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domenica 27 novembre 2011

Debito fuori controllo, rischio dietro l’angolo


Martedì sarà il giorno della verità quando il Tesoro emetterà 8 miliardi di Btp sperando che qualcuno se li compri, una speranza molto labile perché venerdì nessuno voleva acquistare i due miliardi di Ctz con scadenza 2013

Ora che abbiamo scoperto che l’Italia paga per il suo debito a sei mesi come il Portogallo cosa succederà? Probabilmente quello che è già accaduto agli altri Paesi europei che sono entrati nella fase terminale della crisi finanziaria. Martedì sarà il giorno della verità quando il Tesoro emetterà 8 miliardi di Btp sperando che qualcuno se li compri, una speranza molto labile perché venerdì nessuno voleva acquistare i due miliardi di Ctz con scadenza 2013.

La leggenda della solidità delle banche italiane si basa sul presupposto che esse riescano comunque a raccogliere denaro pagando tassi d’interesse ragionevoli. Ma alcuni istituti di credito non hanno più accesso al mercato internazionale e presto dovranno rivolgersi alla clientela italiana offrendo tassi superiori del 4 o 5 per cento a quanto incassano sui mutui erogati. Quanto potranno andare avanti in questa situazione? Da mercoledì in poi ogni giorno sarà quello buono per andare in crisi di liquidità e chiedere con urgenza una linea di credito internazionale. Al Tesoro sperano che sia la Bce a comprare i nostri titoli di Stato stampando tutti gli euro che saranno necessari a coprire la nostra offerta.

Ma per il momento questa soluzione non è praticabile: la Germania non ha alcuna intenzione di aumentare la massa monetaria e importare inflazione per mantenere l’insostenibile stile di vita italiano e spagnolo, non ha intenzione di allargare i cordoni della borsa senza una contropartita senza un’effettiva e stabile cessione di sovranità che le consenta di controllare spese ed entrate di ogni singolo paese. La modifica dei trattati per consentire l’intromissione di Berlino nella politica di bilancio degli altri Stati richiede troppo tempo e troppe discussioni, la strada più veloce è quella di affondarli per poi offrire loro un finto salvagente targato Fondo monetario internazionale.

I tedeschi potrebbero consentire alla Bce di fornire liquidità illimitata al Fondo che a sua volta la presterebbe ai singoli stati con condizioni capestro. Una volta accettata la linea di credito del Fmi per l’Italia si chiuderebbe la via di accesso al mercato, perché tutti i prestiti effettuati dal fondo sono ‘ senior ’ cioè hanno il diritto ad essere pagati prima di ogni altra obbligazione dello Stato debitore. Con questa condizione chi comprerebbe più un Btp? Il fondo costringerebbe l’Italia a privatizzare tutte le aziende e le infrastrutture pubbliche oltre che a varare a misure fiscali draconiane che deprimerebbero il paese per i prossimi dieci anni. Ma anche questo non servirebbe a tirarci fuori dai guai. Gli interventi del Fmi hanno avuto successo solo quando sono stati accompagnati da massicce svalutazioni della moneta del Paese in crisi, non si è mai verificato nella storia il salvataggio di un Paese a cambio fisso. L’euro salirà presto sul banco degli imputati, colpevole di avere un’architettura e una governance arzigogolata e inadatta ai mercati moderni. Mario Monti è stato uno dei grandi sostenitori della moneta unica, un suo strenuo difensore e probabilmente non riuscirà a rinnegare le sue idee ed il suo passato. Ma è inevitabile che le forze politiche aprano questa discussione che sarebbe opportuno passasse per una consultazione popolare. Il ricorso al Fondo monetario senza un dibattito democratico sarebbe, questa si, una sospensione prolungata della democrazia che potrebbe produrre conseguenze irreparabili sulla tenuta sociale del Paese.

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mercoledì 16 novembre 2011

L’Ue crolla e ci travolge

di Superbonus

L’ “effetto Monti” è sparito seppellito da milioni di vendite Buoni del Tesoro italiani, spagnoli, belgi e francesi. La Bce è il fuoco delle critiche degli operatori, e con essa la Germania che si oppone a un allentamento della politica monetaria attraverso emissioni di nuova liquidità nel sistema per l’acquisto illimitato di titoli di Stato. Non è Mario Monti in discussione, ma l’idea che rappresenta, di un’Europa armoniosa che condivide la stessa moneta, piena di rispetto per il rigore della Germania. Gli operatori si chiedevano: cosa farà il governo Monti una volta insediato? Niente di diverso dai suoi predecessori è stata la conclusione cui sono arrivati. Così sono cominciate le vendite sui nostri titoli che si sono trascinati giù anche la Spagna, la Francia e il Belgio. Alla fine della giornata di ieri l’idea dell’Unione monetaria era stata bombardata da tutti i lati con il nostro Btp a due anni che rendeva ben il 6,20 per cento in più dell’omologo tedesco e il decennale francese su livelli di rendimento record.

L’euro non è più un’opportunità, è una camicia di forza che penalizza la nostra bilancia commerciale e favorisce quella tedesca, nel 2011 abbiamo importato dall’estero 23 miliardi di euro di beni in più di quanti ne abbiamo esportati. L’unico vantaggio che garantiva la moneta unica erano i bassi tassi d’interesse rispetto alla lira, ma con un tasso a 3 mesi dei Bot sopra il 4,9 per cento anche questo sogno si sta rapidamente dissolvendo. L’Italia non si è resa conto di essere al centro di una bufera finanziaria, non a causa della speculazione, ma per l’assenza di fiducia verso le istituzioni europee. L’Italia non ha difeso la Grecia, ha lasciato che venisse abbandonata dalla Bce e dagli Stati membri, non ha difeso la Spagna e il Portogallo e ha contribuito a minare la credibilità dei debiti di tutti, compreso il proprio. I creditori ora non si chiedono più se l’Italia ce la farà, si chiedono solo chi pagherà il conto nel caso, molto probabile, che non ce la facesse. Lo farà il Fondo monetario internazionale che ci aveva già offerto una linea di credito? O lo farà la Bce dopo che la Germania si convincerà che la nostra tragedia, alla lunga, sarà anche la loro? Non ci sono risposte a queste domande e quindi nell’incertezza non si comprano i Btp. Cosa potrà fare il professor Monti nei prossimi giorni per invertire la tendenza? Poco, probabilmente sarà costretto a chiedere un aiuto esterno prima che arrivino le pesantissime scadenze di gennaio quando l’Italia dovrà finanziarsi per almeno 70 miliardi.

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sabato 22 ottobre 2011

Il bluff dietro al vertice Ue


di Superbonus

Se pensavate di aver visto tutto in questa pazza gestione della crisi del debito europeo vi siete sbagliati. La nuova proposta di cui si discuterà al vertice di domenica su cui si stanno scontrando Francia e Germania, è sorprendente.

Si prende quel che rimane del fondo salvastati (Efsf), circa 220 miliardi, e con quello si garantisce il 20 per cento di un eventuale perdita sui bond emessi dai Paesi europei. Così da garantire parzialmente circa 1000 miliardi di nuove emissioni (622 saranno con certezza le emissioni italiane dal 2012 al 2014 e 281 miliardi quelle spagnole).

Per il vecchio debito, circa 1600 miliardi di euro per l’Italia e 800 per la Spagna, non resta niente.

