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giovedì 29 dicembre 2011

Wikipedia e il cardinale Scola




GIANNI BARBACETTO

Tutto è nato da un articolo del Fatto Quotidiano, pubblicato il 19 giugno 2011: “Alla vigilia dell’ordinazione, il rettore Attilio Nicora decide di ‘ fermare ’ il giovane Scola. Il seminario milanese ha una tradizione antica e prestigiosa, che risale a San Carlo Borromeo: non può tollerare che alcuni seminaristi vivano tra i chiostri silenziosi di Venegono come fossero un corpo separato, senza riconoscere davvero l’autorità dei superiori, dei professori, dei teologi, del padre spirituale, perché hanno i loro maestri, i loro superiori, i loro teologi, i loro padri spirituali. Monsignor Nicora spiega ai ciellini che vogliono farsi ordinare preti che non possono usare il seminario ambrosiano come fosse un taxi”.

Dunque l’attuale arcivescovo di Milano è stato, da giovane, di fatto espulso dal seminario milanese. La vicenda finisce su Wikipedia, che cita la fonte: l’articolo del Fatto. A questo punto, però, si muove padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa vaticana. Contatta, con estrema cortesia, il sottoscritto, chiedendogli se è in grado d’indicargli la via per far cambiare la voce di Wikipedia, poiché questa mette in grave imbarazzo un altro cardinale, monsignor Attilio Nicora, il quale nega di aver “fermato” Scola: questi viene ordinato sacerdote nel luglio 1970, mentre Nicora diventa rettore del seminario milanese soltanto nell’ottobre successivo.

Chi scrive non sa dare al gentilissimo padre Lombardi alcuna indicazione utile su come cambiare una voce di Wikipedia. Ma passano alcune settimane e accade il miracolo. Dall’enciclopedia on line scompare la notizia di Scola “fermato” per “settarismo”, sostituita da una nota che dice così:

“Gianni Barbacetto, nel suo articolo ‘ Scola a Milano, la rivincita del vescovo di Cl’, sostenne che ‘alla vigilia dell’ordinazione il rettore Attilio Nicora decide di fermare il giovane Scola’, perché aderente al movimento di Cl. Questa vicenda non trova conferma nella realtà, in quanto Scola fu ordinato nel luglio 1970 e Attilio Nicora divenne rettore del seminario solo il 7 ottobre 1970. Lo spostamento di Scola a Teramo fu motivato dalla decisione dei suoi superiori a Venegono di attendere 18 mesi di ferma militare prima della sua ordinazione; Scola preferì invece essere ordinato subito”
.

Ammettiamo allora che non sia vera la vox populi che attribuisce proprio a Nicora – non ancora rettore, ma già autorevole professore a Venegono – la decisione di “fermare” il ciellino candidato al sacerdozio. La decisione formale è quindi del rettore precedente, l’indimenticato monsignor Bernardo Citterio. Ma la sostanza resta immutata: la diocesi di Milano sceglie di non procedere neppure all’ordinazione diaconale di Scola, che gli avrebbe evitato il servizio militare. È di fatto un’espulsione.

Vecchie storie degli anni Settanta, in cui le passioni ideologiche erano forti, a destra, a sinistra e anche nella Chiesa. Nei decenni successivi, Scola non ha mancato di dimostrare libertà di pensiero e autonomia anche dal movimento in cui è cresciuto. Ma i fatti restano fatti: Wikipedia ora cambierà di nuovo la voce su Scola, cardinale arcivescovo di Milano e, chissà, possibile futuro papa?

Il Fatto Quotidiano, 29 dicembre 2011 

mercoledì 28 dicembre 2011

SUPERPOLIZIOTTI DALLE STELLETTE ALLE STALLE




Arrestano i boss, indagano sulla mafia poi finiscono anche loro nelle inchieste
di Gianni Barbacetto

Il poliziotto al confine tra il bene e il male è un perfetto personaggio da romanzo. Il commissario parigino Jean-Baptiste Adamsberg narrato da Fred Vargas brancola nel buio e a lungo acchiappa nuvole, prima di riuscire ad acchiappare i colpevoli. Lo sbirro Fabio Montale creato da Jean Claude Izzo si aggira in una Marsiglia vischiosa e malavitosa che finisce per contagiare anche lui. La realtà italiana, però, al solito supera la fantasia e sono più d'uno i poliziotti in carne e ossa che vengono accusati di aver oltrepassato quel confine. Di avere fatto patti con il diavolo di cui erano a caccia.
L'ultimo è Vittorio Pisani, ex dirigente della squadra mobile di Napoli, l'uomo che ha catturato i capi di Gomorra, i boss dei Casalesi Antonio Iovine e Michele Zagaria. Amatissimo dai suoi agenti, Pisani è stato rinviato a giudizio per rivelazione di segreto, favoreggiamento, abuso d'ufficio e falso. Il nemico giurato dei camorristi e dei riciclatori ora è accusato di aver favorito i riciclatori. Secondo i pm di Napoli, Pisani sapeva che Mario Potenza e i suoi figli ripulivano soldi sporchi, ma non è intervenuto, per fare un favore a un suo amico, l'imprenditore Marco Iorio, gestore di ristoranti e socio di Potenza. Di più: gli avrebbe rivelato l'esistenza di una indagine su di lui, fornendogli anche suggerimenti su come modificare gli assetti societari e far sparire i soldi in Svizzera. Ora sarà il tribunale di Napoli a giudicare, nel processo che prenderà il via il 24 gennaio, se l'investigatore che ha sconfitto i Casalesi ha tradito il suo giuramento di fedeltà alla legge.
   A Milano, intanto, è aperto da tre anni un caso che coinvolge uno dei poliziotti più noti della città, Carmine Gallo. Memoria storica dell'antimafia al Nord, profondo conoscitore delle famiglie della ‘ndrangheta, Gallo è lo sbirro che ha risolto decine di casi, dal sequestro di Alessandra Sgarella a quello di Cesare Casella, fino all'omicidio di Maurizio Gucci. È lui a raccogliere le prime confessioni di Saverio Morabito, gran pentito della ‘ndrangheta a Milano. È lui a riconoscere, seduti ai tavolini di un bar di Buccinasco, nel marzo 1988, i tre più importanti boss calabresi: Giuseppe Morabito u Tiradrittu, gran maestro delle cosche di Africo, Antonio Pelle detto Gambazza, il principe nero di San Luca, ed Antonio Papalia, boss di Platì, referente al Nord della mafia calabrese e padrone di casa di quel summit storico.
   GALLO tre anni fa è entrato in un tunnel di cui non vede ancora l'uscita: è indagato dalla Procura di Venezia per i suoi contatti con un informatore, Federico Corniglia, in passato ottima fonte per districarsi nel vischioso mondo della criminalità e risolvere casi difficili. I pm veneziani gli contestano l'associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, mentre intanto i criminali veneti che avrebbe favorito, attraverso Corniglia, sono stati assolti in appello sia dall'accusa di associazione a delinquere, sia da quella di traffico di droga (per loro l'accusa si è ridotta a spaccio). Dopo tre anni, lasciata la questura milanese di via Fatebenefratelli, di cui era uno degli investigatori di punta, ha voluto tornare a fare lo sbirro di strada, il commissario di periferia. In attesa di vedersi restituito l'onore.
   Tutt'altra storia quella di altri investigatori ormai inchiodati da sentenze definitive per i loro patti col diavolo, da Bruno Contrada al generale dei carabinieri Francesco Delfino. Quest'ultimo, che nella sua carriera ha attraversato molte delle vicende più nere della Repubblica, dalla strage di Brescia al sequestro di Aldo Moro, è stato infine condannato con sentenza definitiva per truffa aggravata: avrebbe approfittato del rapimento dell'amico Giuseppe Soffiantini per truffare alla famiglia la somma di circa 800 milioni di lire, sostenendo falsamente che quei soldi sarebbero stati impiegati per ottenere la liberazione dell'amico sequestrato. Prima di questo epilogo, era stato proprio Carmine Gallo a puntare per primo il dito sul generale: secondo le testimonianze di Saverio Morabito, Delfino avrebbe risolto brillantemente molti sequestri di persona realizzati in Lombardia negli anni Settanta, perché sarebbe stato in strettissimo contatto con un uomo della ‘ndrangheta che li organizzava. Ma queste accuse sono state poi archiviate.
   Bruno Contrada, invece, ex capo della squadra mobile di Palermo ed ex dirigente del Sisde (il servizio segreto civile), è stato condannato a 10 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. A incastrarlo, le testimonianze provenienti dall'interno di Cosa nostra di molti collaboratori di giustizia, da Gaspare Mutolo a Tommaso Buscetta, da Salvatore Cancemi a Giuseppe Marchese. Lo scenario è quello dei rapporti tra apparati istituzionali e criminalità organizzata: lo stesso scenario in cui si è mosso Mario Mori, ora sotto processo per la trattativa mafia-Stato. Nel 1992, dopo la strage in cui morì Giovanni Falcone, da capo operativo del Ros carabinieri, Mori aprì una delle trattative con gli uomini di Cosa nostra.
   Nei romanzi, il poliziotto che cammina in equilibrio instabile sul confine tra legalità e illegalità riesce quasi sempre a salvarsi l'anima. Nella realtà italiana non sempre ce la fa.

