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domenica 21 novembre 2010

La necessità di ricostruire


Come nello scorso agosto, così oggi la politica e le istituzioni si sono date un mese di tempo per decidere del loro futuro e di quello dell'Italia. Ogni cittadino consapevole vive questo tempo con animo sospeso e medita sulle alternative. Propongo al lettore qualche riflessione di carattere esclusivamente personale. Se il governo in carica otterrà la fiducia, esso continuerà il suo lavoro. Se la perderà in una delle due Camere, la crisi si aprirà inevitabilmente e inizieranno consultazioni per accertare se un nuovo esecutivo possa nascere dal Parlamento. Secondo la Costituzione questo è sovrano lungo tutto l'arco della legislatura; il suo compito non è di essere fedele a un «mandato degli elettori» perché i parlamentari sono stati eletti senza vincolo di mandato (articolo 67). Esso ha ricevuto una delega, non un mandato. Esso è il popolo, e può (anzi, in quel caso, «deve») essere sciolto solo se si dimostra incapace di formare un governo sorretto dalla propria fiducia. Non c'è né legge elettorale, né cosiddetta costituzione materiale che possano modificare le regole chiarissimamente scritte nella Costituzione.


Se un gruppo di forze politiche si proporrà con un accordo di programma e un sostegno parlamentare credibili, esso riceverà dunque l'incarico di costituire un governo. Se l'accordo si conferma, il governo si forma, giura, entra in carica e va alle Camere per ottenerne la fiducia. L'esecutivo precedente cesserà di esistere da quando il nuovo avrà giurato; a nulla servirebbe che avesse ottenuto la fiducia di un ramo del Parlamento poco prima di essere sfiduciato dall'altro. Ottenuta la fiducia, il nuovo esecutivo sarebbe legittimo a tutti gli effetti e per tutte le materie che la Costituzione assegna alla sua competenza. Eventuali accordi che limitino la durata o il programma di un governo sono, dal punto di vista costituzionale, irrilevanti; hanno la natura di pronunciamenti politici. Fino al giorno in cui venga colpito da un voto di sfiducia o dal terminare della legislatura, ogni governo è legittimo e ha pienezza di poteri.


Nel passaggio da uno ad altro governo, la funzione del capo dello Stato di tutore e garante della correttezza costituzionale è particolarmente rilevante proprio perché in quel passaggio manca un esecutivo dotato della pienezza dei poteri. Sostenere che il capo dello Stato abbia il dovere o il potere di condizionare il programma, o la durata, o la composizione, o l'omogeneità politica del nuovo governo significa sollecitarlo a distorcere il proprio ruolo e minarne l'autorevolezza istituzionale. Quegli aspetti, infatti, sono competenza del Parlamento e delle forze politiche.
Il governo, dunque, potrebbe cadere soltanto per effetto di un voto di sfiducia e il presidente del Consiglio fa bene a ricordarcelo. Ma quel voto di sfiducia, se ci fosse, avrebbe a sua volta un senso soltanto se il suo fondamento fosse chiaro: non un disaccordo su temi di ordinaria politica, ma il riconoscimento (nato, per impulso di Fini, nella stessa maggioranza) di una profonda triplice crisi della democrazia, dello Stato di diritto e dell'unità nazionale.

Il voto di sfiducia dovrebbe allora essere espressione di una unione nazionale volta a uno scopo. E l'unico scopo che si può vedere è di porre fine alla stagione politica iniziata nel 1992-94 e mai risoltasi in un duraturo rimedio ai mali della Repubblica. Sarebbe indispensabile, in altre parole, che la maggioranza sfiduciante fosse del tutto consapevole che il suo vero compito non consisteva tanto nel far cadere il governo, ma nel compiere una intensa, anche se breve, «ricostruzione della normalità istituzionale». È su questa che sarebbe giudicata dalla storia. Il nesso tra pars destruens e pars construens è strettissimo. Lo è innanzi tutto nei tempi. Il destino del Paese per i prossimi dieci o quindici anni sarà infatti determinato dalla transizione che è iniziata ormai da qualche mese e che continuerà per uno o due anni: così fu nel 1943-46, così nel 1992-94. Ma lo è anche negli effetti. Se avverrà, la «distruzione» potrà essere efficace e duratura a una sola condizione: che essa costituisca il primo passo per dare alla Repubblica la correttezza di funzionamento da tempo scomparsa.