Lo stesso dicasi per Belgio e Francia che, se dovessero avere problemi, non solo si attaccherebbero al famoso tram ma farebbero venir meno la costruzione delle garanzie, visto che Parigi contribuisce per 158 miliardi al fondo.

La Francia ha una debolezza strutturale: le sue banche sono esposte al debito di tutti i Paesi in difficoltà. Ma è proprio la Francia che offre le garanzie per sostenere i bond dei Paesi a rischio: non su quelli che sono posseduti dalle sue banche (i vecchi), bensì su quelli che saranno emessi in futuro. In pratica, se uno solo dei Paesi critici non riesce a pagare il debito, la Francia salta due volte: la prima a causa delle sue banche piene di vecchio debito, la seconda a causa delle garanzie che ha dato. Sempre che in uno scenario del genere le garanzie valgano qualcosa.

In questa storia di ingegneria finanziaria ancora nessuno ha versato un euro. Le garanzie sono pezzi di carta: i creditori hanno la promessa che Francia, Germania, Olanda e Finlandia pagheranno. Ma le promesse degli Stati, di fronte alla burrasca, sono come quelle dei marinai.

La speranza è che gli investitori se la bevano, e comprino nuove emissioni mentre la Bce continua a sostenere il prezzo delle vecchie.

Ma è proprio la Bce il secondo punto debole del piano: se continuerà a comprare i bond di Italia e Spagna anche in presenza della garanzia Efsf, gli investitori venderanno i vecchi bond per comprare i nuovi.

A quale prezzo la Bce comprerà, per che ammontare? Nessuno lo sa e la Bce non lo dice, ripete solo di non voler “monetizzare il debito” cioè di non voler stampare denaro per comprare i titoli di Stato. Ma se continua a comprare dovrà prepararsi ad assorbire fino ad 1000 miliardi di carta, perché gli investitori tenderanno a sostituire tutti i vecchi bond con le nuove emissioni, questo non è forse monetizzare il debito?

L’accordo che si profila non ha logica economica, è solo un compromesso politico fra la Germania che non intende né aumentare le risorse del Esfsf né consentire un intervento decisivo della Bce, e la Francia che è alla ricerca di una mossa disperata che le eviti una nuova pesantissima manovra finanziaria alla vigilia delle presidenziali e che dia respiro alle sue banche. Non sappiamo se questo piano ha un nome ma andrebbe ribattezzato piano “speranza”: si lancia l’ennesimo progetto inutile nella “speranza” che il mercato ci creda.

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giovedì 21 luglio 2011

Crisi,Ue divisa. Paga l’Italia

di Superbonus

Dopo 18 mesi dall’esplodere della crisi greca si ripete il copione dell’ennesimo vertice d’emergenza, nel frattempo però sotto il peso del proprio debito sono crollate anche Portogallo e Irlanda, Spagna e Italia si trovano sotto il fuoco delle vendite. La novità è che per la prima volta la Francia è preoccupata, nonostante abbia confermato il proprio rating di tripla “A” le sue banche sono esposte per circa 400 miliardi di euro verso i paesi più deboli dell’area euro. Una spada di Damocle che rischia di abbattersi su colossi come Società General o Bnp Paribas e su decine di istituti di credito medi e piccoli d’oltralpe. Non a caso Nicolas Sarkozy sta effettuando un pressing senza precedenti sulla Cancelleria tedesca per ottenere un salvataggio pieno della Grecia, senza traumi che causino un panico generalizzato e un collasso dei debiti di Italia e Spagna, ma con il Bundestag (parlamento tedesco) chiuso Angela Merkel non può prendere grossi impegni. I parlamentari tedeschi sanno che alla fine l’unico vero finale pagatore solvibile è la Germania e prima di partire per le vacanze hanno votato una mozione nella quale impegnano il governo a coinvolgere i privati nella ristrutturazione del debito greco e soprattutto a non sborsare altri quattrini.

I TECNICI di tutta Europa sono al lavoro per trovare un compromesso che salvi la faccia e il portafoglio del Cancelliere tedesco e, nello stesso tempo, rassicuri i mercati che sono ancora molto nervosi. Nonostante il restringimento degli ultimi due giorni lo spread fra il nostro Btp a 10 anni e il bund di pari scadenza è ancora del 2,90% di rendimento e il Tesoro per collocare un titolo con scadenza giugno 2013 deve ancora pagare più del 4 per cento di tasso d’interesse.

NUMERI questi che mettono in discussione la stabilità di bilancio, la manovra appena varata e la ripresa economica già fortemente compromessa. È proprio su questo scenario che si stanno concentrando gli analisti di grandi banche e grandi fondi d’investimento: quanto può durare l’Italia in una congiuntura di questo tipo e con il cambio fisso? Due, massimo tre anni è la risposta di quasi tutti. Nessuno scommette sul fatto che il nostro paese riesca a sopportare livelli di tassi d’interesse superiori al 2 per cento di spread per un tempo prolungato. Il cronometro della speculazione si è messo in moto, prima della data limite prevista sfrutterà ogni indecisione, ogni leggerezza, ogni imprevisto per accelerare la crisi e spingerci nel burrone. La soluzione per la Grecia che troverà il vertice europeo di oggi non serve a salvare Atene, ma ad indicare la strada che l’Europa vuole percorrere di fronte alla crisi del debito dei paesi più grandi. Serve a sondare la volontà di Berlino di impegnarsi ancora economicamente, per il presente e per il futuro, per tenere insieme l’area dell’euro. Purtroppo il massimo che questo vertice potrà fare è comprare un poco di tempo, rassicurare i mercati per qualche settimana, ma senza attaccare il problema alla radice senza emettere titoli di debito comune (i famosi eurobond proposti da Tremonti) e senza consentire alla Bce di fare quantitative easing, cioè comprare titoli di Stato a fronte di stampa di denaro (politica già adottata in Usa e Inghilterra). Entrambe le soluzioni sono premature e indigeste per l’opinione pubblica tedesca, olandese e finlandese e negli assurdi meccanismi del Consiglio d’Europa le decisioni devono essere prese all’unanimità, così che si troverà sempre qualcuno che fra il proprio futuro politico e la stabilità dell’euro preferisce sempre il primo. L’Italia si presenta al vertice con il cappello in mano, senza alcuna dignità residua con una manovra economica sbeffeggiata dai mercati e nell’imbarazzante situazione di dover discutere del salvataggio della Grecia, ma senza poter mettere un soldo nel piatto della solidarietà. Se infatti Berlusconi dovesse decidere di contribuire a un nuovo prestito per aiutare Atene dovrebbe reperire almeno dieci miliardi di euro di cui cinque entro fine 2011. Ciò non è previsto dalla manovra economica, non è nei piani del governo e non è stato chiesto né comunicato agli italiani. Probabilmente il nostro primo ministro manterrà un profilo basso, molto basso per non essere notato non essere chiamato in causa e soprattutto per far dimenticare che ha offerto un formidabile destro alla speculazione internazionale litigando con un ministro delle Finanze, criticabile ma stimato internazionalmente, come Giulio Tremonti. Una situazione non facile da gestire per un governo che ad ogni ora mostra segni di cedimento, una situazione che gli squali dei mercati internazionali sono pronti a sfruttare da lunedì, quando l’euforia per le decisioni europee, ancora una volta transitorie, sarà svanita e ci troveremo da soli con 8 miliardi di Cct da collocare entro fine luglio e un’asta del Btp decennale prevista per il 28 agosto che proprio non ci voleva.

