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giovedì 9 settembre 2010

Nessuna interferenza sul Parlamento sovrano


di Gianfranco Paquino

A BERLUSCONI e Bossi, ai loro consiglieri giuridici, di necessità quasi tutti avvocati penalisti, difettano, per quanto elementari, due essenziali principi costituzionali e parlamentari.

Primo, nelle democrazie esiste da qualche tempo, all’incirca poco più di due secoli, la separazione dei poteri.

Secondo, tutte le istituzioni hanno spazi di autonomia e si danno e osservano regolamenti propri. In particolare, Camera e Senato disciplinano le modalità di selezione delle loro cariche e il loro funzionamento secondo le regole che si sono date e che soltanto le loro assemblee possono rivedere e cambiare. Dunque, per fare l’esempio calzante in questa occasione, neppure il presidente della Repubblica più capace, più autorevole, più stimato (che, non è esattamente quello che pensano Berlusconi e Bossi a proposito di Napolitano) può permettersi di interferire nell’attività e nelle regole del Parlamento.

La dichiarata volontà dei due capi del centrodestra di “salire” al Quirinale per chiedere le dimissioni di Fini era probabilmente soltanto un messaggio ad effetto che Napolitano ha subito disinnescato.

Quanto alla sostanza, vale a dire alla critica al presidente della Camera Fini di non essere più in grado di garantire l’imparzialità nell’adempimento del suo ruolo, essa sarebbe, comunque, tutta da provare. Ma l’errore politico e istituzionale che Bossi e Berlusconi commettono è, comunque, assolutamente lampante. Eletto dalla loro maggioranza, Fini dovrebbe andarsene perché è fuoriuscito da quella maggioranza. Però, il punto non è dove Fini si colloca adesso, e lui dice che rimane saldamente nel centro-destra. Il punto è, invece, che qualsiasi Presidente della Camera deve agire super partes nello svolgimento delle sue funzioni. Anche in questo caso, la concezione che trapela dai berluscones e dai leghisti si basa su una erronea interpretazione della vittoria elettorale. Nelle democrazie, chi vince le elezioni non prende “tutto”. Acquisisce, “prende”, il potere di governare. Non conquista mai il potere di comandare a tutte le altre istituzioni e, meno che mai, alle altre cariche istituzionali. Non può chiedere a queste cariche né di non “remare contro”, se il governo ne mette in questione l’autonomia, né di remare a suo favore.

Il rischio è che dalla abissale ignoranza istituzionale i dirigenti del centro-destra passino deliberatamente alle forzature istituzionali. Il passo, ancorché difficile, è breve.

giovedì 12 agosto 2010

Pd datti una mossa: primarie


di Gianfranco Pasquino

Avendo perso da tempo qualsiasi capacità di esercitare iniziative autonome, tranne quella di offrire, come se fosse nella sua disponibilità, la carica di presidente del Consiglio un po’ a Tremonti un po’ a Casini, il Partito democratico si espone stancamente e mollemente alla prospettiva di elezioni anticipate. Naturalmente, fa totale affidamento sul presidente della Repubblica affinché lo scioglimento anticipato del Parlamento non sia immediato, ma contempli una fase di governo tecnico, affidato a non si sa chi, affinché si faccia una nuova legge elettorale, non è chiaro con quale maggioranza se i berlusconiani vi si opporranno, non soltanto perché traggono notevoli vantaggi dalla legge vigente, ma anche perché questa legge produce conseguenze non positive per l’eventuale “Terzo Pollo”. Peraltro, non è affatto necessario che si formi un governo tecnico per fare una nuova legge elettorale. Sarebbe sufficiente che tutti gli oppositori, compresi i finiani, si mettessero d’accordo su un testo breve e semplice, formulassero un disegno di legge e ne imponessero la discussione parlamentare. Il bluff dei berlusconiani verrebbe chiamato e l’eventuale crisi si aprirebbe, come sarebbe del tutto opportuno, in Parlamento e il molto eventuale governo tecnico avrebbe un mandato chiaro.

Mobilitazione dei dirigenti

GLI INGUARIBILI ottimisti pensano che un grande (sic) Partito democratico (sic) avrebbe già dato inizio a una seria mobilitazione dei suoi dirigenti, mandato in spiaggia (come sta facendo Casini), e non al largo in barca, tutti i suoi attivisti (sic), se ancora esistono e non sono troppo depressi, a spiegare le origini e lo svolgimento della crisi, nonché il chiarissimo fallimento del Popolo della libertà come partito e la sua inadeguatezza come governo. Un grande partito, non si limita a dire che il successo della Lega deriva dal suo essere radicata sul territorio, ma cerca di collocarsi con donne, uomini e idee proprio su quel territorio, battendolo palmo a palmo. Un grande partito formula rapidamente alcune, poche e limpide, idee-forza e le lancia anche sui quotidiani di Ferragosto. Se non riesce a fare nulla di questo, comincia a condannarsi all’irrilevanza pur conservando abbastanza voti da garantire la rielezione di tutti i suoi dirigenti. Dovrebbe, però, interrogarsi sulle ragioni dei suoi ritardi e della sua inadeguatezza, a cominciare dal fatto che parlamentari paracadutati e cooptati non hanno nessun interesse personale a investire tempo ed energie in attività che producono pochissimi risultati. Potrebbe anche andare a vedere se i programmi delle Feste del partito (dell’Unità) contemplano eventi che non siano soltanto passerelle per dirigenti e dirigentini locali, il meno conflittuali e il più spettacolari possibili, ma siano luoghi di confronto politico anche con gli elettori che stanno a metà fra la rassegnazione e l’incazzatura. Non da ultimo, dal momento che gli sfidanti, Vendola e Chiamparino, stanno scendendo in campo, si potrebbe evitare di esorcizzarli accogliendoli con lo strumento statutario previsto: le primarie.

Sarebbe persino troppo bello se il Pd volesse utilizzare le primarie anche per la selezione dei suoi candidati al Parlamento, abbandonando il metodo Veltroni dello stillicidio di stampo quasi-velinistico: generali, prefetti, industriali, ricercatrici universitarie che non fanno in nessun modo un gruppo parlamentare competente e attrezzato. Le primarie per i candidati al Parlamento potrebbero essere indette in maniera selettiva, ovvero ogni qualvolta vi siano abbastanza elettori che ritengano che il parlamentare in carica ha fatto poco e male il suo lavoro. Invece, dentro il Pd è cresciuta l’intolleranza per le primarie , che servono a scegliere, non i segretari di partito, mai candidati a cariche elettive, come se fossero loro, le primarie, le responsabili della inadeguata qualità della politica del partito, di non pochi dirigenti la cui ascesa, peraltro, è dovuta al metodo burocratico costantemente applicato dentro un partito assistenziale, vale a dire che offre e garantisce “assistenza” anche a chi commette gravi errori, come, per esempio, ai dirigenti responsabili del “caso Bologna”, dal 1999 ad oggi.

Natura delle consultazioni

LE PRIMARIE non sono un totem. C’entrano pochissimo con i gazebo e ancora meno con i porticcioli. Sono lo strumento attraverso il quale un partito serio (sic) e rappresentativo (ri-sic) comunica con i suoi iscritti, i suoi ostinati elettori, i suoi potenziali elettori e, udite udite, i suoi oppositori nella leggendaria società, quand’anche non troppo civile. Nella campagna per le primarie, ovviamente aperte, che non significa “sregolate” e neppure “orientabili”, non soltanto i candidati formulano idee e proposte, ma si fanno vedere in carne e ossa dai cittadini, interagiscono con loro, magari li ascoltano, si confrontano esibendo le loro personalità e le loro qualità. In quanto organizzazione, il Partito democratico ha raggiunto, ingoiando i suoi non incolpevoli vicini, il massimo dei voti grazie all’incompiuta vocazione maggioritaria di veltroniana ispirazione. Avere la vocazione maggioritaria per collocarsi all’opposizione immagino che sia frustrante (anche se non vedo frustrazione sui volti di Bersani e Fassino, Veltroni e D’Alema e neppure di Rutelli), ma sono più preoccupato dai sentimenti dell’elettorato di centrosinistra e dalle loro condizioni di vita che non potranno mai migliorare con nessun governo di centrodestra. Allora, mi parrebbe proprio il caso, per andare sul politichese classico, che Vendola e Chiamparino, più tutti gli altri che lo vorranno (Casini compreso), vengano effettivamente e concretamente considerati “risorse” e accolti a braccia aperte nelle primarie, e che il Partito nel suo insieme si metta “in gioco” senza tutelare nessuna posizione precostituita. Peggio di come è adesso non potrà andare. Il rischio è che vada molto meglio, ma in maniera non controllata e non orientabile. Suggerisco di correre il rischio.

