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sabato 15 ottobre 2011

Fini: "Elezioni a marzo, Bossi staccherà la spina"


Ven-du-ti! Ven-du-ti! Ven-du-ti!». Il coro degli «Indignados» che si preparano alla grande manifestazione di oggi alza forte la sua voce fino alle finestre dello studio del presidente della Camera. Gianfranco Fini non nasconde la sua preoccupazione: «Speriamo che non succeda niente. Questi giovani sono sinceri nell’esprimere il loro disgusto per la situazione in cui siamo. Molti di loro hanno buone ragioni per essere indignati, anche se forse non è giusto parlare solo di antipolitica. Se non c’è più la politica, infatti, anche l’antipolitica diventa difficile».

Ammetterà, presidente Fini, che quello che è successo nell’ultima settimana tra il governo e la Camera non è stata proprio un’iniezione di fiducia per l’opinione pubblica.
«Non posso darle torto, ma non credo che ci si potesse aspettare una conclusione diversa. Era chiaro che il governo avrebbe preso la fiducia, e altrettanto che da oggi tutto ricomincerà come prima».

Negli ultimi tre giorni è successo di tutto: le opposizioni sull’Aventino, il Quirinale costretto a intervenire due volte per contenere uno scontro insanabile, e alla fine Berlusconi che ottiene 316 voti di maggioranza e canta vittoria.
«Voto più, voto meno, non cambia molto. Se Berlusconi pensa di poter governare con una maggioranza così stretta, provi pure. Negli ultimi mesi non mi pare che ci sia riuscito. Forse, per la prima volta, ne è consapevole: per uno come lui, grande comunicatore, ridursi a fare un discorso mediocre come quello di giovedì vuol dire che ha rinunciato al grande orizzonte e alle riforme epocali che si aveva sempre sognato».

Lei è proprio convinto che Berlusconi cominci a rassegnarsi alla fine del berlusconismo?
«Con questi numeri e con le difficoltà che ha dovuto fronteggiare fino all’ultimo, inseguendo i dissidenti uno per uno, non solo non è in grado di realizzare le riforme, ma neppure di prendere i provvedimenti necessari per la crisi economica. I tagli annunciati da Tremonti sono già apertamente contestati dai ministri interessati. È stato Cicchitto, il capogruppo del Pdl, e non un membro dell’opposizione, a dire chiaramente che il decreto sviluppo, dalla gestazione lunga e sofferta, non potrà certo essere a costo zero. Parlava chiaramente al Presidente del consiglio e al ministro dell’Economia. Scajola per le stesse ragioni ha spiegato che la sua fiducia è a termine. Inoltre la Bce ha appena ribadito che i paesi più a rischio, tra cui l’Italia, devono prepararsi a una manovra aggiuntiva. Mal contati, di qui a fine anno, mancano ancora una ventina di miliardi di euro. Un governo come questo non è assolutamente in grado di trovarli per mettere a posto i conti».

Eppure Andreotti diceva che per un governo è sempre meglio tirare a campare che tirare le cuoia.
«Altri tempi. Berlusconi è il primo a sapere che c’è una grande distanza tra le cose che ha promesso e quelle che ha realizzato. Basta leggere i sondaggi per accorgersi che la delusione s’è ormai fatta strada anche tra i suoi sostenitori».

E allora cosa farà?
«Proverà a vivacchiare più o meno fino a Natale, farà di tutto per ottenere l’approvazione di nuove leggi ad personam, indispensabili per trasformare quelli che lo riguardano in processi “pret a porter”, tagliati su misura per garantirgli l’impunità con la prescrizione breve o altri espedienti. Poi andrà alle elezioni. Presto, molto prima di quanto ci si possa aspettare, sarà Bossi a staccare la spina. Andremo alle urne a marzo 2012».

Ne è sicuro?
«Si voterà con l’attuale legge, per rinviare il referendum. Non solo io, tutti hanno capito che andrà così e cominciano a prepararsi a questa scadenza. Lei ha qualche dubbio al proposito?».

Non è questo. E’ che se il governo è uscito da questa prova con un risultato assai magro, non mi pare che l’opposizione possa cantare vittoria. Doveva essere il passaggio decisivo per archiviare Berlusconi e dar vita a un governo di larghe intese e a una nuova fase politica, e s’è visto com’è finita.
«È vero: anche questa che era un’ipotesi ragionevole, l’unica che poteva permettere di affrontare seriamente i gravi problemi imposti dalla crisi economica e tentare di varare le riforme più urgenti, è franata di fronte all’ostinazione di Berlusconi di non accettare di fare un passo indietro e guardare solo al suo interesse personale».

Presidente Fini, ma come si poteva pensare che Berlusconi accettasse un nuovo ribaltone?
«Guardi che nessuno ha mai pensato a un ribaltone. Anzi, il punto di partenza di qualsiasi ipotesi era che sarebbe stata praticabile solo col consenso del Pdl e costruita attorno alla maggioranza che ha vinto le elezioni. Il segno di discontinuità chiesto a Berlusconi, data la gravità della situazione, non significava che sarebbe dovuto andare all’opposizione».

Ma dall’interno del Pdl, chi aveva offerto appoggio a una prospettiva del genere?
«Apertamente Pisanu, e con più timidezza lo stesso Scajola, che si sono battuti fino alla fine per convincere il premier a pilotare lui stesso questo passaggio. E riservatamente, mentre la trattativa era in corso, sono stati in molti a farsi vivi, spingendo nella stessa direzione. Parlo di personaggi di prima fila del Pdl, ministri, dirigenti del cerchio più vicino al presidente del consiglio».

E lei che lo conosce da tanto tempo e così da vicino ha sperato davvero che stavolta Berlusconi potesse mollare?
«Io sono stato a sentire e ho dato le mie risposte a chi mi faceva domande. Quando il governo è stato battuto sul rendiconto, pensavo che l’occasione di un chiarimento fosse arrivata. E non perché ci fosse un obbligo giuridico – che non c’è - alle dimissioni. Ma un atto di sensibilità, un gesto politico, nel rispetto della chiarezza e di una prassi consolidata, questo c’era da attenderselo. Tra l’altro, se si fosse dimesso, Berlusconi, com’è accaduto in passato anche a governi diversi dal suo, sarebbe stato probabilmente rinviato alla Camera per verificare se avesse ancora la fiducia».

Di nuovo invece Berlusconi non s’è fidato.
«Pervicacemente, non ha voluto dimettersi. Ed è venuto in aula a dare dello sfascista a chiunque si proponga di dare al nostro Paese un esecutivo più adeguato alle necessità del momento. Confesso che ho trovato insopportabile sentir pronunciare l’accusa di sfascio da chi è riuscito a distruggere in tre anni il suo governo, il suo partito, la sua maggioranza e la credibilità internazionale dell’Italia».

Sia sincero: mentre lo ascoltava si sarà detto che con Berlusconi non c’è niente da fare.
«Mi sono reso conto che il governo, in un modo o nell’altro, avrebbe avuto la fiducia e che l’ipotesi di un altro governo usciva almeno per ora dall’orizzonte di questa legislatura».

