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domenica 26 dicembre 2010

SERENATE STONATE


La notte nel silenzio ha il rombo dell'insonnia, che senza ragione obbliga a rimanere svegli. La luce soffusa dell'abatjour diventa un faro incandescente che inesorabile disturba il sonno dell'altro. Desisti alla tentazione di accenderla e resti immobile con le palpebre bloccate in alto ascoltando le tue fantasie.
Scegliere fra il tepore del letto e il trasferirsi altrove diventa tormento, e si rimpiange l'estare al freddo dell'inverno . Nel buio le ombre danzano sulle pareti illuminate da raggi di luna, che filtrano caparbi attraverso l'unica fessura socchiusa dell'imposta. La mente inizia a inseguirle in un gioco di forme inesistenti, si inventano nomi e irreali scenari. Storie rocambolesche che sfianchino l'immaginario pur di scacciare via i veri fantasmi dell'io.
Poi si sorride sconfitti a un sonno che non vuole impadronirsi di una mente irrequieta . Inutile restare immobili a inventare figure retoriche, in fondo la vestaglia è soffice e cada.
Il silenzio della casa accoglie in un abbraccio di quiete. Ogni cosa è esattamente al suo posto, però appare diversa. Impersonale, fredda nella statica attesa del giorno per riprendere il calore di una forma. Forse è questo il momento per intonare "nessun dorma".
Quante notti, nelle vesti di complici amiche, passate ad accordare canti stonati. Tutti insieme nel stroncare silenzi infiniti sotto la luce di pochi discreti lampioni. Allora non era l'insonnia a snobbare il caldo delle coperte, era un giorno che durava più a lungo, era voglia di vivere.

E ritornano alla memoria i colori del buio, schiariti a tratti dalla luce fissata su pali o dai fari di un'auto in corsa. I sorrisi brillavano, perle luminose e intriganti verso una luna che ricambiava ammiccando serena.
Le foto, se ricordi dove le hai messe forse animerai i ricordi. Le sfogli con lentezza, come a fare dispetto a un tempo che è andato di fretta. Quei volti li osservi, uno a uno, li chiami per nome, ne ricordi la voce di ognuno. Sorridi a quella età che permetteva di intonare canti stonati rallegrando l'insonnia a chi non riusciva a dormire.

Se qualcuno cantasse per strada, ti uniresti a quel coro, ma è meglio tornare a quel caldo tepore, il tempo delle serenate appartiene al passato remoto.

domenica 13 giugno 2010

Dal blog “Non può piovere per sempre”

di Francesca G.

L’otto Giugno alle ore 18,00 mi trovavo in Chiesa per la ricorrenza dell’anno di un caro Amico defunto, mi capita, come a molti penso, di non potermi sottrarre a simili doveri , cerimonie religiose di parenti o amici, ne farei volentieri a meno, ma.. società in cui vivi d’obbligo è rispettarne gli usi.

Quando mi ritrovo fra quei banchi, la mia mente se ne va girovagando in ogni dove e si perde nelle fantasie più disparate, così da ritrovarmi seduta quando gli altri sono in piedi e viceversa. Bontà della persona a me vicina che a volte mi avvisa del cambio, forse perché appaio come un carciofo in un campo di fragole, e non va certo meglio allo scambio del “segno della pace, stordita stringo una mano tesa con un bel “ciao”. Ogni tanto però capto qualcosa che mi riporta alla realtà, come ad esempio la famosissima frase: “ io sono il vostro pastore e voi le mie pecorelle”, mi viene d’istinto di belare ma mi trattengo per non essere classificata come la “matta del villaggio” dalla “sana gente”, e poi so che non sarebbe gentile irrompere così nel bel mezzo di una celebrazione solenne.

Durante la predica, che trovo sempre lunga e noiosa, mi “svegliai” di botto perché ero scivolata pericolosamente verso il bordo del sedile, quelle panche di legno sono la mia rovina, così abbandonata nelle mie fantasticherie slitto dolcemente senza avvedermene.

