Visualizzazione post con etichetta EMANUELE MACALUSO. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta EMANUELE MACALUSO. Mostra tutti i post

giovedì 26 marzo 2009

Il partito dei moderati e il carisma di Silvio


26/3/2009
EMANUELE MACALUSO

Silvio Berlusconi ha convocato un congresso o meglio una grande assemblea per ratificare la nascita del Pdl. Non c’è dubbio che siamo di fronte a un rilevante fatto politico. Ma questa è l’assise in cui nasce il partito dei moderati? Un partito, hanno scritto alcuni osservatori, fra cui Biagio De Giovanni (Il Riformista) e Aldo Schiavone (la Repubblica), che in Italia non è mai esistito. E perciò, si dice, va salutato come un fatto destinato a colmare un vuoto e a incidere positivamente nella vicenda politica italiana, anche perché rimette il sistema politico nella direzione del bipolarismo.

Io sono meno ottimista dei miei due amici anche perché ho presente nella mia memoria le cose che furono scritte e dette da tanti analisti nel momento in cui nasceva il Pd. Si disse allora che finalmente nasceva il partito dei progressisti italiani, il quale metteva in moto, senza una legge, una riforma del sistema politico fondato sul bipartitismo.

Dopo un anno abbiamo visto un Pd rimpicciolito e in affanno e crescono l’Udc di Casini, l’Idv di Di Pietro e la Lega di Bossi. Anche a sinistra del Pd si riorganizzano forze che sembravano destinate a scomparire. Il Pd, ha cambiato segretario, ma non riesce a darsi un asse politico culturale necessario per essere un partito con un suo progetto e non una coalizione per contrastare il potere berlusconiano.

Anche il Pdl nasce come una coalizione, con un leader carismatico e padronale, in cui convivono ex socialisti che ritengono di essere gli eredi del «vero Psi», ex democristiani, laici e clericali, liberisti e colbertisti, cattolici integralisti e liberalradicali, tutti radunati in Fi, a cui ora si è associata An con la «sua storia e identità», come hanno dichiarato i confluenti. Non c’è dubbio che questo coacervo oggi abbia un insediamento rilevante nelle istituzioni nazionali e locali e anche, come si dice oggi, sul territorio. E non c’è dubbio che si tratti di una coalizione che ha un comune denominatore: non è solo nel Cavaliere, ma anche nell’avversione alla sinistra così come si è espressa in passato (comunista!) ma anche con i governi di Prodi. Un’avversione che oggi si manifesta con una politica di governo e un esercizio del potere in cui si ritrovano gli strati della società che non credono in un’alternativa, per convinzione o per necessità.

È questo il terreno su cui si è costruita «un’egemonia» del berlusconismo. In tale quadro, si può dire che con il Pdl nasce il partito dei moderati destinato, come è stato scritto, a caratterizzare in termini più moderni il sistema politico? Può darsi che mi sbagli, ma io penso di no. Il Pd nacque con Veltroni come forza che archiviava l’antiberlusconismo e inaugurava una competizione bipartitica su un terreno diverso su cui si era costruita l’unione prodiana. Non ha retto su tutti i fronti. Il Pd infatti ha riproposto il «vecchio antiberlusconismo» e non è stato in grado di battersi per un suo programma, per una sua visione rispetto ai problemi posti dalla società: dalle riforme costituzionali necessarie a far funzionare il sistema alle questioni che pongono oggi il Nord e Sud. Per non parlare della forma stessa del partito, della sua vita democratica e della selezione dei gruppi dirigenti.

