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sabato 27 novembre 2010

I figli sorpassano a destra i genitori la spinta da maschi e regioni rosse

di MICHELE SMARGIASSI

di MICHELE SMARGIASSI

La mela continua a cadere abbastanza vicino all'albero. Ma adesso cade dalla parte opposta. Trentacinque anni fa i figli scavalcavano a sinistra i genitori: oggi li scavalcano a destra. Se i figli sono il futuro di un paese, tira brutta aria per la sinistra italiana, ma i numeri parlano chiaro: quella che sembrava un'ovvietà antropologico-sociale al limite del luogo comune ("a vent'anni siamo tutti rivoluzionari") viene smentita da una ricerca congiunta dell'Istituto Gramsci e dell'Istituto Cattaneo di Bologna che verrà resa pubblica oggi. Frugando in una vecchia indagine del 1975 sull'orientamento politico degli italiani, i tre ricercatori (Piergiorgio Corbetta, Dario Tuorto, Nicoletta Cavazza) si sono imbattuti in una piccola miniera non ancora sfruttata: alcune centinaia di questionari compilati in parallelo da genitori e figli delle stesse famiglie. Hanno incrociato quei dati, poi hanno deciso di ripetere il sondaggio oggidì, a una generazione di distanza, intervistando oltre quattrocento coppie genitori-figli.

Quel che hanno scoperto è una vera e propria inversione di tendenza nella trasmissione ereditaria di valori e ideologie: i figli sono diventati più conservatori dei padri. Visto che c'è una generazione di mezzo, si può anche dire: chi la fa l'aspetti: chi trent'anni fa aveva abbandonato "da sinistra" i propri padri, ora si trova aggirato a destra dai propri figli. Unico elemento costante: sono sempre loro a muoversi, i ragazzi. Infatti, allora come oggi, il gruppo dei genitori si colloca più o meno al centro dello spettro destra-sinistra; ma il gruppo irrequieto dei figli, che nel '75 era più a sinistra del gruppo dei genitori di circa un punto (in un arco convenzionale da 0=sinistra a 6=destra), oggi è più a destra di 0,3 punti. I maggiori responsabili dell'inversione a U, altro dettaglio che non farà piacere ai progressisti, sono i rampolli (soprattutto i maschi) delle famiglie meno istruite, meno ricche e che vivono nelle regioni "rosse": quelle dove l'omogeneità ideale tra padri e figli una volta era più forte. Insomma è proprio lo "zoccolo duro" dell'insediamento elettorale storico della sinistra, le famiglie unite, proletarie, laboriose, tutte casa e cellula, che si sta sfarinando.

Eppure, a ben vedere, la grande maggioranza delle famiglie continua a trasmettere ai figli le proprie visioni del mondo. Il "tasso di dissimilarità" generazionale italiano è in fondo piuttosto limitato (1,6 punti su una scala di dieci), la grande maggioranza dei figli somigliano ai padri, si rassicurino dunque i genitori: sono buoni pedagoghi politici. E i genitori di sinistra, nonostante la frana, riescono ancora a tenere i figli dalla loro parte più spesso di quelli di destra. Su cento genitori che votano un partito di sinistra, 75 hanno figli che li imitano, mentre su cento genitori di destra solo 60 hanno figli che votano come loro. La famiglia progressista insomma "convince" di più. Ipotesi lusinghiera: i suoi valori sono più robusti, moralmente superiori e resistenti all'usura. Ipotesi realistica e tecnica: è più facile riconoscere una continuità nei partiti di sinistra (Pci-Ds-Pd) che nei partiti di destra (la novità assoluta della Lega ha spaccato le famiglie dell'ex area Dc). In ogni caso, le distanze tra il proselitismo familiare di sinistra e quello di destra si sono drasticamente accorciate: nel '75 le percentuali di "ereditarietà" politica erano di 86 a 36 a favore dei genitori di sinistra. Un altro sorpasso probabilmente è in vista.

Ora, però, non è il caso di tirare conclusioni epocali. Il ribaltone intra-familiare avviene in realtà in un contesto in cui la politica ha perso spessore, significato, autorevolezza. Dalle domande di controllo sulla preparazione e l'attività politica effettivamente svolta, si scopre che i figli di quell'epoca immediatamente post-sessantottina erano più informati, coinvolti e impegnati dei loro genitori: oggi è l'inverso. E metà dei figli intervistati oggi non sa dare una convincente spiegazione della differenza fra sinistra e destra: erano solo il 30% nel '75. Allora, le baruffe domestiche esplodevano perché i ragazzi erano "impegnati" politicamente e i genitori apatici e qualunquisti; oggi per l'esatto contrario. Dunque, di che parliamo? "Di famiglie che condividono molto più spesso l'indifferenza che l'impegno, dove la polarità destra-sinistra ha perso quasi ogni significato", sintetizza il professor Corbetta. Le mele cadono vicino all'albero, ma hanno sempre meno sapore.