E non s’è rammaricato dell’ingenuità delle opposizioni che avevano creduto ai segnali di fumo che venivano dal Pdl?
«Non credo che fossero segnali di fumo. E le opposizioni, nel corso di questi quattro giorni hanno fatto di tutto per dare la propria disponibilità a un cambiamento. Poi si sa: in un contesto del genere, giocano tanti fattori, le volontà dei singoli, le pressioni, le piccole convenienze, il trasformismo, che è una malattia diffusa e, ahimè, non è una novità. E in ogni caso quattro deputati della maggioranza non hanno votato la fiducia.

Se si andrà a votare con l’attuale legge Porcellum, e con il premio di maggioranza come posta, non crede che ci si andrà di nuovo con due schieramenti e non con i tre attuali?
«No, sono sicuro che saranno tre. La novità sarà il Terzo polo, che ha grandi potenzialità e potrà intercettare tutto lo scontento che viene dagli elettori di centrodestra e anche parte di quello del centrosinistra. Per questo, dobbiamo arrivare al voto con un maggiore amalgama, una spinta unitaria, un’unica identità programmatica. Non abbiamo molto tempo, ma possiamo riuscirci».

Se le elezioni saranno nel 2012, pensa che Berlusconi sarà nuovamente candidato premier?
«È molto probabile. Se non lo chiede lui, sarà il suo partito a chiederglielo. Non vedo vere alternative nel Pdl».

E lo considera ancora un avversario forte?
«Le dico la verità: molto meno del passato. Anche se in Parlamento riesce ancora a trovare i numeri di cui ha bisogno, le amministrative a Milano e Napoli e il voto dei referendum hanno dimostrato che Berlusconi ha perso la sua presa su gran parte del paese reale».

Non teme che con la stanchezza e l’esasperazione che c’è in giro nei confronti del Palazzo, Berlusconi possa essere tentato dal cavalcare di nuovo il vento dell’antipolitica?
«Con lui tutto è possibile, ma credo che finirebbe col farsi ridere dietro. Se è vero che con la crisi della politica, se non sapremo reagire, tutti corriamo il rischio di apparire come personaggi di un palcoscenico immobile, di quel teatrino – e credo sia il primo a saperlo - Berlusconi è diventato la prima marionetta».

mercoledì 25 maggio 2011

Perché Bossi ritorna alla pernacchia


MARCELLO SORGI

Nei giorni in cui Gianantonio Stella e Sergio Rizzo danno alle stampe un nuovo libro che raccoglie le più recenti e più pesanti battute di Berlusconi, spesso al limite del cattivo gusto, e ne illustra il degrado progressivo del linguaggio, bisognerà pur riflettere sul ritorno di Bossi alla pernacchia. La prima - ma chi lo conosce e lo segue da vicino assicura che non fosse affatto la prima - l'ha riservata qualche giorno fa al governatore della Lombardia Formigoni, formalmente un alleato anche se è arcinoto che non si possono patire. Formigoni, in una successiva intervista, ha assicurato che non intendeva replicare. La seconda, ieri, ai giornalisti che gli chiedevano dei referendum, sui quali il leader leghista non si era ancora pronunciato e dei quali ha detto in sostanza che erano colpa di Berlusconi, che non è riuscito per tempo a fare una legge sull'acqua.

Ora, chi appunto segue Bossi da più tempo assicura che un certo ricorso alle volgarità, alla gestualità oscena, al turpiloquio, non è una novità per il Senatur, convinto, probabilmente, anche se non esistono prove scientifiche, che questo linguaggio lo avvicini di più al suo elettorato. Bastino, come precedenti, il celodurismo, il gesto dell'ombrello rivolto già quasi vent'anni fa alla Boniver, e dopo la malattia che lo ha spinto, gioco forza, a misurare le parole, proprio le pernacchie. Dalle quali, spiega chi è più avvezzo a far previsioni in materia di Lega, non necessariamente si devono ricavare conclusioni affrettate su eventuali mutamenti di strategia di Bossi.

Stanchezza per una campagna elettorale durissima, consapevolezza, forse, che il risultato di Milano è ormai compromesso, preoccupazione per il calo della Lega al Nord, difficoltà di recuperare voti da un elettorato che, basta ascoltare Radio Padania, protesta per l'alleanza con Berlusconi rivelatasi deludente rispetto ai veri obiettivi della Lega: questo è in sostanza quel che frulla per la testa del Senatur, che tuttavia ha già fatto capire ai suoi che anche in caso di nuova sconfitta del centrodestra ai ballottaggi il Carroccio non ne trarrà conseguenze affrettate. Se ne ricava che Bossi non ha deciso, seppure non lo ha escluso, di fare una pernacchia anche a Berlusconi. Ma nel caso, per niente improbabile, in cui dovesse risolversi a fargliela nel prossimo futuro, di qui alle prossime elezioni politiche, a cui è più che possibile che la Lega decida di andare da sola, si può star certi che ci arriverà preparato.

mercoledì 6 aprile 2011

Troppi rospi ingoiati dalla Lega


Uno strano paradosso vuole che nel giorno in cui Maroni annuncia di aver concluso un accordo con la Tunisia - i cui effetti sono tutti da verificare - per limitare gli sbarchi di migranti, e mentre è alle prese con la più grave emergenza che il problema dell’immigrazione clandestina abbia mai posto negli ultimi 20 anni, la Lega, cioè il partito da cui proviene, sia sottoposta a una sorta di processo.

Processo politico, ovviamente, in cui gli avversari, ma anche molti osservatori accreditati dell’esperienza leghista - guardata ancor oggi, ad oltre vent’anni dalla nascita, come una stranezza - non perdono occasione per misurare e sottolineare le conseguenze di quel che sta accadendo, su un partito che sta, sì, al governo, ma continuando a proporsi come forza antagonista, o addirittura innalzando la bandiera dell’antipolitica, anche adesso che esprime ministri, presidenti di regione e sindaci di grandi città.

Ora, sul fatto che una serie di scadenze e avvenimenti previsti e imprevisti abbia messo a dura prova la maturazione della Lega, e al fondo la sua capacità di assumersi responsabilità nazionali, non ci piove. E altrettanto che soprattutto i suoi esponenti più vicini al territorio e ai sentimenti del «profondo Nord» lascino trasparire un ritardo a fare i conti con i compiti a cui è chiamata. Basti solo pensare all’approssimazione con cui il Carroccio s’è posizionato in materia di politica estera, senza alcuna attenzione, ieri come oggi, agli obblighi che riguardano l’Italia per il solo fatto di essere membro di alleanze internazionali, uno dei Paesi fondatori dell’Europa, nonché il territorio geograficamente e politicamente più vicino allo Stato del Vaticano;
o a come ha affrontato la crisi dei Paesi del Nord Africa; all’iniziale rifiuto della missione in Libia; al palese disagio di fronte alla ricorrenza dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Per non dire, appunto, della sofferenza con cui collabora alla gestione del nodo dell’immigrazione clandestina, specie adesso che si propone, giorno dopo giorno, in dimensioni nuove e più serie da affrontare.