Il sacerdote stava parlando di padre Pio , non raccontava certo sulle opere a beneficio della gente che l’umile uomo fece, ma.. di caritas.

Vale a dire che il predicatore marcava le donazioni alla Chiesa da parte dei fedeli, e si lamentava che oggi non c’è più come allora.. caritas...

“Chi sa con chi vorresti spendertela la “caritas!”, pensai.

Fece l’esempio di una vecchietta tanto povera che riuscì, nonostante la sua miseria, a donare 50-lire tutte in centesimi, e quando il buon frate le chiese come avesse fatto a raccimolare tutti quegli spicci, la donna rispose che aveva risparmiato sui fiammiferi chiedendo alla vicina di casa di darle un carbone acceso all’occorrenza. Pazzesco, mi piacerebbe sapere se la storia è vera o solo una bella invenzione architettata pur di spennare polli senza pinne.

Sul finire della celebrazione il sacerdote si rivolse a tutti con un: “Cari fratelli…” e qui galoppai ancora con il mio pensiero.: chi sa quale sarebbe la reazione della gente vedendo un pastore che nel rivolgersi alle sue pecore dicesse: “cari fratelli” , verrebbe subito additato come matto o interdetto , il predicatore invece dice cose sante, sembra sano di mente pur parlando da matto, forse perché i veri matti stanno beati di fronte a lui.. chi lo sa.

Continuò invitando tutti alla messa della sera per i giovani novizi, che sarebbero arrivati da Reggio Calabria, e pregava i genitori di incitare i loro ragazzi a partecipare:

“ convinceteli, la Chiesa ha bisogno di giovani, di vocazioni, vedete di convincerli con una paghetta, con un regalo, insomma voi sapete come fare per ottenere dai vostri figli”...

Molte "pecorelle" risero intenerite a tale supplica, io rimasi sbalordita, pagare un figlio per indurlo a frequentare la Chiesa, a credere e a farsi monaco?

Tutto cambia affinché cambi in peggio!

Di quanto sarà il tornaconto per un genitore che riesce nell’impresa, certo che ad avere un parente frate male non si sta di certo.

Quasi, quasi convinco mio marito!

lunedì 22 marzo 2010

L'INGANNO E LA SPERANZA

DAL BLOG DI FRANCESCA G.

Un giorno chiesi a un vecchio amico, un libraio ebreo che aveva vent’anni nella notte dei cristalli e viveva in Germania:

«Come mai non sei fuggito? Non vi rendevate conto delle atrocità che i nazisti stavano per farvi?»

Lui rispose con due parole:

«L’inganno e la speranza.»

L’inganno, mi spiegò, sta nel non svelare tutto e subito.

«Se Hitler avesse manifestato pubblicamente l’intenzione di deportare milioni di ebrei per gasarli nei campi di concentramento, se avesse svelato la “soluzione finale”, nessuno di noi sarebbe rimasto in casa, tantomeno in Germania, che era la nostra patria, e, forse, si sarebbe sollevato il mondo intero. L’arguzia nazista fu di procedere per giri di vite. Oggi non potete più fare questo commercio, domani dovete appuntarvi una stella, qualche giorno dopo i figli non potevano più frequentare la scuola, il mese dopo un’altra limitazione, sempre più illecita, sempre più iniqua, e a ogni minaccia progressiva, a ogni ingannevole giro di vite, si era indotti a pensare “Non oseranno altro, è impossibile”, si cade vittime, cioè, della speranza, la speranza che è insita nella natura umana. L’inganno e la speranza, appunto, la peggiore delle trappole.»

Quel mio amico non c’è più, e noi abbiamo avuto esistenze più agevolate delle loro, vite costellate di scandali e corruzioni politiche, insabbiamenti, anni di piombo, tangenti, mafie, stragi, ma imparagonabili con l’Olocausto, anche se i crimini del regime sovietico o gli eccidi nella ex Jugoslavia si sono cronologicamente fusi con i nostri più giovani destini. E ne portiamo, anche se involontariamente, la macchia.

