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sabato 30 luglio 2011

Addio al giornalista D'Avanzo

Lutto nel mondo dell'informazione: è morto improvvisamente per un infarto Giuseppe D'Avanzo, firma di punta di Repubblica. A darne notizia è stato il sito del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari.

GRANDE FIRMA - Nato a Napoli nel dicembre del 1953, laureato in filosofia, dopo aver lavorato al Corriere della Sera, nel 2000 è approdato al quotidiano ora diretto da Ezio Mauro. Con il collega Carlo Bonini ha curato le principali inchieste e gli scoop nei quali la cronaca nera si è incrociata con la politica, soprattutto estera e militare. Con Attilio Bolzoni, esperto di mafia, ha pubblicato Il Capo dei Capi. Vita e carriera criminale di Totò Riina (Rizzoli, 2007, decima edizione), da cui è stata tratta un'omonima miniserie tv trasmessa da Canale 5. Tra le inchieste di cui si è occupato vi sono: il "Nigergate", la falsa notizia che Saddam Hussein avrebbe voluto acquistare uranio in Nigeria; il rapimento di Abu Omar; poi il caso delle escort legate a Giampaolo Tarantini. D'Avanzo è poi l'autore delle «10 domande» rivolte al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, scaturite dalle rivelazioni sulla partecipazione del premier alla festa a Casoria per il diciottesimo compleanno di Noemi Letizia.

IL CORDOGLIO DI SCHIFANI - Il presidente del Senato, Renato Schifani, appresa la notizia dell'improvvisa e prematura scomparsa di D'Avanzo, ha voluto esprimere a nome suo personale e dei colleghi senatori il più sincero e commosso cordoglio. Del giornalista, ha scritto Schifani nel messaggio di cordoglio inviato alla famiglia «ricordiamo tutti la passione, il rigore professionale e la capacità di raccontare i fatti con chiarezza e senza compromessi».

Redazione online
30 luglio 2011

È morto improvvisamente oggi Giuseppe D’Avanzo, giornalista e scrittore. Nato a Napoli nel 1953, laureato in filosofia, dopo aver lavorato al Corriere della Sera, nel 2000 è approdato a La Repubblica, diventandone una delle firme di spicco.

Ha curato, con il giornalista Carlo Bonini, i principali scoop investigativi nei quali la cronaca nera si è incrociata con la politica, soprattutto estera e militare: dal Nigergate al rapimento di Abu Omar, fino alle 10 domande rivolte al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, scaturite dalle rivelazioni della redazione di Napoli di Repubblica sulla partecipazione del premier alla festa di compleanno di Casoria.

Con il cronista Attilio Bolzoni, esperto di mafia, ha pubblicato "Il Capo dei Capi". Vita e carriera criminale di Totò Riinà (Rizzoli, 2007, decima edizione), da cui è stata tratta un’omonima miniserie tv trasmessa da Canale 5.

Partecipa al lutto anche il mondo della politica. «La sua morte improvvisa e imprevedibile mi addolora profondamente - ha dichiarato Walter Veltroni - era un giornalista coraggioso e impegnato, da sempre era in prima fila nella denuncia dei mali del nostro Paese, che fossero l`arretratezza sociale, l`illegalità legata alle mafie, i rischi di deviazioni negli apparati statali, l`infiltrazione di corruzione e affarismi nella cosa pubblica e nella politica. Di Peppe D'Avanzo - conclude l'ex segretario del Pd - ricordo la passione e il calore, l`irruenza e insieme lo scrupolo fino al dettaglio più piccolo delle sue inchieste». Altrettanto commosso è l'addio di Renata Polverini: «L'improvvisa scomparsa di Giuseppe D'Avanzo lascia un grande vuoto nel giornalismo italiano - sottolinea la governatrice del Lazio - l'informazione e il Paese perdono un professionista attento e scrupoloso».

E' morto Giuseppe D'Avanzo grande firma di Repubblica

E' morto improvvisamente, oggi, Giuseppe D'Avanzo. Nato a Napoli nel 1953, era una delle firme principali di Repubblica. Le sue inchieste hanno fatto la storia del quotidiano. Dal Nigergate alla vicenda Abu Omar, dal caso delle escort legate a Giampaolo Tarantini1 fino alle dieci domande poste al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi 2, dalle pagine di Repubblica, per chiedere conto dei suoi rapporti con Noemi Letizia, al caso Ruby 3. Aveva scritto Il mercato della paura. La guerra al terrorismo islamico nel grande inganno italiano e Il Capo dei capi. Vita e carriera criminale di Totò Riina.

LO SPECIALE: LE SUE INCHIESTE 4

LE DIECI DOMANDE: LO SPECIALE MULTIMEDIALE 5

Fu proprio dall'inchiesta pubblicata su Repubblica nel 2005 che prese nome la vicenda del cosiddetto Nigergate. Ovvero la vicenda secondo lui l'allora Sismi - il servizio d'intelligence militare italiano - avrebbe consegnato alla Cia falsi documenti che avrebbero dovuto provare l'importazione di uranio dal Niger da parte dell'Iraq di Saddam Hussein. Secondo la ricostruzione dell'inchiesta, il materiale sarebbe stato usato dall'allora presidente degli Stati Uniti George W. Bush per provare che il dittatore iracheno stava cercando di procurarsi armamenti nucleari, e giustificare così l'avvio della prima guerra del Golfo 6. All'epoca, il presidente del Consiglio era Silvio Berlusconi. Il 31 ottobre del 2005 incontrò il capo della Casa Bianca a Washington, e riferì che Bush aveva negato di aver ricevuto alcuna informazione da Roma.

Un'altra vicenda alla quale D'Avanzo dedicò molto del suo impegno e della sua ostinazione è quella delrapimento e trasferimento in Egitto dell'imam di Milano Hassan Mustafa Osama Nasr 7, estremista islamico e fiancheggiatore del terrorismo, sequestrato da agenti della Cia nel capoluogo lombardo il 17 febbraio del 2003. L'operazione fermò di fatto le indagini che la Procura di Milano stava conducendo riguardo ai legami dell'imam con organizzazioni fondamentaliste islamiche. Un episodio che D'Avanzo collegò con insistenza a un'attività clandestina della Cia in Italia ma anche a un'operazione congiunta degli Stati Uniti con gli 007 italiani del Sismi. Il proseguio dell'inchiesta fece emergere la possibilità che la rilevazione satellitare delle utenze di telefonia mobile del commando che sequestrò Abu Omar indicasse che, sul ouogo del rapimento, vi fossero anche, appunto, degli agenti italiani. Una strada che portò all'individuazione di una sinergia fra Sismi e esperti informatici della Telecom, creata per depistare le indagini svolte fino a quel momento e tenere sotto controllo alcuni personaggi pubblici italiani.

Più recente l'idea delle "dieci domande" 8. Che D'Avanzo decise di porre a Silvio Berlusconi, dalle pagine diRepubblica, per chiedere conto dei suoi legami con la giovane Noemi Letizia, quando il quotidiano pubblicò la notizia della partecipazione del presidente del Consiglio alla festa per il 18esimo compleanno della ragazza di Casoria, il 26 aprile del 2009. Le dieci domande vennero pubblicate il mese dopo, a maggio, in uno speciale multimediale su Repubblica.it, nel quale D'Avanzo esponeva le numerose incongruenze legate alle spiegazioni che il premier aveva dato riguardo ai suoi rapporti con la ragazza e con la sua famiglia. Incoerenze che, appunto, il giornalista sintetizzò in una serie di interrogativi a lungo ignorati da Berlusconi e ai quali, poi, rispose indirettamente nel corso della presentazione di un libro di Bruno Vespa.

(30 luglio 2011)

Morto a 58 anni Giuseppe D’Avanzo, firma di spicco di Repubblica

E’ morto oggi a 58 anni il giornalista e scrittore Giuseppe D’Avanzo. Nato a Napoli nel 1953, laureato in filosofia, dopo aver lavorato al Corriere della Sera, nel 2000 è entrato a La Repubblica, diventandone una delle firme di spicco.

Ha curato con il giornalista Carlo Bonini i principali scoop investigativi nei quali la cronaca giudiziaria si è incrociata con la politica. Dal caso di Abu Omar al Nigergate, fino al caso Ruby raccontato a quattro mani con il collega Piero Colaprico, alla vicenda della giovane Noemi Letizia e le famose dieci domande al premier Berlusconi, D’Avanzo ha seguito per anni tutte le principali inchieste del quotidiano del gruppo Espresso.

Con il cronista Attilio Bolzoni, esperto di mafia, ha pubblicato Il Capo dei Capi. Vita e carriera criminale di Totò Riina (Rizzoli, 2007), da cui è stata tratta un’omonima miniserie tv trasmessa da Canale 5.