UNO STATO troppo indebitato vive un’asimmetria di mercato a suo svantaggio, non occorre che gli investitori vendano i titoli di Stato basta che non li acquistino: ogni anno l’Italia emette debito aggiuntivo per almeno 45 miliardi di euro, se tutti si limitassero semplicemente a rinnovare i titoli in scadenza senza aumentare la quantità posseduta nel proprio portafoglio, la nazione fallirebbe ugualmente. Per la speculazione non è necessario vendere, basta sedersi e aspettare, siamo noi italiani che dobbiamo convincere gli investitori che ripagheremo il nostro debito, che la nostra economia crescerà e che questo è un paese serio che arriverà al pareggio di bilancio e diminuirà il proprio debito. Un’impresa difficile per chi si è guadagnato le copertine dei giornali internazionali con il Bunga Bunga! ( www.superbonus.name)

venerdì 13 maggio 2011

GRECIA, L’ITALIA RISCHIA IL CONTAGIO


Fondo monetario e Bce avvertono Ma il governo fa finta di niente

di Superbonus

L’Europa non è pronta a lasciare affondare la Grecia, non ancora, anche se ieri i tasso di interesse sui titoli del debito pubblico a due anni è arrivato al 26,77 per cento. E anche se il Fondo monetario internazionale avverte che c’è il rischio di un’estensione della crisi del debito, un contagio innescato soprattutto dalla Grecia. Mentre per la Bce “l’inflazione è troppo elevata”.

I COSTI di una ristrutturazione del debito o di un’uscita dalla moneta unica sono per il momento troppo alti per essere sostenuti. I Paesi europei troveranno un accordo per prolungare l’agonia di Atene per almeno un altro anno nella speranza che qualcosa succeda, al prezzo di 60 miliardi da erogare entro l’anno alle casse vuote del governo Papandreou. La retorica del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble – “prima di dare altri soldi vogliamo avere la certezza che Atene faccia più sforzi per il risanamento dei conti” – serve solo a tentare di calmare la crescente ostilità dell’opinione pubblica tedesca e non solo verso costosi interventi economici di sostegno.

È lo stesso motivo per cui in Finlandia il Partito populista che ha appena ottenuto uno strabiliante 19 per cento alle ultime elezioni si collocherà all’opposizione del governo se questo accetterà di aiutare il Portogallo (della Grecia ancora non hanno parlato).

Il dramma europeo è tutto qui, nella contraddizione dell’elettorato degli Stati soccorritori che è contro i salvataggi e nell’elettorato dei Paesi soccorsi che si oppone alle misure austerità richieste dai salvataggi.

La storia recente ha dimostrato ai politici di Irlanda, Portogallo, Finlandia e la stessa Germania che se ascolti i tecnici perdi le elezioni, ma se non li ascolti ti esponi a rischi enormi. Gli economisti che hanno strutturato il Fondo europeo per il salvataggio degli Stati (Efsf) si basano sulla erronea convinzione che i governi possano sopravvivere all’adozione di misure altamente impopolari. Ma le cose non stanno andando così lisce. Risultato: nessuno si fida più delle previsioni altrui sugli sviluppi della crisi da debito. Ieri il Fondo monetario internazionale ha dichiarato che “la Grecia non ha la necessità di ristrutturare il debito”, mentre contemporaneamente Barclays scriveva un report per gli investitori dal titolo “Grecia, la (lunga) strada verso la ristrutturazione” indicando in giugno 2012 la possibile data per il collasso definitivo del debito ellenico.

DA QUESTO corto circuito fra politici, tecnici e investitori è difficile uscire: la strada maestra sarebbe quella che al vertice europeo di lunedì la Germania, la Francia e l’Olanda si accollassero il debito dei Paesi più deboli attraverso l’emissione di titoli di Stato europei secondo il principio “un’unica moneta un unico debito”. Ma ovviamente non succederà, significherebbe spazzare via tre governi, irlandese, portoghese e greco. Si continua quindi a parlare di soluzioni improvvisate e abborracciate che non rassicurano nessuno e non fanno che complicare le cose anche per Irlanda, Portogallo Spagna e Italia che, in caso di ristrutturazione del debito greco, sarebbero le prime a essere colpite dall’ondata di diffidenza che già inizia a serpeggiare fra gli investitori che in questi giorni. Che hanno preferito alleggerire le posizioni in euro.

NELLA SURREALE giornata di ieri a complicare le cose ci sono messi anche la Banca centrale europea e il nostro ministro del Welfare Maurizio Sacconi. La prima ha sottolineato i rischi d’inflazione e la necessità di “immediati interventi correttivi sui bilanci pubblici”, mentre sui monitor gli operatori vedevano assottigliarsi la domanda di obbligazioni europee. Il secondo ha risposto alle affermazioni del Fmi circa un possibile espandersi della crisi greca dicendo “sono convinto che siamo al riparo dal contagio" dalla crisi del debito sovrano, "perché abbiamo una robusta disciplina di bilancio insieme con una grande ricchezza nazionale". Un ottimismo che aveva già sfoggiato in mattinata il Sole 24 Ore che ospitando in prima pagina un articolo di Daniel Gros titolato “Perché l’Italia non è il Portogallo”. Distinzioni che non portano molta fortuna, visto che nei mesi scorsi si sono letti un po’ troppi titoli analoghi: “Il Portogallo non è la Grecia” (The Economist 22 aprile 2010), “La Grecia non è l’Irlanda” (ministro delle Finanze greco, 8 novembre 2010), “Né la Spagna né il Portogallo sono l’Irlanda” (segretario generale OCSE 19, novembre 2010). Se lunedì i Paesi più forti non daranno un messaggio univoco, chiaro e un poco altruista ai mercati, presto i governanti si accorgeranno di quanta acqua si può imbarcare in mezzo a una tempesta.

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lunedì 9 maggio 2011

PERCHÉ LA GRECIA USCIRÀ DALL’EURO (MA NON SUBITO)


di Superbonus

Di fronte al diniego tedesco, finlandese ed olandese di allargare i cordoni della Borsa e accettare di farsi carico in toto del debito pubblico greco, Atene ha solo due alternative davanti a sé: uscire dall’euro subito prima di esaurire tutte le riserve valutarie in cassa, oppure uscire dall’euro quando non ci sarà più niente in cassa.

Quando il settimanale tedesco “Der Spiegel” ha raccontato, venerdì, che i negoziati sull’uscita dall’euro sarebbero già in atto, è scoppiato un comprensibile panico, nonostante le smentite del governo di Atene. Il Pil greco, sceso del 4,2 per cento lo scorso anno, nel 2011 si contrarrà di un ulteriore 3 per cento, mentre l’inflazione salirà di almeno 2 punti. La Banca centrale greca ha detto che l’inflazione risultante dall’aumento dell’Iva e dall’aumento del prezzo della benzina ha ridotto i salari reali del 9 per cento lo scorso anno e nel 2011 si aggiungerà una contrazione del 5 per cento.