giovedì 3 novembre 2011

“SONO STATA MONITORATA COME WOODCOCK”



Il giudice Nuzzi: “Colpita dal Csm per aver dato ragione a De Magistris”

di Gianni Barbacetto

Gabriella Nuzzi ora è giudice a Latina. Ci va ogni mattina da Napoli, dove abita con la famiglia. Sono 400 chilometri al giorno. È finita a Latina dopo che il Consiglio superiore della magistratura le ha inflitto la pena del trasferimento di sede e funzione. Era sostituto procuratore a Salerno e in quella sede giudiziaria le era capitato di dover verificare le indagini di Luigi De Magistris, allora pm a Catanzaro. “Sì, sono stata punita dal Csm senza neppure la possibilità di difendermi compiutamente”, racconta. “L'8 gennaio 2009 il ministro della Giustizia Angelino Alfano chiede il trasferimento cautelare d'urgenza per me e per il collega Dionigio Verasani. In dieci giorni, il 19 gennaio, la sezione disciplinare del Csm accoglie la richiesta e il 24 febbraio il Csm ci manda in una sede fuori Campania, io a Latina, Verasani a Cassino”.

TUTTO ERA NATO a causa della famosa “guerra tra le procure”, Salerno contro Catanzaro, attorno alle indagini di De Magistris. “Noi non abbiamo fatto alcuna guerra. Semplicemente, alla Procura di Salerno erano arrivati esposti contro De Magistris e quest'ultimo, a sua volta, aveva denunciato reati in suo danno. Così nel novembre 2007 furono aperti due filoni d'indagine. Iniziammo a indagare con grande accuratezza", racconta Gabriella Nuzzi. "Poi, il 2 dicembre 2008, furono eseguite le perquisizioni negli uffici giudiziari di Catanzaro e sequestrati i fascicoli dei procedimenti Poseidone e Why Not, con un lungo e motivato decreto. Catanzaro reagì controsequestrando il fascicolo Why Not e fu montata l'enorme bugia della cosiddetta guerra tra procure. Intervenne sulla vicenda anche il capo dello Stato. E rapidissima arrivò la punizione: io trasferita a Latina, Verasani a Cassino e il nostro capo, il procuratore Luigi Apicella, fu sospeso dalle funzioni a dallo stipendio. Io fui punita con la perdita di 6 mesi d'anzianità, Verasani con 4 mesi. Perché tutto ciò?”.

Gabriella Nuzzi si ferma. Poi cerca di spiegarlo soprattutto a se stessa: “L'attenzione che ho ricevuto per le mie denunce, come magistrato, moglie e madre, è stata meno di zero. Nelle nostre indagini avevamo scoperto il meccanismo con cui si distrugge un magistrato. Avevamo visto che le inchieste di De Magistris – Poseidone, Why not e Toghe lucane – avevano toccato interessi e persone che non dovevano essere toccate. Avevamo scoperto un sistema trasversale di potere, con contatti anche dentro gli uffici giudiziari. De Magistris aveva messo il naso in cose dove non si doveva mettere il naso, aveva fatto perquisire Luigi Bisignani, stava anticipando l'indagine sulla cosiddetta P4. Per questo era stato fermato. E noi a Salerno avevamo scoperto il meccanismo di reazione: prima indebite pubblicazioni sulle indagini, riprese dal parlamentare di turno che creava il caso politico; delle fughe di notizie era subito accusato il magistrato titolare delle indagini, contro cui partivano procedimenti disciplinari e penali. A questo punto, montava la delegittimazione del magistrato , che veniva massacrato anche a mezzo stampa”.

Nuzzi prosegue il suo ragionamento: “Ecco le mie gravissime colpe. La prima: aver scoperto come si delegittima un magistrato come De Magistris e averlo scritto nella mia richiesta d'archiviazione depositata e resa pubblica nel giugno 2008. La seconda: aver raccolto le denunce di De Magistris e aver capito e scritto come gli erano state strappate le indagini".

ANCORA ALL'INIZIO dell'ottobre 2011, il Giornale ha scritto degli "Sms proibiti tra la pm e De Magistris". "Ma quali sms proibiti?", risponde Nuzzi. "De Magistris fu autorizzato a informarci telefonicamente, tramite la polizia giudiziaria o direttamente, di ogni particolare d'interesse sulle sue inchieste e sulla sua sicurezza. Le sue dichiarazioni venivano verbalizzate in uffici giudiziari o in caserme alla presenza di un magistrato, della polizia giudiziaria e altri collaboratori. Ogni giorno informavo il procuratore degli sviluppi delle indagini e del contenuto delle comunicazioni di De Magistris. Ho riempito pagine e pagine di informative su De Magistris e gli altri magistrati inviate alla procura generale della Cassazione e al Csm. Credevo di essere trasparente e leale, ma sono stata a mia volta punita e delegittimata: sin dall'aprile 2008 iniziarono a circolare inquietanti voci che ero stata uditrice di De Magistris, che addirittura ero stata in vacanza con lui al mare, mentre in realtà non lo avevo mai visto prima della sua prima audizione, il 2 novembre 2007. E poi è stata montata l'enorme balla che le indagini della procura di Salerno sono state eterodirette da De Magistris”.

Delegittimata dai colleghi, punita dal Csm, Gabriella Nuzzi nel gennaio 2009 dà le dimissioni dall'Associazione nazionale magistrati con una lettera molto polemica. “Ci hanno punito anche perché il nostro decreto di perquisizione degli uffici giudiziari di Catanzaro era di 1.400 pagine: troppo accurato, troppo motivato, come se ci fossero limiti alla possibilità di motivare. Eppure quel provvedimento è stato dichiarato legittimo dagli organi giurisdizionali competenti”.