Nel Pdl in termini diversi e con contenuti diversi, si ripropongono le stesse questioni: sintesi politica, leadership, democrazia interna, forma partito, cultura condivisa. Insomma, sia a destra che a sinistra, con le coalizioni o con i partiti-coalizione, ancora oggi sembra essere sempre in una transizione condizionata dal ruolo che ha assunto la leadership di Berlusconi. Anche le posizioni interessanti ed effettivamente revisioniste assunte da Gianfranco Fini sono condizionate dal ruolo di Berlusconi che obiettivamente limita una reale dialettica democratica nel partito del centrodestra. Aldo Schiavone, a proposito del Pdl, come partito conservatore di massa, dice che «la Dc era un’altra cosa, anche se nel suo amalgama la destra rappresentava una componente essenziale». È vero. Era un’altra cosa, non solo perché aveva un suo riconoscibile asse politico-culturale, ma anche perché le leadership carismatiche di De Gasperi, Fanfani e Moro ebbero una base esclusivamente politica, quindi con ricambi possibili. De Gasperi fu sostituito da Fanfani in un cambio di fase politica. Lo stesso avvenne con Moro che sostituì Fanfani e così di seguito.

Una leadership carismatica, nata nel corso di una crisi di sistema può radunare una coalizione moderata, ma non può dare vita al partito dei moderati se non mette in discussione la sua stessa leadership. Altrimenti la crisi del leader si identificherà con la crisi del partito e la stabilità del sistema, incentrato su quella leadership. Questo è il punto. Comunque è positivo il fatto che anche grazie a questa assise si apra un dibattito che investe l’avvenire del Paese in un momento difficile caratterizzato da una crisi economica senza precedenti. Mi auguro che questa discussione coinvolga le formazioni di destra e di sinistra.

venerdì 13 marzo 2009

La battuta quotidiana



13/3/2009
EMANUELE MACALUSO

Berlusconi mostra una quotidiana insofferenza per le regole che reggono il sistema politico fondato, come vuole la Costituzione, sulla democrazia parlamentare.

Non riesce a dare un ordine alle sue idee e alle sue pulsioni con proposte legislative e riforme organiche. E lo fa mentre il suo governo e la sua maggioranza hanno impegnato il Parlamento a discutere del federalismo. Con le sue battute sulla decretazione come metodo per governare e sul ruolo dei capigruppo delegati a votare per tutti i parlamentari, il Cavaliere apre un altro fronte sul terreno costituzionale senza un progetto e senza una linea concordata nemmeno nel suo personale partito. Il quale si appresta a fare un congresso e l’unica cosa su cui pare si sia aperto un dibattito è il sistema di voto con cui incoronare il Cavaliere: per acclamazione o per alzata di mano.

Ma un partito è tale solo se ha un’idea politico-costituzionale dello Stato e delle sue istituzioni. Dopo la Liberazione fu questo il banco di prova dei partiti che, risorti, diedero vita alla Costituzione. E questa fu la bussola delle forze che per cinquant’anni governarono il Paese o svolsero il ruolo di opposizione. C’è da aggiungere che la grave crisi economica che scuote il mondo suggerisce alle forze politiche, al governo o all’opposizione, non solo di registrare le politiche economiche e sociali per fronteggiare la tempesta, ma anche di verificare se gli strumenti di cui le istituzioni, gli Stati e la comunità internazionale dispongono sono adeguati alla bisogna.

L’Italia vive alla giornata anche perché, questa è la mia opinione, i partiti di governo e di opposizione vivono sulla battuta quotidiana. Il discorso che ho fatto per il Pdl, l’ho già fatto, anche su questo giornale, per il Pd. C’era un vuoto politico e si pensava di riempirlo con lo stare insieme dei Ds e della Margherita. Ricordiamo i fatti più recenti. Nel momento in cui nacque il Pd e Berlusconi dal predellino della sua auto annunciava la fusione tra Forza Italia, Alleanza nazionale e la formazione del Pdl, molti osservatori scrissero che finalmente in Italia si dava vita al bipartitismo e tutto si semplificava.

I risultati elettorali dell’aprile scorso, anche se segnano una forte affermazione del partito di Berlusconi e del suo alleato (la Lega di Bossi) rispetto al Pd di Veltroni e del suo alleato (il partito di Di Pietro), sembrava che dessero ragione a chi pronosticava l’avvento di un bipartitismo virtuoso capace di riformare e consolidare il sistema politico. Non è trascorso nemmeno un anno e lo scenario appare già cambiato e devastato. Basta leggere gli ultimi sondaggi. Il Pd è sceso al 22 per cento e sono cresciuti tutti i partiti che in Parlamento e fuori sono all’opposizione: il partito di Di Pietro e l’Udc di Casini, ma anche i partiti della sinistra radicale coalizzati oggi supererebbero la soglia di sbarramento. Nel centrodestra invece si verifica un modesto cedimento del Pdl e un incremento significativo della Lega.

