lunedì 9 maggio 2011

PERCHÉ LA GRECIA USCIRÀ DALL’EURO (MA NON SUBITO)


di Superbonus

Di fronte al diniego tedesco, finlandese ed olandese di allargare i cordoni della Borsa e accettare di farsi carico in toto del debito pubblico greco, Atene ha solo due alternative davanti a sé: uscire dall’euro subito prima di esaurire tutte le riserve valutarie in cassa, oppure uscire dall’euro quando non ci sarà più niente in cassa.

Quando il settimanale tedesco “Der Spiegel” ha raccontato, venerdì, che i negoziati sull’uscita dall’euro sarebbero già in atto, è scoppiato un comprensibile panico, nonostante le smentite del governo di Atene. Il Pil greco, sceso del 4,2 per cento lo scorso anno, nel 2011 si contrarrà di un ulteriore 3 per cento, mentre l’inflazione salirà di almeno 2 punti. La Banca centrale greca ha detto che l’inflazione risultante dall’aumento dell’Iva e dall’aumento del prezzo della benzina ha ridotto i salari reali del 9 per cento lo scorso anno e nel 2011 si aggiungerà una contrazione del 5 per cento.

Tutte le banche sono virtualmente insolventi e sono mantenute in vita solo dalla generosa liquidità erogata dalla Bce, unica istituzione finanziaria del mondo che continua ad accettare i titoli di Stato greci a garanzia dei prestiti erogati. Il sistema finanziario interno è bloccato, i crediti erogati sono inevitabilmente in rapido deterioramento. La desertificazione economica è stata accelerata dalle misure draconiane imposte dall’Europa nel maggio 2010 quando è stato erogato un prestito di 110 miliardi di euro per “salvare” la Grecia. La salvezza di Atene sarebbe stata quella di non essere entrata nell’euro, di non aver avuto accesso a prestiti facili con bassi tassi d’interesse che hanno fatto raggiungere al paese l’apogeo della bolla finanziaria con le spese faraoniche fatte per le Olimpiadi del 2004. Grazie alla bolla olimpica i cittadini greci hanno conosciuto una crescita economica del 4 per cento annuo dal 2003 al 2007. I governi alla ricerca di facile consenso hanno aumentato la spesa e il numero di dipendenti pubblici fino a far diventare il settore statale responsabile per il 40 per cento del Pil, cioè su ogni euro che circola in Grecia 40 centesimi provengono dalle casse statali.

L’Europa ha tentato di mascherare questi dati con un piano di aiuti pasticciato, fatto di un prestito emergenziale che è servito solo a ripagare le banche straniere dei crediti verso Atene: la maggior parte dei 110 miliardi sono finiti nelle casse delle banche di quei Paesi che avevano erogato il prestito. Germania, Francia ed Olanda non hanno salvato il popolo greco, hanno salvato i propri banchieri da perdite miliardarie in caso di insolvenza greca.

E lo hanno fatto con il concorso di tutti anche di chi, come l’Italia, non aveva una esposizione considerevole al rischio greco.

La stessa cosa è stata fatta con l’Irlanda e sarà fatta con il Portogallo.

Ma quanto può durare? Sempre più investitori ed economisti pensano che le istituzioni europee abbiano messo in piedi un gigantesco schema Ponzi: come nella vicenda Madoff i primi a tirare fuori i soldi (le banche private europee ed americane) riporteranno a casa i capitali con dignitosi profitti, gli ultimi rimarranno con il cerino in mano e subiranno le conseguenze di perdite disastrose.

Nella piramide messa in piedi dall’Ecofin e dalla Banca centrale europea alla base ci sono i cittadini dell’Unione e ai vertici i banchieri. Le finanze pubbliche sostengono il pagamento dei debiti dei paesi in difficoltà, le banche creditrici incassano e poi non erogano più credito e il gioco è fatto gli unici creditori rimangono gli stessi Stati europei che hanno la scelta o di trasferire i costi tramite la fiscalità generale o di non pagare a loro volta i propri debiti. Tutti sanno che lo schema non regge che prima o poi crollerà, ma i politici non pensano a lungo termine, come tanti Madoff spostano in avanti il problema. Si troverà un compromesso sulla Grecia, si erogherà un prestito ponte al Portogallo e si consentirà all’Irlanda di pagare meno interessi sul prestito europeo, fino a quando i mercati consentiranno alla Catena di San’Antonio europea di stare in piedi poi ognuno per sé e Dio per tutti.

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