Ricostruire non significa dunque cambiare il primo ministro né mutare la composizione della maggioranza. Significa, a mio giudizio, intervenire sulle quattro più gravi patologie dell'Italia di oggi: rapporto tra gli elettori e la politica (legge elettorale in primo luogo), rapporto tra questa e l'informazione (televisioni in primo luogo), funzionamento della giustizia (indipendenza e tempi dei giudizi), rapporto tra Nord e Sud (federalismo). Sono patologie divenute talmente gravi da mettere a rischio la democrazia, lo Stato di diritto e la stessa unità nazionale. Ne sono largamente responsabili anche le forze che hanno governato prima di Berlusconi, il quale deve parte della sua fortuna politica proprio alla promessa (ahimè mancata) di curarne alcune. I rimedi devono perciò agire molto in profondità e non sono né di destra né di sinistra.

Se le figure politiche che avessero determinato la caduta del governo mancassero della capacità e della determinazione richieste dalla pars construens, sarebbero esse, non Berlusconi, a scomparire dalla scena politica. In passato ciò è già avvenuto con le esperienze delle legislature iniziate nel 1996 e nel 2006: hanno entrambe restituito il potere a un avversario rafforzato dalla sconfitta.
Se invece l'iniziativa apparisse come il primo e credibile passo di una cura profonda, non «di parte», è assai probabile che essa verrebbe assecondata da forze assai più numerose di quelle che se ne facessero promotrici. Proprio perché si tratta di compiere una ricostruzione istituzionale, il nuovo governo potrebbe, anzi dovrebbe, essere sostenuto da un arco di forze politiche ampio, tanto da includere componenti rilevanti sia della destra sia della sinistra. Esso non sarebbe né tecnico, né a tempo, né del presidente, né di «ribaltone»; sarebbe, semmai, un governo del Parlamento. La ricostruzione dovrà infatti essere patrimonio comune della Repubblica, tanto di chi vincerà quanto di chi perderà al successivo voto.
La ricostruzione istituzionale dovrebbe essere completata in questa legislatura, prima di andare al voto. Se si votasse senza averla compiuta, essa non verrebbe intrapresa affatto, o sarebbe opera del vincitore disconosciuta dallo sconfitto.

Tommaso Padoa-Schioppa
21 novembre 2010

domenica 27 giugno 2010

Tra mercati e sondaggi


La riunione del G20 è una riprova di quanto sia impervio il cammino verso un governo mondiale dell’economia. Essa doveva affrontare due grandi questioni cui l’interdipendenza economica e finanziaria ha dato carattere globale: quali nuove regole adottare per il sistema finanziario; quale crescita perseguire e, dunque, se riequilibrare i conti pubblici o sostenere l’attività economica.

La difficoltà era duplice: le questioni sono di per sé ardue e per di più sono al centro di discussioni e negoziati politici entro i Paesi ancor più che tra essi. Sono difficoltà per così dire congenite, ineliminabili: i problemi posti dalla situazione economica e finanziaria infatti non sono certo passeggeri e la ricerca di accordi internazionali continuerà a intrecciarsi con quella del compromesso e del consenso interni.

Per i Paesi cosiddetti emergenti le due questioni sono relativamente meno ardue perché essi sono sostenuti da una crescita economica robusta e, per ora, pressoché inarrestabile. L’uscita dalla povertà è una trasformazione degli stili di vita che, una volta avviata, difficilmente si ferma prima che l’acqua corrente e l’elettricità siano arrivate in tutte le case e che i primi elettrodomestici siano venuti ad alleviare il lavoro domestico. In quei Paesi la crescita forte aiuta i governi, sia quelli democraticamente eletti come in India e in Brasile sia quelli oligarchici come in Cina.