Condoglianze per la morte di D’Avanzo sono arrivate dal mondo politico come da quello dell’informazione. Dall’Idv al Pd, alla presidente della Regione Lazio. ”Era un giornalista e un uomo capace di indignarsi – ha dichiarato l’ex segretario del Pd Walter Veltroni – ma trasformava questa indignazione in un lavoro sempre più scrupoloso ed esigente alla ricerca della verità. Ci mancheranno i suoi articoli, ci mancherà la sua presenza, ci mancheranno i suoi baffi neri e quegli sguardi ironici. In questo momento così difficile – conclude Veltroni- esprimo le mie condoglianze ai suoi familiari, al suo giornale a cui dedicava un impegno costante quasi accanito”.

“Siamo vicini alla famiglia e al giornale per l’improvvisa scomparsa di Giuseppe D’Avanzo. Un giornalista colto e coraggioso – si legge in una nota di Beppe Giulietti e Vincenzo Vita – uno di quelli che ha onorato l’articolo 21 della Costituzione e che, anche per questo, è stato detestato da chi ha sempre anteposto l’oscurità alla trasparenza, l’interesse privato al bene comune”.

martedì 5 luglio 2011

L'ultimo trucco "ad aziendam" di Berlusconi il 'padrone' del paese corrompe la democrazia

CHI SI ERA illuso che Berlusconi, avvilito dagli scandali e depresso per le bocciature elettorali, fosse ormai al capolinea, è servito. L'uomo sarà anche all'ultimo atto - arriva sempre e per tutti un ultimo atto - ma non ha alcuna voglia o possibilità di abbandonare la scena, come lascia intendere con mosse teatrali incoronando capo del suo partito una comparsa, un attor giovane, Angelino Alfano.

LE TAPPE DELLA VICENDA 1

La cruda verità è che Berlusconi non può abbandonare. Deve restare lì, al governo e al potere, al riparo di un macroscopico conflitto d'interessi per proteggere la sua roba e il suo destino.

L'Egoarca non ha altra preoccupazione che se stesso e non è una novità, ma ormai la consapevolezza di ventisette milioni di italiani che hanno cancellato nel voto referendario il "legittimo impedimento", di fatto dicendogli che non avrebbero più tollerato leggi personali.
L'Egoarca non se ne dà per inteso. Si fece leader politico per venir fuori dai suoi guai finanziari. Era più o meno alla rovina nel 1994. Aveva debiti a medio-lungo termine per 2927 miliardi di lire e a breve per 1528 miliardi a fronte di un capitale netto di 1053 miliardi. Per non farla lunga, un fallito. Dopo diciassette anni e dopo il suo ennesimo fallimento - questa volta, politico - stiamo ancora qui a parlare dei suoi soldi, delle sue utilità, di che cosa gli conviene, di che cosa non gli conviene.

Così mentre il governo chiede agli italiani - e agli italiani più deboli, i pensionati, i precari, i giovani - di versare lacrime e sangue per riequilibrare i conti dello Stato,
Berlusconi si apparecchia il solito codicillo "ad personam" o "ad aziendam" che permetterà a lui - il Tycoon miliardario della Fininvest - di fare festa in tempi di stenti risparmiando di pagare un risarcimento di 750 milioni di euro.

I fatti sono noti e non può far velo a Repubblica prendere posizione anche se il beneficiario di quel risarcimento è l'editore di Repubblica. La ragione di questa serenità è che all'inizio di questa storia c'è un fatto provato, accertato, indiscutibile: la corruzione di un giudice. Quindi, un delitto, un reato. È un "dettaglio" che - per nulla misteriosamente - scompare sempre nelle ipocriti o servili ricostruzioni del caso.

Dunque, due imprenditori, due privati cittadini, Berlusconi e De Benedetti, hanno una contesa d'affari. In gioco è la proprietà della Mondadori. Finiscono in tribunale. Berlusconi si compra chi deve decidere della controversia, il giudice Metta. La corruzione della toga viene accertata al di là di ogni ragionevole dubbio in tre gradi di giudizio. La sentenza è definitiva e ha uno strascico: come risarcire chi si è visto privato di un bene con un crimine? Un altro giudice - un giudice civile, poi aggredito e degradato per vendetta dalla "macchina del fango" - decide che il prezzo giusto per il danno subito da De Benedetti è di 750 milioni di euro.

Berlusconi si appella. La decisione è attesa di qui a qualche giorno, ma l'Egoarca la teme. Se ne lagna, con pose da vittima, appena può. Al funerale del suo miglior amico. Al matrimonio della sua ministra. Tace di aver corrotto il giudice. "Vogliono colpirmi nel patrimonio" dice trascurando di aver colpito il patrimonio altrui. Lavora in silenzio. Non lascia trapelare un sospiro. Anche se qualche traccia rimane nel terreno.

Nei giorni scorsi, quando i manager della Fininvest presentano il bilancio della holding, svelano di non aver messo in conto nessun accantonamento, a copertura dell'eventuale risarcimento alla Cir. Sanno che "il Dottore" si sta muovendo per salvare se stesso e i conti del gioiello di famiglia. Nella bozza di manovra presentata nel pre-consiglio dei ministri il codicillo non c'è. Non c'è nella bozza consegnata ai ministri, giovedì scorso. Appare tra sabato e domenica - dunque quando materialmente il documento è ancora a Palazzo Chigi. Devono averla affatturata gli avvocati del premier.
È proprio il tira e molla tra presidenza del Consiglio con i suoi legulei e il ministero del Tesoro con i suoi tecnici deve aver ritardato la trasmissione del documento al Quirinale.

A scrutinare oggi il decreto legge si scorge un metodo rituale: cambio un comma di una legge, neutralizzo la giustizia, incasso il vantaggio privato. In questo caso, si manipolano due commi del codice di procedura civile. Finora il giudice poteva sospendere le pronunce di condanna in attesa della sentenza di Appello o di Cassazione. Ora riformati il primo comma dell'articolo 283 e dell'articolo 373, il giudice deve obbligatoriamente in forza delle legge "ad personam", pensata per proteggere la Fininvest del Cavaliere, sospendere il pagamento del risarcimento.

Così l'Egoarca che nei prossimi giorni - la sentenza era prevista in settimana - avrebbe dovuto sborsare alla Cir di Carlo De Benedetti tra i 750 e i 500 milioni di euro può tenere la borsa chiusa e attendere tempi migliori per cancellare tutto, magari con un'altra legge, con un altro codicillo, con un colpo di mano che - altro che ultimo atto! - lo porti al Quirinale che poi magari dal Colle più alto è più facile ottenere obbedienza dei giudici e sentenze accomodate.

Ora a occhio nudo possiamo vedere quel che accade ancora una volta, per la ventesima volta (tante - venti - sono le leggi ad personam). Berlusconi pretende che il suo destino sia il destino dell'Italia. Con questa convinzione, si è impadronito della "cosa comune" e ne fa una "cosa propria". Impone leggi personali corrompendo la nostra democrazia. Per proteggere la democrazia dalla corruzione esiste la Costituzione. Per dirlo con le parole di Gustavo Zagrebelskj, la funzione della Costituzione "è precisamente di evitare che qualcuno, una parte soltanto, s'impadronisca della "cosa di tutti"". Come si è impadronito Berlusconi deformando a proprio vantaggio addirittura la manovra finanziaria per la quale saremo giudicati dai nostri creditori, dai Paesi con cui condividiamo l'euro, dai mercati.

Declinato così questo nuovo caso di corruzione della democrazia italiana, bisogna allora guardare al Quirinale. Giorgio Napolitano
firmerà il decreto legge? Quali sono gli eventi che rendono quel codicillo (il giudice deve sospendere l'esecutività di una condanna di ammontare superiore a venti milioni di euro) "necessario e urgente" come prevede l'articolo 77 della Costituzione? È sufficiente il buon senso per rispondere. Non si avvista alcun fatto nuovo, se non la prossima soluzione di un singolo caso - la contesa Fininvest-Cir, Berlusconi-De Benedetti. Sarà per questo che la firma del decreto, come conferma la presidenza della Repubblica, non c'è stata ieri e non ci sarà oggi perché è ancora in corso un'"attenta e scrupolosa valutazione", formula che lascia trasparire tutte le perplessità di Napolitano.

Il Colle ferma così l'orologio per chiedere al governo, a Berlusconi, a Tremonti, un ripensamento
. Questo più o meno il ragionamento: il governo ha inviato soltanto una bozza. Come ogni lavoro provvisorio e non definitivo, è ancora possibile emendarla e correggerla e il testo della manovra va corretto nella forzature privatistiche imposte dagli interessi di un Egoarca attento alla sua roba.

La finestra che ha aperto il capo dello Stato consentirà a molti di mostrare di quale pasta sono fatti e al Paese di apprezzarne responsabilità e senso dello Stato.
Potrà Tremonti conservare intatta la credibilità di moralizzatore della finanza pubblica se non si spenderà a favore dei dubbi del Quirinale? E quali parole di sostegno alla "leale collaborazione" di Napolitano sentiremo invece da Angelino Alfano, indicato come il "cuoco della frittata" e l'ambizioso capo di un partito che si vuole "degli onesti"? Ancora poche ore e sapremo.