domenica 8 agosto 2010

Terzo polo, leggere le avvertenze


di Gianfranco Pasquino

Che cosa hanno in comune (in rigoroso ordine alfabetico) Casini, Fini e Rutelli? Grosso modo appartengono alla stessa generazione politica e vengono dalla Prima Repubblica. Hanno di fronte a loro almeno altri quindici anni di vita politica e debbono trovare come impiegarli in maniera soddisfacente. Hanno avuto già cariche istituzionali, in ordine di importanza, Fini più di tutti, Casini e Rutelli alquanto meno e forse si sentono sottovalutati (secondo me, no: hanno avuto il giusto e, forse, persino qualcosa di più). Da qualche tempo, stanno tentando, in misura variabile, di dare vita a una aggregazione che avesse/abbia la loro impronta. Il progetto di Casini è il più vecchio e il più tradizionale in assoluto: ricostruire un Grande centro che, preferibilmente da posizioni di forza, contratti a destra e a sinistra , imponendo le sue, poco originali, politiche. Ma se i tre procedessero insieme verso il Terzo polo, allora Casini apparirà il vero “centro” di quel polo. Variamente miracolato, inclusa la candidatura a Palazzo Chigi nel 2001, Rutelli voleva un ruolo centrale nel Partito democratico, illusione decisamente velleitaria. Dei tre il progetto più ambizioso è quello di Fini: creare un partito di destra moderna, decente, europea, potenzialmente gollista, capace di imporre e attuare una riforma costituzionale, ma per conseguire l’obiettivo deve disarticolare il Pdl, non “articolare” un polo centrista che, al massimo, costituirebbe una tappa nella transizione. Casini non ha finora ottenuto nulla. Pontifica e galleggia nel centro. Rutelli si è fatto una piccola associazione, ugualmente senza influenza. Invece, grazie alla sua capacità di rischiare, Fini ha messo in movimento tutto il quadro politico. Ha già anche ottenuto un grande risultato, aprendo una crisi, non soltanto numerica, ma politica nel centrodestra e soprattutto nel Popolo della Illibertà e delle Impunità. Adesso, il suo problema consiste nello sfruttare il piccolo, ma vero, capitale politico che ha accumulato.

La somma inferiore agli addendi

TUTTI DICONO di sapere che in Italia, invece di avere effetti trainanti e moltiplicativi, le somme di partiti e partitini finiscono per essere sempre inferiori agli addendi. Anche in questo caso, non è un problema di numeri, ma di capacità di suscitare entusiasmi e attrarre persone. Il Partito democratico è l’ultimo fulgido esempio di un “amalgama mal riuscito” (cito, con pudore, D’Alema). Adesso, lo segue anche il Pdl. Il “predellino” si è rivelato una base tanto improvvisata quanto fragile. Non si capisce perché l’eventuale Terzo polo, più eterogeneo di Pd e Pdl, e attualmente una improvvisata aggregazione parlamentare, dovrebbe avere maggiore successo scendendo sul territorio dove si fa politica. Soprattutto, è sorprendente che i commentatori e gli stessi politici, i quali, pure, dovrebbero sapere fare due conti, non guardino agli elementi strutturali della situazione italiana. Per quanto brutta, sporca e cattiva, la legge elettorale vigente spinge in maniera chiarissima verso la bipolarizzazione. Il premio di maggioranza va alla coalizione che ottenga almeno il 25 per cento dei voti e un voto più dei concorrenti. Stando così le cose, appare improbabile che il Terzo polo riesca a sopravanzare i due maggiori concorrenti. Dunque, il Pdl, anche con meno voti, vincerebbe sicuramente alla Camera. Se necessario potrebbe anche opportunamente rivisitare i meccanismi (sbagliati in partenza) di attribuzione dei premi nelle regioni per il Senato. La politica non è mai affare di soli numeri. Dunque, di che cosa andrebbero a parlare agli elettori Casini, Fini e Rutelli? Racconterebbero che è ora di rompere il triste bipolarismo all’italiana, una tematica assolutamente entusiasmante e probabilmente neanche condivisa? Spiegherebbero che bisogna creare partiti non-cesaristici, ma democratici, anche se in quanto a democrazia nei loro partiti gli ex-democristiani, gli ex-comunisti, gli ex-neofascisti non hanno uno splendente pedigree in materia? Che, pur essendo tre galli nello stesso pollaio, pardon, polo, ritengono essenziale diminuire il tasso di personalizzazione della politica italiana? Naturalmente, racconterebbero tutto questo un giorno sì e l’altro pure nei talk-show televisivi fino a sostenere che per ricostruire la politica, bisogna lanciare la candidatura di un non-politico, Montezemolo (o Draghi, ma se fosse per Casini verrebbero buoni anche Fazio e Ruini...). Altrimenti, chi di loro dovrebbe essere il candidato, dovranno necessariamente averne uno, a Palazzo Chigi?

Temi, progetti e distanze

QUANTO alle tematiche, Casini e Rutelli condividono quello che Fini sostiene sulla bioetica? E Fini è convinto di avere il sostegno degli altri due per una incisiva riforma istituzionale sul modello del semipresidenzialismo della Quinta Repubblica? Certo, potrebbe non essere difficile fare una campagna elettorale contro il Pdl, soprattutto contro il berlusconismo, che due di loro hanno peraltro accettato e gradito, e contro il Pd. Fini e Rutelli potrebbero raccontarne delle belle sui partiti che hanno contribuito a formare, ma agli elettori sicuramente interessa di più la soluzione di alcuni problemi economici e sociali piuttosto che l’espressione di critiche (sacrosante, aggettivo che farà felice Casini) ai due maggiori partiti e di rancore nei confronti dei loro leader. Né la storia politica di Casini né quella di Rutelli mi sembrano caratterizzate da prorompenti e scintillanti capacità innovative. Basteranno le indicazioni di buon senso moderato di Fini in materia di immigrazione e di legalità a provocare un’ondata di travasi elettorali da Pd e Pdl verso il Terzo polo? Al momento, la risposta non può essere positiva e, soprattutto, non deve sottovalutare che la cosa che, in questi lunghi anni post-1994, continua a riuscire meglio a Berlusconi è proprio la campagna elettorale. Questa volta avrà anche l’arma appuntita del tradimento del mandato elettorale.

martedì 27 luglio 2010

Vendola, buone notizie per il Pd


di Gianfranco Pasquino

“Correre da solo” è stata nel 2008 un’avventura per il Partito democratico e per Veltroni, forse entusiasmante, ma, alla fine (in verità fin dall’inizio), perdente. La politica in tutti i sistemi multipartitici consiste nel sapere costruire le alleanze, politiche e sociali, migliori. È vero che la “banda” che aveva dato vita grama e breve all’Unione (ma anche allora qualcuno aveva sbagliato: Romano Prodi?) non meritava di essere resuscitata. Tuttavia, toni e modi per evitare di auto isolarsi potevano essere inventati. Da allora, credo che la maggioranza, ahiloro, non tutti, dei dirigenti del Pd abbia imparato la lezione: le coalizioni si costruiscono, prima, e si tengono insieme, poi, non soltanto su essenziali punti programmatici, ma con, altrettanto, se non addirittura più fondamentali, rapporti personali: con gli elettori, con i dirigenti dei partiti con i quali si desidera allearsi e fare un po’ di strada insieme, preferibilmente al governo. Lo strumento per giungere a questo obiettivo esiste. Si chiama “primarie di coalizione”. Purtroppo, il Pd è arrivato male alle primarie, abitualmente accettate o in casi di estrema necessità (Puglia 2005 e 2010) o quando l’esito lo si poteva “prevedere” (pilotare). Poche sono state finora le primarie davvero aperte e competitive.