Tutte le banche sono virtualmente insolventi e sono mantenute in vita solo dalla generosa liquidità erogata dalla Bce, unica istituzione finanziaria del mondo che continua ad accettare i titoli di Stato greci a garanzia dei prestiti erogati. Il sistema finanziario interno è bloccato, i crediti erogati sono inevitabilmente in rapido deterioramento. La desertificazione economica è stata accelerata dalle misure draconiane imposte dall’Europa nel maggio 2010 quando è stato erogato un prestito di 110 miliardi di euro per “salvare” la Grecia. La salvezza di Atene sarebbe stata quella di non essere entrata nell’euro, di non aver avuto accesso a prestiti facili con bassi tassi d’interesse che hanno fatto raggiungere al paese l’apogeo della bolla finanziaria con le spese faraoniche fatte per le Olimpiadi del 2004. Grazie alla bolla olimpica i cittadini greci hanno conosciuto una crescita economica del 4 per cento annuo dal 2003 al 2007. I governi alla ricerca di facile consenso hanno aumentato la spesa e il numero di dipendenti pubblici fino a far diventare il settore statale responsabile per il 40 per cento del Pil, cioè su ogni euro che circola in Grecia 40 centesimi provengono dalle casse statali.

L’Europa ha tentato di mascherare questi dati con un piano di aiuti pasticciato, fatto di un prestito emergenziale che è servito solo a ripagare le banche straniere dei crediti verso Atene: la maggior parte dei 110 miliardi sono finiti nelle casse delle banche di quei Paesi che avevano erogato il prestito. Germania, Francia ed Olanda non hanno salvato il popolo greco, hanno salvato i propri banchieri da perdite miliardarie in caso di insolvenza greca.

E lo hanno fatto con il concorso di tutti anche di chi, come l’Italia, non aveva una esposizione considerevole al rischio greco.

La stessa cosa è stata fatta con l’Irlanda e sarà fatta con il Portogallo.

Ma quanto può durare? Sempre più investitori ed economisti pensano che le istituzioni europee abbiano messo in piedi un gigantesco schema Ponzi: come nella vicenda Madoff i primi a tirare fuori i soldi (le banche private europee ed americane) riporteranno a casa i capitali con dignitosi profitti, gli ultimi rimarranno con il cerino in mano e subiranno le conseguenze di perdite disastrose.

Nella piramide messa in piedi dall’Ecofin e dalla Banca centrale europea alla base ci sono i cittadini dell’Unione e ai vertici i banchieri. Le finanze pubbliche sostengono il pagamento dei debiti dei paesi in difficoltà, le banche creditrici incassano e poi non erogano più credito e il gioco è fatto gli unici creditori rimangono gli stessi Stati europei che hanno la scelta o di trasferire i costi tramite la fiscalità generale o di non pagare a loro volta i propri debiti. Tutti sanno che lo schema non regge che prima o poi crollerà, ma i politici non pensano a lungo termine, come tanti Madoff spostano in avanti il problema. Si troverà un compromesso sulla Grecia, si erogherà un prestito ponte al Portogallo e si consentirà all’Irlanda di pagare meno interessi sul prestito europeo, fino a quando i mercati consentiranno alla Catena di San’Antonio europea di stare in piedi poi ognuno per sé e Dio per tutti.

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martedì 23 novembre 2010

90 MILIARDI PER L’IRLANDA MA I MERCATI NON SI FIDANO PIÙ


I soldi promessi dall’Ue restano solo virtuali, Borse scettiche

di Superbonus

Vi fidereste di qualcuno che garantisce per un vostro debitore ma a sua volta deve trovare i soldi in prestito? Probabilmente no ed è per questo stesso motivo che il mercato non si fida dell’Europa e soprattutto non si fida dell’establishment politico ed economico del vecchio continente. Gli annunci domenicali del piano internazionale per sostenere l’Irlanda non danno l’effetto sperato e le Borse europee chiudono in rosso, anche se di poco.

GLI INVESTITORI hanno capito che il Fondo di stabilità europeo può sostenere per un periodo limitato un paio di piccoli paesi dell’Unione ma non tre o quattro. E soprattutto non potrebbe sostenere il peso di una crisi spagnola che sembra avvicinarsi ogni giorno di più. Per capire la fragilità della struttura finanziaria messa in piedi dai tecnocrati di Bruxelles basta ricordare che l’Italia dovrebbe garantire direttamente (sotto forma di stanziamenti) o indirettamente (sotto forma di debito) 74 dei 440 miliardi, cioè la quota di competenza italiana, da utilizzare nel salvataggio dell’Eurozona. Facendo due conti, solo il salvataggio irlandese avrebbe un costo per le nostre scarne finanze di 16 miliardi in tre anni. L’Europa, e con essa l’Italia, hanno bluffato con i mercati finanziari facendo credere che il meccanismo di salvataggio avrebbe garantito la stabilità dei debiti e dei mercati, il bluff ha funzionato per qualche settimana nel caso della Grecia e per poche ore nel caso dell’Irlanda.

I titoli di Stato di Dublino sono stati acquistati nella prima parte della giornata ma il movimento è stato dovuto per lo più a ricoperture di operatori che avevano venduto in precedenza e chiudevano le proprie posizioni sul mercato, i “real money”, cioè gli investitori di lungo termine che investono sulla base delle tendenze macroeconomiche di un Paese non si sono visti. Così come non si sono visti compratori reali dei debiti sovrani di Spagna, Portogallo e Italia.

GLI SPECULATORI hanno deciso di concedere una breve pausa ai governi europei interrompendo le massicce vendite ma non hanno ancora invertito il trend. Non ci pensano proprio a esporsi per cifre rilevanti su titoli europei che non siano tedeschi. Il problema è che Spagna, Portogallo e Italia devono continuare a finanziarsi sui mercati non per effettuare nuovi investimenti ma semplicemente per continuare a pagare il proprio debito pregresso, ogni scadenza obbligazionaria viene rimborsata contraendo un nuovo debito, come una bicicletta in corsa non ci si può fermare all’improvviso altrimenti si cade. Gli Stati Uniti hanno deciso di mantenere la bicicletta in corsa permettendo alla Banca centrale di stampare denaro per comprare i titoli di Stato correndo un grandissimo rischio inflazione. In Europa questo non si può fare, la Bce ha come unico obiettivo di mantenere bassa l’inflazione. E l’ortodossia economica tedesca non ammette eccezioni. I ministri delle Finanze europei sono così costretti a un equilibrismo fra i mercati che chiedono nuove misure e le regole europee che le impediscono. Nascono così improbabili operazioni di salvataggio che possono solo rinviare i problemi di qualche mese.

QUESTO LIMITE intrinseco all’Unione monetaria sta venendo sempre di più allo scoperto e gli investitori chiedono rendimenti maggiori per finanziare Paesi che hanno basse prospettive di crescita economica e di stabilità finanziaria. Al prossimo vertice europeo Germania e Francia chiederanno a tutti i paesi dell’area euro di diminuire il proprio debito per tranquillizzare i mercati, la Banca centrale europea ha già fatto sapere che si aspetta una riduzione dei deficit e del debito nel breve termine. L’Italia arriverà al quel tavolo tentando di valorizzare il basso debito privato a fronte di un enorme debito pubblico, probabilmente riuscirà a non farsi imporre la manovra da 45 miliardi alla quale saremmo obbligati dai rigidi parametri di debito/Pil. Tuttavia è molto probabile che ci venga imposto un piano di austerity di almeno un punto di pil. Una manovra, minimo, di 16 miliardi.

venerdì 5 novembre 2010

Un’ondata di dollari travolge l’economia mondiale


LA FEDERAL RESERVE AMERICANA STAMPA CENTINAIA DI MILIARDI DI DOLLARI E L’EUROPA SI PREOCCUPA

di Superbonus

Le parole sono importanti, soprattutto quando a pronunciarle sono i banchieri centrali. La Federal Reserve americana ha deciso mercoledì di dare via alla seconda ondata di “quantitative easing”. Un’espressione all'apparenza freddamente scientifica che nasconde l’ultima mossa disperata dell’establishment americano: la Fed comprerà i titoli del debito pubblico americano semplicemente stampando denaro. Gli Stati Uniti potranno così mantenere il rapporto deficit/Pil al 13 per cento (superiore a quello della Grecia) e confidando nel fatto di potersi comunque indebitare a bassi tassi attraverso l’emissione di obbligazioni. Perché ci sarà sempre la Fed a comprare. Non viene creata ricchezza con la produzione industriale, con l’edilizia o la fornitura di servizi. Si crea solo moneta per comprare debito.