(05 luglio 2011)

sabato 21 maggio 2011

Un abuso da fermare

di GIUSEPPE D'AVANZO

Un altro limite è stato superato, forse irrimediabilmente. Un prepotente, abusando in modo autoritario del suo potere e del conflitto d'interessi che lo protegge, ha rovesciato il tavolo. Si è assiso dinanzi alle telecamere di tutti i notiziari e, infischiandosene di ogni regola, si è lanciato in messaggi promozionali per i candidati della destra. Che cosa resta più del corretto gioco elettorale dopo questo oltraggio? Ci sono da qualche parte nelle istituzioni le energie e la volontà per mettere fine a questa oscenità per la democrazia? In tutte le battaglie che ha combattuto - politiche, economiche, finanziarie, fino ai conflitti matrimoniali - Berlusconi ha truccato le carte, ingannato gli antagonisti, corrotto gli arbitri, violato le regole del gioco.

Tecnicamente, è un imbroglione perché "ricorre al raggiro in modo abituale". Lo fa anche ora. Ha gli arnesi mediatici a sua disposizione. Li adopera come meglio crede rifiutando ogni autocontrollo, non riconoscendo alcun limite e norma. Dopo giorni di silenzio assordante, il premier s'impadronisce degli schermi televisivi in un illegittimo, abusivo appello alla Nazione frammentato nelle interviste al
Tg1, Tg2, Tg5, Tg4, Studio Aperto e al Gr, con uno straniante effetto orwelliano: dovunque fossi sintonizzato, ti raggiungevano la sua voce e le sue parole. Si scrive "interviste", ma l'espressione è alquanto impegnativa per l'umiliante - e servile - spettacolo che tocca osservare. Il Cavaliere quando mette la testa fuori dal Palazzo vuole un ambiente protetto. Riparato e sicuro come il salotto di casa. Così è stato, come d'abitudine anche ieri sera. Mai che l'uomo si avventuri in mare aperto in un confronto pubblico con un suo competitore politico. Si tiene al coperto e getta sulla bilancia non i suoi argomenti (ne ha solo uno da 17 anni e lo vedremo), ma il nudo potere sui media, personali e pubblici. La prepotenza di Berlusconi dovrebbe trovare un contrappeso nelle autorità che custodiscono, per missione o per legge, il principio di uguale chance.

Tace, al contrario, l'Autorità per le garanzie delle comunicazioni a Roma. Non pervenuto alcun accenno alla questione dalla commissione parlamentare di vigilanza dei Servizi Radiotelevisivi. Nessun imbarazzo dal presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri, che posa da inossidabile "liberale", qualsiasi sia il significato che l'uomo attribuisce alla parola. Nessun gemito dal consiglio d'amministrazione dell'azienda pubblica. Non una parola dal nuovo direttore generale della Rai, Lorenza Lei.
In questo silenzio - come definirlo: complice, vile, intimorito, rassegnato? - l'operazione mediatica, predisposta dal premier per ridimensionare la batosta elettorale di domenica scorsa, potrà continuare fino a quando - a babbo morto - i garanti e i custodi dell'equilibrio comunicativo faranno sentire uno spaventoso ruggito del coniglio. È quel che accadrà? O garanti e contrappesi troveranno la decenza di opporvisi? E se non troveranno il decoro della loro funzione pubblica, potremo ancora parlare di una corretta competizione elettorale?

Irrompere così nei notiziari televisivi consegna a Berlusconi un vantaggio manifesto. Anzi, un doppio vantaggio: nascondere la sconfitta del 15 maggio; definire l'agenda dei temi che terranno banco negli ultimi sette giorni che separano le città dal secondo voto. I tempi, in queste faccende, sono essenziali, decisivi. Il premier e il suo staff, con la loro mossa illegale, hanno tenuto in considerazione quel che gli inglesi chiamano "gettare i corpi in mare". Se devi buttar giù un boccone amaro o mostrare una statistica che boccia le tue politiche, non farlo mai di lunedì. Fallo quando l'attenzione è allentata, quando c'è in circolo un'altra notizia più ingombrante. Il venerdì sera è il giorno più adatto, consigliano gli inglesi: tutti pensano al fine settimana e sono distratti.

Berlusconi parla di venerdì sera in notiziari dipendenti o addomesticati e decide di che cosa si discuterà nell'ultimo tratto di campagna elettorale, un'opportunità che consente di decidere anche (o soprattutto) di che cosa non si discute. Per il capo del governo una chance che gli permette di nascondere la sua rumorosa sconfitta, di non discuterne. Nessun intervistatore ha naturalmente osato affrontare la questione. Nessuno ha ricordato ai telespettatori che Berlusconi si è presentato a questo appuntamento amministrativo trasformandolo in referendum politico nazionale sulla sua persona e sul suo governo. Il premier chiedeva consenso - un consenso pieno: due immediate vittorie a Milano e Napoli, due ballottaggi a Torino e Bologna - per manomettere la Costituzione, dichiararsi legibus solutus e piegare i pubblici ministeri al potere dell'esecutivo. Ne ha ricavato, al contrario dei suoi auspici, la vittoria al primo turno delle sinistre a Torino e Bologna, ballottaggi a Milano e a Napoli. A Milano con il candidato della sinistra, Giuliano Pisapia, in vantaggio di sette punti.

Di questa disfatta politica, che lo punisce personalmente, che mostra quanto abbia perso ogni contatto con il Paese e quanto il Paese cominci ad essere insofferente alle sue menzogne, il Cavaliere non vuole a parlare. Non può parlare. Dovrebbe assumersi una responsabilità pubblica e l'informazione serve anche a questo, in fondo, a chiedere al potere di assumersi le sue responsabilità in pubblico. Non è il caso dell'informazione al servizio del Capo che tira via offrendogli la preziosa possibilità di scrivere l'agenda dei temi che terranno banco nella prossima settimana. Quali sono? I soliti, gli stessi di diciassette anni fa. In soldoni, o votate me o i comunisti prenderanno il potere. La filastrocca, ammuffita e noiosa, è sempre uguale. Non c'è un'altra anche se siamo nel 2011. Il premier riesuma una formula politica degli Anni Cinquanta, "le Estreme", per mettere in guardia i milanesi in un discorso dove le parole chiave sono "programma illiberale delle sinistre", "bandiere rosse in città", "Milano, città islamica", "centro sociali dappertutto", "meno tasse per tutti". Nulla di nuovo, l'abituale discorso d'odio (hate speech) ideologico che propone un nemico (le "sinistre estreme", gli "zingari", gli "islamici") per orientarsi nella complessità. Ancora una volta la dottrina di Berlusconi vuole sostituire ogni approfondimento delle informazioni, la concretezza di una discussione, l'efficacia del confronto politico, in una polarizzazione che chiede agli elettori una delega: soltanto io posso difendervi dal nemico in avvicinamento. Un messaggio che Berlusconi intende imporre con la prepotenza e l'abuso di potere. Chi ha il dovere di assicurare l'equilibrio dell'informazione e un corretto confronto politico faccia sentire la sua voce. Subito. Prima che sia troppo tardi.

(21 maggio 2011)

mercoledì 13 aprile 2011

"Notti da incubo ad Arcore Ecco la verità sul bunga bunga


di PIERO COLAPRICO, GIUSEPPE D'AVANZO, EMILIO RANDACIO

Altre due ragazze raccontano l'autentica "eleganza" delle notti di Arcore. A questo punto ci sono cinque giovanissime donne - testimoni dirette - che smentiscono la narrazione minimalista e fantasiosa di Silvio Berlusconi, il premier a giudizio per concussione e prostituzione minorile. Sono tutte e cinque estranee al giro della Dimora Olgettina, al mondo dello spettacolo e alla "scuderia" di Lele Mora. Le ultime due, in ordine di tempo, sono giovanissime. Si chiamano Ambra Battilana e Chiara Danese. Sono invitate a Villa San Martino il 22 agosto del 2010. Quel giorno, Ambra, che è nata il 15 maggio 1992, ha diciotto anni, tre mesi e sette giorni. Chiara, nata il 30 giugno 1992, ha diciott'anni, un mese e ventidue giorni. Quando le incontra, Silvio Berlusconi le chiamerà "le mie bambine". Il 4 aprile scorso Ambra e Chiara, con i loro avvocati, hanno presentato alla procura della Repubblica di Milano una "memoria" su quanto è avvenuto quella notte. Hanno confermato i loro ricordi in un interrogatorio, lunedì. Bisogna subito raccontare perché - solo ora e dopo otto mesi - Ambra e Chiara decidano di uscire allo scoperto, consapevoli "di essere finite - sono le loro parole - in fatti più grandi di noi". Ascoltiamole. Chiara: "Io non avevo alcuna intenzione di parlare. Mi sono sentita costretta dal clamore che ha assunto il caso e soprattutto dal fatto che nel mio paese, che è Gravellona, in provincia di Verbania, sono ingiustamente considerata una escort. È una denigrazione sulla bocca di tutti, sono continuamente infastidita da telefonate anonime".