ANCORCHÉ prematura, la dichiarazione di Nichi Vendola di volersi presentare alle primarie che incoroneranno il candidato dello schieramento di centrosinistra alla carica di presidente del Consiglio, è, da un lato, una buona notizia, dall’altro, una sfida. È una buona notizia poiché Vendola è probabilmente capace di mobilitare un elettorato nazionale che difficilmente il Pd potrebbe raggiungere e motivare. È fatto da gran parte degli elettori dei partiti del centrosinistra che sono meritatamente rimasti fuori dal Parlamento eletto nel 2008. Un conto, però, è rallegrarsi, legittimamente, della fuoriuscita di un personale politico vecchio e senza idee, ma sempre voglioso di cariche e di risorse. Un conto molto diverso è pensare che dei loro elettori si possa fare a meno. No, non si può e non si deve, né numericamente, senza quel 4-5 per cento e forse più di elettorato, il centrosinistra non tornerà mai più a vincere su scala nazionale, né politicamente e socialmente. Quegli sparsi elettori di sinistra hanno bisogno di qualcuno che offra loro rappresentanza, che si faccia portatore anche dei loro interessi e delle loro preferenze, che, aggiungo senza nessuna remora, li “educhi” alle compatibilità di governo. La buona notizia è che Vendola ha dimostrato alcune essenziali capacità in questa direzione e, se entrasse nelle primarie, sarebbe ulteriormente costretto ad approfondire la sua opera di mobilitazione e di pedagogia.

QUANTO ALLA sfida, i suoi contorni sono chiarissimi. È anzitutto una sfida ad un Partito, quello democratico, che vive asfitticamente di scontri, più o meno ovattati, fra coloro che hanno avuto cariche di vertice per tutto il periodo dal 1994 ad oggi che, prossimamente, chiameremo l’“era berlusconiana”, e che non hanno mai trovato il bandolo della matassa. Anzi che sembrano già tornati a baloccarsi con le logore formulette della Prima Repubblica: larghe intese, emergenza, convergenza, sento che sta per arrivare anche la solidarietà nazionale contro un leader come Berlusconi che più “nazionale” di così non si può. La sfida di Vendola consiste proprio nel dire alto e forte che è necessario offrire un’alternativa e che l’alternativa deve essere formulata per tempo. Le primarie di coalizione, per le quali sarà indispensabile stilare un regolamento garantista, aperto al massimo di partecipazione possibile, consentiranno a tutti i candidati di presentare il loro programma e di mettere in evidenza quei tratti della loro personalità politica che li rendono effettivamente alternativi a Berlusconi, ma capaci di governare. Persino la pallida e contrastata identità del Partito democratico dovrebbe considerare la sfida di Vendola come una grande, al momento, l’unica, opportunità per darsi una mossa. Poi, naturalmente, il “compagno” Vendola potrà anche essere criticato sulle proposte che presenterà. Certo, non mi pare proprio il caso che si proceda nei suoi confronti a colpi di quegli esorcismi che in Puglia non hanno funzionato per due volte e dai quali l’esorcista massimo avrebbe forse dovuto trarre serie considerazioni e pagare qualche prezzo politico e anche personale.

sabato 17 luglio 2010

Anti-B: alleanze immaginarie


di Gianfranco Pasquino

Osservo con contenuta curiosità e meno contenuta riprovazione le manovre che qualcuno, Casini e D’Alema, in special modo, hanno iniziato intorno al governo Berlusconi. Tornano a pullulare le formule più fruste della “Prima Repubblica”: governo di transizione, governo di larghe intese, sto aspettando il governo dei tecnici per culminare poi con Eugenio Scalfari che lancerà la formula altamente innovativa di “governo dei migliori”.

Però, non è mai opportuno dimenticare i duri fatti che sono di due tipi: esiste una maggioranza cospicua del governo Berlusconi, sia alla Camera sia al Senato, sono vigenti le norme costituzionali, vaghe su come cadono i governi, chiarissime e lapidarie su come nascono e quanto durano: “Il governo deve avere la fiducia delle Camere”.

Dopodiché, la Costituzione afferma con altrettanta chiarezza che è il presidente della Repubblica che, accertatosi che i presidenti delle Camere gli confermino l’insussistenza di una maggioranza operativa, scioglie il Parlamento. Insomma, nessuna manovra parlamentare porterà di per sé alla sostituzione in Parlamento del governo di Berlusconi se non emergerà un’altra maggioranza purché sia operativa.

Necessari non sufficienti

L’ASSE avveniristico Fini, Casini, Bersani, Di Pietro, i quali saranno tutti necessari, ma potrebbero anche non essere sufficienti, non mi pare costituire alcunché di omogeneo.

Si potrebbero snobbare queste chiacchiere estive e interviste balneari, se non vi fossero due elementi importanti. Il primo, destinato a durare, riguarda il conflitto su partito e governo fra Berlusconi e Fini. Il secondo, ugualmente destinato a continuare, si esprime nello stillicidio delle dimissioni dal governo: Scajola, Brancher, Cosentino, prossimamente, chi sa, Bertolaso. Questo stillicidio ha qualche aggancio anche nel Popolo della libertà, il coordinatore Verdini è sotto assedio, e in Parlamento: davvero Marcello Dell’Utri, condannato in appello a sette anni di carcere, può rimanere senatore?

Sì, mi ricordo che i benpensanti del Partito democratico, anche prima della loro fusione, sostenevano che bisogna sconfiggere Berlusconi per via politica, non per via giudiziaria. Altrove, in Europa, negli Usa, persino in Giappone, inquisiti e condannati se ne vanno senza neppure ricevere ipocriti apprezzamenti sul loro coraggio e sulla loro possibilità di difendersi meglio.

In politica, più che nella vita, non basta richiamarsi al rispetto formale della legalità. Qualche volta è imperativo applicare una concezione rigorosa di etica pubblica. Farebbero, dunque, molto meglio i potenziali costruttori di assi sostitutivi del governo Berlusconi, primi ad essere esigenti con tutti i loro parlamentari e politici, “senza eccezione alcuna”; secondi a premere il pedale sulla questione dell’etica politica. È lecito essere scettici sulla spesso molto limitata intolleranza che gli elettori italiani manifestano nei confronti della corruzione politica, ovvero riguardo alle attività dei politici affaristi. Tuttavia, è indispensabile che qualsiasi tentativo di sostituzione del governo Berlusconi venga preceduto da una incessante opera di convincimento, la via politica, che tra il dire e il fare di Berlusconi sta di mezzo il mare, per di più inquinato, e che, via giudiziaria, chi fa politica e governa accettando, incoraggiando, usufruendo della corruzione danneggia non soltanto “il paese”, ma i suoi concittadini. Gli alleati del governo Berlusconi portano notevoli responsabilità se non prendono visibilmente e apertamente le distanze da comportamenti inefficienti e corrotti. Insomma, non è credibile che la Lega giustifichi agli occhi dei suoi elettori il sostegno incondizionato al governo Berlusconi in nome dell’obiettivo unico del federalismo. Altrimenti, invece di essere lodata per la sua aderenza al territorio, andrà criticata per il suo appiattimento su un governo che ha perso e perderà non pochi “pezzi”.