La Federal Reserve aveva già acquistato 1.700 miliardi di dollari in titoli immettendo nel sistema altrettanta liquidità e si appresta ora a comprarne altri 600 miliardi. In meno di tre anni si è stampato denaro per un ammontare superiore al Pil dell’Italia del 2010. Una creazione di moneta che non ha precedenti nella storia, una misura “unconventional” come dice il presidente della Fed Ben Bernanke. Cioè che non è mai stata testata e i cui effetti sono da verificare.

PER ORA la stampa eccessiva di biglietti verdi ha già portato il dollaro ai minimi rispetto alle altre valute compreso l’euro.

La Corea del Sud si appresta a seguire Thailandia e Brasile nell’introduzione di misure che contengano il forte afflusso di moneta americana verso il proprio paese che provoca una valorizzazione eccessiva delle monete nazionali. I Paesi emergenti sono in subbuglio. Nella prima intervista pubblica la neoeletta presidentessa brasiliana Dilma Rousseff ha detto “non possiamo pensare che gli Stati Uniti facciano pagare i loro problemi a tutto il mondo attraverso la svalutazione del dollaro”. Il prossimo G20 a Seul si annuncia tempestoso preludio di un ritorno a misure protezionistiche dagli esiti imprevedibili. L’Europa per il momento tace. Gli economisti tedeschi e inglesi sono molto più preoccupati dell’inflazione che questa massa di denaro può provocare piuttosto che dell'impatto immediato sui tassi di cambio.

LA GERMANIA e l’Inghilterra hanno inaugurato l’era dell’austerità estrema: hanno la (fondata) paura che questa massa incredibile di cartamoneta che si sta riversando nell’economia mondiale causi uno tsunami finanziario senza precedenti che potrebbe scuote dalle fondamenta la fiducia non solo nei governi ma nel concetto stesso di denaro.

I tedeschi vogliono quindi far passare a Bruxelles il principio che se un Paese chiede un aiuto finanziario, i detentori dei titoli obbligazionari di quel Paese “devono sopportare un sacrificio”. I ben informati dicono che il riferimento alla Grecia è fin troppo esplicito: tutti sanno che nei prossimi tre anni il governo di Atene sarà costretto a ristrutturare il proprio debito e la Germania non intende offrire una garanzia in bianco ai creditori.

Inutile dire che nel giro di poche ore i titoli di Stato greci hanno perso il 20 per cento del loro valore, ricacciando quella nazione nella quasi certezza del declino finanziario finale.

L’Irlanda non gode di una salute molto migliore e deve pagare ai propri creditori un tasso quattro volte maggiore di quello tedesco, seguita a ruota dal Portogallo.

Fino a quando questa situazione sarà sostenibile?

I più pessimisti ritengono che fra poco più di un anno si vedranno gli effetti di queste politiche monetarie pericolose e ci troveremo (di nuovo) al centro della tempesta perfetta: crisi della fiducia negli stati, crisi della moneta, inflazione alle stelle. Non sappiamo se questo succederà davvero, ma il semplice rischio della catastrofe dovrebbe essere sufficiente per osservare più attentamente le politiche economiche di tedeschi e inglesi che stanno prendendo la situazione molto sul serio.

L’ITALIA È FERMA alla manovra finanziaria di luglio che appare sempre più insufficiente e inadeguata a fronteggiare i rischi. Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, per ora, sembra non poter fare altro che arginare le richieste di spesa che gli arrivano dai colleghi di governi. Ma non riesce a delineare un piano strutturale che metta definitivamente al sicuro i nostri conti pubblici e ci preservi dai “rischi fatali”, per citare un suo pamphlet di qualche anno fa, della globalizzazione economica e finanziaria.

mercoledì 20 ottobre 2010

Nuove regole europee, il governo studia come aggirarle


Niente obblighi per ridurre il debito del 3% l'anno, ma sei mesi di tempo per stare nei parametri. Il Tesoro studia la vendita di scuole per avere i soldi per restaurarle

Il “successo” del ministro Giulio Tremonti presentato ai giornali sull’accordo raggiunto sul nuovo Patto di stabilità europeo è in realtà un compromesso fra la linea dura tedesca e l’elasticità estrema che chiedevano i Paesi sulle misure da adottare.

Il parametro dello stock di debito pubblico in relazione al Pil rimane sullo sfondo, l’Italia non sarà obbligata a ridurre il proprio debito del 3 per cento all’anno con misure draconiane ma ci “saranno formule flessibili gestibili e ragionevoli” da parte del governo italiano. Non dobbiamo, cioè, fare una manovra correttiva subito ma la dobbiamo concordare con gli altri paesi europei, Germania in testa, a seconda delle condizioni dell’economia internazionale e dei mercati. Non sappiamo però cosa potrebbe succedere se fossimo esposti a una nuova crisi finanziaria.

Il meccanismo per sanzionare i paesi poco virtuosi nel rapporto deficit/Pil ha tuttavia molto di italiano e molto di “politico”. I Paesi che dovessero sforare i parametri stabiliti dai trattati non subirebbero subito le sanzioni previste ma avrebbero sei mesi di tempo per operare manovre correttive e rientrare nei parametri. In pratica ai governi viene lasciata la possibilità di “sbagliare” le previsioni di bilancio ad inizio anno per poi correggerle in corso d’opera con il ritornello “ce lo chiede l’Europa”. Si capisce che è profondamente diverso che un esecutivo si prenda la responsabilità delle restrizioni finanziarie ab origine oppure che, ad esempio, sovrastimi le previsioni di crescita economica per poi “casualmente” accorgersi dell’errore e correre ai ripari riversando la colpa sulla congiuntura internazionale e sulla Commissione europea. Non è forse quello che abbiamo già visto con la manovra economica da 25 miliardi varata in primavera dal governo Berlusconi?

Anche con questo quadro più benevolo per le esigenze politiche dell’Italia le restrizioni di bilancio rimangono tutte intatte, il ministro del Tesoro sa bene che nei documenti ufficiali le previsioni di crescita sulla Finanziaria non possono essere sovrastimate all’infinito. E soprattutto sa anche che le manovre correttive di risanamento, che saranno necessarie, per essere digeribili dovranno essere nell’ordine dei 15-16 miliardi di euro, cioè di un solo punto percentuale di Pil. Dunque la frase pronunciata da Tremonti “ora passeremo alla fase dello sviluppo” dopo l’approvazione della finanziaria dal Consiglio dei ministri suona più come una minaccia che come una promessa.