Ora le nuove indagini di Henry John Woodcock dimostrano quanto fossero giuste le intuizioni di Nuzzi e dei suoi colleghi di Salerno. “Sono convinta di essere stata illegalmente monitorata a partire da quel 4 giugno 2008, quando per la prima volta il procuratore Apicella si recò a Catanzaro per chiedere le carte del procedimento Why not, ritornandosene poi a mani vuote. Sono convinta che la cosiddetta guerra tra procure fu creata ad hoc per torturarci con interrogazioni parlamentari, ispezioni, procedimenti disciplinari e penali, per allontanarci dalla Campania e per distruggerci definitivamente agli occhi della pubblica opinione".

"DALL'ILLEGALE controsequestro del Why not operato dalla procura generale di Catanzaro (su cui nessuna procura italiana, nonostante le denunce, ha mai indagato) scaturì un procedimento penale a mio carico, dei colleghi di Salerno e di De Magistris per abuso d'ufficio e interruzione di pubblico servizio. Il procedimento fu trasferito a Roma e assunto in carico dal procuratore aggiunto Achille Toro (nonostante dal decreto di perquisizione e sequestro emergessero nominativi di suoi conoscenti). E, guarda caso, furono acquisiti i tabulati telefonici miei e di De Magistris proprio a partire dal quel 4 giugno 2008. Alla fine il procedimento è approdato a Perugia, dove è stato definito con l'archiviazione. Ma chi mi toglierà il fango che mi è stato buttato addosso? Oggi continuo a lavorare con l'impegno di sempre, andando ogni giorno da Napoli a Latina. Ma mi inquieta il silenzio delle istituzioni e della magistratura associata che avrebbero il dovere di tutelare i magistrati onesti”.

venerdì 14 ottobre 2011

Pisapia, salva i “combattenti”


GIANNI BARBACETTO

Ci sono, in una città, cose minime, storie piccole, paesaggi urbani minori, che però contribuiscono a fare, di un luogo, un luogo in cui è un po’ più bello vivere. Sono segnali impercettibili, di cui solitamente ci si accorge soltanto quando non ci sono più. Facevano parte del fondale urbano, chi ci badava? Ma una volta scomparsi, resta, impercettibile, l’irrimediabile rimpianto di una storia finita.

A Milano, uno dei piccoli luoghi che andrebbero preservati (ce ne sono tanti, come sanno soltanto i pochi che vogliono davvero bene a questa strana città) è il circolo “Combattenti e reduci” ospitato nel casello del dazio al lato sinistro dell’Arco della pace. L’associazione nazionale Combattenti e reduci (Ancr) è stata fondata con regio decreto nel 1923. I suoi circoli, in giro per l’Italia, stanno sopravvivendo ai combattenti e ai reduci che sono in via d’estinzione: per fortuna, nel senso che dopo il Secondo conflitto mondiale le guerre non si sono ripetute, almeno quelle dichiarate e quelle combattute in casa.

Il circolo dell’Arco della pace (curioso questo cortocircuito tra guerra e pace) è un luogo dove i pensionati vanno a giocare a carte, il pomeriggio; ma è anche una trattoria, cucina davvero casalinga e prezzi davvero modici, nel centro di Milano. È un assoluto anacronismo estetico e commerciale, a un passo dai nuovi locali fighetti di corso Sempione, disegnati dagli architetti e frequentati da modelle emaciate e boys dall’incerta vocazione.

La città è questo: sovrapposizione di esperienze e di progetti, di costruito e di vissuto, di passato e di futuro. Tutti uguali sono i quartieri dormitorio e certe città giardino spacciate come meraviglie da imprenditori molto egoriferiti. La metropoli, invece, è commistione, intreccio, sovrapposizione, contagio. Vivano, dunque, i locali dell’happy hour. Ma vivano anche i “Combattenti e reduci”. Non per gusto passatista, nostalgismo d’accatto, elogio dei miserabilini. Ma per voglia di diversità, gusto del molteplice, moltiplicazione delle esperienze estetiche e dei vissuti urbani.

Qui scatta una confessione: a chi scrive piacciono i grattacieli (e New York non è forse la più “forte” città del mondo?). Nessuna banale nostalgia del passato, dunque, di una vecchia Milano con il “coeur in man” (è poi mai esistita?). Ma accanto ai grattacieli (possibilmente costruiti senza mazzette e senza delegare le scelte urbane d’interesse collettivo a chi riesce a mettere le mani sulla città), lasciateci anche i “Combattenti e reduci”.

Invece la famiglia di Annamaria Pignataro, che dal 1994 conduce la trattoria e il circolo dell’Arco della pace, il 28 febbraio 2012 dovrà andarsene. Sfratto esecutivo. Avrebbe dovuto lasciare i locali e l’attività già il 30 settembre, ma “siamo riusciti a ottenere una proroga, perché abbiamo messo la cosa in mano a un avvocato”.

La vicenda è precipitata dopo l’entrata in scena del Demanio dello Stato. Prima il dazio dell’Arco della pace era gestito dal Comune di Milano, a cui i gestori hanno pagato regolarmente l’affitto per anni. Poi è arrivato il Demanio, che ha intimato lo sfratto. Ci sarà senz’altro qualche buona ragione per questa scelta e ci sarà pure una solidità burocratica dietro questa decisione. Ma se al di là della burocrazia si riuscisse a intravvedere anche un minimo di progettualità urbana (assurdo chiederla al signor Demanio?), allora si potrebbe sperare che il circolo dei “Combattenti e reduci” dell’Arco della pace possa sopravvivere.

Il Fatto Quotidiano, 13 ottobre 2011

giovedì 6 ottobre 2011

IL PILOTA E LA CACCIA AL TESORO


di Gianni Barbacetto

Il comandante Giorgio Mona è un pilota “a quattro strisce e una stella”. È stato per molti anni il pilota degli aerei privati dell’architetto Bruno De Mico, protagonista negli anni Ottanta dello scandalo “Codemi” e di quello che è stato chiamato “scandalo delle carceri d’oro”.

Ha portato in volo, tra gli altri, Franco Nicolazzi, Giulio Andreotti, Bettino Craxi, Renato Altissimo, Egidio Sterpa, Francesco De Lorenzo, Duilio Poggiolini e anche sua moglie Pierr De Maria, quella del puff in camera da letto imbottito di certificati di deposito per 10 miliardi di lire.

De Mico, arrestato con l’accusa di aver pagato tangenti ai politici per ottenere gli appalti, fu alla fine ritenuto concusso, cioè obbligato a pagare per poter lavorare. Vecchia storia dimenticata, sepolta sotto mille storie simili, prima quelle della Tangentopoli degli anni Novanta, poi quelle delle mazzette stile Seconda Repubblica, fino a oggi.

De Mico muore il primo gennaio 2010. A questo punto, il comandante Giorgio Mona resta senza lavoro, ma con un contratto ancora valido. Si rivolge agli eredi di De Mico e chiede ciò che pensa gli spetti: gli arretrati, gli adeguamenti, le ferie, i riposi non goduti, gli scatti d’anzianità, i versamenti Inps, la liquidazione...

La famiglia gli risponde picche.

La vedova, oltretutto, si è trasferita a Londra e non ne vuol sapere di riaprire la porta sul passato del marito.

A questo punto, il comandante, per far valere quelli che ritiene i suoi diritti, si trasforma in investigatore e, con l’aiuto anche di un’agenzia specializzata, inizia una caccia al tesoro, per scoprire le proprietà (anche all’estero) del suo ex datore di lavoro. Per poter dire al giudice: vede? non mi vuole pagare, eppure i soldi ci sono.