Il ruolo dell’opposizione

LE MODALITÀ con le quali le opposizioni al governo esprimeranno, articoleranno, diffonderanno le loro critiche, distruttive e costruttive - s’è vista mai una opposizione che, programmaticamente, rinuncia a fare cadere un governo? - debbono soprattutto mirare a convincere gli elettori che il ciclo Berlusconiano si è avvitato su se stesso, è finito. Può essere superato dopo un passaggio elettorale, che è il modo migliore in democrazia di legittimare il cambio di maggioranza. Allora, meno formule governative fantasiose, critiche più severe, proposte alternative più precise. Soltanto in questo modo diventa possibile, non soltanto facilitare la caduta del governo Berlusconi, ma iniziare anche il superamento del berlusconismo.

venerdì 2 luglio 2010

B, barcolla ma non crolla


di Gianfranco Pasquino

È persino difficile dire se la confusione, fra ruoli politici e ruoli istituzionali, regni sovrana. Per Berlusconi, che non riconosce l’esistenza né degli uni (lui non è un politico, ma un impresario) né degli altri (delle istituzioni non ha la minima idea), tutto è personale, qualche volta, poche, però, è anche privato. Lui è un ultra sessantottino: “il personale è politico”. Dunque, viene molto disturbato quando gli fanno notare che i ministri e i sottosegretari non debbono farsi gli affari loro, cosa di cui è accusato persino il presidente del Consiglio (ma, insomma, loro non sono mica al suo livello), esistendo, già dai Romani (no, non quelli di “Roma ladrona”), qualcosa che si chiama res publica, la cosa pubblica, alla protezione e promozione della quale è dovere degli eletti provvedere. La sfida di Fini non è soltanto sulle regole del gioco e sul rispetto delle istituzioni. Qualche volta, del tutto inopinatamente per Berlusconi e per coloro che, attorno a lui, hanno dimenticato o non hanno mai saputo che esiste anche un regime che si chiama democratico, è sulla necessità di passare dal potere cesaristico al potere legale-razionale, che osserva le regole, non vuole stravolgerle, fa riforme per migliorarne il funzionamento che Fini insiste. La sua è una sfida insidiosa, ma largamente, non sorprendentemente, minoritaria. Per parafrasare il Presidente della Camera, viene portata avanti con un “puntiglio” agli occhi di Berlusconi, di Cicchitto e di Gasparri, “irragionevole”. Hanno ragione loro. Chi conta i numeri (e i sondaggi), esercizio nel quale il Presidente impresario non da oggi primeggia senza rivali, non può che chiedersi se Fini sa dove vuole andare, ma soprattutto quando. Nei tempi brevi, nessuna possibilità di vittoria esiste per Fini. Anzi, il rischio è che Fini si trovi senza potere istituzionale e quindi con un potere politico molto ridotto, ai limiti dell’irrilevanza. La sua sfida rimane molto irritante per Berlusconi poiché segnala che non tutti nel suo stesso schieramento lo apprezzano e l’amano. La percepisce come una sfida né politica né istituzionale, ma personale. Qualcuno potrebbe, se non alleviargli il dolore, almeno farglielo temporaneamente dimenticare, portando alla sua attenzione gli sgretolamenti nella compagine di governo.

Nell’ignominia se ne è andato il Ministro per lo Sviluppo Economico e nessuno degli industriali che, pure, continuano a preferire il governo Berlusconi a qualsiasi alternativa, ha accettato l’offerta, non del tutto estemporanea, a sostituirlo. La manovra per ridurre le spese si fa; quella per rilanciare lo sviluppo manca persino del responsabile. La cricca intorno alla Protezione Civile, compresi coloro che avevano altri compiti istituzionali, vale a dire la Propaganda della Fide, ha prodotto una nube di corruzione non facilmente diradabile. Un’altra nube circonda quell’”impedito” del neo-Ministro Brancher, non si sa da chi voluto, non si capisce da chi puntellato, non si riesce neanche a conoscere per quali compiti. Ma ad una leadership fortemente e deliberatamente personalizzata, quella di Berlusconi e di Bossi, nulla di questo importa. Quello che conta è la fedeltà, passata e futura, del prescelto. Qualcosa scricchiola quando l’attenzione dei commentatori si concentra sulle cose promesse e non fatte, neppure iniziate. Lasciamo perdere il “liberalismo” . Ma chi può credere, tranne Piero Ostellino, che un impresario duopolista immerso nel suo conflitto di interessi abbia una qualsiasi intenzione e capacità di iniziare e praticare politiche di liberalizzazione e di concorrenza e lo faccia con l’appoggio di industriali spesso assistiti, ovviamente dallo Stato? Il massimo del liberalismo del Presidente impresario consiste, perché è la misura più semplice, nel ridurre le tasse, anzi, con due colpi, di accetta e di teatro, nel tagliare l’ICI. Intorno a lui, ma evidentemente da lui compresi e condivisi, si agitano i liberalizza tori dei condoni: “più condoni per tutto e per tutti”, alla faccia delle regole e della credibilità dello Stato. Comunque, un po’ di consenso lo si conquista e consolida proprio condonando periodicamente. Qualcuno pensa o spera o si illude che con una sfida interna (Fini), con gli scricchiolii dei ministri che se ne vanno e dei sottosegretari che non se ne vanno, con il macigno delle politiche non fatte, il governo sia già arrivato al capolinea. I numeri dicono altro, da un lato, sulla notevole popolarità del Presidente del Consiglio; dall’altro, sulla persistente debolezza dell’opposizione. Oltre ai numeri, però, Berlusconi (anche grazie all’on. Avv. Ghedini) intuisce che ci sono almeno due seri “inconvenienti” poco sensibili ai numeri, molto attenti alle regole: il Presidente della Repubblica e la Corte Costituzionale. Cerca di lavorarli ai fianchi, ma entrambi, per diverse buone ragioni, resistono; anzi, reagiscono. Di qui, la tentazione dello show down: cogliere il momento migliore, che non è ancora in vista, per andare allo scioglimento anticipato del Parlamento, magari qualora le toghe rosse della Corte dovessero bocciare un disegno di legge importante (intercettazioni?) o una riforma costituzionale (scudo per tutti i ministri?). Nel frattempo, non resta che soffrire, lui nell’inferno della Costituzione, noi, cittadini italiani, nella dolorosa irritazione quotidiana di essere governati peggio di quel che meritiamo e di essere offesi e persino vituperati da una cricca senza senso civico e senza vergogna.

mercoledì 16 giugno 2010

Il gioco duro della Lega


di Gianfranco Pasquino

L’obiettivo di fondo non è cambiato da più di vent’anni a questa parte.

La Lega non ha affatto rinunciato alla ragione sociale che si trova chiaramente espressa nella denominazione dei suoi gruppi parlamentari: “Lega nord per l’Indipendenza della Padania”. D’altronde, di volta in volta, Bossi, Calderoli, Maroni vengono assecondati a pensare che sul federalismo, che sia più o meno demaniale che sia incalcolabilmente fiscale che sia, infine, improbabilmente solidale, nessuno li ostacola. Anzi, strada facendo la Lega trova nuovi, sospettabili adepti, come l’on. Enrico Letta del Partito democratico al quale qualcuno dovrebbe chiedere dove pensa di andare a finire, con la Lega, e se crede, molto mondanamente, di ottenere un pugno di voti in più facendosi federal-leghista.

Nel frattempo, dopo avere scoperto che la Lega esiste perché rappresenta il territorio, i suoi uomini e le sue donne che lì sono nati, lì lavorano, lì aderiscono ad associazioni, qualcuno vorrebbe contrapporre la politica burocratica: “Ma se ci sono comuni nei quali la Lega non distribuisce neanche un volantino” afferma il neo-segretario regionale del Pd dell’Emilia-Romagna per negare il radicamento leghista che, invece, esiste proprio perché è fatto di aderenza al territorio e, senza tanti fronzoli, di comune sentire.

È una rappresentanza fatta di dichiarazioni e di comportamenti che qualche volta sembrano addirittura una strategia, ma che sempre sono messaggi rivolti non soltanto al loro elettorato, ma alla loro gente. Certo, sarebbe istituzionalmente corretto che il ministro degli Interni partecipi alla celebrazione della Festa della Repubblica a Roma, ma se le reprimende non sono state fatte negli anni passati, mica servono adesso. Al contrario, la presenza di Maroni nel suo collegio elettorale di Varese si giustifica proprio con una visione della rappresentanza politica come presenza e dialogo con gli elettori.

Da qualche parte, si preferisce cominciare qualche “funzione” politico-amministrativa con il Va’ pensiero e poi sfumare l’Inno di Mameli? Quasi nessuno, da quelle parti, tranne Giuseppe Verdi (Viva Verdi voleva significare “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia”), si scandalizza. Bisogna chiedere la conoscenza della storia locale e di nozioni elementari del dialetto agli insegnanti? Magari anche no, ma rimane che il messaggio che la Lega vorrebbe andare in quella direzione rafforza i legami con l’elettore leghista, duro e puro, ovvero piuttosto settario, ma soprattutto raggiunge anche elettori tiepidi ai quali potrebbe fare piacere un richiamo alle loro tradizioni contro Roma e contro i funzionari statali di ogni ordine e grado che vengono dal Sud. Troppi politici, commentatori e preti hanno liquidato tutto questo, compresi i battesimi celtici nel Po, come folklore.