Noi abbiamo vissuto in una molto sofferta democrazia. Da qualche tempo stiamo provando un brivido brutto. Ogni giorno che scorre siamo meno liberi. E ieri, leggendo sui giornali che il vertice delle istituzioni, la presidenza del Consiglio, ha dichiarato che i nostri magistrati sono dei “talebani”, mi sono ricordato del mio amico antico, di quel libraio ebreo, perché, per un’ennesima volta, stavo facendo il callo anche a questa scalmanata esternazione, a questo immenso danno di un premier che distrugge sistematicamente quei poteri che salvaguardano la nostra democrazia. Mi sono tornate alla mente le due parole: inganno e speranza. Lo so bene che è una bestemmia paragonare le due epoche e me ne guardo bene. Ma la maligna arguzia di quella “strategia dei giri di vite” è proprio la stessa. Chi è scomodo, nella pubblica opinione, viene silenziato. Il Parlamento è ormai il salvacondotto dei politici inquisiti. Il Capo si sottrae alle leggi e nomina i suoi avvocati onorevoli, perché ne promulghino di nuove per salvarlo.

I telegiornali hanno smarrito l’obiettività e la completezza dell’informazione. Sull’impoverimento delle famiglie italiane e su tutto quanto possa dispiacere al “manovratore” si maschera, si omette, si tacita la notizia sgradevole, si spacca il Paese in due inverosimili partiti: quello dell’Amore e quello dell’Odio. Viviamo in un’atmosfera orwelliana, da “Fattoria degli Animali”, ma c’è molta più assuefazione che rivolta, un’indolenza atavica, un menefreghismo mediterraneo e un dissennato egocentrismo, ci stanno imbambolando fatalmente.

Credo che dovremmo stare tutti molto attenti, coscienti, in guardia. La Storia non presenta mai gli stessi piatti, il male è scaltro, e puntualmente si irride chi l’annuncia liquidandolo da apocalittico e visionario. Però io lo vedo, lo vedo ogni giorno, in televisione e nelle strade, che posso farci? Per me un presidente del consiglio che considera “talebana” tutta la magistratura è un sovversivo e chi tace è un suo complice. Con la legge sulle intercettazioni il potere d’indagine dei magistrati sarà reso inoffensivo. Tutti gli italiani onesti saranno più indifesi dal dilagante strapotere dei corrotti, in politica e nella finanza, e da quello dei criminali comuni. L’inganno è storicamente il solito: trasformare le vittime in persecutori e chiamare il giro di vite “libertà”.

Per quanto riguarda le intercettazioni: definire il nostro come “uno stato di polizia”, che è esattamente il fine che s’intende conseguire. Polizia mediatica. Informazione in divisa e manganello. La speranza ormai è ridotta a un dovere: illuminare la coscienza di quanta più gente possibile, e tenere accesa la nostra. Dio solo sa quanto mi manca la testimonianza e la luce di quel mio vecchio amico libraio, l’intelligenza, l’esperienza, la sensibilità di tutti i nostri padri che sembrano scomparsi dalla faccia del Paese. Non lamentiamoci, anche in nome loro, non rassegniamoci, non andiamocene via dall’Italia. Deve fare le valigie chi la sta riducendo così. E noi dobbiamo accompagnarli alla porta prima dei prossimi giri di vite, perché ci saranno.

(Diego Cugia)

venerdì 28 agosto 2009

martedì 25 agosto 2009

L'"ASSASSINO DAGLI OCCHI DI GHIACCIO"

FRANCESCA GEI

Un giorno d’estate un po’ anomalo quello di oggi, un caldo statico avvolto da una strana coltre di luce rosa, come se il sole filtrasse da dietro una tenda.
Non un alito di vento, c’era aria di pioggia, non è caduta neanche una goccia d’acqua, aspettavo l’odore bagnato della terra, che d’estate sa di buono come la fragranza del pane appena sfornato.
Me ne stavo seduta sulla sdraio in terrazza, e cercavo con lo sguardo forme indefinite fra le nuvole bordate di rosa intenso.