Così il pilota delle valigette molto riservate trasportate sulla rotta Milano-Roma ha scoperto i beni e la rete di società dell’uomo che anticipò Tangentopoli.

Scopre subito la Dudmaston Ltd (Bahamas), a cui era intestato l’ultimo aereo dell’architetto, un Cessna Citation X, giocattolo da 22 milioni di dollari.

Scopre gli immobili di famiglia: Villa Soave a Capiago Intimiano, con parco di 20 ettari; un appartamento in via del Gesù, in pieno centro di Milano; e la residenza di Londra, a Eaton Square.

Le case di Milano e di Londra sono in affitto, dice la famiglia, la villa di Capiago è della società Finimo.

Di chi è la Finimo? Amministratore unico Monica Canova, fiduciaria svizzera con sede a Chiasso.

Ma dal 2004 la Finimo appartiene alla Shermann, società con base a Dover, Delaware, Usa.

Poi passa alla Rosevalley Sa, Lussemburgo. Che è al 50 per cento della Rosevara Ltd e al 50 per cento della Sanlux Investiments, due società basate a Dublino, Irlanda. Controllate dalla Guanara Incorporate, British Virgin Islands.

Complesso il sistema delle scatole cinesi usato, ma alla fine, scopre il pilota diventato cacciatore di tesori, la proprietà vera è sempre di Bruno De Mico e della sua famiglia. Segue richiesta al giudice del lavoro. Udienze, rinvii, altre udienze, ulteriori rinvii. Ora un giudice ha deciso che sì, il comandante Giorgio Mona ha diritto almeno a una parte dei soldi che pretende. Un altro giudice stabilirà la cifra.

Finisce così la caccia al tesoro del pilota di Tangentopoli. Non senza rimpianto: com’erano belli gli scandali della Prima Repubblica, confrontati con quello che è venuto dopo, guazzabuglio di P4 e bunga-bunga.

martedì 4 ottobre 2011

TUTTI E TRE A GIUDIZIO






Bunga bunga, processo per Fede, Mora e la Minetti L’igienista dentale: “Le ragazze le portava Tarantini”

di Gianni Barbacetto

Niente fan, niente contestatori: il B-Day si è consumato tutto all’interno del Palazzo di Giustizia milanese. Al primo piano, udienza del processo a Silvio Berlusconi, accusato di concussione e di prostituzione minorile, per aver pagato Karima El Mahroug in arte Ruby: il tribunale ha respinto le richieste degli avvocati Niccolò Ghedini e Piero Longo di bloccare il processo, in attesa che si pronunci la Corte costituzionale. Dunque il dibattimento andrà avanti e presto comincerà, davanti ai giornalisti di tutto il mondo, la sfilata delle ragazze che partecipavano alle “cene eleganti” di Arcore.

Al settimo piano, udienza preliminare a carico dei tre accusati di essere i “fornitori” di carne fresca per le “cene eleganti”: Nicole Minetti, Lele Mora ed Emilio Fede sono stati rinviati a giudizio; per loro il dibattimento per induzione e favoreggiamento della prostituzione, anche minorile, comincerà il 21 novembre, davanti alla quinta sezione penale del tribunale di Milano.

DUE A ZERO per la Procura di Milano. Berlusconi sarà processato per due gravi reati, senza la prescrizione alle porte. E i suoi tre amici Fede, Mora e Minetti saranno sottoposti a un dibattimento destinato a confermare udienza dopo udienza i contorni del bunga-bunga: travestimenti da Bagaglino, spogliarelli da night di Podgorica, danze erotiche, statue di Priapo, scene saffiche recitate per uno, due vecchi, ricchi e soli; alla fine, distribuzione delle buste, zeppe di banconote da 500 euro. Altro che “cene eleganti”.

Il B-Day, in questo memorabile 3 ottobre 2011, si consuma in assenza dei protagonisti principali: non è presente Silvio Berlusconi, non c’è Emilio Fede, è ricoverato in ospedale Lele Mora, nel frattempo incarcerato per bancarotta. Non ci sono neppure i supporter, la pasionaria Daniela Santanchè, il senatore Mario Mantovani, il medico Angelo Zangrillo, che segue Silvio come un’ombra. C’è invece Nicole Minetti, accompagnata dal padre incravattato dentro un completo blu. “Sono qui perché volevo vedere e farmi vedere dal mio giudice”, ha spiegato. “Sono a pezzi, non ho dormito stanotte, tanto ero agitata”. Il volto è però sereno e sorridente, giacca avvitata scura, jeans scuri, maglietta scura, un piccolo crocifisso che brilla al collo, borsa Prada, scarpe col tacco e la suola rossa, tipo Louboutin.

Ma ci sono soprattutto le ragazze che potranno diventare le vere protagoniste di questo processo. Sono quelle che hanno rotto il fronte, che sono state ad Arcore, hanno visto il bunga-bunga con i loro occhi e hanno deciso di venirlo a raccontare in aula. Ambra Battilana e Chiara Danese arrivano presto da Torino, accompagnate dai loro avvocati Patrizia Bugnano e Stefano Castrale. Imane Fadil, 26 anni, sale la scalinata del palazzo di giustizia poco dopo le 9, con a fianco l’avvocato Danila De Domenico, la sorella e il fratello, come lei arrivati a Milano da Fez, in Marocco. Jeans stretti, camicetta bianca, sciarpetta allacciata al collo, stivaletti stringati con tacco alto. “Fede è un bugiardo”, sussurra Imane. “I soldi non mi interessano, mi interessa la mia dignità. Mi sono ribellata perché non ne potevo più”. Quando il suo sguardo incrocia quello di Minetti, si fa di fuoco.

LA PRIMA PARTE dell’udienza al settimo piano, a porte chiuse davanti al giudice Maria Grazia Domanico, affronta il tema delle intercettazioni telefoniche. Devono essere tutte trascritte, chiedono gli avvocati della difesa, Nadia Alecci e Gaetano Pecorella per Fede, Luca Giuliante e Nicola Avanzi per Mora, Pier Maria Corso per Minetti. Manovra dilatoria, per tirare in lungo il processo, si oppongono il procuratore aggiunto Pietro Forno e il sostituto Antonio Sangermano. I legali si oppongono anche all’utilizzo nel processo di documenti sui conti bancari di Berlusconi, da cui sono partiti i soldi per le ragazze del bunga-bunga. Il giudice decide: le carte bancarie potranno essere utilizzate; le telefonate da trascrivere saranno solo quelle indicate come pertinenti dalla procura. Anche per un motivo tecnico: le difese non hanno indicato i numeri di riferimento delle intercettazioni che avrebbero voluto far trascrivere.

Poi l’udienza preliminare vera e propria, che decide il processo per i tre che, secondo l’accusa, portavano le ragazze al Drago e per questo sono accusati di induzione e favoreggiamento della prostituzione di 32 maggiorenni e della minorenne Ruby.

IL GIUDICE sposta una data: il reato di induzione e favoreggiamento non sarebbe stato commesso (come segnalato dalla procura) dal settembre 2009, quando Fede incontra Ruby a un concorso di bellezza in Sicilia; ma dal dicembre successivo, quando la incrocia di nuovo a Milano. Il direttore del Tg4 recita davanti alla telecamere la parte dell’imputato che non si stupisce: “Non avrei mai messo in dubbio che il giudice dell’udienza preliminare si mettesse contro quella parte della procura di Milano che ha tra i suoi rappresentanti l’erede di Di Pietro, Ilda Boccassini. Mi presenterò in tribunale sempre, anche nei giorni in cui non c’è udienza”.