Invece, è un modo di dare senso ad una politica lentamente, sottilmente, inesorabilmente (tanto che non esiste neppure più la necessità di proclamarlo) separatista. Mentre troppi guardano al dito leghista che indica la luna di una Padania, moderna ed economicamente avanzata, ancorché non proprio dotatissima di senso civico e dello Stato, ma fortissima in antipolitica, dovrebbero allarmare i dati duri, quelli che registrano livelli crescenti di squilibrio Nord/Sud fra l’occupazione, la produzione, il livello di istruzione, le tasse pagate ed evase, il destino lavorativo dei giovani, i costi e l’efficienza della sanità, e così via.

Non c’è neppure bisogno per la Lega di sottolineare questi squilibri.

Le affermazioni, anche talora irritanti e persino aberranti, dei dirigenti leghisti servono per fare sapere al loro elettorato che esiste una rappresentanza anche di sentimenti e di emozioni che, naturalmente, non debbono affatto essere buoni. I dati duri fanno il resto ovvero contribuiscono a diffondere quei sentimenti, con l’aggiunta di qualche utile pregiudizio, e a fare scivolare la Padania fuori da quella nazione (tornata ad essere poco più di una “espressione geografica”) che si chiama Italia. Poiché la Lega è alleata indispensabile del Popolo della libertà e, in special modo, di Berlusconi e di Tremonti, si giustifica l’assenza di qualsiasi reazione critica del partito di governo.

Più preoccupante, è la mancata reazione del Partito democratico nel quale alcuni dirigenti, vecchi e nuovi, del Pd si accodano, per insipienza e opportunismo, ad un federalismo immaginario, credendo in questo modo di “riconquistare” il Nord.

Sembra che non funzioni.

domenica 18 aprile 2010

Prodi non sa cos’è un partito E Bersani non parla d’organizzazione


di Gianfranco Pasquino

Le vicissitudini più recenti, ma destinate a durare, del Partito Democratico riguardano due problemi irrisolti: la struttura del partito e le riforme istituzionali, che nessun leader ha il coraggio e la cultura politica per affrontare e risolvere. All’uscita estemporanea di Romano Prodi che vorrebbe ristrutturare il Pd in forma del tutto oligarchica intorno a venti segretari regionali che incoronano e ingabbiano il segretario nazionale (oggi, per altro, già sostenuto da diciannove di quei venti segretari), si sarebbero potute dare risposte meno balbettanti.

La prima, semplice, che Prodi non ha la minima idea di che cosa sia un partito, tantomeno un partito federalista.

La seconda che Prodi ha perso almeno tre treni per costruire il “partito che vogliamo”: nel 1996, quando si rifiutò di dare seguito organizzativo e politico ai Comitati “per l’Italia che vogliamo”; la seconda nel 2005 quando dopo le sue primarie lasciò cadere l’idea di fare di quegli elettori primaristi un nucleo, enorme e possente di un nuovo partito; la terza nel 2007 quando non prese la guida politica del Partito Democratico lasciando a Veltroni compiti organizzativi e finì travolto dall’affabulazione (di Veltroni).

Purtroppo, dopo l’affabulazione di Veltroni è venuta la narrazione di Bersani (“dare un senso a questa storia”), ma dell’organizzazione non si parla mai, non si fa nulla, la si lascia in mano ai carrieristi locali che, chiusi nei loro bunker, spiegano il successo della Lega con il suo radicamento e il suo stare fra la gente, ma, loro, si sono radicati negli organi dirigenti e fra la gente non ci vogliono proprio andare. Anche perché non saprebbero che cosa raccontare.

Allora, meglio sarebbe se Bersani decidesse che qualsiasi reclutamento per qualsiasi carica elettiva deve avere come precondizione la prova di avere praticato una qualche attività professionale e passasse per tutte le cariche monocratiche (oltre che per i parlamentari) attraverso primarie accuratamente regolamentate, quelle attuali essendo spesso regolamentate cervelloticamente, e, in qualche caso, ad esempio, Bologna anche manipolate.

Un partito dei candidati, non paracadutati, e degli eletti, sarebbe sicuramente più presente sul territorio, più dinamico, più flessibile. Quasi trentacinque anni di dibattiti sulle riforme istituzionali non hanno fatto crescere praticamente niente nella cultura politica degli ex-democristiani e degli ex-comunisti, oggi insieme nel Partito Democratico.

Molti di loro sono diffidenti, anche perché, forse, non abbastanza preparati (si noti quanto dolce è il mio eufemismo).

Molti pensano che il problema è, naturalmente, un altro. Quand’anche avessero ragione, ma hanno torto, quando la minestra che verrà servita dalla maggioranza governativa sarà quelle delle riforme istituzionali vagamente presidenzialiste in brodo all’italiana, bisognerà mangiarla o saltare dalla finestra. Ma sarebbe meglio dimostrare di avere una minestra migliore per gli italiani.

Le riforme della maggioranza saranno ovviamente tagliate su misura per il mantenimento e, se possibile, per l’ampliamento del loro potere politico da esercitare anche sui magistrati.

Quelle del Partito Democratico non possono essere improntate dallo slogan, apparentemente unificante, “Salviamo la Costituzione”, che fa breccia in una minoranza, e magari, ma questa volta sara’ piu’ difficile, sconfiggera’ le riforme con il referendum costituzionale.

Il PD, notoriamente grande partito nazionale, dovrebbe avere una visione e un progetto di ammodernamento di quella che Napolitano ha definito “una splendida sessantenne”, la nostra Costituzione. Invece, condannandosi all’impotenza, ma, soprattutto, nonostante le molte scuole di politica che ha attivato nel paese, il Partito Democratico va in ordine sparso proponendo modelli, che poi annacqua, con facilmente percebili obiettivi politici. L’esempio più clamoroso è quello di D’Alema che desidera il modell Deutschland (utilizzo l’espressione con la quale nel Sessantotto la sinistra italiana deprecava la Germania tutta), non perché buono in se’, oggettivamente lo è, non perché migliorerebbe il sistema politico italiano, certamente, se preso in blocco, sarebbe un netto passo avanti, ma perché consentirebbe di fare l’alleanza con Casini, un obiettivo non proprio entusiasmante.

Attenzione, l’alleanza non potrebbe essere con Fini fintantoché il Presidente della Camera rimane attestato sul semipresidenzialismo francese con sistema elettorale a doppio turno, anch’esso un buon sistema che consentirebbe di sfidare Berlusconi e Bossi sulla necessità di riforme sistemiche.

Per incidere in un dibattito che rischia di precipitare isolando il PD, come successe con quello che porto’ alla pessima riforma elettorale del Porcellum (sulla quale i DS e la Margherita, Prodi e i prodiani non ingaggiarono una battaglia all’ultimo sangue), bisognerebbe avere un’idea costituzionale e un progetto politico condivisi, dentro il partito. Poi, impegnarsi in una operazione di grande respiro culturale che consentirebbe di raggiungere milioni di elettori spiegando che le riforme costituzionali servono a migliorare il funzionamento del sistema e, quindi, anche a ridurre il peso della classe politica e il costo delle sue lentezze decisionali, ma anche, a determinate condizioni, a ricreare un sentimento di appartenenza collettiva. Le politiche per il lavoro e per il fisco seguiranno.

Quello che, invece, è probabile che arrivi molto presto èil progetto presidenzialista e federalista, senza toccare l’attuale legge elettorale, che serve a Berlusconi e a Bossi, ma anche a D’Alema, Bersani e Franceschini, per nominare i “loro” parlamentari. Diviso in “sensibilita’” di modesta cultura politica, unito nella difesa delle cariche dei suoi dirigenti, giù “per li rami” fino al più piccolo dei comuni, chiuso alle richieste di rinnovamento, che non è solo generazionale, il Partito Democratico continuerà, disorganizzato, a balbettare.

mercoledì 17 febbraio 2010

Pd, a volte ritornano



di Gianfranco Pasquino

Lo stato di salute del Partito democratico, politicamente e organizzativamente parlando, è davvero poco buono. Lascio da parte la cosiddetta “questione morale” perché la mia interpretazione è che, quando un partito non è in grado di controllare il reclutamento, la selezione, la promozione dei suoi simpatizzanti e iscritti, dirigenti e candidati, lì nasce la questione morale, nelle défaillances, nelle smagliature organizzative, nelle collusioni interne ed esterne.