Le tabelle numeriche di cui è composta la nuova legge di bilancio non lasciano dubbi. Come ripete Tremonti, “i numeri vengono prima della politica”. E infatti la politica verrà zittita mettendo la fiducia su un provvedimento che contiene i soliti tagli lineari a tutti i ministeri. E addio, o almeno arrivederci, alla tanto sbandierata riforma dell’Università, che non ha copertura finanziaria. Tremonti, tuttavia, rassicura: i soldi si troveranno entro fine anno con il decreto “milleproroghe” nel quale prenderanno corpo le minacce di passare allo sviluppo. Sono ben nascoste nelle pieghe di bilancio, ma se ne intravedono i contorni. Nell’oscillazione tremontiana fra rigore e finanza creativa, il pendolo si sta spostando verso la seconda. Per diminuire il pressing dei ministri e di Confindustria, Tremonti sta pensando di mantenere intatte le tabelle contabili e ricorrere a operazioni fuori bilancio, che aumentano la vulnerabilità della struttura finanziaria dell’Italia ma non vengono contabilizzate come debito. E quindi, subito dopo aver tuonato da Washington contro i “bankers”, il ministro lascia filtrare al Sole 24 Ore che i tecnici di via XX settembre stanno lavorando al progetto di “Scuola Spa”. Cioè un gigantesco fondo immobiliare di immobili scolastici che verrà venduto ai privati che ricaveranno proventi dall’affitto che lo Stato pagherà al fondo stesso, parte dei soldi recuperati dalla vendita saranno usati per un programma di ristrutturazione dell’edilizia scolastica. Come se un proprietario di una casa vendesse il proprio immobile a un terzo, con i soldi ricavati ristrutturasse la casa venduta e pagasse poi l’affitto per tutta la vita. Che affarone!

Alla pubblicazione della notizia i “bankers” sono entrati subito in agitazione e hanno rivisto i propri budget per il 2011 alla luce di questa super notizia, memori dei milioni di euro in commissioni occulte incassati con le cartolarizzazioni degli immobili pubblici SCIP, SCIP 2 e FIP. Su quelle operazioni, la Corte dei conti ha detto che “ il programma dismissivo risulta essere stato avviato a seguito, non già di un’accurata analisi costi/benefici, ma perché si ritenne necessario e urgente agire per ridurre l’indebitamento e/o il debito, evitando così di fare ricorso a strumenti alternativi di politica di bilancio”. Le stesse motivazioni per le quali si vorrebbe procedere a una ondata di operazioni fuori bilancio per dare una parvenza di “normalità” all’azione di governo. Si tratta di operazioni straordinarie di alienazione del patrimonio fatte non per diminuire il debito ma solo per diluire nel tempo e attraverso la spesa corrente, i costi del funzionamento della macchina statale.

giovedì 10 giugno 2010

LO STRANO ANDAMENTO DEI TITOLI DI STATO ITALIANI SUI MERCATI

di Superbonus

C’è una regola in questa crisi: i politici e banchieri europei aspettano sempre di essere messi con le spalle al muro dai mercati prima di agire. È il principio fisico della minima azione di Lagrange applicato alla politica. Questo principio ha fra i suoi seguaci i vertici della Banca centrale europea che resistono fino all’ultimo alla necessità di stampare moneta e spostare il rischio: dalla bancarotta degli Stati all'inflazione.

La Bce non ha, per il momento, intenzione di intraprendere la strada della Federal Reserve e dalla Banca d’Inghilterra di comprare, in misura quasi illimitata, titoli pubblici e privati emettendo nuova moneta. In questo trova un suo sponsor nella Germania che preferisce misure deflattive (lacrime e sangue) degli Stati, chiamati a stringere sempre di più i cordoni della borsa o ad aumentare le tasse. La partita che hanno perso a Bruxelles il premier spagnolo José Luis Rodriguez Zapatero e il ministro dell'Economia Giulio Tremonti ha prodotto le manovre finanziarie in tutta Europa e quella italiana da quasi 25 miliardi, sollecitate dalla Commissione europea.

Il secondo tempo della partita si sta giocando in queste ore sul mercato finanziario: la Spagna è oramai con le spalle al muro con un differenziale di rendimento (spread) dei suoi titoli a 2 anni ed i titoli tedeschi del 2,40 per cento, segnale che il mercato considera il debito di Madrid sempre più rischioso, se confrontato con quello di Berlino. L’Italia ha rischiato di fare la stessa fine con uno spread che si è pericolosamente avvicinato al 2 per cento per poi tornare su livelli (si fa per dire) più ragionevoli (1,52 per cento).

Non sono in pochi nel mercato ad avere notato che l’apprezzamento dei nostri titoli di Stato non è stato guidato da un forte movimento di compratori ma da flussi unici provenienti per lo più dall’Italia e che si mormora “ispirati” dai palazzi romani. Se così fosse saremmo di fronte alla resa definitiva della linea dei Paesi periferici di interventi “monetari” della Bce e a un ultimo disperato tentativo di difendere i Buoni Poliennali del Tesoro (Btp). Intendiamoci, non c’è niente di male nel fatto che le istituzioni domestiche siano chiamate a fare sistema, il problema che si pone è fino a quando questo sarà possibile?

La domanda che Lucia Annunziata ha posto al ministro Roberto Maroni nell’ultima puntata di Ballarò arrivava al punto: “Gli altri Paesi hanno presentato manovre finanziarie di importi ben superiori alle nostre ma spalmate su un arco temporale maggiore, tre o cinque anni, cosa ci aspetta dopo questa manovra appena approvata?” La risposta di Maroni è solo un auspicio di avere maggiore crescita.

Ma Tremonti sa come stanno le cose e sicuramente ha un piano B se i mercati dovessero di nuovo prenderci di mira. Il problema è, sempre per citare l’Annunziata, il “rapporto di chiarezza con i cittadini” e con i mercati: gli investitori sanno benissimo che i 6 miliardi di recupero dall’evasione fiscale promessi dal governo sovrastimano volutamente un dato che si fermerà a meno della metà. Inoltre gli investitori conoscono la situazione di Comuni, Province e Regioni e delle mille emergenze (e deroghe) che si apriranno, dall’immondizia alla sanità. La sensazione per gli operatori più esperti è quella che qualcuno sia stato convinto, con moral suasion o altro, a comprare Btp e tempo in nome e per conto del governo. E le impressioni contano per chi opera sui mercati.

Non sappiamo per quanto tempo questo possibile bluff, con i titoli sostenuti artificialmente, durerà. Ma siamo sicuri che fino a quando il mercato si mostrerà tranquillo, Silvio Berlusconi applicherà alla lettera il principio di Lagrange della minima azione possibile. Il cancelliere tedesco Angela Merkel e il nuovo primo ministro inglese David Cameron non vogliono commettere lo stesso errore e agli elettori promettono soltanto lacrime e sangue.

Il governo italiano, invece, continua a navigare a vista incrociando le dita e sperando che tutto vada bene.

lunedì 7 giugno 2010

La sfiducia dei mercati verso l’Italia non è tutta colpa dell’Ungheria


LA CAUSA SONO LE DEBOLEZZE ITALIANE E LA MANOVRA INSUFFICIENTE

di Superbonus

Adesso Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti diranno che è colpa dell’Ungheria, che è colpa di chi ha fatto entrare la Grecia in Europa e anche che è colpa degli “speculatori” se la situazione economica si aggrava e sarà necessaria una nuova manovra o un'integrazione di quella in discussione.