Per i Paesi ricchi— Stati Uniti, Europa e Giappone — le sfide sono invece una prova assai dura che investe non solo l’economia, ma anche l’equilibrio sociale e le stesse istituzioni politiche. Sono i più ricchi, ma anche i più fragili, perché la loro crescita materiale è largamente fondata sul consumo superfluo, perché il debito pubblico elevato e la finanza malata sono in casa loro, perché la loro struttura sociale mal tollera la stagnazione dell’economia e perché i loro regimi democratici non permettono cadute del consenso. Tutto li rende prigionieri della veduta corta.

Le due sponde dell’Atlantico hanno orientamenti alquanto diversi e sono entrambe soggette a una dipendenza: dai sondaggi in America, dai mercati in Europa.

In materia di riforma della finanza, Stati Uniti ed Europa attuano le rispettive riforme con scarso riguardo a quanto fa l’altro: priorità diverse, orientamenti di fondo diversi. La convergenza internazionale delle regole è proclamata ma poco praticata.

In materia di bilancio, poiché né la moneta né il debito americani destano finora ansia nei mercati e a Washington l’indice di popolarità del governo è sensibilissimo alle cifre sulla disoccupazione, l’amministrazione Obama teme soprattutto la bassa crescita e vorrebbe che l’Europa aiutasse a sostenerla. L’Europa è nella situazione opposta: la sua divisione e il prevalere del potere degli Stati su quello dell’Unione hanno creato un vuoto che rende i mercati arbitri della sua politica economica. Arbitri senza calma olimpica che, come bestie impaurite, prima impongono un rapido risanamento dei bilanci pubblici e subito dopo si allarmano per l’effetto depressivo che esso avrà sull’economia.

Governare il mondo è difficile quando si fatica a governare se stessi. Ma governare se stessi da soli, come se il mondo fosse diviso in isole non comunicanti, è impossibile quando le sfide sono globali.

Tommaso Padoa-Schioppa

27 giugno 2010

domenica 14 marzo 2010

Prova d'orchestra o governo europeo


Quando Angela Merkel e Nicola Sarkozy hanno insieme invocato, dal podio di Bruxelles, un «governo economico europeo» gli spasmi dell’Europa, vittima potenziale di una crisi causata da altri, sono divenuti evidenti. Che fosse minacciata l’Unione stessa si poteva fingere di ignorarlo finché erano colpiti una banca, un settore industriale, o uno Stato vicino; non più ora che vacilla un Paese dell’euro. Lo si capisce particolarmente in Germania, il Paese che, rinunciando al marco, ha posto la propria sicurezza monetaria nelle mani dell’Europa (un passo che la Francia non ha ancora saputo fare con l’arma nucleare); il Paese che, bocciando la candidatura di Blair, ha assunto la leadership europea dopo un decennio di egemonia britannica.

Ora, se vogliamo che, tra i molti possibili, prevalga l’esito migliore dobbiamo interpretare il corso storico che produce lo spasmo e definire correttamente i compiti del «governo economico europeo». Per farlo occorre capire che finisce la fase, iniziata un quarto di secolo fa, in cui il progetto europeo, in contraddizione coi Trattati fondatori, si esauriva nel mercato unico. Un mercato unico nel quale l’intervento pubblico veniva bandito dalle competenze europee anche in campi previsti dai Trattati dove l’Unione poteva far risparmiare soldi e guadagnare efficacia (energia, ricerca, trasporti e altri). Il mercato doveva essere europeo, ma l’intervento pubblico ridiventava monopolio nazionale. Onde l’asfissia del bilancio dell’Unione, il no al piano Delors del 1992, il no agli eurobonds.

L’Unione regrediva a coordinatore di politiche nazionali, non era attore in proprio. Non strumenti europei di politica economica, ma concerto degli strumenti nazionali: un concerto senza spartito e senza direttore che emetteva cacofonie peggiori di quelle immortalate da Fellini in Prova d’orchestra. Si diffondeva l’assurda pratica in nome della quale Bruxelles compensava l’assenza di competenze proprie ficcando il naso in quelle altrui, ben più di come faccia un vero governo federale; pratica senza costrutto perché, al dunque, i coordinandi decidevano di non darsi reciprocamente fastidio e producevano solo impotenza e discredito per l’Unione stessa. Ironia della sorte, la strategia del «mercato soltanto » ha infine minato il mercato stesso. Un numero crescente di direttive europee definisce l’armonizzazione necessaria come la libertà per ognuno di fare quello che vuole, legittimando regole nazionali che discriminano lo straniero. Quale ministro, ho dovuto recepire nell’ordinamento italiano norme europee autorizzanti pratiche protezionistiche che le leggi italiane vietavano: l’Europa m’imponeva non l’apertura ma la chiusura delle frontiere!