Il fatto che Maroni sia nel governo collocato in prima linea sulla frontiera degli sbarchi aggrava il travaglio del Carroccio.
Qualche giorno fa, per dire, la Lega con un manifesto se l’è presa con il questore e il prefetto di Padova (una delle sue roccheforti), che volevano inserire il territorio della città tra quelli designati per la prima accoglienza della nuova ondata di immigrati. Peccato che la richiesta provenisse dal Viminale e fosse stata condivisa dal ministro dell’Interno.

Maroni in questi giorni incarna - e in qualche modo cavalca - la contraddizione dell’essere il Carroccio un partito di lotta e di governo, definizione che Berlinguer usava nella Prima Repubblica per il Pci: che però al governo non era mai arrivato e poteva consentirsi un maggior tasso di ambiguità, lasciando credere ai propri elettori che i molti compromessi, fino a quello «storico», con la Dc, non intaccavano minimamente la natura di opposizione dei comunisti italiani e la loro «diversità» dai partiti al potere.

Anche se il paragone è volutamente sproporzionato, per la Lega tutto ciò è più difficile. Ecco perché in questi giorni, mentre Maroni andava e veniva dall’Africa, alla ricerca dell’accordo con la Tunisia sul pattugliamento delle coste, salta fuori Bossi che cerca di cavarsela con il suo «Fora di ball!» rivolto agli immigrati. Ed ecco perché il presidente del consiglio regionale della Lombardia Davide Boni si lascia scappare che per la Lega, piuttosto che andare avanti così, sarebbe più conveniente una crisi di governo sull’immigrazione. Ecco ancora perché i fautori della linea dura come Calderoli, Castelli, Borghezio, pian piano si sono defilati dagli studi televisivi e mandano a parlare la seconda fila leghista, che affronta le telecamere con la fronte imperlata di sudore.

È per questo motivo che invece di continuare a processare la Lega, forse occorrerebbe capovolgere il ragionamento e provare a soppesare tutti gli indispensabili bocconi amari che ha dovuto ingoiare negli ultimi tempi, per coerenza con la sua collocazione al governo e con il ruolo nazionale che ha dovuto assumersi. L’elenco è recente e si può fare a memoria, tralasciando l’appoggio, duro da digerire per molti militanti - e confermato anche ieri nell’aula della Camera che ha dato il via al conflitto di attribuzione con i giudici di Milano sul caso Ruby -, alle strategie politico-giudiziarie del Cavaliere alle prese con i suoi processi.

Si parte proprio dal «Fora d’i ball» bossiano rimasto senza conseguenze, e contraddetto, anzi, non più tardi di lunedì, dall’accettazione dei permessi provvisori per gli immigrati evacuati da Lampedusa, voluti da Berlusconi. Nell’ordine, la Lega ha dovuto rimangiarsi tutti i punti su cui aveva cercato di distinguersi: il piano di un migrante ogni mille abitanti costruito apposta per evitare di portare al Nord, già saturo di regolari, nuovi clandestini;
la missione in Libia che ha dovuto votare in Parlamento; la salvaguardia per le regioni del Nord da ulteriori insediamenti. E prima ancora, anche se non direttamente connesse alla situazione attuale, le celebrazioni per i centocinquanta anni del 1861, alle quali, obtorto collo, i leghisti hanno dovuto partecipare con i loro rappresentanti istituzionali, e contro le quali, quando qualcuno, come il governatore Cota, ha provato a schierarsi, ha dovuto prendere atto a suon di fischi di essere in minoranza.

Resta il dissenso di fondo con Berlusconi, che nella sua smania di accomodamento, in uno dei primi vertici dedicati all’emergenza, ha fatto letteralmente alzare dalla sedia Bossi, proponendo di suddividere i nuovi arrivati uno per ciascuno degli oltre ottomila comuni italiani. Un passo dopo l’altro, magari senza rinunciarci pubblicamente, la Lega dovrà prendere atto che anche l’obiettivo sbandierato dei rimpatri, accordo o non accordo con la Tunisia, si rivelerà assai arduo da mettere in pratica, vista la portata crescente dell’emergenza. Rimane poi la delusione per un’Europa sorda al grido di dolore del governo e del ministro dell’Interno italiani, che sembra quasi volersi prendere la rivincita della lunga predicazione euroscettica, quando non apertamente xenofoba, stile Haider o Pim Fortuyn, praticata dalla Lega delle origini. Infine,
chissà cosa accadrà alla fine della legislatura quando il vaso di Pandora del federalismo svelerà la sua vera natura: e si scoprirà che i soldi del Nord non resteranno al Nord com’era stato promesso. Anche per questo, invece di processare la Lega nella sua primavera più difficile, è molto meglio incalzarla sulla strada del cambiamento.

giovedì 3 marzo 2011

Il destino del premier è nelle mani di Gianfranco


MARCELLO SORGI

Sarà molto più difficile del previsto per Berlusconi ottenere che la Camera sollevi conflitto di attribuzione contro i magistrati di Milano in ordine al processo sul caso Ruby. Ieri Gianfranco Fini ha illustrato la complessa procedura prevista dai regolamenti e dalla prassi di Montecitorio. Fini, che ha già investito la giunta per le autorizzazioni a procedere del problema, intende infatti ottenere, prima di sottoporre il problema all'ufficio di presidenza, anche un parere della giunta per il regolamento. Parere che, data la composizione di quest'organismo, si preannuncia negativo.

Sui tavoli dei membri dell'ufficio di presidenza arriverebbero dunque, non prima di una decina di giorni, due opinioni contrastanti: quella della giunta per le autorizzazioni a procedere, prevedibilmente più favorevole a sollevare il conflitto, dato che l'aula della Camera s'è già espressa contro le iniziative dei giudici di Milano quando ha votato contro l'autorizzazione alla perquisizione negli uffici del ragionier Spinelli, l'amministratore di Berlusconi che pagava le ragazze dopo le feste ad Arcore. E quella, prevedibilmente contraria, della giunta per il regolamento, in cui le opposizioni hanno i numeri per prevalere, e che probabilmente, Fini lo ha già preannunciato, suggerirà che sia solo l'ufficio di presidenza, e non anche l'assemblea dei deputati, a pronunciarsi alla fine sulla decisione di sollevare il conflitto.

Ma anche la composizione dell'ufficio di presidenza è sfavorevole a Berlusconi: attualmente infatti le opposizioni prevalgono per dieci membri a otto. E seppure si dovesse decidere di farvi entrare un rappresentante del nuovo gruppo dei «responsabili», i due schieramenti sarebbero pari, nove a nove. Inoltre se Fini, che presiede, decidesse di non pronunciarsi, com'è prassi, l'organismo non sarebbe in grado di determinare la decisione e in mancanza di un intervento dell'aula, dove Berlusconi invece la maggioranza ce l'ha, la discussione dovrebbe chiudersi lì.