"È una situazione che mi fa soffrire molto e ho deciso di ribellarmi a un'immagine di me che non mi corrisponde". A scandalo scoppiato, racconta ai pubblici ministeri, Chiara prova a chiedere un consiglio a Emilio Fede: è stato lui a invitare le due giovanissime amiche a Villa San Martino.

Chiara: "All'inizio Fede mostra di non ricordare chi fossi, quando glielo ricordo mi dice in modo sarcastico, anzi in malo modo, se volevo dei "soldini". Mi chiede se volessi insinuare che lui mi aveva toccato, io rispondo che voglio soltanto parlargli di persona, non entro nel merito. Gli dico: "Voglio dei consigli, come devo fronteggiare questa situazione?". Fede è seccato, promette di richiamarmi ma non lo farà... Un altro motivo che mi ha spinto a prendere questa decisione è la posizione che ha assunto pubblicamente il presidente del Consiglio Berlusconi. In più occasioni ha definito "cene eleganti" le sue. Beh, per quanto mi risulta avevano tutt'altra natura. Per di più ha difeso proprio quelle ragazze che, quella notte, avevano avuto gli atteggiamenti più sconvenienti, mentre non ha ritenuto di spendere una parola a favore mio e di Ambra".

Ambra: "Oggi se digito il mio nome e cognome su Google, sono associata al bunga bunga e al processo in corso, anche se, con Chiara, sono stata una sola volta ad Arcore e pensando di partecipare a una normale cena e per di più a casa del presidente del Consiglio. Ora invece vengo associata a "trentadue prostitute" pur essendomi comportata in modo del tutto corretto. Il mio agente mi ha consigliato l'avvocato Patrizia Bugnano, ho saputo solo successivamente che è anche un deputato dell'Italia dei Valori. È uno stimato professionista e per di più è donna".

Chiara: "Apprendo solo in questo interrogatorio che l'avvocato di Ambra è deputato. A dir la verità, non so esattamente che cosa significa essere deputati e non so che cosa sia l'Idv. Non c'è stata alcuna interferenza, la memoria è frutto di ciò che abbiamo visto e vissuto io e Ambra", precisano le due ragazze, rispondendo ai pubblici ministeri Pietro Forno e Antonio Sangermano.

Ora i fatti. Sono le 23 del 22 agosto 2010. Ambra e Chiara hanno appena finito le selezioni di Miss Piemonte (Ambra è prima, Chiara è terza). Emilio Fede, che il giorno prima le ha "provinate" come meteorine, le invita nella residenza del Cavaliere. Si possono trascurare i dettagli dell'ingresso a Villa San Martino e dell'attesa del ritorno dallo stadio di San Siro del premier e del direttore del Tg 4. Il racconto può cominciare da quando Berlusconi entra in scena.

Ambra: "... Entriamo in casa e ci troviamo di fronte il presidente Silvio Berlusconi. Tiene in mano due vassoietti. Sopra ci sono degli anelli. Lui dice che sono di Tiffany, ma io mi accorgo che è semplice bigiotteria. Berlusconi li offre in dono. In quel momento arrivano tantissime ragazze. Noto Roberta Bonasia. Tutte cominciano a prendere i doni dai vassoietti, le ragazze hanno un atteggiamento molto confidenziale con il presidente. Sono elettrizzate. Il presidente si presenta a me e a Chiara e si mostra contento di vederci. Ci dice che siamo belle. Ci ricopre di complimenti. Chiede qualcosa della nostra vita personale. È evidente l'attrazione che Berlusconi ha per me e Chiara. È così evidente che Emilio Fede gli dice, infastidito: "Tu mangia nel piatto tuo che io mangio nel piatto mio". Ci è chiaro che per Fede io ero destinata a Berlusconi, Chiara a lui".

Chiara: "La serata prosegue con la cena. Ci sediamo tutti a tavola, siamo più o meno quindici. Con Fede e Berlusconi, me e Ambra, ricordo Roberta Bonasia; Maristhell Polanco che avevo visto in televisione a "Colorado cafè"; le due gemelline napoletane (Eleonora e Imma De Vivo), che avevo visto all'Isola dei Famosi; una ragazza che si presenta con il nome di Lisa, di origine cubana, subito mostra un'attenzione omosessuale nei miei confronti; una signora bionda alta e riccia, che durante la serata canta; una signora prosperosa; una ragazza mora abbastanza alta, quella che ho poi riconosciuto essere Nicole Minetti; due ragazze nere, piuttosto volgari e abbigliate in modo indecente, quando le ho viste ho subito pensato che fossero due prostitute; un signore piuttosto alto che non ci fu presentato; un altro ragazzo che suonava una pianola e un'altra signora non giovanissima, di circa 50 anni. Ambra poi mi disse che Lisa le confidò subito di essere lesbica".

Ambra: "Marysthell mi dice che se Berlusconi mi avesse notato, mi avrebbe fatto fare una bella carriera... Emilio Fede mi spiega che le due gemelline napoletane per partecipare alla cena avrebbero ricevuto una ricompensa di tremila euro ciascuna".

Chiara: "Durante la cena Emilio Fede è seduto tra me e Ambra, di fronte a Fede c'è Berlusconi, seduto tra Roberta Bonasia e Lisa. Emilio Fede per tutto il tempo tocca le gambe a me e ad Ambra. Ero a disagio, in imbarazzo, scambiavo sguardi d'intesa con Ambra".

Ambra: "Berlusconi guarda insistentemente me e Chiara. Ci dedica canzoni che interpreta lui stesso, in francese e in italiano. Ci chiama "bimbe" e suscita il visibile risentimento di Roberta Bonasia, che gli si butta continuamente addosso baciandolo. Quella sera il presidente non mangia niente e racconta molte barzellette particolarmente sconce, così sconce che io mangio di malavoglia, tanto era irritante il contenuto. Ma tutti ridevano a crepapelle e, a un certo punto, parte la canzoncina "E meno male che Silvio c'è" e tutte le ragazze cominciano a ballare e cantare intorno al tavolo. Io e Chiara ci guardiamo imbarazzate, come per dirci: "Ma dove siamo finite?". E dire che il peggio deve ancora arrivare perché dopo quindici minuti che siamo seduti a tavola, alcune delle ragazze scoprono i seni, li offrono al bacio di Berlusconi. Toccano il presidente nelle parti intime. Si fanno toccare. Anche Roberta Bonasia tocca ripetutamente nelle parti intime Berlusconi. Mentre accade questo, le ragazze cantano ancora "meno male che Silvio c'è", chiamano il presidente "papi" e Berlusconi chiama tutte noi "le mie bambine, le mie bimbe"".

Chiara: "Dopo l'ennesima barzelletta oscena, Berlusconi fa portare una statuetta. É uno specie di guscio. Dal guscio esce un omino con un pene grosso. La statuetta ha dimensioni di una bottiglietta d'acqua da mezzo litro. Il pene è visibilmente sproporzionato. Berlusconi fa girare la statuetta tra le ragazze. E chiede loro di baciarne il pene. Le ragazze cominciano a far girare la statuetta. Ne baciano il pene e simulano un rapporto orale. O se lo avvicinano ai seni scoperti. Tutti ridono. Io e Ambra non ci prestiamo al gioco indecente. Ci sorprende che anche la Bonasia, che il presidente ha presentato a tutti come la sua fidanzata, si presti. È in quel momento che la serata prende una direzione molto diversa da come l'ho immaginata. Le ragazze, visibilmente allegre, cominciano ad avvicinarsi al presidente, si fanno baciare i seni, lo toccano. È una specie di girotondo, le ragazze si dimenano, lo toccano di nuovo, lo stesso fanno con Emilio Fede. A un certo punto il presidente, visibilmente contento, chiede: "Siete pronte per il bunga bunga?". Le ragazze in coro urlano: "Siii". Io e Ambra non sappiamo che cosa sia questo bunga bunga, anche se dopo la statuina lo intuiamo. Sono agitata, mi sento male...".

Ambra: "Chiara chiede a Emilio Fede se può avere una camomilla perché si sente male. Siamo scioccate, Fede cerca di rassicurarci. Ci invita a rimanere tranquille, mentre Berlusconi ci invita a fare un giretto nella villa. Ci mostra una sala con delle statuette di mucche colorate, mi pare in ceramica, e nella stessa sala ci sono palloncini e cartelloni inneggianti a Berlusconi, del tipo "Viva Silvio". Poi ci porta a vedere una saletta del tipo discoteca, con al centro un palo da lap-dance. Mentre camminiamo, Berlusconi, che sta dietro di noi, ci tocca i glutei, ci palpeggia il sedere. Né io né Chiara lo abbiamo invitato a desistere, anche se ci siamo irrigidite, facendogli capire che non eravamo d'accordo con quanto stava facendo. Al piano superiore Berlusconi ci mostra una spa con piscina e palestra e ci dice che, la prossima volta, avrebbe organizzato una festa in piscina, per stare più in intimità con noi e conoscerci meglio".