Il fatto è che i due protagonisti iniziali del Partito democratico, Prodi e Veltroni, che lo vollero fortemente, sembrano fuori gioco e che il partito è nelle mani di Bersani e di D’Alema, certamente non fra i più entusiasti sostenitori della prima ora.

In realtà, l’obiettivo di Prodi e Veltroni era sembrato essere un altro, più ambizioso e di maggiore respiro di un semplice Partito democratico.

Era l’Ulivo che, nella sua versione originaria, doveva costituire molto di più che una somma di due partiti, proiettandosi certamente parecchio oltre la allora inesistente Margherita e l’allora stagnante Partito democratico di Sinistra. La nostalgia per un passato, che non ebbe mai una sua concreta traduzione, deve fare riflettere anche sugli errori.

Due volte Prodi, che adesso viene variamente invitato a tornare in campo, ad esempio, per fare il sindaco di Bologna, rifiutò di diventare il capo di un organismo chiamato Ulivo: nel 1996, subito dopo le elezioni, e nel 2005 subito dopo le “sue” primarie. Segnare da parte sua uno stacco netto fra il ruolo di governante e la carica di capo del partito-organizzazione a suo sostegno fu, in entrambi i casi, abbiamo poi visto com’è andata a finire, un errore gravissimo, irreparabile. Adesso, è sicuramente troppo tardi, per di più dopo il suo rifiuto di fare il presidente del Partito democratico ruolo, che, avrebbe potuto anche non essere soltanto cerimoniale. Invece di farsi invocare per togliere dal fuoco le troppe castagne democratiche, Prodi avrebbe avuto l’opportunità, dall’alto della presidenza del Pd, di evitare che ci venissero messe sul fuoco, quelle castagne. L’altro co-protagonista dell’Ulivo, Veltroni (ricordo che fu vicepresidente del Consiglio dal maggio 1996 all’ottobre 1998), non va privo di errori.

La sua impetuosa e sconsiderata campagna per la sua elezione popolare alla segreteria del nascente Partito democratico non poteva non avere come conseguenza la destabilizzazione del governo Prodi.

La logica democristiana, “il segretario del partito più grande è il successore naturale del presidente del Consiglio in carica”, era e risulta implacabile. Purtroppo per lui, Prodi non disse abbastanza alto, forte e frequente, “il capo politico del Pd sono io; Veltroni ne è il segretario organizzativo”. Alquanto inconscientemente, Veltroni non prese atto che era inevitabilmente, persino, troppo speranzosamente, percepito come il successore designato di, ma non da, Prodi. E fu crisi, di cui Veltroni neppure intuì il sopravvenire e per la quale, in una orgogliosa intervista al Corriere della Sera, non sente di dovere fare autocritica alcuna. Certamente, “il senso” ad una “storia” che, coerente con il suo slogan elettorale, Bersani vuole dare, non sembra affatto riferirsi alla breve storia dell’Ulivo e dell’immagine del Pd che Prodi e Veltroni hanno frequentato. Ricostruire il Partito comunista non si può; ridare fiato ai Democratici di Sinistra non si deve; costruire un Partito socialdemocratico non si vuole. Non resta, pertanto, che resuscitare l’Ulivo ovvero qualche cosa di molto simile. Ma bastano le punzecchiature di Prodi, da un parte, e la proposta di una Scuola di politica di Veltroni dall’altra, per costruire una nuova organizzazione politica? Le classi politiche non nascono nelle scuole, dove, al massimo, si possono apprendere alcune tecniche (magari la politica si studia e si impara meglio nelle facoltà di Scienze politiche e affini).

Affinché nasca una nuova classe politica, fenomeno nient’affatto affidabile alle giovani generazioni, è necessario un progetto politico chiaramente delineato; sono indispensabili referenti sociali; sono decisive le battaglie politiche, locali più che nazionali. Quando dall’alto del Partito democratico verrà meno il desiderio di controllare le dinamiche locali e dal basso cresceranno la voglia e il coraggio di impadronirsi del proprio territorio senza cercare sponsor nazionali, in un eventuale conflitto aperto, allora si vedrà chi ha filo da tessere. Fintantoché i gomitoli rimangono nelle mani di alcuni dirigenti inamovibilmente seduti a Roma, meglio se dentro il Parlamento, lo spazio per “l’innovazione, la radicalità riformista, la legalità, le primarie” (uso le parole di Veltroni nell’intervista citata) sarà minimo, sostanzialmente inesistente, schiacciato dalle appartenenze correntizie, anche da quelle “veltroniane”.

mercoledì 3 febbraio 2010

Bologna, ma il Pd dov’è?


di Gianfranco Pasquino


Posto di fronte alla inaspettata e gravissima crisi di quello che fu il gioiello dei suoi governi locali, Bologna, con il suo corpaccione appesantito da troppo potere, ma, ancora di più da troppe, ingiustificabili, ambizioni di carriera, né il Partito democratico della città né i dirigenti nazionali sembrano avere acquisito sufficiente consapevolezza della realtà. Da un lato, vorrebbero votare subito, insieme alle elezioni regionali, oppure no, preferirebbero guadagnare tempo per fare dimenticare il misfatto. Dall’altro vorrebbero – in verità, a norma del loro stesso Statuto, dovrebbero – tenere le elezioni primarie, ma temono che vinca il candidato più popolare, Maurizio Cevenini, politicamente indefinito, ma non proprio organico al gruppo dirigente locale.
Vorrebbero, ma forse no, che Romano Prodi, il “briscolone”, per usare la terminologia locale, togliesse loro le castagne dal fuoco, però non sono affatto sicuri che poi riuscirebbero a controllarlo. Con Prodi, che vincerebbe alla grande (ma sarebbe un po’ come Blair che va a fare il sindaco di Manchester…), il rischio sarebbe duplice. Se Prodi decidesse di scegliersi gli assessori fidati (anche se non tutti i prodiani hanno sistematicamente dato buona prova di sé), allora addio posti di lavoro per l’apparato locale. Inoltre, non è affatto detto che Prodi garantirebbe la tenuta del blocco di potere che anche nelle ultime elezioni aveva fatto quadrato intorno al candidato ufficiale del Pd, ma che adesso potrebbe cominciare a nutrire qualche dubbio. Le componenti di questo blocco, che non sono soltanto le Cooperative e la Cgil, potrebbero anche pensare-temere che con Prodi una qualche visione meno asfittica sul ruolo e sul futuro della città (altrimenti perché Prodi dovrebbe dedicarci cinque anni della sua vita?) diventerebbe possibile per tutti.
A questo punto, è possibile sostenere che sarebbe persino doveroso per Prodi sorbirsi l’amaro calice di governare la sua città, grande laboratorio politico, quella dove, si dice, prima è nato l’Ulivo, poi è stato benedetto il Partito democratico. Non tanto in fondo, lui stesso è corresponsabile della accettazione nel 2003 della candidatura di Cofferati e, in seguito, nel 2008-2009 di una tambureggiante e sfolgorante campagna a favore di Delbono con molte apparizioni congiunte dall’inizio alla fine, culminata, qualche giorno prima del voto, nella plateale frequenza assieme al candidato alla messa in Santo Stefano. Naturalmente, non è il caso di andare oltre nell’imporre a Prodi il contrappasso.
Quello che, al momento, sembra visibile è soprattutto la penosa impasse di un gruppo dirigente locale, soprattutto quello degli ex democratici di Sinistra, mai rinnovatosi, e al momento della rapida e incolore costituzione del nuovo partito, limitatosi a fondere e sommare le due organizzazioni (per la verità, quella della Margherita, i cui ex esponenti appaiono particolarmente silenziosi, assolutamente minoritaria), senza tentare nessuna operazione di apertura, di coinvolgimento, di mobilitazione.
Quello che sorprende è che la cosiddetta borghesia “rossa” del centrosinistra ha prima, nel 2003, fatto molto rumore con la cosiddetta “Sveglia”, per poi ingoiare senza primarie e senza rigetto il paracadutato Cofferati. Poi si è schierata in maniera persino imbarazzante, già nel corso della campagna elettorale, non soltanto alla luce dei, neanche allora del tutto ignoti, fatti successivi, dietro il candidato puntellato e pilotato dal Pd, i cui esponenti hanno poi ottenuto le cariche di loro interesse, vicesindaco e assessori. Adesso, la borghesia “rossa” appare sostanzialmente silenziosa. Non protesta e non propone. Per intenderci, sembra piuttosto una parte, importante e ingombrante, del problema, piuttosto che una parte della soluzione. In questa delicata situazione, di cui sono responsabili tutti i dirigenti del Partito democratico, locale e nazionale (mi limito a ricordare il precipitoso e preventivo sostegno da parte di Zangheri e di Bersani a Delbono, neppure ancora candidato alle primarie), procede la ricerca di qualcuno che prometta di essere il meno interessato possibile alle sorti del partito (ovvero che non abbia né l’intenzione né l’interesse di purgare i responsabili) e il più capace possibile di rassicurare la città. Il fatto che i nomi che circolano, tranne quello di Prodi, non abbiano un alto profilo è, purtroppo, un bruttissimo segno. Dopo quindici anni di traccheggiamento, né l’area di centrosinistra né la città nel suo complesso hanno qualcosa di nuovo e di mobilitante da offrire. Se Bologna è ancora un laboratorio, vi si stanno sperimentando la crisi di un partito troppo a lungo dominante, salvo una inutile, brevissima alternanza, e, più in generale, la crisi della politica, in particolare, dei cosiddetti professionisti della politica. Che entrambe le crisi riguardino il Partito democratico è la logica, inevitabile conseguenza del tipo di partito che è stato frettolosamente assemblato tre anni fa.