La posizione di Fini sembrava proprio per mettere le mani avanti ed avvertire Berlusconi che il cammino verso la Corte costituzionale è in salita. Ma naturalmente, se le cose andassero com'è stato scritto, il conflitto negato davanti alla Consulta si riaprirebbe immediatamente tra la maggioranza e la presidenza della Camera. Fini dunque ha lasciato intendere che, come gli spetta, si riserva la decisione finale: che sarà, manco a dirlo, in un senso o nell'altro, a sorpresa. Il destino di Berlusconi più che mai è nelle mani del suo più fiero avversario.

sabato 20 novembre 2010

Come si dissolve una crisi


MARCELLO SORGI

Nessuno ancora è disposto a dirlo a voce alta, ma è chiaro lo stesso: la crisi di governo è finita prima di cominciare, anche se le turbolenze del caso Carfagna vengono a ricordarci quanto provvisoria sia la sopravvivenza del governo. A meno di un mese dall’appuntamento alle Camere il 14 dicembre, Berlusconi, non si sa come, ha di nuovo la maggioranza e Fini è libero di decidere se tornare all’ovile o andare all’opposizione con la sua pattuglia di temerari. La cosa più incredibile è che, a cominciare da Berlusconi, non c’è chi sia in grado di dare una spiegazione razionale, politica, di come la rottura più sanguinosa mai vissuta nel centrodestra dalla sua nascita all’improvviso sia rientrata.

E non perché, diversamente da settembre, il «calciomercato» dei deputati incerti abbia sortito risultati migliori. Semplicemente, per averla vinta, a Berlusconi è bastato resistere, forzare la liturgia istituzionale che avrebbe richiesto le sue dimissioni due settimane fa, al solo annuncio dell’uscita dal governo della delegazione di Futuro e libertà, e far capire che, pur ridotto come è ridotto, lui è un osso più duro di come se lo immaginavano i finiani e l’opposizione.

La crisi di governo è finita per questo: perché anche prima che gli ambasciatori berlusconiani, rischiando di fare la solita confusione, dessero il via alla compravendita dei «sì» per il voto a rischio del 14 dicembre, la fila degli onorevoli disposti a concedersi gratuitamente, anche solo per evitare di perdere il seggio, s’è allungata dietro la porta del presidente del Consiglio. Uno dopo l’altro, si sono fatti vivi i componenti del gruppo misto quasi al completo. Più sommessamente, in tono quasi supplichevole, e sperando alla fine di non essere costrette alla conta, le cosiddette colombe finiane hanno dato un colpo al cerchio del loro leader e un altro alla botte del presidente del Consiglio. A un certo punto è comparso anche Pannella, con i suoi sei deputati alla Camera, cercando di intavolare un «dialogo costruttivo». Poi, di ora in ora, ha cominciato a ingrossarsi la fila dei singoli obiettori di coscienza.

Se Berlusconi davvero puntava alle elezioni, e se non vorrà, su suggerimento di Bossi, fare come il Fanfani d’antan che si dimise egualmente malgrado la fiducia ritrovata, non potrà che prendere atto che la situazione è mutata e gli tocca continuare a governare. Ma se veramente, a meno di colpi di scena (e tra le scosse d’assestamento, significativo ieri è stato l’endorsement del ministro Maroni a Tremonti come futuro premier) di qui al 14 dicembre, questa sarà la conclusione di una delle crisi più pazze della storia repubblicana, fin d’ora se ne possono ricavare alcune non trascurabili conclusioni. La prima non è una novità: è il fattore «c», la fortuna innata, chiamiamola così, di Berlusconi, anche in questo avanti di un bel po’ a Prodi, che pure ne menava vanto. Ciò che ha tolto il sonno all’intera Europa, la recrudescenza della crisi economica, con l’area euro messa a rischio dal precipitare di Paesi come Irlanda, Portogallo e presto, sembra purtroppo, anche Spagna, per il Cavaliere s’è trasformato in atout. Il solo rischio che un’Italia sgovernata, e proiettata verso elezioni incerte più di altre volte, potesse essere contagiata in modo grave dal virus irlandese, ha di colpo modificato tutte le riflessioni sulla partita elettorale, a cominciare da quelle del Capo dello Stato, già contrario, ma che s’è esposto pubblicamente ed esplicitamente per spingere tutti verso un atteggiamento più responsabile.

Il videomessaggio e il ripensamento di Fini di giovedì sono nati così. La seconda è più che altro una constatazione: non è stato né affrontato né risolto nessuno dei problemi alla base della crisi, dai rapporti personali tra Berlusconi e Fini a quelli politici tra i loro due partiti, al riequilibrio necessario, dopo la nascita e il riconoscimento di Futuro e libertà come terza gamba della coalizione di centrodestra, dell’asse Pdl-Lega, a una comune visione di tutti i punti del programma su cui esiste dissenso, vedi legalità, immigrazione, sicurezza, Sud, pubblica istruzione, giustizia, oltre ovviamente al punto dolente per eccellenza del controverso salvataggio di Berlusconi dai suoi problemi giudiziari. Al momento, non è manco chiaro se alla fine del percorso i finiani, tutti o in parte, resteranno membri della coalizione, o se la maggioranza assumerà una diversa connotazione, con l’asse B-B al suo centro e una miriade di piccoli partiti satelliti, o anche singoli parlamentari, reclutati per la bisogna.

La terza conclusione è conseguenza delle altre due: se non sceglierà di incassare la fiducia come provvisoria salvezza, in attesa di andare egualmente alle elezioni un altr’anno, Berlusconi si troverà a governare, nel momento in cui le scelte di governo diventeranno più difficili, con una maggioranza numerica e politicamente ectoplasmica, costruita su conversioni personali e convergenze trasformistiche, che lui magari cercherà di strutturare alla meglio, e alla sua maniera, in un nuovo partito, di cui si sente dire che sta già cercando nome e simbolo per rottamare il Pdl. Non è un gran risultato. E se a crisi finita si potrà dire che Fini ha voluto scherzare con il fuoco ed è rimasto bruciato, è evidente che, se le cose non cambiano, Berlusconi avrà vinto anche stavolta, ma rimane seduto su un vulcano.

domenica 7 novembre 2010

Il lungo autunno del Cavaliere


MARCELLO SORGI

A vederlo così, come l’hanno visto all’ultimo Consiglio dei ministri, Silvio Berlusconi sembrava irriconoscibile. Curvo a vergare, quasi sotto dettatura di Tremonti, un richiamo scritto alla ribelle Prestigiacomo – obbligata a scusarsi con il responsabile dell’Economia -, il premier aveva l’aria rassegnata, lo sguardo velato dall’incurabile stanchezza che lo affligge e di tanto in tanto si scioglie cupamente in sonnolenza. L’autunno del Cavaliere sarà lungo, forse lunghissimo: ma il segno che è cominciato sta nella luce spenta degli occhi in cui tutti, finora, cercavano forza e incitamento.

Il primo a saperlo, ovviamente è lui, anche se non si rassegna e prova a fingere come può. Battute, barzellette, complimenti galanti alle signore, all’inizio di ogni riunione, Silvio fa sempre Silvio. Poi arriva inevitabilmente il momento in cui ogni discussione svela gli incubi che lo accompagnano e gli ostacoli insormontabili da cui è circondato. Così che nel gruppo di quelli che lo frequentano più assiduamente – gruppo assai eterogeneo e diviso al suo interno da tremende rivalità – c’è chi si è sentito fare cento volte lo stesso discorso. Il complotto delle procure che puntano a farlo fuori, l’inutile ricerca di un appeasement con Fini che lo vuole morto, i poteri forti che non lo hanno mai digerito, e l’Italia, quest’Italia piena di gente che lo ama, che lui ama, e vorrebbe accontentare senza riuscirci.