Chiara: "Nella piccola discoteca con il palo al centro e i divanetti tutto intorno, e nell'angolo un dj, le ragazze iniziano a ballare in modo piuttosto volgare. Si tirano su la gonna. Mostrano il sedere. Alcune sono vestite da infermiere, come le gemelline di Napoli e la Bonasia, che tiene in mano anche un frustino. I vestitini da infermiera sono molto corti, da crocerossina, con i bordi rossi, il cappellino, i seni molto scoperti e con la biancheria intima in mostra. Anche le ragazze non travestite da infermiera tirano su i vestiti, mettono in mostra fondoschiena e seni. Ballando si avvicinano a Berlusconi, lo toccano e si fanno toccare, è il gioco che il presidente definisce bunga bunga".

Ambra: "Ricordo che anche Marysthell mostra i glutei, Emilio Fede mi dice che ha vinto una qualche gara di bellezza per il suo fondoschiena. Anche le due gemelle napoletane mostrano il seno nudo. A un certo punto Nicole Minetti si esibisce in uno spettacolo di lap-dance. Indossa uno di quei vestiti che si tolgono a strappo. Rimane completamente nuda ballando al palo, senza reggiseno e mutandine. Dopo essersi denudata, si avvicina a Berlusconi e ballando in maniera provocante avvicina il sedere al viso del presidente. Girandosi gli avvicina i seni alla bocca, il presidente le bacia i seni. Le ragazze tentano di coinvolgerci in questa danza, istigate da Fede e Berlusconi. Sento dietro di me frasi del tipo: "Ma che sono venute a fare quelle due?". Tutte le ragazze ci stanno intorno, ci toccano, ci prendono, tentano di toglierci i vestiti, ci toccano un po' dappertutto".

Chiara: "Fede e Berlusconi incitano le ragazze a coinvolgerci nel gioco, dicono: "Dai, spogliatele... dai, spogliatele... spogliatevi... ballate...". A quel punto siamo letteralmente terrorizzate. Vogliamo soltanto andarcene, ma non sappiamo come fare. È evidente a tutti il nostro disagio. Ci facciamo coraggio, andiamo da Fede e gli diciamo: "Vogliamo assolutamente andare via". Accanto al direttore c'è il presidente Berlusconi. Sente chiaramente la richiesta di Ambra. Emilio Fede risponde: "Se volete andare via, va bene. Ma non pensate di poter fare le meteorine o miss Italia"".

Ambra: "Berlusconi, seduto accanto a Fede, annuisce senza però dire una parola. Tanto che ne ricavo l'impressione che sia perfettamente d'accordo con Fede. A quel punto usciamo dalla villa insieme con Fede, che ci accompagna con la macchina guidata dal suo autista a piazzale Loreto. Fede, che si era mostrato molto seccato nei nostri confronti, quasi anticipando la nostra protesta, ci dice in macchina, alla presenza dell'autista, che avevamo fatto benissimo a comportarci così. Che avevamo superato una prova. Che non eravamo come le altre ragazze, tutte puttane. Che eravamo le "favorite" del presidente e avremmo fatto una bella carriera. Io e Chiara rimaniamo sbigottite".

(13 aprile 2011)

mercoledì 6 aprile 2011

Abuso di Parlamento


GIUSEPPE D’AVANZO

IL PARLAMENTO, senza arrossire di vergogna per il degradante disonore che gli viene inflitto, sostiene che Berlusconi davvero crede che Karima El Mahroug ("Ruby") sia la nipotina minorenne del rais egiziano Hosni Mubarak. Così, nella notte tra il 27 e 28 maggio 2010, il buon uomo si muove per evitare al Paese un conflitto internazionale nella sua funzione di premier, primo responsabile della politica estera della Repubblica. È la grottesca frottola che nemmeno un sempliciotto butterebbe giù senza riderne.

Nominati o comprati, i rappresentanti del popolo devono bere l'intruglio per sostenere che il Cavaliere quella notte e nelle conversazioni con il funzionario della questura (il capo del governo chiede l'immediata liberazione della sua giovanissima concubina, accusata di furto) esercita addirittura l'autorità ministeriale. Quindi, se reato c'è stato, è ministeriale e di competenza del Tribunale dei Ministri, conclude l'aula di Montecitorio. Accettato di trangugiare senza turbamento la favoletta buffonesca di un premier sprovveduto e credulone - insomma, uno sciocco di 75 anni che crede alla prima balla che gli racconta una ragazzina di diciassette - il Parlamento deve muovere un passo abusivo: sostenere che è potere esclusivo delle Camere decidere se un reato sia ministeriale o meno. In questo caso lo è - sragiona Montecitorio - e solleva il conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte costituzionale cui la Camera chiede di sottrarre al tribunale di Milano il processo per concussione sfruttamento della prostituzione contro il Cavaliere.

I giuristi ridono degli sgorbi che vedono raccolti nella decisione di un Parlamento ubbidiente alla volontà e agli interessi del presidente del Consiglio. Lo ha già scritto qui Franco Cordero: "Finché esiste l'attuale Carta, la giurisdizione non ammette interventi esterni". Naturalmente è legittimo porre la questione della competenza del giudice, ma non spetta a un corpo politico sbrogliare la matassa, ma ai giudici e nel processo. Come ha deciso anche recentemente la Cassazione (3 marzo), "rientra nelle attribuzioni dell'autorità giudiziaria verificare i presupposti della propria competenza" e sarà il giudice ordinario a decidere se un reato ha natura ministeriale.

Questi pochi segni liquidano la questione giuridica (la Camera rivendica un potere che non ha) e rivelano la qualità politica della questione o, detto in altro modo, le potenzialità eversive di questa stagione italiana. Berlusconi non può affrontare il processo, non può argomentare e soprattutto provare l'"eleganza" dei convegni di Arcore, la correttezza dei suoi comportamenti, l'invulnerabilità o la non ricattabilità della sua persona. Davvero qualcuno ha creduto che l'uomo che ci governa avrebbe accettato di farsi processare? Come ci è già apparso chiaro a gennaio, Berlusconi deve rinserrarsi nel ridotto di Montecitorio e, protetto dalla sua maggioranza, rifiutare il processo, ricattare le più alte istituzioni dello Stato, scatenare la politica contro la magistratura, gridare al coup d'Etat - addirittura ieri al "brigatismo" delle toghe - perché ogni controllo che lo sfiora è già un colpo di Stato giudiziario che impone, dice, la punizione dei giudici, il castigo per magistratura, la sacralizzazione della sua persona con un'impunità definitiva (sono l'eletto del popolo). Anche a costo di demolire le istituzioni e trascinare il Paese in un conflitto senza vie di uscita, Berlusconi pretende di essere legibus solutus. Il Cavaliere è già al lavoro. Fin d'ora avvelena i pozzi dell'opinione pubblica con cadenza quotidiana e, come sempre, rifiuta ogni domanda e ogni contraddittorio, senza coraggio. Organizza piazze. Ordina figuranti. Sistema il suo esercito mediatico per la manipolazione che, cancellati i fatti e soprattutto la violenza su una minore, dovrà trasformare il "caso Ruby" in uno spettacolino plausibile come il Grande Fratello e il responsabile delle torsioni di un corretto gioco democratico nella vittima di un complotto politico.

È il pericoloso incrocio in cui ci ha portato un premier incapace di controllare la sua vita, determinatissimo a non accettare alcuna responsabilità e giudizio. Ma se ieri, per evitare ogni responsabilità e giudizio, il presidente del Consiglio comprava i giudici (Mondadori) e corrompeva i testimoni (All Iberian), oggi queste manovre non sono più necessarie per allontanarsi dall'incomodo giudiziario. Non ha più bisogno giocare con baratti sotto il banco perché, per cancellare oneri e obblighi, egli può agitare pubblicamente contro l'accertamento dei fatti una politica corrotta, Camere diventate bottega sua, parlamentari diventati servitù. È la partita finale che stringe in un solo nodo tutte le questioni che ha posto al Paese il potere di Silvio Berlusconi. È la stagione che ci dirà se nel nostro futuro ci sarà ancora uno Stato con una pluralità di poteri divisi o ai quattro poteri accumulati oggi dal Cavaliere (esecutivo, legislativo, economico, mediatico) si aggiungerà presto il dominio incontrollato del quinto (giudiziario).

(06 aprile 2011)

giovedì 3 marzo 2011

Il fuorilegge istituzionale


GIUSEPPE D’AVANZO

QUEL che conta per Silvio Berlusconi è scegliersi i giudici per levarsi di torno la disgrazia di Milano. Lo reclama. Se si vuole, la notizia è questa: nella civile Europa - e non nel Maghreb - c'è un capo di governo che pretende di poter decidere da solo l'identità del pubblico ministero e del giudice, il luogo del suo processo e infine scrutinare anche la sentenza. Ritiene di poterlo fare abusando del suo potere politico e agitando tre formule magiche e definitive: "competenza del giudice", "procedibilità del processo", "sospensione del giudizio". Il Sovrano, chiuso nella sua Villa, circondato dai suoi avvocati, decide d'imperio contro la legge e la Costituzione che quelle decisioni siano appannaggio del Parlamento, e quindi della maggioranza che controlla o paga.