In questo quadro una cosa appare certa: l’ambizione di Veltroni e dei suoi amici di fare del Pd un partito a «vocazione maggioritaria» è sfumata. Franceschini non ne parla più. È in crisi l’alleanza con Di Pietro ma non si capisce quale sarà il sistema di alleanze del Pd. Comunque mi pare chiaro che le prossime elezioni confermeranno la fine del «bipartitismo» mai nato. Mai nato perché nessuno ci ha creduto: né il Pd che fece l’alleanza con Di Pietro e dopo le elezioni «scoprì» che Berlusconi era Berlusconi; né il Cavaliere il quale pensa che l’opposizione deve riconoscergli la sacralità che i suoi sodali gli hanno decretato. Tutto torna come prima e peggio di prima con la moltiplicazione dei piccoli partiti? Ora c’è anche quello di Grillo. In effetti sembra che, con le forze politiche in campo, le possibilità che il Paese sia retto da un sistema politico semplificato e condiviso siano scarse. È invece possibile che l’indebolimento dell’opposizione crei una dialettica più aperta nella maggioranza e Fini interpreta questa esigenza. Può darsi che il Pd faccia un congresso vero e definisca una politica, le alleanze e un gruppo dirigente. Può darsi che nella sinistra o in una parte di essa maturi il convincimento che una competizione dialettica virtuosa con il Pd sarebbe possibile solo se si ricostruisse un partito socialista. Ma tutto oggi sembra incerto. Non vedo processi politici forti tali da cambiare lo scenario. E nell’incertezza il governo personale nella politica, intrecciato con i poteri che governano l’economia e i media, può segnare la fase che stiamo attraversando. Spero di sbagliarmi.

martedì 20 gennaio 2009

Quel che resta di Walter

LA STAMPA
EMANUELE MACALUSO
20 GENNAIO 2009

Giovedì 15 gennaio un lettore della Stampa, Silvio Montiferrari, ha scritto una lettera a Lucia Annunziata per dire che a fronte di un mio «sconsolato articolo» sulla mancata fusione tra le componenti che hanno dato vita al Pd, «sabato 25 ottobre 2008 a Roma c’era il popolo dell’Ulivo (ora il Pd) con le sue mille bandiere». Francamente sconsolante mi pare la tendenza che si avverte nel leader del Pd Veltroni e in tanti suoi sostenitori a non vedere la realtà per quella che è, non come si vorrebbe che fosse, confondendo la propaganda con la politica. Proprio ascoltando Walter in quella manifestazione ho avuto conferma di quel che ho scritto su questo giornale. A mio avviso la domanda centrale che bisogna farsi è questa: cosa resta della strategia indicata da Veltroni, al Lingotto di Torino, di volere, costi quel che costi, un partito a «vocazione maggioritaria» e un sistema politico bipartitico, archiviando l’Ulivo e la coalizione prodiana di centrosinistra, fondata essenzialmente sull’antiberlusconismo?

A mio avviso non resta più nulla. Intanto dopo il Lingotto il Pd si alleò con il partito personale di Di Pietro, il quale, grazie alla campagna veltroniana del voto utile, poté superare lo sbarramento del 4 per cento. Successivamente, grazie a quell’avallo e alla spregiudicata e concorrenziale politica di Di Pietro, abbiamo visto transitare elettori del Pd verso l’Italia dei Valori. Questo dato ci dice che nella base elettorale del Pd resiste un equivoco politico tra quelle che sono le posizioni di Di Pietro e quelle che dovrebbero essere del partito di Veltroni. Ma, il dato politico centrale è che all’interno del Pd maturava il convincimento che la «vocazione maggioritaria» era solo una vocazione senza riscontri con la realtà, poiché il partito perdeva consensi e si determinava un evidente isolamento. Anche perché, dopo le elezioni, uno dei dati per cui si poteva prefigurare una riforma politica bipolarista, cioè un’intesa tra Pd e il partito di Berlusconi, non si era realizzato. Anzi la conflittualità tra i due poli si manifestava come in passato.