Oggi la crisi minaccia di morte proprio il mercato e siamo al bivio tra coordinamento e vero governo economico dell’Unione. Questo avrà un senso e sarà efficace solo se doterà l’Ue di competenze e strumenti propri, come i Trattati prevedono. Non solo una effettiva applicazione del patto di Stabilità che ponga fine all’indulgenza reciproca, ma anche iniziative quali un programma europeo di investimenti finanziati con obbligazioni dell’Unione, una riforma del bilancio che riduca la spesa nazionale e aumenti (meno che proporzionalmente) quella europea, una tassa europea sulle emissioni di carbonio, una vigilanza finanziaria realmente europea, una vera politica dell’energia.

Tommaso Padoa-Schioppa

14 marzo 2010

giovedì 21 gennaio 2010

Chi non paga per gli errori


Mentre le fabbriche chiudono e i lavoratori perdono il posto, le banche, vere responsabili della crisi, fanno profitti; li fanno dopo essere state salvate dai contribuenti e li devolvono in gran parte a se stesse sotto forma di lauti guadagni per dirigenti e amministratori; nello stesso tempo rifiutano il credito alle imprese e, obbligandole a chiudere e a licenziare, affossano l'economia. Sono accuse note; le ripete anche il presidente Obama.

Come non farsi travolgere da simili accuse indirizzate a unmestiere già impopolare prima della crisi? Invece bisogna ragionare e non farsi travolgere. E se il ragionare comincia col distinguere, occorre esaminare le accuse una per una.

Oggi guardiamo ai salvataggi bancari, questione bruciante perché il denaro usato era del contribuente. Si noti che i salvataggi — cerniera tra il prima e il dopo crisi — sono avvenuti soprattutto in Paesi orgogliosamente predicanti le virtù magiche della proprietà privata e del mercato libero: Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Olanda; non in Italia, dove le banche si sono rafforzate con capitali privati. Si noti anche che il tema va tenuto distinto da altre questioni riguardanti il modo in cui le banche si conducono oggi coi loro debitori, nel mercato finanziario, nel compensare dirigenti e amministratori: questioni su cui occorrerà tornare e che riguardano tutte le banche, non soltanto quelle in cui lo Stato ha immesso capitale.

È, era, giusto salvare le banche? In condizioni normali la risposta è no. Se è cronicamente incapace di fare utili, qualunque impresa, anche se banca, deve uscire dal mercato perché, invece di creare, distrugge ricchezza. Il fallimento è un modo di uscire, non l'unico né sempre il migliore; altri sono il passaggio di proprietà o la rilevazione da parte di un concorrente.

Le condizioni del 2008, però, non erano normali; stava crollando non una banca, ma la funzione bancaria stessa; e le perdite erano spesso un fatto momentaneo dovuto a cattiva gestione o a panico, non un indebolimento irrimediabile. Se la moneta cessa di circolare e nessuno fa più credito ad alcuno, ogni economia basata sullo scambio (dunque, nel mondo di oggi, tutte le economie) crolla e ricostruirla è arduo. Il perdurare del panico avrebbe moltiplicato a dismisura le vittime innocenti: risparmi e posti di lavoro perduti.

In quelle circostanze l'interesse a salvare le banche era generale, prima che dei banchieri.

Non solo: per il contribuente che lo paga, il salvataggio è per lo più un buon affare, non una perdita. Ciò che egli compera vale assai più del bassissimo prezzo pagato ed è destinato a rivalutarsi. I giganteschi utili che la banca centrale americana ha appena annunciato ne sono la riprova: e le banche centrali devono sapere (ma qualche volta lo dimenticano!) che i loro utili sono destinati non a se stesse ma alle casse dello Stato.