L’ossessione che gli uomini del governo e del partito confermano, tra mille cautele, ha avuto negli ultimi giorni un’escalation contro
Italo Bocchino, il capogruppo del Fli che non perde occasione per attaccarlo in tv. Siccome, tra le altre accuse, Bocchino ripeteva da giorni che il premier aveva rinunciato alla lotta contro la prostituzione per evidenti motivi personali, il Cavaliere ha voluto che il ministro dell’interno inserisse anche questo capitolo nel pacchetto sicurezza varato venerdì scorso. La decisione, repentina, non è passata inosservata. Ed ha animato le chiacchiere che, non solo tra i ministri, hanno ormai sfatato il mito del leader senza contraddittorio.

A questo punto nessuno può negare infatti che Berlusconi non sia più il Berlusconi vincente di due anni fa; che in modo angoscioso lo tormentino gli scandali, soprattutto gli ultimi, ancora aperti, con i verbali delle escort al vaglio dei giudici di Milano; che la rottura con i finiani, inaccettabile per lui alla stregua di una qualsiasi manovra di Palazzo, lo abbia reso insieme impotente e sospettoso, al punto che anche quelli che sono convinti che alla fine una ricomposizione con il Presidente della Camera sia possibile, si spaventano a parlargliene.

Come ha detto Berlusconi stesso alla direzione del Pdl di giovedì, l’elaborazione del discorso d’apertura – una melassa, nella quale chiaramente non si riconosceva - è stata piuttosto laboriosa. Due giorni e due notti di lavoro, in cui al capezzale del premier in difficoltà si alternavano i ministri mediatori
Alfano, Gelmini e Frattini, gli inossidabili coordinatori Verdini, Bondi e La Russa, Letta andava e veniva, Cicchitto rileggeva. Solo quando, finalmente, e faticosamente, alla vigilia, il testo è stato licenziato, verso le due di notte di giovedì, gli ultimi rimasti si sono alzati esausti per salutare. «Beati voi che andate a dormire – li ha congedati il premier, mentre ancora provava l’intonazione dei passaggi principali -. Io non so se ci andrò. E non so neanche dove».

Oltre a tenere in allarme costante le scorte, richiamate continuamente per fuori programma, questa dell’erraticità notturna - per cui a Roma il premier per dormire alterna Palazzo Grazioli con il castello di Tor Crescenza, e fuori dalla Capitale si divide tra Arcore, la nuova villa sul lago di Como e la Sardegna -, è un ulteriore segnale di inquietudine che s’è fatto notare negli ultimi tempi. Non che Berlusconi sia mai stato un abitudinario, anche prima. Ma chi gli è stato vicino ricorda alcuni punti fermi immutabili della sua agenda settimanale, a cominciare dal lunedì dedicato alla ditta di famiglia e all’immancabile cena ad Arcore con i leghisti.

Bene, con evidente sorpresa di tutto il vertice Mediaset, abituato a riceverlo con la familiarità di chi vuol sempre ricordargli quale sia la sua vera casa, Berlusconi negli ultimi mesi s’è visto meno accanto a Confalonieri e al ristretto gruppo di dirigenti ammessi alle riunioni con “il dottore”, come continuano a chiamarlo in azienda. E quando è andato, non è apparso brillante al solito, né pignolo, come quando ad esempio, ai tempi in cui Mediaset doveva decidere modi e tempi del passaggio al digitale, Berlusconi bruscamente aveva fatto sentire, anche ai suoi familiari, la sua autorità monarchica e il peso dell’esperienza imprenditoriale. Allo stesso modo, da mesi, lui che non s’era mai rassegnato a star fuori dalle sue tv, lui che chiamava continuamente anche per un dettaglio o per l’acconciatura di una conduttrice (una volta, di recente, s’era lamentato anche per le pose scomposte di una concorrente del Grande Fratello), è come se si fosse distratto. Negli studi di Cologno Monzese c’era perfino chi lo riconosceva, facendosi prendere dai rimpianti, quando a notte fonda lo sentivano irrompere con una telefonata a “Ballarò”: ciò che da mesi non accade.

Girano un sacco di voci e di ipotesi su questa forma d’assenza e sulla strana malinconia che si sono impadronite di Berlusconi. Ma al dunque, la spiegazione che si impone sulle altre è quella della solitudine. Sì, incredibile a dirsi, l’uomo che tutti immaginano al centro dei suoi festini, con le escort, con le minorenni, tra le bolle nella piscina dell’idromassaggio, soffrirebbe questa sopravvenuta condizione di single. Berlusconi è sempre stato un briccone con le donne, spiegano gli amici dei tempi migliori, ma alla fine tornava sempre a casa: dalla mamma o da Veronica, che sapevano capirlo e perdonarlo, e rappresentavano per lui l’unica vera lente d’ingrandimento con cui guardava il mondo.

Non a caso adesso che mamma Rosa se n’è andata, quando Berlusconi, e capita spesso, se la prende in privato con i magistrati: «Mi fanno sembrare un delinquente, chissà cosa avrebbe detto mia madre», si sfoga, con quel gesto, quasi un tic, di mettersi la mano sulla tasca posteriore dei pantaloni dove in genere si tiene il portafoglio. Quanto a Veronica, la sensazione delle persone più vicine è che dietro la corteccia di durezza che gli fa considerare chiusa una volta e per tutte la storia – e lo è sicuramente – sopravviva il sentimento di una vita, l’amore per i figli, l’immagine che ogni tanto salta fuori di loro due sul lettone con il piccolo Silvio, il nipotino adorato di cui al nonno capita di parlare con tenerezza nei momenti più disparati. Mai, proprio mai, Berlusconi si sarebbe aspettato l’attacco pubblico e diretto della moglie sui giornali, che per lui ha reso la rottura definitiva. E mai è riuscito a riflettere sulla spirale dei suoi inconfessabili svaghi privati, che lui stesso s’è stretta intorno, e a poco a poco ha scavato il solco incolmabile con Veronica.