Ecco infatti D’Alema che parla di «amalgama mancato nel Pd» e della ricerca di alleanze guardando a Casini. Ecco Rutelli e molti altri che pensano a un partito di centro più robusto, alleato del Pd. Ecco Parisi che considera un errore la fine dell’Ulivo e delle alleanze a sinistra che si erano realizzate con il governo Prodi. Potremmo continuare. E intanto il Pd è paralizzato perché le strategie sulle alleanze definiscono anche i contenuti della politica sui temi che sono all’ordine del giorno: basta ricordare il testo sulla giustizia messo insieme da D’Alema e Casini. Non Di Pietro!

Ma c’è stato anche un fatto politico con cui il gruppo dirigente del Pd ha archiviato la strategia del partito a vocazione maggioritaria. Infatti nei giorni scorsi si è svolta una riunione dei «capicorrente senza correnti» del Pd in cui si è discussa della possibilità di modificare la legge per le elezioni europee insieme con Berlusconi, introducendo un consistente sbarramento senza preferenze. In quella sede Veltroni ha dovuto prendere atto che il tentativo di riproporre il bipartitismo coatto, grazie alla legge elettorale anche se la politica va in direzione opposta, è abortito.

A questo punto a me pare che la crisi del Pd (nei sondaggi di Mannheimer è al 23 per cento) va anzitutto ricercata nella crisi di una strategia che è rimasta solo come slogan propagandistico. Veltroni infatti non prende atto di un dato politico ormai evidente a tutti e non indica una strada diversa. Dire, come ha detto a Ballarò, che anche i grandi partiti europei registrano nei voti e nei sondaggi degli alti e bassi è un’assurdità. Quei partiti hanno un amalgama antico e consolidato e una strategia verificata negli anni. Far finta di niente non è una politica. E se non si chiarisce il punto il Pd rischia un’implosione distruttiva. Prendere atto della realtà e dire se e come modificarla dovrebbe essere la regola di chi guida un partito. O no?

martedì 13 gennaio 2009

Pd, la fusione che non c'è

LA STAMPA
13/1/2009
EMANUELE MACALUSO

I partiti-coalizione Pdl e Pd sembra che si disarticolino. A destra, Fini ha ormai assunto un ruolo non separato ma distinto da quello di Berlusconi, il quale deve contenere le iniziative autonome degli alleati della Lega e assorbire anche le intemerate (sull’Alitalia) di Letizia Moratti. Tuttavia non mi pare che siano in discussione la maggioranza di governo e lo stesso disegno di unificazione tra Fi e An.

Il cemento non sono solo Berlusconi e gli enormi mezzi di cui dispone, ma è anche l’adesione di una parte non piccola di opinione pubblica che si identifica nella politica e nei comportamenti del Cavaliere e di coloro che non vedono alternative e considerano l’attuale governo il meno peggio.

Tra questi, anche quella parte di borghesia delle imprese e delle professioni che in passato ha puntato sul centro-sinistra. E se oggi guardiamo alla vicenda politica complessiva del Pd e a ciò che in esso si verifica in questa fase politica, il quadro che abbiamo sommariamente delineato si rafforza. Infatti la disarticolazione che si manifesta nel Pd va assumendo sempre più i segni di una possibile rottura. E non mi riferisco alle separazioni minacciate al Nord o al Sud sul terreno politico o di potere, che pure sono un dato inquietante. Quel che va maturando è una separazione che ha come protagoniste forze che nel Pd considerano fallita l’unificazione tra Ds e Margherita e fallito il disegno di fare un partito a «vocazione maggioritaria». Forze che pensano a dare più consistenza al disegno centrista di Casini.