La mia mente si rifiutò di inseguire eteree figure, varcò i confini del tempo tornando ad una sera come questa, stessa luce, stessi colori, era la metà degli anni settanta, tornavo dalla palestra con il mio zaino sulle spalle, esile come un fuscello, lunghi capelli neri ondulati fin sulla schiena, …lo sguardo attento a quella strada ad alta velocità che avrei dovuto costeggiare lungo il tragitto che mi portava a casa.
Camminavo lentamente, ero arrivata al punto in cui c’erano le ville, dodici ville, ognuna recintata da un giardino ricco di piante e fiori, gli svizzeri amano tanto le rose, il loro profumo lo ricordo ancora, inondava per lungo tutta la strada.
La sesta villa era quella sulla quale la mia mente, allora ancora più fervida, l’aveva etichettata come la “villa del mistero”, quante storie di omicidi e di spionaggio ci avevo ricamato sopra, con quello strano individuo seduto sulla sua sedia a rotelle, con un plaid a scacchi rosso, blu e nero sulle ginocchia ed un libro rilegato in pelle scura con le scritte d’oro.
Dalla quinta villa camminavo ancora più lenta, ogni sera mi proponevo di leggere quel titolo … senza che lui se ne avvedesse.
Il mio sguardo cercava discreto di riuscire a catturare almeno una lettera a sera, ma ogni volta era la stessa storia, appena il mio piede era all’altezza del cancello sentivo su di me lo sguardo gelido dell’”assassino”, no, non era una sensazione, quello sguardo di ghiaccio mi scrutava mi seguiva senza neanche muovere le palpebre, come se fissasse un punto lontano, ma erano su di me.
Sentivo i brividi corrermi lungo la schiena, avrei dovuto camminare più svelta, ma per tutto l’oro del mondo non gli avrei mai dato la soddisfazione di vedermi impaurita, mi raddrizzavo di più sulla schiena, mentre in cuor mio pregavo le gambe di non tradirmi … la lettera, dovevo rubare con gli occhi almeno una lettera ... avevo le mani sudate … quel libro io glielo avrei rubato.
Quante volte immaginavo di correre velocemente, saltare quel cancello di legno che non era molto alto, rubargli il libro, magari inseguita dal suo cane bassotto che abbaiava pure ai fili d’erba tant’era chiassoso, tutto il contrario del suo padrone, e a perdifiato risaltare la siepe … finalmente con quel libro fra le mie mani.
Le gambe erano vigliacche, ecco perché non avrei mai potuto farlo … le sentivo pesanti, contavo i passi, da una parte all’altra erano cinquanta … 38 … 39 … 40….

“Perché non me lo chiedi ?”
La voce era metallica, mi trapassò l’intero corpo come uno spillo, pensai a mia madre, mi sentivo già morta … girai lo sguardo ed incontrai il suo, lo spillo non smetteva di pungere in ogni dove ed il ghiaccio degli occhi mi pietrificò come fossi davanti alla Medusa.
“Allora? Non parli la mia lingua? “
“Oooh si”, fu tutto quello che riuscì a dire.
“Avanti chiedimelo”
“Cosa, scusi? “
“Il titolo del libro, non è questo che vuoi sapere?”.
Oltre ad essere “assassino” sapeva pure leggere nel mio pensiero. Lo guardai senza dire una parola, avevo la gola secca, ma cosa poteva mai capire lui ?
“Bene, se non vuoi saperlo, non Te lo dico! Italiani, tutti vigliacchi!”
Il mio sangue passò dal gelo al fuoco, cosa aveva detto ?
Italiani vigliacchi? Lui, l’“assassino di ghiaccio”?
“Io ero lucifero”
”Come ha detto scusi ? Ho capito bene?”
“Non voglio essere disturbato !”
“Io non voglio essere offesa, vigliacco è Lei e tutta la Sua stirpe!“
Alzò lo sguardo, il fuoco si spense di botto … mi piombò addosso l’intera banchisa polare, perché l’avevo fatto?
Ma non mi mossi di un passo, vivere o morire ormai mi era indifferente, quel vecchio senza gambe non l’avrebbe avuta vinta.
“Va bene, non sei vigliacca, ma il titolo del libro non te lo dico”
“Non gliel’ho mai chiesto!“
Ripresi fiera il mio cammino verso casa con il suo sguardo che mi accompagnò fin quasi all’ultima villa.