E’ in quest’insieme complicato, di affetti e risentimenti, di nostalgie familiari e solitudine, di vita di corte, nelle stanze dove si consuma giornalmente la commedia del potere, e di vita notturna fatta di escort e ruffiani, che Berlusconi s’è incamminato sul viale del tramonto. Certi giorni, sembra proprio non abbia più voglia. Certi altri, pare animato dalla voglia di riscossa. Procede a scatti, ha ancora qualche lampo, eppure si muove senza costrutto. Inutilmente il tempo interminabile delle sue notti insonni è scandito dall’eco dei suoi passi solitari, nei corridoi infiniti dei palazzi berlusconiani disabitati.

sabato 16 ottobre 2010

Un altro passo verso il baratro




MARCELLO SORGI

È in qualche modo segno dei tempi, la convocazione a sorpresa di Berlusconi da parte della magistratura romana, per lo stralcio dell’inchiesta milanese sui fondi neri Mediaset. Uno stralcio, va detto subito, di assai modesta entità, grazie anche agli effetti della legge Cirielli, una delle tante norme «ad personam» volute dal premier, per accorciare i termini di prescrizione. L’accusa originaria per l’azienda di famiglia del Cavaliere s’è negli anni ridimensionata, dai mille miliardi di lire ad alcune decine di milioni di euro di evasione, in una serie di transazioni sul mercato off-shore dei diritti di film destinati alle tv berlusconiane. A dispetto di tanti giudici onesti che vestono la toga con onore, infatti, la Procura di Roma da decenni si porta dietro l’ingiuria del «Porto delle nebbie». Governi e ministri di tutti i tempi, colpiti da inchieste, hanno sempre cercato di spostare i loro guai giudiziari nella Capitale.

Non perché speranzosi di un esame più benevolo delle accuse che li riguardavano, ma perché a Roma i tempi, già lunghissimi, dei processi, subiscono un ulteriore rallentamento. E nei meandri del «Palazzaccio», com’è chiamato l’edificio in riva al Tevere, che oggi ospita solo la Cassazione, i processi spesso si dissolvono senza una vera ragione, e soprattutto senza arrivare a sentenza. Ma se anche l’indolente liturgia delle toghe romane - già perseguita, anni fa, in una lotta fratricida, dai colleghi milanesi - ha avuto un soprassalto, significa che qualcosa sta cambiando. E senza andare tanto lontano, vuol dire che la magistratura della Capitale, la più contigua, non fosse che per ragioni geografiche e toponomastiche, ai Palazzi del potere politico, ha percepito i sintomi della dissoluzione del centrodestra sullo specifico e insidioso terreno della riforma della giustizia. Una riforma tante volte annunciata, a pezzi e nel suo insieme, e finora mai realizzata per mancanza di accordo. Ma sulla quale adesso il Cavaliere ha deciso di giocare in un sol colpo la posta dell’intera legislatura.

Saranno pure coincidenze, chi può dirlo. Eppure, se si mettono in fila le cronache giudiziarie degli ultimi mesi, la sensazione si rafforza. In passato quando mai si sarebbe vista un’inchiesta come quella che - stringendosi attorno alla «cricca» del costruttore Anemone e del Provveditore alle Opere pubbliche Balducci - è arrivata a sfiorare Palazzo Chigi, le Mura Vaticane e la felpata schiera dei gentiluomini di Sua Santità? Con la rivelazione, che ha fatto altro rumore, di una quinta colonna tra gli alti gradi della stessa magistratura inquirente, e le conseguenti dimissioni dal suo ufficio del procuratore aggiunto della capitale Achille Toro, accusato di aver passato informazioni riservate ai futuri imputati.

Vanno inquadrate in questo stesso filone l’inchiesta sulla cosiddetta P3, che coinvolge il coordinatore del Pdl Denis Verdini, e adesso anche quella che ha portato alla convocazione di Berlusconi. Convocazione tardiva, in extremis, se è vero che di qui a pochi giorni tutto l’incartamento sarebbe caduto in prescrizione, e invece la chiamata del presidente del Consiglio, che si avvarrà del «legittimo impedimento», darà un altro anno e mezzo di tempo agli inquirenti per inquisirlo.

Naturalmente nessuno può mettere in dubbio le ragioni della Procura, specie in casi in cui l’intreccio di interessi obliqui e illegali è evidente. Non è in discussione, in altre parole, che la giustizia debba fare il suo corso. Quel che colpisce è solo il cambio di velocità, dalla marcia lenta alla corsa. È inevitabile, ancorché indimostrabile, che il nuovo ritmo abbia risentito del rilancio della riforma della giustizia e dell’intenzione annunciata dal premier di andare allo scontro, non più con le toghe politicizzate, ma con la magistratura nel suo insieme.

Indipendentemente dalle nuove accuse piovutegli sul capo, è su questo che Berlusconi dovrebbe riflettere. Com’è impostata - una sorta di redde rationem con i magistrati -, la riforma non va da nessuna parte. Basta solo rileggere le proposte: la nuova bozza, tanto per fare un esempio, aggiunge anche l’ipotesi di obbligare la Corte Costituzionale ad approvare le sue sentenze con maggioranze di due terzi. A parte il fatto che un’innovazione come questa richiederebbe una nuova legge costituzionale, come quella che faticosamente sta affrontando l’iter parlamentare per restaurare il lodo Alfano, si può pensare che una norma del genere trovi davvero l’appoggio di cui ha bisogno per essere approvata, a cominciare dal «sì» di Fini? E si può credere, nel caso in cui si ritenga di vararla con legge ordinaria, che la Consulta rinunci successivamente a dichiararla incostituzionale?

Purtroppo la scelta dello scontro frontale, maturata ancora una volta dal Cavaliere, potrà portare solo nuovi conflitti e pochi o nessun risultato pratico. Un fallimento già prevedibile, che sarebbe veramente un peccato, perché tra le riforme attese dal Paese, quella della giustizia è tra le più urgenti. Non a caso il Capo dello Stato non si stanca di sollecitarla. Ma una riforma contro i magistrati, oltre ad essere sbagliata, difficilmente vedrà la luce. Servirà piuttosto a creare nuove occasioni di rottura politica, ad aprire la strada a elezioni giocate sul tema della legalità e a una campagna elettorale orrenda: fatta di accuse contrapposte, spiate e denunce anonime, come quelle degli ultimi mesi, in un clima di fine regime. Un altro passo avanti verso il baratro, che ancora può essere evitato.

venerdì 6 agosto 2010

È Umberto il capo della maggioranza


MARCELLO SORGI

Nella confusione generata dal mercoledì nero del governo nell'aula del caso Caliendo, Bossi è l'unico a muoversi con chiarezza: come sempre lo schema del Senatur è "bianco-nero", senza chiaroscuri. La Lega sta con Berlusconi sia che il governo continui, sia che si debba andare ad elezioni anticipate. Ma a patto che il Cavaliere tenga la porta chiusa ad ogni ipotesi di rinegoziazione con Fini o con Casini, che potrebbero maturare in autunno, magari come effetto di missioni diplomatiche segrete in questo agosto che per la prima volta non vedrà il premier andare in vacanza.

Il rafforzamento dell'asse nordista tra Pdl e Lega fa di Bossi, non più solo l'azionista di riferimento del centrodestra, ma in qualche modo l'amministratore delegato della maggioranza ridotta in minoranza. Più che dalle minacce uscite ieri dall'ennesimo vertice del Pdl a Palazzo Grazioli, lo scioglimento delle Camere dipenderà dall'ultima parola del leader leghista. Per il quale, ovviamente, sarebbe preferibile andare alle urne avendo incassato la riforma federalista, con l'obiettivo di fare stabilmente del Carroccio il primo partito del Nord, che non dovendo chiamare i suoi elettori a un'estrema battaglia per ottenerlo.