A mettere con chiarezza le carte in tavola è il presidente della Provincia di Trento, Lorenzo Dellai, vincitore delle recenti elezioni nel Trentino e ispiratore della Margherita, nell’intervista apparsa ieri sulla Stampa. Per la verità c’erano stati altri segnali: un articolo dell’autorevole rivista cattolica di Bologna Il Regno, nel quale si osservava che i «popolari» nel Pd sono come gli indipendenti di sinistra nel Pci e lo stesso Rutelli, notava giorni fa il Corriere, dice che «il Pd sa di Pci». Del resto lo stesso D’Alema, che aveva messo fretta nel fare il Pd, ha recentemente affermato che la fusione non è pienamente riuscita. La fusione, come nei metalli, o c’è o non c’è, l’avverbio pienamente significa che non c’è. E se Dellai pensa che il Pd «somiglia a un moderno partito socialista», c’è chi pensa che somigli alla Dc senza De Gasperi, Fanfani, Moro, i «cavalli di razza».

La verità, come dice lo stesso Dellai, è che nel Pd non riescono ad esprimersi appieno «né la cultura socialista né quella popolare e si fatica a trovare il mix». Ma il mix si fa nei cocktail, non in un partito. Dellai e altri la «ristrutturazione del campo politico» la vedono con un Pd alleato a «un nuovo centro riformatore». Come aggregare questo «centro» è l’oggetto della discussione anche perché celebrando i novant’anni di Giulio Andreotti ritorna alla mente la Dc di centro che cuoceva il suo pane in «due forni», quello di sinistra e quello di destra. E siccome in questi anni il trasformismo e il personalismo hanno trionfato a destra e anche a sinistra, i timori non sono infondati.

Ma nel Pd si fa avanti anche un’altra spinta, il cui ispiratore è l’imprenditore Renato Soru, leader del Pd sardo, impegnato in uno scontro con il Cavaliere in Sardegna: «Torniamo all’Ulivo prodiano». Subito sono piovuti consensi da pezzi del Pd e c’è chi vede nel governatore sardo il futuro leader del centrosinistra riulivizzato. Anche Soru constata che il Pd non è un partito in grado di essere un’alternativa di governo e perciò rilancia l’Ulivo. E Veltroni? Il segretario del Pd per mantenere l’unità (ma quale unità?) ha chiesto una «tregua» sino alle elezioni europee, come se la politica conoscesse tregue. La verità è che si teme come il fuoco un confronto e una lotta politica aperta, chiara, leggibile in grado di definire una posizione maggioritaria indicando le scelte da fare. Oggi il Pd paga alla sua fittizia unità un prezzo molto salato. E pensare di lasciare il partito a bagnomaria sino alle elezioni, significa rassegnarsi a inseguire le iniziative centriste, uliviste, socialiste, nordiste, sudiste ecc. e alla conseguente frantumazione postelettorale. Non so se ci sia tempo per rimediare.

mercoledì 10 dicembre 2008

La questione morale è politica

LA STAMPA
10/12/2008
EMANUELE MACALUSO

E’ trascorso poco più di un anno da quando quasi tutti i giornali, le tv pubbliche e private auspicavano la nascita del Pd, come un geniale progetto in grado di radunare le forze riformiste del centrosinistra e di dare un assetto al sistema politico fondato sul bipolarismo. Chi osava dubitare del fatto che nasceva un partito che avrebbe semplificato e modernizzato la politica italiana veniva bollato come un nostalgico del passato.

Come una scoria residuale del secolo scorso segnato dalle competizioni ideologiche e dalla partitocrazia. Quei partiti, in molte zone erano solo apparati, non più di funzionari con stipendi modesti, ma di «consulenti», «esperti» amministratori di società pubbliche e semipubbliche che fanno capo alle Regioni e agli Enti locali. Uno degli inventori di questo sistema fu Leoluca Orlando, a Palermo negli Anni Novanta, che pure ebbe il merito di dare all’amministrazione della città un’impronta antimafiosa.