venerdì 15 gennaio 2010

Pd, leadership a rischio elezioni


di Gianfranco Pasquino


Si approssima un importante test, non soltanto elettorale (vincere e perdere nelle regioni in ballo), ma anche politico (indebolire Berlusconi o scoprirlo rafforzato), e il Partito democratico ci arriva con l’acqua alla gola e con qualche interrogativo sulla sua leadership. Bersani è diventato segretario attraverso le cosiddette primarie, in verità una pasticciata forma di elezione diretta. Posto di fronte alla possibilità di demandare correttamente e utilmente a elezioni primarie la scelta dei candidati alla presidenza delle regioni se ne esce con affermazioni assolutamente sconfortanti e con operazioni ancora più deprimenti. Da un lato, afferma (“Corriere della Sera”, 12 gennaio) che: “Le primarie non sono un vincolo, ma un’opportunità“, facendo carta straccia dello Statuto (art. 12 comma 4) che le considera uno strumento naturale per la scelta delle candidature a cariche elettive, sostanzialmente affossandole con imprevedibili conseguenze future. Gravissimo. Anzi, dimostra di non capire nulla di primarie e delle loro molteplici funzioni, aggiungendo che “il partito non è un notaio che stila soltanto il regolamento delle primarie” (stessa fonte). Certo che no: il partito le organizza, le fa svolgere correttamente, le utilizza a fini di comunicazione politica e di partecipazione dell’elettorato. Ne ottiene slancio, forza, sostegno, persino una spinta alla vittoria, e dimostra di essere nei fatti e nella prassi, e non soltanto nel nome, “democratico. Dall’altro, pur di evitare le primarie, Bersani o chi per lui riesuma la vecchia e decrepita politica, democristiana, della Prima Repubblica, lasciando che facciano la loro comparsa gli “esploratori”, quasi i candidati incaricati. Orrore.
In Puglia, rimbalza sulla scena politica come esploratore addirittura un diretto interessato che era già stato battuto da Nichi Vendola (senza che venga espresso un giudizio, meritato e probabilmente meritorio, sull’opera di Vendola), poi premiato con il seggio in Parlamento. In Emilia-Romagna si è andati a una deroga alla regola del secondo mandato per consentire la ricandidatura di Errani, creando un precedente al quale si aggrappa, inevitabilmente anche Maria Rita Lorenzetti in Umbria dove il duello vede l’insuperabile contrapposizione fra le truppe veltroniane e quelle dalemiane. Sembra che dietro tutto questo trambusto, ci sia qualcuno che come affermano, preoccupati e irritati i bersaniani, voglia riaprire un Congresso di partito che, in realtà, non si è mai tenuto. Sarebbe il caso. In Sicilia si è andati a un avventuroso e allegro accordo con il noto riformista Lombardo, dandogli l’appoggio esterno (secondo hurrà per la Prima Repubblica), in attesa di una partecipazione organica alla giunta che, naturalmente, promette frutti copiosi per qualche mese (e sonora sconfitta alle prossime politiche). Il fatto è che Bersani non è in controllo del suo partito, che il Partito democratico è organizzato in fazioni, non credo che sia il caso di ricorrere ad eufemismi, che non esistendo nessuna sede decisionale nella quale definire la strategia da seguire, contano i liderismi locali che si accodano a due o tre dirigenti nazionali, da quasi vent’anni sostanzialmente gli stessi. In definitiva, le elezioni regionali potrebbero anche diventare un utilissimo test politico se qualcuno, magari il segretario stesso, dicesse che vuole sperimentare, regione per regione, l’alleanza con l’Udc oppure vuole tentare di recuperare un rapporto con le sparse membra della sinistra, e a quali condizioni. Invece, nulla di tutto questo è stato detto, se non da D’Alema, che ha decisamente messo la barra diritta sul centro, più incattivito dalla volontà di resistenza di Vendola che affascinato da Casini. Visto che è continuamente alla ricerca di qualche carica dovrebbe essere lui il candidato alla presidenza della regione Puglia. Nonostante sia stato lo sponsor principale di Bersani, è D’Alema che crea i maggiori (agli altri ci pensano Veltroni e Franceschini) problemi nella gestione del partito. Ciò che emerge è che Bersani non appare in grado di guidare il partito e che, in definitiva, le elezioni regionali costituiranno una pericolosissima verifica delle sue capacità di leadership.