Ma questa è una menzogna, la manovra che verrà – non questa da 25 miliardi di euro appena approvata dal governo, ma la prossima, quella che deve ancora essere annunciata – è necessaria per i seguenti motivi:

a) nella Finanziaria presentata a ottobre 2009 il ministero dell'Economia ha correttamente previsto la crescita del Pil per il 2010 ma l’ha volontariamente mantenuta troppo alta per il biennio successivo;

b) passate le elezioni regionali in cui si prometteva “la cura contro il cancro” si sono riviste le stime di crescita del 2001/2012 dal 2% al 1,5% e si è evidenziata la necessità della manovra da 24 miliardi;

c) la manovra pubblicata in Gazzetta ufficiale riuscirà a racimolare a mala pena 20 miliardi la maggior parte dei quali derivano dai tagli agli enti locali che si trasformeranno in tasse indirette sulla popolazione;

d) semplicemente per mantenere gli impegni con l’Europa e soprattutto con gli investitori saranno necessari altri 20 miliardi di manovra nel prossimo biennio.

Il mercato non è convinto che il governo Berlusconi sia in grado di affrontare tagli alla spesa o aumenti delle imposte di queste dimensioni ed è per questo e solo per questo che sono sempre meno gli investitori disposti a comprare i nostri titoli di Stato.

Il differenziale di rendimento (spread) dei Btp sui Bund tedeschi a 2 anni è passato dal 1,48% prima della manovra al 1,72% all’indomani della pubblicazione della stessa sulla Gazzetta ufficiale. Quando l’Ungheria ha annunciato le difficoltà ad onorare i propri debiti il differenziale è aumentato dello 0,08% a 1,80%.

Lo Stato Italiano ha una durata media del debito di 7 anni, quindi ogni anno ricorre ai mercati finanziari per rifinanziare un settimo del proprio debito chiedendo in prestito 250 miliardi. La crisi ungherese, calcolando un effetto più che doppio rispetto a quello registrato fino ad ora, inciderà al massimo sui conti dello Stato per 64 milioni per i prossimi 7 anni così come la crisi Greca inciderà per 150 milioni. A conti fatti la spesa aggiuntiva derivante dall’aumento del “rischio Italia” è ampiamente mitigata dalla discesa dei tassi d’interesse che ne annullano di fatto l’impatto. Quindi non si può dare la colpa a loro.

Il governo sta cercando di nascondersi dietro una situazione difficile dei mercati finanziari per giustificare le sue carenze di politica economica e di eccesso di spesa pubblica. La conferenza stampa di presentazione della Manovra economica nella sala stampa di Palazzo Chigi il 25 maggio, è la migliore rappresentazione della situazione della spesa pubblica italiana.

Le parole “abbiamo rinviato il taglio delle tasse” agli operatori finanziari sono sembrate ridicole e pericolose, perché pronunciate da un presidente del Consiglio che nega l’evidenza e non prende atto che gli investitori hanno presentato una mozione di sfiducia nei suoi confronti con conseguenze per il paese molto più gravi di una semplice caduta del governo.

Non siamo di fronte ad una crisi finanziaria emotiva nella quale prevale l’irrazionalità della reazione alla cattiva notizia (Ungheria, Grecia ecc.), ma dobbiamo affrontare la sfiducia degli investitori nella capacità del nostro paese di abbassare deficit e debito, per questo motivo non è in discussione il tasso d’interesse che il Tesoro pagherà, ma le stesse linee di credito al sistema Italia iniziano ad essere viste con un occhio differente.

Le parole di Tremonti ad Annozero, giovedì sera, peggiorano la situazione: gli investitori vogliono misure concrete e subito, vogliono sentire parole chiare sullo stato dei conti e sulla vera entità delle manovre da mettere in campo, e ad ogni occasione mancata in cui il governo invece di annunciarle parla d'altro, cresce la loro inquietudine.

Per questo motivo i prezzi dei Btp continueranno a scendere nelle prossime settimane e tutte le oche del Campidoglio affolleranno le televisioni per gridare contro gli “speculatori”.

Ma alla fine faranno una cosa semplice semplice che produrrà un gettito di cassa immediato: aumenteranno le aliquote Iva così anche il leader della Cisl Raffaele Bonanni potrà finalmente dire che “sono stati colpiti i consumi e non i redditi”. Proprio una bella soddisfazione.

lunedì 17 maggio 2010

Sessanta miliardi e 3 anni di sacrifici

di Superbonus

Per Dubai i debiti servivano a finanziare nuovi palazzi da mettere sulle cartoline, per l’Europa i debiti ora servono semplicemente a sopravvivere. In questa situazione gli investitori decidono cosa gli Stati debbono e non debbono fare, quali sono le dichiarazioni giuste e quelle sbagliate, e smascherano i bluff.

Venerdì il mercato ha dato un segnale chiaro agli “establishment del debito” pubblico: non potete continuare a vendere fumo oppure non compreremo più i titoli di Stato e fallirete miseramente. Lo ha fatto attaccando le Borse dove si sente la mancanza dell’intervento della Banca centrale, lo ha fatto iniziando a vendere anche i titoli di Stato dei Piigs (Italia inclusa, è inutile far finta del contrario) e facendo capire alla Banca centrale europea che la cifra da mettere sul piatto per sostenere l’Eurozona la prossima settimana dovrà essere prossima ai 200 miliardi di euro solo per frenare la caduta.

Qui nasceranno i problemi. La Germania ha annunciato una manovra da 15 miliardi di euro e tagli alla spesa pubblica e continua a essere contraria a massici interventi della Banca centrale sul mercato obbligazionario. I tedeschi non sembrano disposti a pagare i conti degli altri con un euro eccessivamente debole e una ripresa dell’inflazione nel medio termine. Preferiscono sangue, dolore e lacrime da imporre ai partner e rimettere in ordine i conti europei. I titoli di Stato tedeschi sono volati venerdì a livelli massimi indicando chiaramente che la Germania è diventata l’unico paese rifugio in un’Europa alle prese con il peggiore incubo degli ultimi anni. La prossima settimana sarà determinante per capire quanta fiducia hanno ancora gli investitori in questo establishment europeo che ha mentito, chi più chi meno, sulla propria situazione finanziaria e sta ancora tentando di nascondere il problema con misure tampone che non risolvono i problemi e non parlano chiaramente ai propri popoli.

In Italia “siamo di fronte a un governo e a una maggioranza che è dichiaratamente contro la famiglia e che, con il Dpef, si sta schierando contro il popolo e contro la gente comune, privilegiando solo gli interessi dei poteri forti”, diceva Roberto Calderoli nel 2006, parlando della dura Finanziaria del governo Prodi di allora, ma ora è lui ad annunciare misure di risanamento analoghe o più severe e parla di “sacrifici per tutti”.

Dov’era la delegazione leghista quando il governo Berlusconi proponeva il Dpef 2010-2013 senza “né tagli né tasse” e vi aggiungeva uno scudo fiscale che ha beneficiato i soliti furbi? Non si sono accorti che le previsioni di crescita economica e le entrate fiscali erano volutamente sovrastimate per nascondere la verità dei conti? Questa mancanza di trasparenza e onestà verso gli elettori a cui si vendeva un’Italia dove “la crisi non esiste” ha aumentato la violenza della crisi e il pericolo di essere colpiti dai mercati finanziari. Ora si corre ai ripari con una manovra finanziaria da 25 miliardi in 2 anni che già sappiamo diventeranno 60 in 3 anni, sempre che gli investitori internazionali siano ancora disposti a dare fiducia a una classe politica che ha costruito le sue fortune sul debito pubblico rinviando il momento della resa dei conti con la realtà, e con gli elettori, e accumulando immobili nel centro della Capitale.