Quella notte non riuscì a dormire, che stupida ero stata, se solo non mi fossi lasciata prendere dal panico, ora non potevo più chiederglielo il titolo, sarebbe stato un atto di sottomissione da parte mia …figuriamoci, ribelle com’ero!
Pensai a mille modi di riuscire nel mio intento, alla fine m’addormentai spossata sognando quegli occhi di ghiaccio.

Trascorsero altri due giorni con quel chiodo fisso nella mente, ma quella sera il titolo lo avrei ottenuto a qualunque costo, tranne che chiederglielo, ovviamente.
Quando fui ad un passo dal suo steccato respirai profondamente, come prima di un tuffo in acqua, ed avanzai….c’era!!!
“L’italiana”
Quella voce mi fece di nuovo tremare come un fuscello.
“Buona sera”
Ostentavo la calma superficiale di un mare in tumulto nei suoi abissi nel salutare lanciai uno sguardo a quelle mani eleganti che reggevano il libro, lo aveva rivolto in modo da inclinare la copertina con la scritta verso le sue ginocchia, vedevo il luccichio dell’oro, ma leggere era impossibile.
Tutto si svolse in un attimo, il cane scemo di “occhi di ghiaccio” si mise a correre abbaiando disperato dietro ad una farfalla, lui ebbe uno scatto e sollevò le mani.
Colsi l’occasione, come un gabbiano in volo afferra il cibo, i miei occhi furono sul libro, lessi velocemente, frazioni di secondi, lui reclinò le mani rendendosi conto che poteva avermi dato l’opportunità di leggere, mi guardò, pietrificata lottavo fra lo svenimento ed il contegno.
Ressi !
“E’ un cane italiano”
“Meglio di quelli tedeschi, avrebbe rincorso patate”.
Cominciai a recitare l’Ave Maria.
“Martha !!!”
La sua voce tuonò come il gong del boia, la donna con il camice bianco arrivò, si fermò dietro di lui e cominciò a girare la sedia a rotelle, “l’assassino dagli occhi di ghiaccio” non mi degnò più di uno sguardo e sospinto da Martha svanì dentro la portafinestra che dava sul giardino.

Il pomeriggio del giorno seguente, mi ritrovai ad aspettare il tram per recarmi in città dove avrei raggiunto la grande biblioteca di fronte alla Kantonsschuhle, la signora dell'archivio mi conosceva bene, appena mi vide sottovoce mi chiese:
"Dimmi, cosa devo cercarti ora? "
"Albert Kesselring".*, le dissi sicura.
Sgranò gli occhi, neanche se le avessi chiesto d'arrampicarsi sul K2, rassegnata andò a prendere la lista degli autori, lettera A naturalmente, le pagine che contenevano gli Albert erano davvero tante ma alla fine lo trovò.
Fortunatamente c'era da scegliere solo fra due titoli di libri scritti da quest'autore, non esitai, mi venne in mente il luccichio in oro di una S.
"Questo, è questo" esultai.
"Ma come mai cerchi questo libro? Non è adatto alla tua età e poi non l'abbiamo, ne sono state stampate poche copie, non fa per te ".
"Me lo deve ordinare, la prego, la prego, la prego"
"Ma sei minorenne, non posso proprio"
"Meine liebe Frau *... Lei è il mio angelo, non può dirmi di no".
"Vedrò cosa posso fare, finirò nei guai con te, un giorno o l'altro".
L'abbracciai ringraziandola e le dissi che sarei tornata in settimana per il libro, da sopra i suoi occhiali mi lanciò uno sguardo fra il disperato e il tenero, amava le mie effusioni d'affetto.