Ho fatto questa premessa per dire che, a mio avviso, oggi nel Pd non c’è una «questione morale», anche se in qualche amministrazione la magistratura indaga (le indagini non sono certezze!) perché ci sono indizi di inquinamenti. C’è, invece, una «questione politica». E coloro che esaltavano la «geniale operazione», che metteva in campo il Pd, oggi martellano questo partito sulla «questione morale» tacendo sulla politica. E gli orfani del «grande progetto» discutono come sarebbe bello il Pd senza D’Alema o senza Rutelli, senza Veltroni o senza Parisi, senza Veronesi o senza la Binetti. Il professor Filippo Andreatta, che si è battuto per un Pd tutto nuovo, lunedì scorso sul Corriere della Sera in un articolo significativamente titolato «Il partito delle troppe ipocrisie», notava che i partiti fondatori del Pd «sono stati troppo caratterizzati da ideologie forti e professionismo politico per essere in grado di attrarre stabilmente un bacino di elettori potenzialmente maggioritario e significativamente più grande di quello Ds e Margherita». Vero, ma questa realtà non era presente ed evidente quando nacque il Pd?

Il problema è cosa fare ora. Federico Geremicca ieri nella sua nota osservava che il Pd cerca di mettere ordine nell’agenda delle sue «emergenze politiche» e fatica a trovare il bandolo della matassa. E non lo troverà se non affronta con spirito di verità gli «equivoci politici» su cui è nato: collocazione europea, temi eticamente sensibili e laicità, giustizia, rapporto tra Stato e mercato e riforma del Welfare. Nodi, sembra, che non possono essere sciolti senza sciogliere il partito. La prima scelta dovrebbe riguardare l’assetto democratico del Pd. Il quale ha un segretario eletto con le «primarie» senza regole e una direzione nominata dal segretario, come osserva l’ex ministro Parisi. Le primarie sono una cosa seria se sono regolate da una legge e se tutto il sistema, come negli Stati Uniti, si regge su quelle regole. Volete questo sistema? Presentate una legge di riforma complessiva.

Il risultato dell’equivoco è questo: false primarie a cui partecipano gli elettori (non registrati quindi di ogni colore) e gli iscritti, invece, sono tenuti fuori di ogni dibattito o scelta politica. Perché non chiamare gli iscritti, anche con referendum, a decidere se in Europa gli eletti del Pd debbono stare nel Pse o in un altro gruppo? Perché non chiamare gli iscritti a decidere sul testamento biologico o la separazione delle carriere dei magistrati? Un partito che non è impegnato nel dibattito politico, nel confronto e nelle decisioni, inevitabilmente si rinchiude nei fortilizi del potere locale e, inevitabilmente, per esercitare e mantenere quel potere allignano pratiche clientelari e anche corruttive. Veltroni ha scritto una lunga lettera al Corriere della Sera (sabato 6 dicembre) dicendo che il Pd deve «sapere selezionare i propri dirigenti e i propri rappresentanti sulla base della loro capacità politica insieme, indissolubilmente, alla loro moralità». Ma non dice una parola perché questo non è avvenuto e come fare per ottenere quel risultato. Siamo alle solite: discorsi generici e dichiarazioni di buone intenzioni. Ma se si continua così il pericolo che questo partito imploda è reale con danni non solo per la sinistra, ma per la democrazia italiana, anche perché non si intravedono alternative.