Era scritto che Berlusconi si muovesse lungo la strada di un illegalismo istituzionale. "Sarà l'intervento del Parlamento che toglierà il caso alla procura di Milano". Il presidente del Consiglio lo dice il 18 gennaio, martedì. A Villa San Martino riunisce il "tavolo di crisi", avvocati, consiglieri, consigliori, qualche ministro, a quanto pare. Lettura collettiva delle 389 pagine dell'invito a comparire della procura di Milano. Sconforto anche per i chierici dallo stomaco forte: è vero, concludono, in quelle carte ci sono "prove evidenti" dei due reati (concussione, prostituzione minorile) che vengono contestati al capo del governo. Appare subito chiaro (Repubblica, 26 gennaio) che la difesa di Berlusconi non sarà "tecnica" e soprattutto non avverrà in tribunale. Quel processo può essere vinto a Roma e la "linea del Piave" sarà il Parlamento. Sarà il potere politico a dover fermare i passi della magistratura e a scongiurare ogni accertamento di responsabilità. Abituato a usare le Camere come bottega sua, Berlusconi ordina agli avvocati che vi ha nominato di "togliere alla procura di Milano il caso". Il giorno dopo, 19 gennaio mercoledì, si fa beffe dell'appello di Napolitano a "fare chiarezza perché il Paese è turbato" e squaderna il canovaccio: "I fatti che mi sono contestati sono stati commessi nella qualità di presidente del Consiglio, la procura avrebbe dovuto trasmettere tutti gli atti al Tribunale dei ministri. È gravissimo che la procura voglia continuare ad indagare pur non essendo legittimata a farlo". Subito dopo gli azzeccagarbugli del Sovrano confondono e intricano le questioni per nascondere la violenza istituzionale delle mosse del Cavaliere.

Ciò di cui si discute è più semplice di quanto si possa immaginare. La domanda è sempre una, in ogni passaggio di questa storia:
chi deve decidere? Berlusconi sostiene che non può indagare il pubblico ministero di Milano, ma il Tribunale dei Ministri perché il reato, se reato c'è stato, è ministeriale. Senza entrare nel merito se quel reato (concussione) è stato svolto nella funzione di presidente del Consiglio (reato ministeriale) o con la qualità della sua responsabilità pubblica (reato comune), chi decide se a indagare deve essere la procura o il Tribunale dei Ministri? In un rito ordinario, con un imputato ordinario, le questioni della competenza si sollevano nel processo con la possibilità di impugnarle in appello e in Cassazione. Berlusconi non ci sta. Vuole confiscare ai giudici naturali quella decisione e assegnarla illecitamente al Parlamento che è come dire attribuirla a se stesso. Ordina che l'aula voti a favore del Tribunale dei Ministri, come se questo dovesse chiudere l'affaire.

In Parlamento, il capo del governo ha due carte da giocare: il conflitto di attribuzione e
l'improcedibilità. Anche qui non bisogna farsi spaventare dalle formule.

Il conflitto di attribuzione è stato appena sollevato dalla maggioranza. La filastrocca è sempre quella: la procura di Milano si è attribuito un potere che non ha perché il reato ministeriale non gli compete. Ora deciderà la Corte Costituzionale. Almeno su questo non ci sono obiezioni. Anche se affiora qualche tentativo di condizionamento. C'è qualche analfabeta che auspica una moral suasion del Capo dello Stato sui giudici costituzionali mentre, per farsi forza in quest'avventura, gli azzeccagarbugli citano a capocchia una pronuncia della Corte (sentenza n. 241 del 2009) che ha accolto la denuncia di conflitto proposta dal ministro Altero Matteoli. Questa sentenza non c'entra nulla con l'affaire Berlusconi. Al contrario, dà una mano a chi giustamente sostiene che non spetta alla Camera stabilire se il reato abbia carattere ministeriale e la competenza a svolgere le indagini sia quindi del Tribunale dei Ministri. In quell'occasione, come scrive la Corte per il caso Matteoli, la Camera non ha rivendicato "il potere di apprezzare in via esclusiva il carattere ministeriale del reato". Chiedeva soltanto di "poter esprimere, secondo le apposite cadenze procedurali, una autonoma valutazione al riguardo". Nel caso Berlusconi, la Camera ha già espresso "la sua autonoma valutazione" sul "carattere ministeriale del reato" di concussione (boccia la perquisizione dell'ufficio del ragioniere pagatore delle ragazza di Arcore). Anche se con procedure stravaganti, potrebbe ancora ribadirla con una delibera di "improcedibilità". La valutazione del Parlamento, per quanto qualificata, non può sequestrare le prerogative del tribunale di Milano perché la Camera non ha - appunto - "il potere di apprezzare in via esclusiva il carattere ministeriale del reato".

La seconda carta che Berlusconi intende giocare è l'improcedibilità. Anche questa è un papocchio se ci si chiede:
chi decide? Il Parlamento non può dichiarare improcedibile un processo. Non gli spetta. Non è tra i suoi poteri. Le cose stanno così. Il Tribunale dei Ministri non è un giudice. Lavora come un pubblico ministero nei procedimenti comuni. A conclusione delle indagini, il Tribunale dei Ministri, se ritiene che l'indagato meriti il rinvio a giudizio, chiede al Parlamento l'autorizzazione a procedere. Se l'autorizzazione viene negata, il Tribunale dei Ministri prende atto che non ci sono le condizioni di procedibilità stabilite dalla legge e dispone l'archiviazione del procedimento. Non può far altro. L'"improcedibilità", dunque, può e deve essere dichiarata soltanto dal Tribunale dei Ministri e unicamente come l'esito insuperabile del rifiuto dell'autorizzazione a procedere. Una dichiarazione di improcedibilità non è tra le competenze del Parlamento, che non ha il potere di negare preventivamente un'autorizzazione non richiesta. Se lo fa, è un abuso, un atto di violenza istituzionale.

Resta l'ultima questione, la sospensione del giudizio. Chi la decide? Anche in questo caso, non c'è alcun dubbio. Né il conflitto di attribuzione né una fantasistica delibera parlamentare di "improcedibilità" possono paralizzare il processo di Milano. È il terzo abuso di potere che Berlusconi pretende. Esige che in ogni caso il processo si blocchi. Anche questa pretesa è illegittima. Vediamo che cosa accade per il conflitto di attribuzione. Bisogna leggere delle "norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte Costituzionale" (legge 11 marzo 1953, n. 87). Anche un non addetto ai lavori comprende, leggendo l'art. 37 e le disposizioni del 23, che l'autorità giurisdizionale, sospende il giudizio in corso soltanto quando la questione non gli appaia manifestamente infondata e finora è apparsa manifestamente infondata al giudice di Milano. Chi decide? È la questione che impegnerà Parlamento, magistratura ordinaria, Corte Costituzionale. Fin da ora si deve dire che, a due secoli dall'Ancien Régime, né l'imputato né il suo governo né una maggioranza di nominati e comprati può decidere del processo come esige il nostro dispotico capo del governo.

(03 marzo 2011)

sabato 12 febbraio 2011

Il falso teorema del golpe morale


di GIUSEPPE D'AVANZO

Il presidente del Consiglio, settantacinque anni, si tiene accanto in villa - a pagamento - una prostituta minorenne per un paio di mesi, nel 2010. Questo è il fatto, assai ostinato nonostante la nebbia e le censure. Nasce una domanda processuale (Berlusconi ha commesso un reato?) e sortisce qualche effetto politico. Lasciamo in un canto la questione giudiziaria, per il momento.


Elenchiamo qualcuno degli esiti politici sotto forma di domanda.| Quell'uomo, già sorpreso in altri anni in compagnia di minorenni, ha il pieno controllo della sua vita?

Le sue condotte lo hanno reso vulnerabile ai ricatti o minacce della sua ospite, delle sue ospiti?

Quanto la vita caotica di quell'uomo danneggia il Paese che governa?

A quel discredito, domestico e internazionale, può egli stesso porre rimedio?
I suoi comportamenti possono essere, una buona volta, appropriati ai doveri pubblici che liberamente ha voluto assumere?

Come si vede, ognuno di questi interrogativi è concreto, factual perché rinvia all'interesse nazionale e al nostro destino collettivo. Per questa ragione pretende un'assunzione pubblica di responsabilità e reclama con urgenza un giudizio politico, prima che morale e giudiziario.

Se fossimo in un Paese dove il discorso pubblico si nutre di buonafede, disinteresse, civismo, si ritroverebbero (e si affronterebbero) nel perimetro di quelle domande le ragioni della crisi istituzionale che minaccia di precipitare il Paese in
una guerra civile o in un ineluttabile declino.