La difesa Minetti aveva provato a dire che Berlusconi non aveva bisogno dell’igienista dentale diventata consigliera regionale per portare le ragazze alle feste, perché il “fornitore” della Real Casa di Arcore era un altro, quel Gianpaolo Tarantini già sotto indagine a Bari. Non ha convinto il giudice. Il processo si farà. E le ragazze che hanno rotto il fronte, Ambra e Chiara e Imane, saranno testimoni-chiave per l’accusa. Non solo: parti civili, pronte a chiedere i danni per essere finite additate come prostitute del bunga-bunga.

martedì 20 settembre 2011

Politica, impresa e cocaina La ‘ndrangheta conquista Milano


Milano è la città in cui «la mafia non esiste». Lo affermava negli anni Ottanta il sindaco Paolo Pillitteri, lo ha ripetuto fino a ieri Letizia Moratti. Milano, già «capitale morale» del paese, è la città diventata oggi la nuova capitale della ’ndrangheta. Lo sostengono i magistrati che conducono le loro indagini tra Calabria e Lombardia. Milano è la città dove centinaia di persone sono state negli ultimissimi anni indagate, incriminate, arrestate per la loro partecipazione alle attività dei gruppi di criminalità organizzata. Molte di queste sono calabresi, ma alcune (soprattutto imprenditori) hanno cognomi e accento del tutto lombardi. Segno che, se «la mala pianta» è cresciuta così rigogliosa al Nord, è anche perché ha trovato un terreno particolarmente fertile e pronto ad accoglierla.

Milano è la città dove decine di politici e amministratori pubblici hanno il loro nome stampato nelle carte delle ultime indagini. Solo contiguità innocenti, piccole distrazioni, inquinamenti inconsapevoli? Ma poi, è tollerabile che un uomo politico possa essere così distratto e sprovveduto da non rendersi conto di trattare con gli uomini delle cosche? La «linea della palma» evocata da Leonardo Sciascia è da tempo arrivata al Nord. Almeno da quando un «eroe borghese » come Giorgio Ambrosoli poteva essere ucciso a Milano da un sicario mandato dal più potente banchiere privato italiano dell’epoca, Michele Sindona, grande riciclatore di Cosa nostra, senza che la città si accorgesse di quello che era successo, di quello che stava succedendo.

Oggi, più di vent’anni dopo, la città si prepara nel modo peggiore all’Expo del cemento e degli affari. E non dimostra di aver capito la lezione impartita dal suo stesso passato. Oggi un uomo, Nicola Padulano, può essere selvaggiamente picchiato a Milano da uomini mandati dai clan, senza che gli sia dedicata neppure una riga sui giornali. Oggi una donna, Lea Garofalo, può essere rapita in pieno centro e sciolta nell’acido, senza che la città si scuota. Oggi in Lombardia si paga il pizzo, si fanno affari, si spartiscono appalti, si smerciano chili di cocaina, si riciclano miliardi, si vendono voti, senza che cittadini si ribellino e soprattutto senza che le istituzioni reagiscano in modo netto, vigoroso, visibile.

In questo libro troverete ricostruiti la rete di potere, gli affari e i rapporti politici delle organizzazioni criminali a Milano e in Lombardia. Troverete i nomi e i cognomi. Ma troverete soprattutto le storie: dei boss e dei loro «bravi ragazzi», ma anche degli insospettabili imprenditori, fiancheggiatori, politici del Nord che stanno al loro fianco. Sono loro ad aver permesso che Milano sia diventata la nuova capitale della ’ndrangheta. Forse conoscere questi fatti, questi nomi, queste storie può essere un contributo a cambiare strada.

di Gianni Barbacetto e Davide Milosa

Il ministro e l’imprenditore vicino ai clan


Dalle carte dell'inchiesta Metallica emergono i rapporti societari di Ignazio La Russa con Sergio Conti condannato per usura con l'aggravante del metodo mafioso. La notizia è contenuta ne libro Le mani sulla città che racconta rapporti e infiltrazioni della 'ndrangheta in Lombardia

Qui di seguito un estratto del libro Le mani sulla città edizione Chiarelletere

Una brutta storia di usura ed estorsioni che ha per protagonista Pepè Onorato, boss della ’ndrangheta con un lungo curriculum criminale, e che sfiora Ignazio La Russa, allora deputato di Alleanza nazionale, e un suo fedelissimo, Massimo Corsaro, assessore alla Regione Lombardia e poi deputato Pdl. La Russa e Corsaro sono soci, almeno fino al 2010, di un imprenditore imputato per estorsione e condannato in primo grado: insieme dividono le quote delle società che controllano due locali di Milano, il Gibson Bar e l’Enoteca Gibson, che si affacciano ai due angoli di via Ristori con via Castel Morrone.

L’imprenditore è Sergio Conti, ex titolare di garage, che nel 2010 è stato condannato in primo grado nel processo «Metallica» a 6 anni di carcere per estorsione, aggravata dall’utilizzo del metodo mafioso. Questa storia inizia nei primi anni 2000, quando «il Gibson Bar − come dice in aula il pm Celestina Gravina − diventa il bar di elezione dell’avvocato, ma già onorevole, Ignazio La Russa, che lo frequentava con il suo entourage». Il Gibson «diventa un po’ il luogo di ritrovo di An e quindi ci sono feste e bella gente».

Il titolare del Gibson, Daniele Salton, è pieno di debiti ed è in mano agli usurai. Dopo qualche tentativo di tornare ad avere il controllo della situazione, è costretto ad abbandonare. Gli subentrano nuovi soci, tra cui Sergio Conti, che entra in confidenza con gli uomini di An che frequentano il locale, tra cui Massimo Corsaro. Conti chiede a Corsaro di entrare addirittura in società. L’assessore ci sta e coinvolge nell’affare anche l’amico Ignazio La Russa.

Con
ti vanta un credito di circa 300.000 euro nei confronti del precedente proprietario e dei suoi due soci, Luigi Ciriello e Claudio Motterlini. Tenta in tutti i modi di recuperare i soldi, ma non ci riesce. Salton, Ciriello e Motterlini non pagano: sono «i tre che hanno truffato un bar», come li definisce il collaboratore di giustizia che racconta questa brutta storia, Luigi Cicalese. Allora Conti si rivolge agli specialisti: il boss Pepè Onorato e i suoi uomini. Per il recupero crediti entra in azione Emilio Capone, un salernitano che tiene molto all’eleganza, insieme ai luogotenenti di Onorato, Antonio Ausilio e Vincenzo Pangallo detto Jimmy. L’accordo è che la cifra recuperata, come si fa in questi casi, venga divisa a metà: 50 per cento al creditore, Conti, 50 al gruppo di Onorato.

Daniele Salton, terrorizzato, si nasconde e spedisce la famiglia in una località segreta. Luigi Ciriello, avvicinato dalla banda di Pepè, decide che è meglio pagare e comincia a versare agli «esattori» di Onorato la sua quota (un terzo del debito totale): a rate, il 10 di ogni mese. In verità, in questa storia, estorti ed estorsori fanno a gara a chi è più «zanza»: Ciriello infila in una rata anche una banconota da 500 euro falsa. Ma non gli va dritta: gli uomini di Pepè se ne accorgono e lo obbligano a cambiarla con una vera. Il terzo debitore, Claudio Motterlini, se la cava facendo un bel patto con gli «esattori»: si vende Salton, rivelando dov’è nascosto, in cambio dell’azzeramento della sua parte di debito. Così, grazie alla spiata di Motterlini, nel 2008 Salton viene scovato.