Nel primo caso, infatti, si tratterebbe di fare una campagna più simile a quella delle ultime regionali, a fianco di Berlusconi e contro tutti gli avversari "romani", a partire naturalmente da Fini e dagli ex-An. Nel secondo, per placare le frange più impazienti di un elettorato che ha già mostrato di recente le sue inquietudini per il mancato incasso della lunga collaborazione della Lega con il centrodestra, il Senatur dovrebbe in qualche modo prendere di mira anche il Cavaliere e la sua incapacità finora, di realizzare le grandi riforme che aveva messo in programma. In questo senso la gaffe che ieri aveva messo in forse l'alleanza tra i due partiti superstiti dell'attuale maggioranza, pur smentita tempestivamente, è rivelatrice dei dubbi che si agitano anche nel Carroccio.

Al momento, tuttavia, questo inconcludente gran parlare che si fa, a proposito di un eventuale nuovo scioglimento delle Camere, finirà con l'avere come unico esito di irritare Napolitano. Il Capo dello Stato è l'unico interlocutore deputato ad esaminare il problema ed eventualmente, in caso di crisi, a decidere se in mancanza di una qualsiasi maggioranza, come ieri è apparso chiaro dai numeri della Camera, non ci sia altro da fare che tornare alle urne. Ma nessuno di quelli che ieri sera si affollavano in tv a parlare di elezioni finora s'è preso la briga di sentire l'opinione del Presidente della Repubblica.

mercoledì 28 luglio 2010

Tutti gli occhi puntati su Gianfranco



La giornata del silenzio del senatore Marcello Dell’Utri davanti ai giudici (s’è avvalso della facoltà di non rispondere) e del coinvolgimento del sottosegretario Giacomo Caliendo (ufficialmente indagato) nell’inchiesta P3 hanno ancora appesantito, se possibile, il clima interno al Pdl. Per Caliendo è prevedibile una mozione di sfiducia come quella che ha indotto alle dimissioni Cosentino, anche se i tempi per una rapida messa all’ordine del giorno nel calendario parlamentare ormai non ci sono.

Tutti gli occhi sono puntati ancora una volta sul presidente della Camera: toccherà a lui domani decidere lo svolgimento delle ultime sedute prima della pausa estiva consentendo, dopo il voto finale della Camera sulla manovra previsto per oggi, quello sulle intercettazioni e sull’accordo maturato in commissione Giustizia su un testo fortemente emendato. Applicando una prassi consolidata, Fini potrebbe decidere di dare la precedenza a decreti in scadenza, rinviando di fatto a settembre le intercettazioni, lasciando in sospeso una delle questioni che tormentano di più la maggioranza, ma evitando anche l’ostruzionismo annunciato dall’opposizione prima della chiusura dei lavori.

Una decisione in questo senso, presa contro il volere della sua maggioranza e del suo partito, com’è già accaduto per quella che riguardava Cosentino, equivarrebbe per Berlusconi a una definitiva dichiarazione di guerra, a cui potrebbe far seguito la richiesta formale del Pdl a Fini di lasciare il suo incarico perché non in grado di garantire l’imparzialità nello svolgimento dei lavori parlamentari.

La sfiducia rivolta contro uno dei presidenti delle Camere segnerebbe un punto di non ritorno nello scontro che da mesi oppone i due cofondatori e un precedente assoluto nella storia parlamentare, dato che non è mai successo che il capo di un’assemblea parlamentare sia indotto alle dimissioni e non è neppure prevista una procedura per ottenerle. Quel che è sicuro è che la strada della tregua tra Berlusconi e Fini è ormai ostruita da ostacoli insormontabili e l’ipotesi di un incontro tra i due è ormai fuori dalla realtà. Non a caso si torna a parlare di elezioni anticipate. Tutti i contendenti ormai le mettono nel conto e Bersani appare il più preoccupato di quest’eventualità. E’ evidente infatti che non si tratterebbe più di elezioni bipolari, centrodestra contro centrosinistra, dato che c’è già chi lavora alacremente (vedi Di Pietro) per offrire una sponda a Fini e dar corpo a un terzo incomodo.


mercoledì 17 febbraio 2010

Berlusconi si affida a San Guido


MARCELLO SORGI

Di fronte alla commissione Ambiente della Camera e davanti ai telespettatori di Ballarò, Guido Bertolaso - il capo della Protezione civile al centro dello scandalo che in pochi giorni lo ha trasformato da mito in mostro -, ieri ha scelto di difendersi.

E’ suo diritto e lo ha fatto pacatamente, senza, per intendersi, la solita giaculatoria di accuse contro i magistrati, che Berlusconi sciorina ogni qualvolta si trova coinvolto in nuove inchieste. Bertolaso ha ribadito di essersi già presentato dimissionario di fronte al governo, che invece gli ha chiesto di andare avanti. E ha aggiunto che dopo un primo momento di disorientamento, in cui aveva pensato di tirarsi da parte, adesso invece è intenzionato ad andare avanti, proprio per difendere la struttura che ha diretto per otto anni e mezzo e che è stata finora un esempio di efficienza e abnegazione ammirato in tutto il mondo.

Ma ecco, rispetto a quest’immagine e ai risultati incredibili, e non scalfiti neppure da precedenti indagini, di un lavoro che ha portato, tra l’altro, in sei mesi, i terremotati dell'Aquila di nuovo sotto un tetto, e ha liberato le strade di Napoli da cataste di rifiuti abbandonati da un anno, la lettura dei verbali d'accusa della magistratura di Firenze, e delle intercettazioni che li corredano, rappresenta un capovolgimento.

Disinvoltura come regola, tra i collaboratori di Bertolaso, alcuni dei quali suoi parenti stretti. Privilegi inspiegabili e non direttamente connessi ai compiti che svolgevano. Familiarità non proprio irreprensibili con un gruppo di imprenditori - un gruppo ristretto - cinici al punto da ridere alle spalle dei terremotati, ai loro occhi solo un affare come un altro, e prima ancora che venissero tirati fuori dalle macerie. E attorno a ciò che la magistratura ha definito un insieme «gelatinoso», una ragnatela di favori e promesse, una frequentazione assidua e pressante, specie con gli altissimi funzionari arrestati che materialmente scrivevano le gare d’appalto, e inoltre un’intimità con il sottosegretario stretta fino ai massaggi, che l’accusato rivendica solo terapeutici, e i magistrati insistono a considerare qualcosa di più.

Con una colata di fango così, va detto, ci vuole fegato a difendersi e a sperare di venirne a capo. Ma se Bertolaso lo fa, protestandosi innocente, e al massimo vittima di un raggiro di collaboratori infedeli che avrebbe dovuto controllare meglio, è sulla base di alcune considerazioni. La prima è che al di là della «gelatina», i rapporti da compari tra pubblici ufficiali e imprenditori, la corruzione dev’essere provata dai magistrati a cui a sorpresa, innovando rispetto a una tradizione di insulti, il sottosegretario rinnova la sua fiducia. La seconda è che alcuni dei funzionari infedeli finiti in carcere, i loro incarichi e i loro superpoteri li avevano ricevuti dal precedente governo di centrosinistra. La terza è che, messa da parte la contestata privatizzazione della Protezione civile, Bertolaso ha riconquistato la fiducia di tutte le componenti del governo, compreso Bossi che ieri gliel’ha confermata pubblicamente.