Salvare sì, dunque; ma chi? Chi tra azionisti, amministratori, dirigenti, impiegati, depositanti, debitori? Mentre in un fallimento puro la risposta sarebbe «nessuno», in un salvataggio non può essere «tutti». Almeno i primi tre dei sei soggetti elencati dovrebbero perdere soldi e funzioni.

È da deplorare che ciò non sempre sia avvenuto. Ma nei casi in cui non è avvenuto, la critica va rivolta al salvante più che al salvato. Spettava al potere pubblico distinguere tra continuità della banca e discontinuità della sua proprietà e del comando.

Tommaso Padoa-Schioppa
17 gennaio 2010

domenica 25 ottobre 2009

Il cittadino e la politica


Nella giornata di oggi gli italiani disposti a dichiararsene elettori possono, spendendo due euro, scegliere il capo di uno dei due partiti politici che si contendono il governo del Paese. Anche prima che si sappia quanti risponderanno all'invito e chi sarà l'eletto, l'avvenimento merita una riflessione.

È inconsueto che un partito si rivolga a tutti i suoi elettori per scegliere il proprio capo. Ovunque, questa scelta la fanno militanti iscritti, che partecipano attivamente (o così dovrebbero) alla vita del partito, al dibattito interno, alle campagne elettorali. Le primarie, dove ci sono, riguardano non la guida del partito bensì quella del governo, per la quale, del resto, designano solo un candidato.

La procedura inconsueta è il sintomo certo, e il rimedio sperato, di un grave male che oggi mina la democrazia, non soltanto la nostra: un corrompimento del rapporto tra popolo e potere, che si manifesta in entrambi i versanti della demo-crazia. Dal lato del Kratos (potere, d.r.), osserviamo il male quando chi esercita il potere (o si propone per esercitarlo, dunque anche il partito all'opposizione) dimentica un punto essenziale: che ben governare significa, certo, non opprimere il popolo, ma significa anche non assecondarlo sempre e tantomeno blandirne gli istinti peggiori. Dal lato del Demos (popolo, n.d.r.) il corrompimento consiste nell'indifferenza, nel biasimare il potere senza mai criticare se stessi, nell’accettare l'inganno populista sentendosene vittime anziché corresponsabili.
La democrazia definisce la scelta di chi governa, non dice che cosa significhi governare: governare significa — per l'appunto — guidare, dunque rendere il popolo consapevole di dure necessità, persuaderlo ad accettare il prezzo per realizzare speranze e vincere sfide.

Nella società vi è assai di più che il popolo e i potenti; e per curare i mali della democrazia è essenziale guardare anche a strutture che stanno tra il Demos e il Kratos. In Italia, sono proprio esse ad avere maggiormente mancato: in primo luogo i partiti e la classe dirigente. Credere che il buongoverno democratico sia possibile senza l'opera attiva di queste strutture intermedie sarebbe un fatale errore.

Il fatto che oggi il gruppo dirigente di un partito guardi al di fuori di se stesso e chiami chi lo desidera a dare una mano dovrebbe perciò essere salutato con favore da ogni cittadino
. È segno che quel gruppo dirigente risponde al sintomo e cerca un rimedio. Altrettanto positivo è che si tratti di un'elezione vera, dall'esito incerto.

Le primarie saranno anche rimedio, oltre che sintomo? Non lo sappiamo. Dipenderà innanzitutto dall'affluenza di oggi. Meglio sarebbe stato, a mio giudizio, legare la partecipazione a un'adesione di simpatia meno stringente del dichiararsi elettore di un partito che, agli occhi di molti, il voto deve ancora guadagnarselo.

La campagna delle scorse settimane non ha aiutato a capire come sarà il partito di domani e che differenza faccia—su questioni fondamentali—la scelta che oggi si pone. Ma proprio per questo tutti, destra e sinistra, dovrebbero auspicare una forte partecipazione di cittadini (dis)interessati; cittadini a cui la politica sta a cuore, che si accostano ad essa per passione dell'interesse pubblico, non per interesse privato.