mercoledì 30 dicembre 2009

La retorica degli pseudoriformisti


di Gianfranco Pasquino


In questi tempi cupi abbiamo una quasi certezza: i politici italiani sono diventati tutti riformisti, pardon, riformatori. In verità, chi ha un po’ di memoria storica sa che la retorica delle riforme istituzionali cominciò trent’anni fa con il lancio della Grande Riforma ad opera di Bettino Craxi che, poi, si adoperò attivamente, e con successo, per fare fallire la prima Commissione per le Riforme istituzionali.
Qualcuno sa anche che se, nella famosa frase di Che Guevara, “Il dovere di ciascun rivoluzionario è di fare la rivoluzione”, logicamente, il dovere di ciascun riformista è fare le riforme.
Ma, per definizione, le riforme sono cambiamenti, trasformazioni, interventi di carattere generale che promettono di migliorare la qualità della vita, economica, sociale, religiosa (il Concilio Vaticano II e, prima, la Riforma Protestante), istituzionale.
Non sono, nella maniera più categorica, leggine ad hoc per salvare qualcuno.
Il carattere generale e molto concreto delle riforme serve a segnalare con sufficiente chiarezza le differenze dai provvedimenti di salvataggio (non soltanto di persone, ma di aziende e di specifiche categorie sociali). Senza bisogno di interrogarsi su quanto il discorso, ipocrita, ripetitivo, privo di contenuti precisamente valutabili, serva essenzialmente a oscurare l’ignoranza e l’incapacità dei politici, si noti, sia quelli al governo sia quelli all’opposizione, appare opportuno chiedersi perché nessuno, a cominciare dai mass media, chiami il bluff.
Naturalmente, neppure nei mass media si trovano commentatori sufficientemente esperti, in chiave comparata, per capire di che cosa parlano in maniera cifrata i politici e a quali modelli bisognerebbe guardare. D’altronde, i politici comunicano fra di loro deliberatamente in maniera cifrata, ma vogliono anche mandare messaggi ai loro elettorati di riferimento.
Il federalismo fiscale è certamente una riforma; probabilmente è anche una riforma fatta male, ma l’elettorato leghista lo percepisce come un grande successo del Bossi, del Calderoli e del Maroni.
La manipolazione del linguaggio è andata talmente avanti che neppure il Partito Democratico riesce a chiamarsi fuori. D’altronde quello di cui sembra discutersi è la magica “bozza” di un loro esponente: Violante.
Non è chiaro in quale sede di partito quella bozza sia stata discussa.
Non è neppure chiaro se esista una sede nella quale discuterla.
Il problema, però, è che a questo punto sembra difficilissimo per Bersani chiamarsi fuori. Utile, anzi, imperativo, dire no alle leggi ad personam, ma indispensabile ricordarsi che esistono anche limiti costituzionali a qualsiasi riforma, ad esempio, della forma di governo e, ancor più, dei diritti dei cittadini.
Il fatto è che, già caduto nella trappola di un federalismo che non è comunque tale, il Partito Democratico teme che chi non si dichiara riformista verrà delegittimato anche come oppositore.
Le cosiddette riforme, a cominciare da quelle “salva premier”, che non sono riforme, ma “sbreghi” (ricorro alla mitica terminologia di Gianfranco Miglio), se le faranno comunque gli esponenti del Popolo della Libertà, a colpi di maggioranza.
No problem, replicherebbero i Costituenti che, nella loro saggezza, hanno previsto un referendum popolare, confermativo o oppositivo, facile da attivare. Saranno i cittadini a decidere se quanto viene approvato da una maggioranza che corre da sola alla riforma della Costituzione, merita di essere mantenuto o deve essere cancellato. Certo, il gioco verbale potrà continuare anche dopo con l’accusa da parte dei sovvertitori della Costituzione all’opposizione, pavida e tremolante, priva di unità di intenti, di essere conservatrice, forse, addirittura, reazionaria. Epperò, è probabile che anche la maggioranza dei cittadini ascolti la parola riforme con qualche fastidio, se non con disgusto.
Ma davvero il federalismo si fa moltiplicando le province e i prefetti?
Ma davvero non si possono fare alcune riformette anche a spizzichi: riduzione del numero dei parlamentari, riforma della legge elettorale, voto di sfiducia costruttivo?
Ma davvero bisogna scrivere una lunga e impraticabile lista della spesa per accontentare un po’ tutti e non ottenere niente di niente?
E se poi dalla bozza Violante uscissero soltanto un Lodo Alfano-bis e un salvacondotto Ghedini per il Presidente del Consiglio, sarebbero questi provvedimenti gabellabili come riforme?
No, la parola riforme viene usata, spesso anche dall’opposizione, come cortina fumogena per nascondere qualche malefatta o qualche inclinazione al mal(af)fare.
Prima chiariamo i termini del discorso, controlliamo se il mazzo di carte (non) è truccato, poi, sapendo a che gioco si giocherà, ci si potrà anche sedere al tavolo delle molto eventuali riforme.

mercoledì 2 dicembre 2009

Chi fa “sparate” e chi spara


di Gianfranco Pasquino


La doppia sequenza è oramai arcicollaudata. Berlusconi esterna al di sopra delle righe. Le sue parole vengono battute da tutte le agenzie. Poche ore dopo segue una dichiarazione dei portavoce nella quale il presidente del Consiglio afferma di essere stato frainteso, di non avere mai detto quanto gli viene attribuito. Nel frattempo, in tutti i talk show si discute di quella dichiarazione che rimbalza a cascata e che, naturalmente, non viene mai criticata, ma sempre giustificata dai suoi corifei ai vari livelli. Quando intervengono coloro che criticano la dichiarazione, i corifei prima dicono che è stata smentita, poi che non è mai stata pronunciata. Ma qualche volta la registrazione audio rimane lì, disponibile e inoppugnabile. Se, poi, il dichiarante è Bossi, come sappiamo tutti, l’Umberto è un bravo ragazzo, qualche volta esagera, ma bisogna capirlo: è il suo stile (che piace tanto all’elettorato, non soltanto al nord). Dunque, non è vero che c’è un clima da guerra civile (mai detto!). Però, c’è un complotto della magistratura. È in corso un’operazione eversiva per rovesciare il governo del Popolo della libertà. Non è neppure vero, come va ripetendo periodicamente l’Umberto (e come aveva anticipato l’ideologo della Lega, Gianfranco Miglio, finché non fu messo ai margini) che ci sono trecentomila fucili e altrettanti passa montagna pronti all’uso se non si farà il federalismo, o altre cosette del genere.
Comprensibilmente, molti italiani reagiscono pensando che sono esagerazioni. Alcuni deplorano le modalità barbariche con le quali si svolge il dibattito politico. Altri pensano che, forse, in queste deplorevoli dichiarazioni potrebbe configurarsi un qualche reato che i magistrati complottisti dovrebbero addebitare a Bossi e a Berlusconi e che il ministro degli Interni Maroni potrebbe ravvisare e perseguire poiché turbano l’ordine pubblico. Invece, “sparata”, con deplorazione o compiacimento, sulle prime pagine di alcuni giornali, la notizia recede nelle pagine successive e in pochi giorni scompare. Nel caso di Berlusconi, più della dichiarazione specifica, e gravissima, sulla possibilità di una guerra civile, da intendersi come una chiamata alle armi dei suoi sostenitori, dovrebbero valere alcune foto che lo ritraggono accigliato, invecchiato, teso e con la faccia davvero cattiva e minacciosa. Tutti i rumour e le indiscrezioni suggeriscono che questi sono i giorni peggiori da quando è entrato in politica. I processi incombono e i tempi di un salvataggio legislativo diventano strettissimi. La sfida di Fini, più che sulla successione, sul modello di partito, è ineludibile. La conta interna non del tutto rassicurante. Il leader populista non può che fare appello al popolo. Circola con insistenza la possibilità di una sua richiesta di scioglimento del Parlamento (e conseguente eliminazione di Fini dalla troppo visibile e prestigiosa carica di presidente della Camera). Raggiunto da una condanna in primo grado per la quale, in qualsiasi democrazia, l’etica politica ne imporrebbe le dimissioni, Berlusconi chiederebbe, invece, elezioni anticipate. E la sua eventuale vittoria costituirebbe la peggiore manifestazione del populismo: il “popolo” contro il sistema giudiziario. Ma sarebbe il popolo berlusconiano che “scenderebbe in campo” aprendo uno scontro che potrebbe appunto avere caratteristiche di guerra civile.
La versione di Bossi è più semplicistica, ma altrettanto pericolosa poiché di qualche effettiva violenza da parte di gruppi d’assalto leghisti ne abbiamo già avuto esempio. L’elemento comune preoccupante in entrambe le esternazioni “guerra civile+300 mila fucili” è l’indicazione che la chiamata alla violenza, di piazza e più, fa parte del lessico di due leader al governo di un paese democratico europeo. Una parte di italiani accetta la situazione che si è venuta creando senza neppure rendersi conto della sua gravità. Addirittura, chi la denuncia, oltre a essere accusato di antiberlusconismo viscerale e di demonizzazione dell’avversario politico (il quale definisce gli altri “nemici” politici) viene trattato come un allarmista che contribuisce direttamente al clima di scontro. Coloro che vorrebbero una competizione politica basata sul confronto di idee, di proposte e, perché no, di persone e delle loro capacità, risultano essere degli alieni che esorcizzano malamente eventi che, invece, magari non sono dietro l’angolo, ma vengono palesemente evocati. Se un partito è una caserma è assolutamente comprensibile, ma mai giustificabile che troppi suoi dirigenti non contraddicano mai le espressioni estreme del loro leader maximo e del suo alleato più stretto. Nell’atmosfera a metà tra incredulità e indifferenza, qualcuno usa la prospettiva della guerra civile per rendere più difficile, se non impossibile, l’applicazione della legge ai suoi comportamenti. Qualcun altro manda un segnale di violenza da organizzare per ottenere, dal governo al quale partecipa con grande potere di intimidazione , le riforme da lui volute. Siamo in una situazione politica a metà fra il surreale e il pericoloso che non deve in alcun modo essere né sottaciuta né sottovalutata.