Dopo qualche trattativa, Conti gli chiede un incontro, che avviene in piazza Napoli, a Milano, davanti al cinema Ducale. Non proprio un appuntamento tra galantuomini: entrambi arrivano spalleggiati da «amici», Conti si presenta accompagnato dagli uomini dell’Ebony, il quartier generale di Pepè Onorato, che lo rendono molto più convincente. La storia s’interrompe poco dopo, l’8 luglio 2008, quando gli uomini della Direzione investigativa antimafia guidati dal maggiore Armando Tadini arrestano Pepè Onorato e tutta la sua banda. Segue il processo «Metallica», in cui anche Conti viene condannato. La Russa e Corsaro però non si scompongono: restano in società con Conti, nella Gibson Vini e nella Gibson Immobiliare.

di Gianni Barbacetto e Davide Milosa

giovedì 8 settembre 2011

E SE IL DELFINO DI PENATI...


di Gianni Barbacetto

Facciamo un gioco di simulazione. Mettiamo che in una grande città del Nord ci sia un giovane assessore (di centrodestra), mettiamo allo Sport, coinvolto in una polemica politico-giudiziaria: perché indicato come uomo sostenuto da un leader del suo partito finito sotto indagine, con le accuse di concussione, corruzione e finanziamento illecito al partito, anche nel campo dello sport. Una brutta storia di affari & politica.

Che cosa farebbe, in questo caso, l’opposizione di centrosinistra? E che cosa direbbe, soprattutto, la stampa libera? Chiederebbe innanzitutto chiarezza, e magari anche le dimissioni del giovane assessore, parte di un gruppo di potere andato al di là dei confini della legalità.

Una richiesta politica, intendiamoci, non giudiziaria: anche senza alcuna responsabilità penale del giovane assessore, scatterebbe l’imbarazzo e prevarrebbe l’opportunità politica di non avere in un posto delicato (l’assessorato allo Sport) un uomo legato a un gruppo che faceva affari nel settore dello sport.

Ecco: proviamo ora a cambiare alcuni elementi della nostra storia. La città è Milano.

La giunta è di centrosinistra. L’assessorato è ai Trasporti. Il giovane assessore è Pierfrancesco Maran. Dobbiamo cambiare anche le conclusioni? Io credo di no. Maran è giovane, 31 anni. È da tempo impegnato in città, prima come consigliere di zona, poi comunale. Il circolo del Pd a cui appartiene, quello di via Eustachi, in zona Venezia, è attivo e vivace. All’ultima tornata elettorale è stato il secondo consigliere del Pd più votato. Ma a quelle elezioni Maran era anche il candidato di Filippo Penati, l’ex sindaco di Sesto San Giovanni ed ex presidente della Provincia di Milano ora indagato per le tangenti del “sistema Sesto”.

Oggi poco signorilmente prende le distanze dal suo leader di riferimento e ha perfino cancellato dalla sua pagina Facebook le foto in cui era ritratto assieme a Penati. Eppure quando il suo capo era in auge, vero padrone del partito a Milano (ora abbiamo capito perché: potere dei soldi), si vantava di essere il suo delfino.

È un giovane abile e non privo di capacità. Ma a Milano non si diventa il secondo dei più eletti se non mette in moto (anche) l’apparato di partito.

Una parte dell’indagine su Penati riguarda i maneggi attorno al sistema dei trasporti in Lombardia. E Maran è diventato proprio assessore ai Trasporti: non senza i suggerimenti, anche qui, dell’apparato di partito.

I “penatiani” sono ancora forti nel Pd, da Matteo Mauri, responsabile nazionale Trasporti e membro del direttivo del Pd, a Franco Maggi, direttore di You Dem. Appena Maran mette piede in assessorato, va da lui Antonio Rugari, un personaggio che reclama soldi dall’Atm (l’azienda dei trasporti pubblici milanesi), proprio come quel Piero Di Caterina che si proclama pagatore ed ex collettore di tangenti per Penati: ho subìto richieste improprie, ammette Maran, ma le ho prontamente respinte.

E allora: può la Milano del vento cambiato avere un assessore su cui, per la sua provenienza politica e per i suoi rapporti di partito, peserà sempre il dubbio che possa “essere stato messo lì” per pagare vecchie cambiali?

No, la giunta di Giuliano Pisapia non può permetterselo. Sia lo stesso Maran, allora, a chiedere di essere messo in un altro posto. Sarà meglio per lui, per il Pd, per Pisapia, per la città.

giovedì 18 agosto 2011

Ritassare lo scudo fiscale: ora avanza la proposta del Fatto Quotidiano


GIANNI BARBACETTO

L'idea per fare cassa lanciata un anno fa dal nostro giornale ora piace a sinistra, ma anche a destra. Il procuratore Greco: "Punire l'autoriciclaggio, ripristinare il falso in bilancio e riformare i reati societari"

“Ritassare quelli dello scudo fiscale”: la proposta che ora torna a circolare fu lanciata per la prima volta su Il Fatto Quotidiano più d’un anno fa, nel maggio 2010, da Peter Gomez (Leggi l’articolo). “Si può evitare di andare a colpire ancora una volta quelli che il loro dovere col fisco lo hanno sempre fatto? Sì, si può. L’alternativa esiste. Ed è il contributo di solidarietà. Un contributo da richiedere ai più ricchi (e spesso più furbi) che nel giro di poche settimane permetterebbe all’erario” di incassare circa 5 miliardi. In concreto: “Perché dunque non rivolgersi a chi ha scudato i propri capitali chiedendo loro di versare un altro 5 per cento?”.

Il giorno dopo, sempre sul Fatto, Marco Travaglio precisò l’idea, articolandola in tre punti e raddoppiando l’aliquota (Leggi l’articolo). “1. Ritassare quelli dello scudo fiscale di un altro 10 per cento, misura che produrrebbe immediatamente 10 miliardi di gettito; 2. Istituire una cauzione sulle impugnazioni (al riesame, in appello o in cassazione, una somma da lasciare allo Stato se il ricorso si rivela infondato); 3. Assicurarsi che gli evasori finiscano, quando è il caso, in manette, eliminando le soglia di non punibilità per i reati di evasione fiscale con un raddoppio delle pene”.

Subito, nel maggio dello scorso anno, l’idea di “ritassare quelli dello scudo fiscale” lanciata su queste pagine raccolse i consensi di Guglielmo
Epifani, della Cgil, di Massimo Donadi dell’Italia dei valori. La commentò positivamente anche il responsabile economico del Pd, Stefano Fassina. Già Peter Gomez rispondeva su queste colonne ai primi dubbi: “Conosciamo le obiezioni. Ma come? La legge lo impedisce: lo Stato si è impegnato in un condono tombale, come può dopo soli pochi mesi rimangiarsi la parola? Semplice, lo fa. Esattamente come lo farà con gli insegnanti, i dipendenti pubblici, gli enti locali e tutti coloro i quali fino a ieri pensavano di aver maturato dei diritti che invece oggi, per far fronte alla crisi, verranno loro negati”.