Tommaso Padoa-Schioppa
25 ottobre 2009

mercoledì 19 agosto 2009

Utopie dannose e utopie utili




Un illuminato go­verno mondiale che avesse il com­pito di trarci fuo­ri dalla crisi ragionerebbe pressappoco così: non basta arrestare il crollo dell’econo­mia e della finanza, obietti­vo perseguito finora; uscire davvero dalla crisi significa porre il mondo sul sentiero di una crescita che possa du­rare nel tempo senza sfocia­re in una nuova catastrofe: una crescita, come dicono gli economisti, sostenibile.

L’aggettivo «sostenibile» è stato molto approfondito negli ultimi venti o trent’an­ni e ha almeno tre significa­ti. Il primo è economico- fi­nanziario : per tutti i sogget­ti pubblici e privati ci deve essere un equilibrio durevo­le tra risorse impiegate e ri­sorse disponibili. Il secondo è sociale : disparità di vita troppo grandi tra i popoli o i ceti offendono la solidarietà umana e minacciano pace e sicurezza. Il terzo è ambien­tale : la natura stessa, un tem­po imperturbabile come Gio­ve Olimpo, è diventata fragi­le e chiede protezione. La crescita ante-2007 era insostenibile sotto il profilo economico-finanziario, ol­tre che sotto gli altri due. Ignorarlo ha portato al disa­stro, che ha distrutto molta della ricchezza creata negli anni grassi. Sarebbe irre­sponsabile farvi ritorno; il tentativo, se compiuto, pro­babilmente fallirebbe.

Si può allora chiedere: perché mai «crescita»? Non sarebbe meglio la cosiddet­ta «crescita zero», proposta decenni fa dal Club di Ro­ma? La risposta è no, perché non sarebbe sostenibile so­cialmente; non basterebbe a migliorare la condizione del­l’oltre metà del genere uma­no priva di scarpe ai piedi, di acqua potabile, di cure mediche adeguate, per non dire del miliardo a rischio di morte per fame. No, quindi, alla crescita zero per il mon­do intero; ma sì (o quasi) per il mondo ricco, che scar­pe ne ha in abbondanza, la­scia aperto il rubinetto del­l’acqua, getta molte delle medicine ottenute gratis e da solo produce gran parte del degrado ambientale. In breve: crescita mondia­le moderata, concentrata nei Paesi emergenti di Asia e America latina, presidiata da un sistema mondiale di leggi, tasse, spese, incentivi, aiuti, norme ambientali che la rendano sostenibile sotto i tre profili.

Le questioni irrisolte e le difficoltà concettuali non so­no da poco, ma un modello di crescita sostenibile non è, per l’economista, terra inco­gnita. Indirizzarvi l’econo­mia- globale-di-mercato, mo­bilitando i normali strumen­ti di governo propri di ogni stato moderno non sarebbe impossibile. Politicamente e tecnicamente difficilissimo, sì, ma non impossibile. Sappiamo bene che l’illu­minato governo mondiale di cui stiamo parlando non esiste. E allora? Dedurne che il mondo s’incammine­rà spontaneamente sul sen­tiero qui descritto è un’uto­pia dannosa, al pari del cre­dere che fuori da quel sen­tiero tutto possa filar liscio. Il pianeta ospita circa due­cento Stati che si dicono so­vrani, ciascuno intento a promettere l’uscita dalla cri­si e a trarre vantaggio da ogni errore o debolezza de­gli altri. Sono in agguato in­flazione, conflitti commer­ciali, nuove crisi, per non di­re guerre minacciate e guer­reggiate. Non la mano invisi­bile di Adamo Smith, ma il caos descritto da Hobbes.

Pensare una crescita mondiale sostenibile è, inve­ce, un’utopia utile, perché anche se il governo mondia­le è assai lontano e se il G20, il Fondo monetario in­ternazionale, le Nazioni Uni­te ne sono solo simulacri pallidissimi, essi sono pur sempre gli unici luoghi do­ve cercare i frammenti di un’azione responsabile.

Tommaso Padoa-Schioppa
19 agosto 2009