Ritornai di corsa verso la stazione dei tram, guardai l'ora, il tempo d'arrivare e correre fino alla villa, sperare di trovarlo in giardino prendermi la mia bella rivincita e poi tornare a casa, avrei fatto tardi, mi sarei dovuta sorbire il terzo grado di mia madre , ma non mi importava nulla.
Arrivai davanti a quello steccato con il cuore che non aveva più battiti ma l'irruento scorrere di un fiume in piena, rallentai per prendere fiato, camminai decisa e mi parai davanti al cancello, era in giardino, sembrava stesse aspettando proprio me, i suoi occhi glaciali mi guardarono decisi in attesa di ciò che stavo per dirgli :
"Soldat....bis....zum....letzten...tag..." *
Lo scandii lentamente e piena d'orgoglio.
Gli antichi greci sbagliavano nel pensare che Giove lanciava con le mani i fulmini sulla terra ... no, lo faceva con gli occhi, perché in quell'attimo fui trafitta da mille fulmini.
"Ce l'hai fatta, ma non potrai mai leggerlo!!".
La sua voce sembrava uscire dall'antro di una caverna.
Indietreggiai spaventata e con le ultime forze che restavano nel mio esile corpo cominciai a correre verso casa.
Ancora non sapevo quanto quell'uomo sarebbe stato importante nella mia vita.

* Meine liebe Frau : mia amata signora.
*Soldat bis zum letzten tag : Soldato sino all'ultimo giorno

"Albert Kesselring" : fu uno degli ufficiali nazisti più spietati, fedelissimo di Adolf Hitler, comandante delle forze aeree prima, divenne poi comandante supremo, col grado di Feldmaresciallo, di quasi tutte le forze armate tedesche. Prese parte a tutte le operazioni militari durante la seconda guerra mondiale in Europa, sul Mediterraneo ed in Africa. In Italia fu uno dei più sanguinari, fece giustiziare molti civili, oltre alle deportazioni di massa degli ebrei. È Responsabile dell'eccidio delle Fosse Ardeatine.
Dopo la seconda guerra mondiale fu condannato a morte per crimini di guerra, poi la sentenza fu commutata in ergastolo ed alla fine fu scarcerato a causa delle sue condizioni di salute. Visse tranquillamente fino alla fine dei suoi giorni il 1960.

giovedì 20 agosto 2009

lettera a una ragazzina

DAL BLOG "LA SINISTRA CHE VOGLIAMO"

Ciao “ragazzina”,
mentre osservavo una Tua immagine ho provato un’infinita tenerezza per te, una delle tante immagini di te che sono apparse sulle testate giornalistiche, in TV e sul web, più nuda che svestita, un corpo stupendo, statuario…un corpo, regalato agli occhi del mondo.
Guardavo i tuoi occhi, ho colto la sicurezza e l’orgoglio di una "donna" già fatta, nessun’altra alla tua età ha raggiunto le mete che hai già raggiunto tu.
Molte donne hanno impiegato un’intera vita per cogliere il più piccolo dei riconoscimenti a cui avevano a lungo aspirato, a te è bastato il tuo volto, il tuo corpo per ottenere tutto : notorietà, denaro facile ed elogi…insieme a quelli sono arrivati anche gli insulti sui medesimi canali, ma che importa? Tutta invidia la loro !

Mi è tornato in mente un film su Anna Bolena, ho rivisto la scena di questa giovanissima donna, che dopo aver sposato per procura il re d’Inghilterra Enrico VIII, allora si usava, la sera fu accompagnata in un castello dove le dame di compagnia la prepararono per la notte.
Rideva la giovanissima regina, si divertiva ai consigli che le elargivano le dame…
Poi la lasciarono sola, seduta sul letto ad aspettare il suo sposo. In quella stanza entrò un uomo vecchio, obeso e malandato e lei si spaventò, ancor di più quando quel vecchio pretese il “suo diritto” . Era il re!
Anna cercò di sottrarsi a quel disgusto di uomo, ma dovette sottostare.
Erano tempi quelli in cui una donna veniva “venduta” per affari di Stato.