Del resto, “chi vota senza pagare le tasse decide come lo Stato userà i soldi delle tasse pagate dagli altri”, ricordava
Il Fatto. Per questo, la tassazione straordinaria dovrebbe andare di pari passo con una riforma che tagli davvero le unghie all’evasione fiscale: “Non occorre molta fantasia sulle nuove regole da approvare subito: ripristinare il falso in bilancio come reato perseguibile d’ufficio; riformare i reati fiscali e la normativa anti-riciclaggio; inserire l’autoriciclaggio; e ammodernare il sistema fiscale, a partire da commissioni tributarie che funzionano poco e male”. Erano queste le proposte avanzate già nel settembre 2009, al

Festival del diritto di Piacenza, da
Francesco Greco, procuratore aggiunto e coordinatore del pool sulla criminalità economica e finanziaria presso la Procura di Milano. Greco può essere considerato anche il padre dell’idea di ritassare gli evasori dello scudo. “Siamo un Paese offshore”, va ripetendo da anni in convegni e seminari. “Rispetto agli altri, noi abbiamo alcune peculiarità”, spiegava proprio a Piacenza. “Quale altro Paese assicura l’impunità fiscale che l’Italia garantisce agli evasori? Quale altro Paese in Europa ha un sistema bancario meno trasparente del nostro? Se apro un conto in Svizzera o nel Liechtenstein, sono obbligato a indicarne il beneficiario economico; in Italia no, posso aprire un conto con una società offshore, nominare un procuratore svizzero e nessuno mi verrà mai a chiedere chi è l’effettivo proprietario di quel conto. Siamo l’unico grande Paese d’Europa che non ha ancora adottato una normativa contro l’autoriciclaggio. In più abbiamo sostanzialmente depenalizzato il falso in bilancio e smantellato l’intero comparto dei reati societari, che ora sono perseguibili solo a querela. All’origine delle crisi finanziarie ci sono anche i fattori criminali: l’economia fuori bilancio, tutta spostata alle Cayman e dintorni”.

Ma è legittimo tornare a scoperchiare le tranquillità “tombali” degli evasori che con lo scudo pensano di essersi messo il cuore in pace per sempre? Sì, secondo Greco, perché oggi non si metterebbe in discussione l’esenzione penale, ma si chiederebbe solamente un nuovo contributo di solidarietà, come lo si chiede a tanti altri cittadini. Si verrebbe meno a una promessa fatta dallo Stato? No, e comunque non sarebbe diverso che per un Tfr sospeso o una pensione bloccata. E, nel caso dei soldi “scudati”, lo si farebbe su un “montepremi” di 100 miliardi di euro che restano pur sempre soldi illeciti.

da
Il Fatto Quotidiano del 17 agosto 2011

giovedì 4 agosto 2011

EMILIO FEDE UNA DOMENICA CON PAPI



C’era anche il direttore del Tg4 ad Arcore cinque giorni fa

di Gianni Barbacetto

C’era anche Emilio Fede. Alla festa di Arcore di domenica 31 luglio era presente anche il direttore del Tg4. Come rivelato ieri dal Fatto Quotidiano, Silvio Berlusconi ha di nuovo convocato a villa San Martino le ragazze del bunga-bunga. Proprio nel-l’ultima notte di luglio, prima del lunedì nero delle Borse e dei titoli di Stato italiani. Secondo quanto risulta al Fatto, oltre alle ragazze, arrivate in numero minore e con qualche cautela in più rispetto ai tempi d’oro dei festini di Arcore, domenica sera era presente anche Fede. Il direttore è dipinto dalle carte processuali della Procura di Milano come l’ospite fisso dei festini di Arcore, unico maschio (oltre a Berlusconi) ammesso alla seconda fase delle “cene eleganti”, quella degli spogliarelli e degli spetta-colini osè con le ragazze vestite da infermiere o da poliziotte. Ora Fede, assieme all’amico-nemico Lele Mora e alla giovane Nicole Minetti, dovrà rispondere in tribunale dell’accusa di aver fornito al presidente del Consiglio una trentina di giovani donne, disposte a prostituirsi. Tra queste, la minorenne Karima El Mahroug, in arte Ruby Rubacuori.

INTERPELLATO dal Fatto, Fede nega ogni cosa. “Non mi risulta. Non c’è stata nessunissima festa domenica ad Arcore. Il presidente ha dedicato la domenica a camminare nel grande parco della villa, assieme al suo fisioterapista Giorgio Puricelli. Ho letto l’articolo pubblicato mercoledì dal Fatto, che raccontava di questa festa. Siamo telepatici, perché avevo intenzione di telefonare io a voi, per spiegare. Voi scrivete che io, ospite fisso delle cene di Berlusconi, non vengo più invitato. Non mi risulta di essere caduto in disgrazia, non mi risulta di essere tra i ghettizzati. Io ho una grandissima, affettuosa amicizia con Silvio Berlusconi, nutrita d’affetto, non di complicità di alcun genere. E da questa amicizia non ho mai tratto alcun tipo di vantaggio economico” .

Continua Fede: “Io domenica sera non ero ad Arcore con Berlusconi. Direi invece una bugia se dicessi di non averlo sentito al telefono, per chiedergli come sta dopo l’operazione alla mano. Per questo posso dire di sapere, indirettamente, che non c’è stata alcuna festa. Il presidente si è messo a dieta e ha fatto una lunghissima camminata nel parco della villa. A fargli compagnia, Puricelli e forse un altro signore. La Mini? Forse era quella di Puricelli. No, non mi risulta la presenza di due ragazze, di cui una bellissima. Passerà anche le vacanze ad Arcore, seguendo la sua dieta e camminando”.

Poi Fede passa ai suoi, di problemi: “Mi lamento del fatto di non aver goduto del rispetto minimo che si deve alla presunzione d’innocenza. Ma sono convinto che la verità verrà fuori, prima o poi, sia sul caso Ruby, sia sul caso della bancarotta di... come si chiama, Lele Mora. Hanno scritto che sarei indagato anche per bancarotta assieme a lui. Ma io dico: sono solo stato ascoltato da due autorevoli pm. I soldi che ho ricevuto da Mora erano la restituzione di un prestito, ed erano stati concessi da Berlusconi, anche grazie al mio intervento. Non sono dunque stati distratti da società di Mora. Che cosa c’entra dunque la bancarotta? Quanto alla festa: no, non c’è proprio stata nessunissima festa”.

venerdì 29 luglio 2011

Caso Penati, “Così raddoppiarono le cubature all’ex Falck di Sesto San Giovanni”

Il racconto dell'imprenditore Piero Di Caterina, accusato di essere il collettore delle tangenti: "Il sindaco Oldrini era già d'accordo, ma l'assessore no"

Relazioni e tangenti per ottenere il raddoppio delle volumetrie da costruire sulle aree ex Falck di Sesto San Giovanni. Se all’origine dell’operazione, attorno al 2000, è il costruttore Giuseppe Pasini – stando alle sue accuse – ad aver dovuto pagare l’allora sindaco Filippo Penati, nel 2006 i protagonisti di un copione quasi identico sono diversi.

C’è il costruttore Luigi Zunino, che è subentrato a Pasini nella proprietà dell’immensa area industriale dismessa. E dall’altra parte ci sono i nuovi vertici del comune di Sesto San Giovanni: il sindaco Giorgio Oldrini, il potente direttore generale Marco Bertoli, che occupa la posizione tuttora e fin dall’era Penati, e l’assessore Pasqualino Di Leva, dimessosi nei giorni scorsi, appena raggiunto dall’avviso di garanzia. E naturalmente c’è l’onnipresente imprenditore sestese Piero Di Caterina. Come tra Pasini e Penati, anche tra Zunino e il comune di Sesto è lui l’intermediario. E racconta tutto nei lunghi verbali dell’inchiesta, ora a disposizione di alcuni imputati (pur con molti omissis).

