È lo spaccato del Paese a destare sconcerto. Sono i padri che invitano le figlie a essere ancora più spregiudicate, pur di conquistare più denari e nuovi favori. È la degradazione della famiglia a valore da agitare in campagna elettorale o a grumo di interessi per approfittare dell'angosciosa solitudine del leader. Qual è l'idea del nostro Paese che stiamo trasmettendo alla comunità internazionale? Quale il modello di vita che mostriamo ai nostri figli? Quale l'immagine dell'Italia che lasceremo alle generazioni a venire? Il forte rapporto tra Stato e Chiesa, costruito anche da Berlusconi, è stato spesso criticato. Se ora arrivasse un richiamo al dovere di chiarire, di rispondere con serietà ad accuse tanto serie e di sottoporsi al giudizio della magistratura, quel rapporto darebbe un contributo prezioso non tanto al governo (che l'opposizione non ha né la forza né la voglia di far cadere), quanto al Paese.

Aldo Cazzullo
20 gennaio 2011