Il taglio del 5% allo stipendio dei parlamentari è una misura demagogica e ridicola per farci credere che siamo tutti nella stessa barca e che i sacrifici toccheranno tutti allo stesso modo. Sappiamo già che non è così, un provvedimento equanime si poteva fare a dicembre 2009 quando la crisi aveva allentato la morsa e concedeva tempo e possibilità di adottare provvedimenti ponderati, confrontandosi con le imprese e i sindacati e anche con l’opposizione.

Si è preferito negare la crisi, promettere in campagna elettorale che si sarebbero eliminate le liste d’attesa per le prestazioni sanitarie per poi scoprire che non ci sono neanche i soldi per pagare i dipendenti delle Asl.

Si è preferito alimentare la speranza che si intravedeva “una luce in fondo al tunnel”, non ci si era accorti che quelle erano le luci di un treno che ci stava arrivando addosso. Ma ora si farà troppo in fretta, i tagli saranno duri e ripetuti e senza confronto con le parti sociali. E più la crisi internazionale si aggrava, più sarà necessario tagliare. Aumentate gli stipendi ai parlamentari del 10% ma dateci, per carità, una classe dirigente degna di questo nome.

lunedì 26 aprile 2010

LA GRECIA CHE MUORE DI DEBITO


La Merkel dopo le richieste di Papandreou: “Troppe speculazioni”

di Superbonus

“È come fermare una pallottola con la carta igienica” la celebre frase di Alain Delon nel film Airport 80 si applica perfettamente al tentativo fatto dal presidente greco Papandreou di rassicurare gli investitori internazionali annunciando che avrebbe attinto ai fondi stanziati da Fmi e Unione europea. Ma questo non cambierà il destino della Grecia che sarà, prima o poi, costretta ad una ristrutturazione del debito trascinando con sé il Portogallo.

Sono le prime vittime di un establishment europeo che ha consolidato il potere e la leadership aumentando costantemente i debiti, senza nessun disegno di futuro. La spinta economica e la coesione sociale dell’Europa degli ultimi 10 anni sono state costruite sulle fondamenta d’argilla di un debito crescente delle nazioni.

IL DEBITO. Il debito privato consentiva a Gran Bretagna e Spagna di creare la propria bolla immobiliare gonfiata da mutui concessi con troppa generosità a generazioni che non avevano mai visto una vera crisi economica. Il debito pubblico permetteva a nazioni come Italia, Portogallo e Grecia di mantenere artificialmente alto il proprio tenore di vita attenuando le tensioni e l’insofferenza sociale con generose elargizioni camuffate da “investimenti indispensabili”, “incentivi al consumo” e semplice spreco di denaro pubblico.

In queste bolle parallele è cresciuto un nuovo establishment economico e politico che ha gestito l’erogazione del debito e l’indirizzo della spesa.

Un fiume di denaro che si è riversato, ad esempio, sulla sanità pubblico/privata consentendo ascese economiche formidabili a piccoli imprenditori che si ritrovano ora proprietari o azionisti dei più importanti giornali.

Si è riversato nel mercato immobiliare costruendo fortune fulminee con il generoso finanziamento di banche compiacenti che a sua volta dovevano essere scalate dagli stessi personaggi che avevano finanziato.

Si è riversato su banchieri che entravano e uscivano dai centri di potere più importanti ministeri del Tesoro e Banche centrali con un continuo balletto di poltrone fra gli stessi nomi, le stesse cordate e gli stessi interessi che controllavano, e controllano, la finanza europea.

L’establishment della bolla è cresciuto, ha acquisito un crescente consenso creando il pensiero unico del profitto a tutti i costi e ha lucrato miliardi di euro e potere infinito. Gli scontri fra esponenti dell’establishment non sono mai stati all’ultimo sangue allo sconfitto (in politica come in finanza) si lasciava sempre una via d’uscita onorevole o ben remunerata perché il gioco potesse continuare senza nessuno che rovesciasse il tavolo. Il gioco non era interrompere la spirale debito-spesa-debito ma governarne il flusso, avere alternativamente le leve di comando per consolidare il proprio status all’interno dell’establishment.

LA CRISI. Quando la crisi del debito si è manifestata nel 2008 politici e banchieri non hanno pensato neanche per un momento di fare un discorso onesto alle proprie nazioni, nessuno ha detto che almeno per un quindicennio il mondo occidentale aveva vissuto al di sopra delle proprie possibilità e che avevamo di fronte anni di crisi economica. Si è preferito aumentare ancora di più il debito stampando nuovo denaro: in due anni la base monetaria europea è aumentata del 35 per cento e quella americana del 120 per cento, il debito pubblico delle nazioni è esploso e nel 2011 in quasi tutte arriverà a più del 100 per cento del Pil.

È come tentare di disintossicarsi dalla droga assumendo dosi crescenti, la sensazione è di momentaneo benessere ma il paziente prima o poi muore. E la Grecia è morta, debito su debito, e per uscire dalla crisi pretende di aumentare ancora il debito con un prestito ad alti tassi concesso dall’Europa. L’establishment della bolla aveva proposto al mercato la solita cura: debito che finanzia debito finanziato dal debito dei paesi membri dell’Unione europea. Il mercato non ci ha creduto, ha chiesto garanzie reali, impegni precisi a intervenire con iniezioni di capitale disinteressate, come farebbe un governo con un suo ente locale, ma l’establishment cresciuto insieme nella bolla questa volta si è diviso.

L’EUROPA. I tedeschi hanno capito il pericolo di dover diventare il sovvenzionatore dell’Europa e hanno scaricato gli altri per non dover affrontare un’opinione pubblica sempre più infuriata dal tenore di vita irrealistico dei Paesi vicini. Il resto del gotha finanziario europeo è ora in preda ad una crisi di panico, non sa più cosa fare e cosa dire perché sa bene che la seconda bolla, quella creata dal 2008, si sta avvicinando pericolosamente all’esplosione.

La Banca centrale europea è praticamente scomparsa nelle ultime ore di mercato di questa settimana, il presidente del Financial Stability Board non ha detto una parola sul pericolo di contaminazione di un collasso finanziario di Grecia e Portogallo, attendono tutti un colpo di fortuna qualcosa che faccia cambiare idea ai mercati o ai colleghi dell’establishment tedesco. Speranza alimentata dalle dichiarazioni della Merkel: “Interverremo solo se serve a salvare l’euro”. Troppo poco e troppo tardi di fronte a un mercato che chiede soldi subito.

Il ministro delle Finanze italiano chiede di “non lasciar bruciare la casa del vicino per evitare che prenda fuoco la propria”, non ha però commentato le previsioni di crescita dell’Italia per gli anni 2011 e 2012 rilasciate dal Fondo monetario internazionale: 1,2 per cento contro il 2 per cento delle stime del governo. Questo richiederebbe una manovra da 72 miliardi di euro in tre anni per centrare gli obiettivi che abbiamo comunicato agli investitori. Un bel dilemma per un professore universitario di Sondrio mal tollerato dall’establishment: dire la verità smascherando il gioco o sfidare la sorte aumentando ancora il debito?