Purtroppo il discorso pubblico nazionale è alimentato soltanto dalla manipolazione, dal falso indiscutibile organizzato a tavolino, da uno spettacolo che conserva la comunità nell'incoscienza dissolvendone ogni senso critico.
"Confondere e non convincere" è la regola. Non è altra l'intenzione della manovra chiamata "in mutande ma vivi" lanciata da Giuliano Ferrara, oggi unico canovaccio politico-informativo a disposizione del premier. È il tentativo manifesto di accantonare la questione politica per trasformarla in questione morale. Il trucco offre l'opportunità di mettere su un'artefatta baruffa contro l'"ipocrisia moralistica" che liquida ogni responsabilità e rifiuta ogni giudizio.

Lontano dalle sue responsabilità e protetto da ogni giudizio, il Re Nudo può salvarsi ancora una volta. E il Paese? Che si fotta, il Paese!

Viene in mente Molière, Tartuffe ou l'Imposteur. Il sermone di Giuliano Ferrara contro la "Repubblica delle virtù (il grand guignol va in scena oggi in un teatro di Milano) e dovrebbe, vuole essere - mutande a parte - terribilmente serio ma vi spira soltanto un'aria burlesca tanto lo spettacolo è un'impostura. Se si sfiora la questione da un'angolazione qualsiasi, o se ne vaglia un qualunque argomento o ragione,
la ciarlataneria affiora ovunque, con qualche sprazzo comico. Induce al riso Berlusconi disegnato da Andrea Fortina con le fattezze di Giustiniano. È farsesco leggere, nell'intervista pubblicata dal "Foglio", Berlusconi che parla come Ferrara, che è Ferrara, pasticheur in pose da cardinal Mazarino, e mai Berlusconi, animale da preda con un Io ipertrofico. È buffonesca l'autorappresentazione di Berlusconi, degradato a ventriloquo di Ferrara (ma fino a quando?), come campione di "un sistema fondato sulla libertà, sulla tolleranza, su una vera coscienza morale pubblica e privata".

In Italia la memoria ha strepitose paralisi e tuttavia sentire quelle parole e formule - libertà, tolleranza, coscienza pubblica, coscienza privata - arrotarsi tra i denti da lupo del capo del governo fa venire il freddo alle ossa. Quale tolleranza, se ancora oggi ricordiamo gli ordini ai prefetti di prendere le impronte ai bambini nei campi Rom o di ricacciare in mare donne incinte, neonati e migranti in cerca di asilo politico. Quale libertà se nelle biblioteche del Nordest ha libero corso una lista di proscrizione dei libri non graditi e quindi vietati.

Dov'erano i liberali che oggi in pose servili difendono il diritto delle donne a prostituirsi quando il governo chiedeva per i clienti delle prostitute la galera. Dove s'erano appisolati questi quaresimalisti, quando ministri proponevano la tortura per scacciare il fantasma del terrorismo o uomini di governo sollecitavano l'omofobia o la discriminazione per una pelle diversa, una diversa fede, un altro luogo di nascita, fosse anche dentro i confini nazionali, ma troppo a sud. Come quelle bocche possano dire "libertà, tolleranza" quando hanno in animo di decidere per legge dello Stato delle nostra vita e della nostra morte, delle nostre cure mediche e di quanto dolore possiamo sopportare. E, a proposito di vita, di quale dionisiaca vita parlano gli "immutandati" - nicciani d'occasione - se ad ogni piè sospinto, ci ricordano che la vita non è il bene più alto per i mortali perché c'è sempre qualcosa di diverso in gioco nella vita, oltre la procreazione, oltre il sostentamento dell'organismo vivente, magari la salvezza dell'anima in questa vita o nell'aldilà.

Sotto l'aspetto sintattico, direbbe
Franco Cordero, la prosa degli "immutandati" "è pastone o brodaglia". Nel lessico della Crusca, "pappolata"; in piemontese, "supa"". È una schifezza indigeribile che ha il solo pregio di mostrarci in trasparenza come il consenso che chiede Berlusconi sia soltanto obbedienza.

I bambini obbediscono, gli adulti acconsentono, ma a che cosa dovrebbero acconsentire gli adulti "in mutande ma vivi"? Berlusconi non propone loro un'idea, un programma, neppure un sogno.

Offre soltanto se stesso, la sua inadeguatezza, la propria sopravvivenza, la sua impunità. Ci si può sentire davvero "vivi" nell'obbedienza a un capo privo di un pensiero diverso dal suo personale tornaconto?

(12 febbraio 2011)

giovedì 10 febbraio 2011

Berlusconi e la fuga dal processo per illudere l'opinione pubblica



GIUSEPPE D'AVANZO

CI SONO i fatti e gli aspetti giuridici della controversia e poi, se in stato d'accusa è il capo del governo, è normale che ci siano la contesa politica, il discorso pubblico e il conflitto istituzionale. Ora per mettere un po' di ordine all'affaire e capirci qualcosa, senza essere inghiottiti dal maelstrom di fili che si ingarbugliano nel "caso Ruby", è utile separare i fatti dal diritto, il diritto dalla politica e la politica da un immaginato e molto presunto Zeitgeist, lo "spirito del tempo".

I fatti si fa presto a riordinarli. La notte del 27 maggio 2010, Karima El Mahroug (Ruby), una minorenne marocchina, fuggita da una comunità di accoglienza, senza famiglia, senza fissa dimora, senza una fonte di reddito, è accusata di furto e accompagnata in questura. In quegli uffici a notte fonda giunge la voce del presidente del Consiglio che chiede al capo di gabinetto di lasciarla andare - e presto - perché la fanciulla è la "nipote di Mubarak". Si presenterà lì da voi, dice Silvio Berlusconi, una mia "incaricata" (Nicole Minetti) cui potrà essere affidata. Così avviene. Qualche ora dopo, indebitamente e contro le indicazioni del pubblico ministero dei minori, Ruby sarà consegnata alla Minetti che l'abbandonerà sul marciapiede di via Fatebenefratelli in compagnia di una prostituta brasiliana (Michelle). Di quel che accade la notte del 27 maggio non si sarebbe saputo nulla se, più o meno una settimana dopo (5 giugno), Ruby e Michelle non se le dessero di santa ragione tra strepiti e minacce. Arriva la polizia. Tutte ancora dinanzi ai poliziotti, dopo l'intervento dei medici.

È a quel punto che Ruby comincia a raccontare momenti e condizioni che configurano una notizia di reato. È stupefacente come ancora oggi ci siano uomini assennati, come
Ernesto Galli della Loggia, che si chiedano, sospettosi, "qual era la notitia criminis che prima della famosa notte in questura ha indotto a mettere sotto controllo la villa di Arcore" (Corriere della sera). "Prima della famosa notte in questura" non c'è stato alcun controllo né ad Arcore né altrove. I controlli sono cominciati soltanto dopo che il racconto della minorenne ha ottenuto qualche riscontro accettabile. Ruby parla della "squadra" di Lele Mora (il suo agente); delle iniziative di Emilio Fede (il talent scout che la scopre a un concorso di bellezza, sedicenne); del "lavoro" della Minetti (maitresse); delle sue visite a Villa San Martino dove ha assistito unica vestita - "solo io lo ero", dice - alle cerimonie orgiastiche organizzate da e per Silvio Berlusconi.

Sono notizie di reato. C'è un'organizzazione (
Mora, Fede, Minetti) che ingaggia prostitute e le offre al capo del governo e fin qui per l'"Utilizzatore" non c'è reato (anche se molto c'è da osservare sul decoro, la disciplina, l'affidabilità, la sicurezza dell'uomo che ci governa). Se però tra le prostitute c'è anche una minorenne, il reato c'è ed è anche molto grave soprattutto quando, per occultarlo, il presidente del Consiglio abusa del suo potere e induce i funzionari della Questura a lasciar andare libera quella ragazza che avrebbe potuto demolirlo con i suoi ricordi. Il pubblico ministero di Milano ritiene di aver raccolto prove così "evidenti" da rendere superflua l'udienza preliminare e necessario un giudizio immediato (lo chiede ora al giudice). L'accusa deve dimostrare che Silvio Berlusconi abusa della sua qualità di presidente del Consiglio per ottenere la liberazione di Ruby (è concussione). Ci riesce in modo documentale. L'intervento del capo del governo produce un'agitazione indiavolata nei funzionari di polizia (ecco il numero ossessivo di telefonate, 24); decisioni oblique (ecco che cosa ha ordinato il pubblico ministero dei minori, inascoltato e contraddetto); comportamenti indebiti (ecco comprovato come i genitori di Ruby - hanno la patria potestà - furono ascoltati soltanto due ore dopo l'affidamento della minore alla Minetti). Dimostrata la concussione (il reato più grave), il pubblico ministero deve documentare che Berlusconi è stato costretto a intervenire per nascondere alla magistratura e all'attenzione pubblica "il puttanaio" (è la formula scelta da una testimone) che s'organizza in casa a volte anche con Ruby, la minorenne.