(26 novembre 2010)

martedì 31 marzo 2009

In Emilia colpi bassi tra big del Pd


di MICHELE SMARGIASSI

BOLOGNA - Prima ha dipinto il suo possibile successore come incapace di organizzare una campagna elettorale. Ieri ha accusato il segretario regionale Pd di arrivismo personale. A Bologna Sergio Cofferati, mentre continua l'incertezza sulla sua candidatura alle europee, si scatena. Ma è tutta l'ex regione rossa che sussulta di imprevisti terremoti: a Reggio Emilia ritorna "la Zarina", l'ex sindaco dell'era Pci-Ds Antonella Spaggiari, e si candida alla guida di una lista civica appoggiata dall'Udc sfidando il sindaco uscente Pd, Graziano Delrio. A Forlì le primarie Pd sfiduciano il sindaco uscente Nadia Masini, ex-Ds, e incoronano l'outsider Roberto Balzani, di area repubblicana.

L'impressione di un "liberi tutti" là dove il Pd si supponeva mantenesse una coesione da partito di massa è difficile da scacciare. A Bologna esplode un "caso Cofferati" che sembrava risolto con la scelta del sindaco di rinunciare al secondo mandato per stare vicino a suo figlio, a Genova. Quanto vicino? Le voci di una candidatura Cofferati alle europee sono circolate, debolmente smentite dall'interessato, contrastate da esponenti nazionali del partito. Sabato, forse per allontanare una polemica minacciosa per la campagna elettorale bolognese, il coordinatore Pd Salvatore Caronna (anche lui in odor di Bruxelles) ha scaricato sul Pd di Genova la competenza sulla questione.

Durissima, ieri, la rimbeccata di Cofferati. Novità sulle europee? "Chiedete a Caronna, è l'unico che se ne sta occupando intensamente da settimane". Nel senso che lavora per lei? "No, per se stesso". Sconcerto, tensione. L'accusa di carrierismo è pesante anche in un partito post-comunista. Silenzio dall'accusato. Si pronuncia invece Pierluigi Bersani: "Una candidatura Cofferati sarebbe utile alla nostra battaglia, non posso che caldeggiarla". Via libera dall'ala dalemiana, tentativo di placare il sindaco furioso?

A Reggio Emilia, invece, la spaccatura sembra insanabile. Antonella Spaggiari, per tutti "la Zarina", è stata sindaco per ben tredici anni, eletta in quel duro '91 che fu l'anno delle polemiche sui delitti del dopoguerra. Nel 2004 lasciò il posto a Graziano Delrio, provenienza Margherita, per riapparire alla presidenza della potente fondazione bancaria Manodori: paradosso curioso, un sindaco cattolico nella città dal rosso più vivo dell'Emilia, un presidente ex Pci alla Fondazione che fu un feudo Dc. Ora il cerchio si chiude, e Spaggiari sfida il suo successore con una lista centrista. "Strada ingloriosa, poca lealtà e generosità, non si fa politica col risentimento", reagisce amareggiato il segretario Pd Giulio Fantuzzi, mentre Delrio preferisce già identificarla come avversario conclamato: "Parla come la destra". "Non è rancore", reagisce la sfidante, "ma spirito di servizio, Reggio ha perso tempo in questi cinque anni", e chiede il voto di "riformisti, cattolici e liberali".

In confronto, a Forlì la botta è stata digerita meglio. Sonia Masini, area ex-Ds, sembrava avere la strada in discesa quando ha accettato di sottoporsi alle primarie Pd per succedere a se stessa: in fondo, la graduatoria del Sole-24 Ore l'aveva classificata decima in Italia per popolarità. Ma in una notte di scrutini al cardiopalmo, per soli 45 voti su ottomila, un outsider l'ha scavalcata: Roberto Balzani, docente di Storia nella sede romagnola dell'Università di Bologna, cultura mazziniana, allievo prediletto di Giovanni Spadolini. "Lo sosterrò, purché riconosca il mio lavoro" è stato il commento non entusiasta della sfiduciata Masini.

(31 marzo 2009)