Oggi le cose sono cambiate, in peggio, perché di ragazzine che hanno subito e subiscono la tua stessa sorte ormai ce ne sono tante, in ogni dove, con la tua stessa capacità di fare “carriera”.
Sei bella, ne eri cosciente fin da bambina, fra i banchi di scuola, per le strade della tua città….
Ti guardavano tutti, tutti ti ammiravano. Tanto bella da tentare la notorietà, con a fianco i tuoi genitori che ti hanno sostenuta in questa scelta, orgogliosi d’avere una figlia tanto bella, senza mai parlarti delle insidie che avresti potuto incontrare, dei compromessi da accettare, del tuo dover sorridere anche davanti al disgusto.
E’ troppo bella la loro bambina, chi vuoi che non la noti ? Diventerà famosa.
Il loro riscatto per una vita vissuta di rimpianti, Tu eri il loro “asso nella manica”.

Il book, qualcuno lo nota, sei bella, lo passa a chi di dovere…e quello che poi per te sarà “l’utilizzatore finale” s’invaghisce solo nel vederti sulle foto.
Non perde tempo, prima che qualcun altro ti noti, ti telefona, non credi alle tue orecchie…
Un uomo ricco e potente ha notato te, proprio te, umile ragazzina di borgata.
Corri da mamma e papà, racconti loro ogni cosa, vedi i loro occhi brillare di “riscatto sociale”, ma a te sembra felicità, orgoglio di te.
Senza capire, ebbra dell’ebbrezza dei tuoi familiari vai…voli verso quel “sogno”.
Palazzi di potere, ville sontuose, regali costosi e lui che sembra adorarti, gli permetti ogni cosa…è vecchio, che importa ?
Accetti le sue mani su di te senza battere ciglio, neanche te ne accorgi, troppe luci riflettono sull’oro e tu…sei unica !!

La gioventù ha un grande difetto sai, svanisce presto, un mattino ti svegli e da quello specchio, che fino al giorno prima ti diceva che eri bella, d’improvviso ti dice che sei sfiorita.
Ma non è una brutta cosa, non spaventarti. Non la vedrai riflessa in quello specchio la tua mente che formulerà pensieri più complessi, diversi da quelli che formulavi fino a ieri.
Allora rivedrai ogni cosa come in un vecchio film, girato sulla tua pelle però.
Rivedrai i tuoi genitori e capirai cos’è avvenuto veramente, ricorderai ogni cosa da te vissuta con l’ingenuità di una bambina felice, incosciente…
Allora, solo allora t’accorgerai che non era un gioco, qualcuno ti ha “venduta” a chi aveva tanti soldi, dandoti l’illusione che tu fossi già una donna, qualcuno ha venduto la tua gioventù impedendoti di viverla.
In quell’attimo sarai donna e capirai che gli sguardi del mondo non erano d’ammirazione o d’invidia. Ogni sguardo maschile ti vedeva nuda, anche dentro al tuo tailleur firmato, ogni sguardo femminile era di disprezzo, bella si ma "zoccola" e stupida...
Allora avrai maturato l’esperienza per svolgere bene il tuo lavoro, per mettere in pratica le tue capacità mentali che certo non ti da l’istruzione…
Non te lo lasceranno fare, quel marchio sarà con te per sempre, ci sarà sempre qualcuno che se solo proverai a superarlo ti dirà…”zoccola”, facendoti contorcere nel dolore…
No, non sarai mai una Nilde Jotti, una Emma Bonino, una Debora Serracchiani
Qualcuno ti ha spinto su quella stessa strada per vie traverse, e solo allora ti renderai conto che avresti potuto farcela da sola, qualcuno ti ha tagliato le ali impedendoti di volare con le tue forze, e quel giorno diventerai implacabile, odierai i tuoi genitori e ripensando all’”utilizzatore finale” correrai a sputare sulla sua tomba. Troppo tardi ragazzina.
Ancora stai giocando, fai la trapezista, tutti ti guardano con il naso all’insù…ma sotto di te non c’è nessuna rete, te l’hanno tolta tutti coloro che ti parlano d’amore.

Francesca