Di Caterina riferisce ai magistrati che l’imprenditore tarantino Stefano Miccolis lo aveva informato della situazione. Il re delle bonifiche Giuseppe Grossi, al lavoro a Sesto per conto di Zunino, aveva problemi di rapporti con l’amministrazione locale: “A quell’epoca Grossi era già presente sul territorio di Sesto, nel senso che aveva avuto alcuni incontri con il sindaco Oldrini e con Bertoli. Di Leva in quel periodo non era in buoni rapporti con Oldrini ed era molto incavolato perché Oldrini teneva i rapporti con Grossi in via autonoma. (…) Nel corso dell’estate 2005 Miccolis mi chiamò e mi disse che sarei dovuto andare in Sardegna dove lui si trovava con Grossi e che mi avrebbero inviato l’elicottero per andare giù”.

Grossi spiega a Di Caterina che Zunino punta a costruire sull’area non i 650 mila metri quadrati concessi a Pasini ma il doppio: un milione e trecentomila metri quadrati (obiettivo che fu poi effettivamente raggiunto). “Grossi mi disse – prosegue Di Caterina – che sull’operazione il sindaco Oldrini e Bertoli erano d’accordo mentre Di Leva si metteva di traverso. Mi chiesero una collaborazione per convincere Di Leva. Ho riferito a Di Leva del mio incontro e lui si è mostrato entusiasta. (…) In quel momento Grossi non aveva accesso a Di Leva e faceva arrivare a Di Leva i messaggi attraverso me. Dissi a Grossi che Di Leva era disponibile a incontrarlo. Ci siamo visti al ristorante Del Pesce a Dalmine, alla presenza di Grossi, Camozzi, Di Leva e mia. In questo incontro si è parlato del progetto e del suo valore. Grossi ha esposto le difficoltà e Di Leva anche. Grossi ha promesso che se fosse passato il progetto non sarebbe stato con le mani in mano. Anzi il progetto doveva passare perché tutti ci stavano lavorando. In questi incontri si faceva riferimento alle delibere che avrebbe dovuto assumere la giunta”.

Rapidamente si arriva a parlare di soldi, e subito alle modalità di trasferimento dei fondi. Racconta Di Caterina: “A un certo punto Di Leva mi disse che aveva necessità di 1,5 milioni di euro per fare fronte alle difficoltà finanziarie della Pro Sesto e di due giornali locali, precisamente la Gazzetta e Il Diario. (…) Ci siamo trovati un paio di volte con Grossi e Camozzi e abbiamo ragionato su come fatturarli. Rappresentai a Camozzi l’esigenza di dare i soldi alla Pro Sesto e ai giornali gestiti da Di Leva e Camozzi disse che non era possibile e che dovevamo trovare un’altra forma, ed elaborammo il contratto di marketing territoriale che fu approvato anche da Di Leva. L’importo del contratto coincideva con la richiesta di Di Leva. A questo punto venne pagata la prima tranche di 750 mila euro e intanto una piccola parte per circa 30 mila euro fu effettivamente spesa sul territorio”. E qui comincia il noioso racconto di come far arrivare i soldi non alla Pro Sesto o ai giornali, ma direttamente, in contanti nelle tasche di Di Leva.

di Gianni Barbacetto e Giorgio Meletti

mercoledì 27 luglio 2011

“Una tangente da 2,4 milioni a uomini coop”

INCHIESTA SU SESTO SAN GIOVANNI, PASINI RIVELA: “HO PAGATO DUE PERSONE DELLE CCC EMILIANE”

di Gianni Barbacetto

Una tangente da 2,4 milioni di euro, intascata tra il 2002 e il 2004 da due uomini delle coop rosse. La racconta Giuseppe Pasini, allora proprietario dell’area Falck di Sesto San Giovanni e oggi grande accusatore dell’ex sindaco di Sesto Filippo Penati. Pasini sostiene di aver versato a rate, in contanti, quasi 2 milioni e mezzo di euro a due professionisti legati al Ccc, il Consorzio cooperative costruzioni di Bologna: Francesco Agnello e Giampaolo Salami, che nel 2000, quando Pasini acquista l’area dai Falck, avrebbero fatto da mediatori nella compravendita e realizzato una ricerca di mercato sulle possibilità del suo riutilizzo, dopo lo smantellamento delle acciaierie. Ma secondo quanto sostiene Pasini (smentito con decisione dai due), gli incarichi professionali sarebbero stati fittizi. Del resto, che bisogno aveva Pasini di mediatori venuti da fuori, per parlare con i Falck, con cui aveva contatti diretti?

GLI INVESTIGATORI del Nucleo tributario della Guardia di finanza di Milano, coordinati dal pm di Monza Walter Mapelli, stanno seguendo l’ipotesi che i due avessero ricevuto una sorta di mandato dal vicepresidente del Ccc, il bolognese Omer Degli Esposti, che è per questo tra gli indagati della procura di Monza. Pasini racconta che è stato Degli Esposti a chiedergli di pagare la “consulenza” ai due professionisti, per essere “agevolato” nell’acquisto delle aree Falck. La richiesta, del resto, gli era stata anticipata da Penati, come condizione aggiuntiva alle tangenti che l’allora sindaco di Sesto avrebbe incassato in proprio: 2,5 miliardi di lire bonificati in Lussemburgo nella primavera 2001 e poi consegnati in contanti da Pasini a un emissario di Penati, Piero Di Caterina; e altri 2 miliardi passati, sempre in contanti, in una strada di Chiasso a Giordano Vimercati, che poi sarà capo di gabinetto di Penati diventato presidente della Provincia di Milano.

I pagamenti che, secondo l’ipotesi d’accusa, sarebbero finiti agli uomini del Ccc sono stati poi coperti con quattro fatture di circa 620 mila euro l’una, intestate alla società di Agnello e Salami, la Aesse. I vertici della coop di Bologna ammettono di conoscere i due professionisti, di essere stati interessati all’area Falck come costruttori, ma negano di aver affidato incarichi poco trasparenti e di essere stati intermediari di tangenti. Oggi il Ccc è invece socio della nuova cordata proprietaria dell’area, guidata da Davide Bizzi, subentrato a Luigi Zunino che aveva a sua volta sostituito Pasini.

Ieri il pm Mapelli ha interrogato uno degli indagati, Antonino Princiotta, ex segretario generale della Provincia di Milano con Penati presidente.

SECONDO l’accusa, è coinvolto in un altro filone di questa inchiesta multiforme: quello che riguarda la gestione dei trasporti pubblici nei Comuni a nord di Milano. Princiotta, difeso dall’avvocato Luca Giuliante, è chiamato in causa dall’altro grande accusatore di Penati, Piero Di Caterina, il quale sostiene di aver-gli pagato nel 2008 una mazzetta di 100 mila euro, in piccole rate da 2 mila euro per volta. Di Caterina in questa inchiesta, secondo l’accusa, ha un doppio ruolo: collettore di tangenti per conto di Penati, ma anche pagatore di mazzette in proprio, come imprenditore dei trasporti e titolare della Caronte. Sostiene di aver effettuato i versamenti a Princiotta per poter recuperare una dozzina di milioni di euro, che a suo dire erano stati incamerati dall’Atm di Milano, pur essendo dovuti alla sua Caronte. Nel gennaio 2009 arriva finalmente una delibera della giunta Penati che sembra risolvere il contenzioso a favore di Di Caterina, anche se poi i pagamenti sono stati bloccati.