Quindi, è vero che Ruby conosce Berlusconi?
Sì, dal 14 febbraio al 2 maggio 2010, si contano 67 contatti telefonici tra Ruby e il presidente. Una telefonata al giorno, quasi. È vero che Ruby è stata ad Arcore? Sì, dal 14 febbraio al 2 maggio 2010 Silvio Berlusconi e la teenager si vedono tredici volte. La minorenne dorme sotto il tetto di Villa San Martino con una frequenza di una volta ogni sei giorni in quel periodo È una prova più che solida della loro frequentazione. Ora bisogna chiedersi che cosa faceva la ragazza per vivere, che cosa ha fatto ad Arcore e dimostrare che le serate dal presidente sono licenziose. Quattro testimoni confermano il primo racconto di Ruby: vedono le stesse scene nel sotterraneo del "bunga bunga": è una routine. Decine di documenti acustici (le telefonate) lo convalidano. Per configurare il reato (sfruttamento della prostituzione minorile) bisogna però dare la prova che tra il capo del governo e Ruby ci sia stato o del sesso o qualcosa che gli somigli (anche un "palpeggiamento", per i minori, è "atto sessuale").

Le fonti di prova non mancano. Ruby è vissuta di prostituzione prima di conoscere Berlusconi e di prostituzione è vissuta dopo, come molte giovani donne - qualcun'altra ancora minorenne - regolarmente invitate alle "serate del presidente". È una prova logica che Ruby ad Arcore si sia prostituita o sia stata "palpeggiata" (tutte lo sono) e per questo sia stata prima ricompensata con ricchezza, poi ancora premiata con la promessa di cinque milioni di euro per tenere la bocca chiusa sui rapporti con il presidente. Un processo non è altro che una storia. O meglio una comparazione di storie. Si combinano notizie sparse, fatti frammentati, segmenti di eventi. Se ne fa una narrazione. In competizione con un'altra raccontata in modo diverso, da un diverso punto di vista, con scopi diversi (dall'accusa, dalla difesa, dai testimoni), chiede di essere privilegiata da un giudice nel processo rispetto alle altre perché più coerente, più documentata, più dotata di senso.

Ora è stravagante (in apparenza) che Silvio Berlusconi non proponga alcuna narrazione plausibile. Preferisce all'attendibilità documentata, il nonsense. Naturalmente parla dell'affaire. Anzi ne straparla con asfissiante logorrea in quei suoi flussi verbali d'impudenza monstre. È vero che la "storia" narrata dalla difesa può legittimamente essere parziale, partigiana, addirittura manipolata e fuorviante, ma anche per la difesa vale la regola che chi afferma che un fatto è vero ha l'onere di dimostrare la verità della sua affermazione. Appena l'altro giorno (4 febbraio), ricevendo a cena i deputati del Gruppo dei Responsabili, Berlusconi ha detto di non aver "mai avuto colloqui diretti con questa Ruby, è solo una ragazza che mi è stata segnalata, nulla di più". Cancellate le prove evidenti del contrario (i contatti telefonici, i soggiorni in villa, le sue stesse ammissioni). Il premier ripete di non aver mai saputo che Ruby fosse minorenne. Ora lasciando cadere le testimonianze che lo contraddicono, perché allora il capo del governo chiede al capo di gabinetto di "affidare" Ruby alla Minetti (si "affidano" i minori, non i maggiorenni)? Perché ostinarsi a ripetere "non ho mai pagato una donna", quando i documenti bancari, le agende delle ragazze, le loro conversazioni dimostrano il contrario: sempre egli paga le donne che ospita e con cui fa sesso? Perché continuare a ripetere che davvero credeva Ruby "nipote di Mubarak"?

Appare chiaro che Berlusconi non ha alcuna intenzione di dimostrare in un processo al giudice la sua innocenza. Il premier sa bene che le testimonianze raccolte per le indagini difensive tra le ragazze che mantiene, i dipendenti che retribuisce e ministri che accoglie nel governo (Frattini, Galan, Bonaiuti) - tutti testimoni party-oriented - pesano sulla bilancia della giustizia come un fiocco di polvere. Non può ignorare che alcune iniziative possono essere smascherate in un batter di ciglia (dice d'essere in grado di dimostrare che Ruby era maggiorenne quando l'ha incontrata e a Milano corre voce che presto apparirà un passaporto taroccato). Racconta questa storia: sono ricco e generoso, per rilassarmi organizzo di tanto in tanto qualche festa con ragazze che hanno bisogno di aiuti che io non nego e senza chiedere nulla in cambio come è accaduto anche con la "nipote di Mubarak" che non ho toccato neanche con un dito anche perché non l'ho mai incontrata. È fumo negli occhi. È illusionismo. È imbroglio. Berlusconi ha rinunciato già al processo (aveva promesso che lo avrebbe affrontato a viso aperto). I fatti sono per lui inaffrontabili e vuole giocare la partita fuori del processo.

Vediamo come. Egli confida di persuadere l'opinione pubblica con omissioni, favole e qualche trucco sublunare. È la manovra che gli consente di creare un ambiente favorevole a un colpo di mano "politico" che sottragga il processo ai giudici di Milano. E, se non il processo, almeno le fonti di prova: pensa a un decreto d'urgenza per correggere l'uso delle intercettazioni, anche degli "ascolti" che lo mettono nei guai. Non si può dire che sia un tableau à sensation. Lo si è già visto. Berlusconi chiede che sia il potere politico che ha - e quindi il governo che presiede; la maggioranza parlamentare che ha nominato o comprato - a togliergli le castagne dal fuoco. Pretende che il pubblico ministero di Milano sia dichiarato incompetente (dottrina e giurisprudenza lo negano) per volontà e decisione politica. Invoca il giudizio del Tribunale dei ministri ("sono anche loro togati, no?", dice). Non spiega che, per giudicare, quel Tribunale deve essere autorizzato dal Parlamento: un consenso che sarà sempre negato. La storia, la narrazione dietro cui nascondere le sue responsabilità deve tenersi lontana dai fatti. Lontano dai fatti, il premier può lasciarsi proteggere da un bislacco "avvocato" e da un inatteso "testimone". Il difensore che Silvio Berlusconi si è scelto è il Parlamento che controlla e corrompe.

Lo ha già mosso contro la procura di Milano (nei giorni dell'autorizzazione negata alla perquisizione dell'ufficio del ragiunatt che paga le zambraccole). Ancora lo muoverà facendogli presto sollevare un
conflitto di attribuzione e uno scontro totale contro la magistratura e forse contro il capo dello Stato (che già chiede: dov'è l'urgenza per il decreto intercettazioni?). Il testimone chiamato a scagionarlo non è tra gli attori dell'affare penale. È un'opinione pubblica affidata ai tecnici della contraffazione. La litania che salmodiano, questa volta, non ripete troppo la favola della "persecuzione giudiziaria". È una tiritera quasi privata, intimista, intimidatoria. Fa leva sulla mancanza di fiducia in se stessi degli italiani, in una mancanza di orgoglio e di amor proprio del Paese. L'argomento, ripetuto come una filastrocca, è questo: "Chi sono io, chi sei tu per giudicare? Siamo tutti uguali, siamo tutti inclini a fare il male e quanti cercano o fanno finta di essere onesti sono solo dei santi o degli ipocriti, ma in entrambi i casi che ci lascino in pace". Queste domande dovrebbero custodire lo spirito del tempo. È nota la fallacia del concetto di colpa collettiva, di chi sostiene che, se giudicati, tutti risulteremmo colpevoli: fai prevalere il concetto di colpa collettiva e non resterà più nessuno da chiamare per nome. È quel che pretende il Re denudato.

Per fortuna - ci ha spiegato Hannah Arendt (Responsabilità e giudizio) - esiste ancora nella nostra società un'istituzione dove è impossibile sfuggire alle proprie responsabilità, dove ogni giustificazione di carattere astratto e generico - dallo Zeitgeist, alla sessualità, al narcisismo - crolla. In un'aula di tribunale non vengono giudicati tendenze, culture, antropologie, ma persone in carne e ossa che hanno commesso atti perfettamente umani, ma violando le leggi che riteniamo essenziali per l'integrità del nostro vivere comune (c'è qualcosa di più sacro del corpo dei minori?). I problemi giuridici e morali, è vero, non sono la stessa cosa, ma possiedono comunque una certa affinità, perché "entrambi presuppongono la facoltà del giudizio".

È giustappunto un giudizio, il giudizio che Berlusconi non può permettersi né accordare ad alcuno. È un possibile giudizio che gli italiani dovrebbero consentirsi perché non è vero che nessuno può essere responsabile o possa rispondere degli atti che ha commesso, dei comportamenti che ha tenuto. La possibilità di giudicare appare, nel tempo che ci separa dall'inizio di questo processo, lo "scandalo" che deciderà dei nostri giorni futuri.

(10 febbraio 2011)