martedì 2 dicembre 2008

In scena l'ultima questione morale

LA STAMPA

2/12/2008
EMANUELE MACALUSO


Dopo il suicidio dell’ex assessore napoletano Giorgio Nugnes - scrive Giuseppe D’Avanzo su la Repubblica - c’è chi impropriamente evoca i suicidi di Gabriele Cagliari, Raul Gardini, Sergio Moroni e altri verificatisi negli anni di Tangentopoli. Accostare fatti che sono avvenuti in anni e situazioni molto diverse è sempre un azzardo. Tuttavia quel richiamo ha un senso, dato che riemerge una questione morale e si riacutizza il rapporto tra politica e giustizia in un quadro politico in cui i partiti-coalizione (Pd-Pdl) non hanno né storia né identità e sono, in forme diverse, entrambi coinvolti. Da questo punto di vista i richiami alla questione morale e alla «diversità» berlingueriana della sinistra (identificata nel Pci), come giustamente rilevava ieri su queste colonne Federico Geremicca, non hanno senso. Quei richiami a cui spesso ricorre Veltroni sono semmai la spia di una crisi di identità, dal momento che lo stesso segretario del Pd è teso a tagliare tutti i fili che legavano la «vecchia» sinistra con il «nuovo» partito di centrosinistra, tranne se stesso e altri esponenti del partito. Un «partito pigliatutto» che tende a identificarsi con la società così com’è, il modello dell’ultima edizione della Dc è, a mio avviso, causa della sua crisi. Un partito-coalizione come quello di Berlusconi può mietere consensi mettendo dentro tutto e tutti, da Previti ai giovani di Comunione e Liberazione, perché c’è il cemento della conservazione o il rifiuto di ciò che evoca ancora la sinistra.

La quale, invece, paga un prezzo alla sua stessa storia sia per l’eccesso di moralismo (a volte ipocrita), sia per i compromessi fatti proprio sul terreno della questione morale anche da un quadro di partito che proviene non solo dalla Dc, ma dal Pci. E paga la concorrenza sleale di Di Pietro che continua ad alzare la bandiera della moralità e a identificarsi con le procure, senza se e senza ma. I comportamenti di Di Pietro vanno discussi sul piano politico, dato che su quello giudiziario è stato sempre assolto dai reati di cui è stato accusato anche se con motivazioni moralmente discutibili. E il piano politico attiene proprio a quello della riforma della giustizia. Ma proprio su questo terreno il Pd sembra essere sul banco degli accusati con un Pm (il Di Pietro) che è suo alleato. Il tema è scottante, anche perché il rapporto tra politica e giustizia si ripropone. E si ripropone, per molti versi, nella forma e nella sostanza, come nei primi Anni Novanta: la debolezza e l’inquinamento della politica danno spazio a una visione giustizialista della giustizia. In questi anni dalle forze politiche sono venute sempre più frequenti critiche e accuse, a volte pesanti, alle procure e alla magistratura. Berlusconi ha ripetutamente accusato procure e giudici di indossare toghe politicamente rosse e di persecuzione sistematica. Il fatto che l’accusa venga dal capo del governo è grave, gravissimo, ma nel Pdl non c’è nessuno che su questo terreno fiati. Tutti allineati. Da parte del Pd c’è un formale rispetto per la magistratura, spesso in allineamento alla posizione dell’Associazione dei magistrati, ma anche un sostanziale rifiuto di quasi tutte le decisioni che riguardano suoi esponenti. Geremicca ieri ha fatto un elenco significativo ma incompleto. Tuttavia anche nella magistratura riemerge una tendenza a considerare i tribunali sedi di purificazione della politica. I magistrati che in passato si sono impegnati su questo terreno dovrebbero riflettere sulle ragioni per cui il tema della corruzione (non solo politica!) quindici anni dopo Tangentopoli si ripropone con tanta acutezza e perché la magistratura registra un basso tasso di fiducia tra i cittadini. Non sono solo le «campagne di diffamazione» a creare questo clima. Sappiamo che spesso il filo che separa le responsabilità politiche da quelle penali è sottile e a volte i magistrati non ne tengono conto. Del resto ci sono delle assoluzioni che su questo tema fanno riflettere. Se tutto è mafia nulla è mafia, diceva Leonardo Sciascia. Attenzione, quindi, ci sono modi diversi di delegittimare la giustizia e a volte i comportamenti di alcuni magistrati vi contribuiscono. Ma, per concludere, ripeto che il nodo è nella politica: se non è in grado di disinquinare se stessa e di definire con chiarezza il rapporto con la giustizia, la crisi si aggraverà e gli esiti possono essere più pesanti del passato anche perché c’è un’altra crisi che stringe la società, quella economica e sociale. E il loro intreccio può essere veramente dirompente. Non solo per il sistema politico.