Questa condotta che rimane molto azzardata ribalta insomma pienamente l’onere della prova sulla magistratura e le impone di fare presto. Decapitare la Protezione civile - un corpo speciale, che se ha abusato delle urgenze politiche, deve pur continuare a pensare alle numerose emergenze italiane - non è una questione ordinaria. Se è necessario, va fatto, perché in un Paese normale non è ammesso che ci siano intoccabili. Ma se la prova non salta fuori, Bertolaso, che oggi è crocifisso, domani potrebbe anche risorgere.

E’ proprio questa la scommessa del sottosegretario. Ed è la stessa dell’intero governo e del presidente del Consiglio. Insieme al caso Protezione civile, Berlusconi infatti è alle prese, in questi stessi giorni, con quelli di Milano e di Firenze, che toccano un esponente locale e uno dei coordinatori nazionali del Pdl. Il clima è orrendo: in quella che fu la capitale di Tangentopoli, si parla apertamente di un ritorno in grande stile della corruzione. Con al centro, però, non il vecchio gruppo dei partiti della Prima Repubblica, ma quello, nuovo, fondato dal Cavaliere.

In questo quadro la caduta del sottosegretario e la rappresentazione della sua struttura come il perno della corruzione nazionale avrebbero chiaramente travolto l’intero governo. Per questo Berlusconi e tutto il centrodestra hanno frenato. Il Cavaliere ha costruito la sua fortuna politica, quindici anni fa, proprio sulle macerie di un sistema politico travolto dall’ondata dei processi, e oggi non può rischiare di scivolare sullo stesso terreno. E tuttavia, se la difesa di un Bertolaso ammaccato, ma ancora in piedi, è un azzardo che ha una logica, pur discutibile, quella di un partito che a due anni dalla sua nascita mostra già evidenti segni di cedimento, non è ammissibile. Berlusconi è il primo a sapere che in questo senso, se vuole rimediare a quel che è successo, dovrà fare presto delle scelte.

mercoledì 16 dicembre 2009

La nuova chance del Cavaliere



16/12/2009
MARCELLO SORGI


Dal suo letto di sofferenza, Silvio Berlusconi ha fatto ieri una mossa ragionevole: il suo messaggio rassicurante («l’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio»), in una giornata in cui il dibattito parlamentare alla Camera sull’aggressione di domenica aveva avuto un esito sconfortante, ha riempito il vuoto politico che la ripresa di insulti e attacchi di tutti contro tutti non poteva colmare. Certo è davvero preoccupante che il tempo della riflessione su quanto è accaduto e della solidarietà con il presidente del consiglio che ne è stato vittima sia durato appena lo spazio di ventiquattro ore. Gli inviti ad abbassare i toni e a raffreddare il clima, ripetuti anche ieri dal Capo dello Stato, hanno ritrovato purtroppo una platea di sordi. La confusione avrebbe certo preso di nuovo il sopravvento, se appunto il premier non si fosse deciso a prendere, per quanto può, l’iniziativa.

Al di là del contenuto elementare del messaggio, che non tocca nessuna delle questioni aperte, e perfino deteriorate, com’è accaduto al «processo breve» dopo il parere negativo del Csm, Berlusconi ha inteso mostrarsi consapevole del fatto che, ancor di più dopo l’aggressione che ha subito, tocca a lui entrare nel merito del da farsi. Sollecitato, in questo, dall’intervento di Bersani a Montecitorio, in cui il leader del Pd ha invitato ad abbandonare la lunga e ormai inutile discussione sul clima politico deteriorato che starebbe alla base di quanto è successo, per tornare al vivo del confronto politico.

Bersani in altre parole ha detto – e Berlusconi lo ha capito benissimo – che lui e il suo partito, a pagare i conti di Di Pietro e del fronte politico-mediatico antiberlusconiano accusati dal capogruppo del Pdl Cicchitto nell’aula della Camera, non ci stanno. Se il premier e il governo ritengono che la riapertura dei canali di comunicazione a tutti i livelli, avvenuta in conseguenza della drammatica domenica di Milano, possa essere utilizzata per cercare di interloquire politicamente, e magari trovare una soluzione diversa da quelle che fin qui stentano, al problema dei processi di Berlusconi e più in prospettiva a quello delle riforme, si accomodino. Bersani – e non solo lui – aspettano di sapere se ci sono nuove proposte, e giudicarle. Se invece il centrodestra proverà ad usare l’aggressione a Berlusconi solo per fare campagna elettorale, il Pd reagirà duramente. La parola, a questo punto, torna al Cavaliere. Che ha davanti a sé una grossa occasione e, da come s’è comportato ieri, sembra volerne approfittare in positivo. Che poi ci riesca veramente, è un altro discorso.

La nuova chance del Cavaliere


16/12/2009
MARCELLO SORGI


Dal suo letto di sofferenza, Silvio Berlusconi ha fatto ieri una mossa ragionevole: il suo messaggio rassicurante («l’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio»), in una giornata in cui il dibattito parlamentare alla Camera sull’aggressione di domenica aveva avuto un esito sconfortante, ha riempito il vuoto politico che la ripresa di insulti e attacchi di tutti contro tutti non poteva colmare. Certo è davvero preoccupante che il tempo della riflessione su quanto è accaduto e della solidarietà con il presidente del consiglio che ne è stato vittima sia durato appena lo spazio di ventiquattro ore. Gli inviti ad abbassare i toni e a raffreddare il clima, ripetuti anche ieri dal Capo dello Stato, hanno ritrovato purtroppo una platea di sordi. La confusione avrebbe certo preso di nuovo il sopravvento, se appunto il premier non si fosse deciso a prendere, per quanto può, l’iniziativa.

Al di là del contenuto elementare del messaggio, che non tocca nessuna delle questioni aperte, e perfino deteriorate, com’è accaduto al «processo breve» dopo il parere negativo del Csm, Berlusconi ha inteso mostrarsi consapevole del fatto che, ancor di più dopo l’aggressione che ha subito, tocca a lui entrare nel merito del da farsi. Sollecitato, in questo, dall’intervento di Bersani a Montecitorio, in cui il leader del Pd ha invitato ad abbandonare la lunga e ormai inutile discussione sul clima politico deteriorato che starebbe alla base di quanto è successo, per tornare al vivo del confronto politico.

Bersani in altre parole ha detto – e Berlusconi lo ha capito benissimo – che lui e il suo partito, a pagare i conti di Di Pietro e del fronte politico-mediatico antiberlusconiano accusati dal capogruppo del Pdl Cicchitto nell’aula della Camera, non ci stanno. Se il premier e il governo ritengono che la riapertura dei canali di comunicazione a tutti i livelli, avvenuta in conseguenza della drammatica domenica di Milano, possa essere utilizzata per cercare di interloquire politicamente, e magari trovare una soluzione diversa da quelle che fin qui stentano, al problema dei processi di Berlusconi e più in prospettiva a quello delle riforme, si accomodino. Bersani – e non solo lui – aspettano di sapere se ci sono nuove proposte, e giudicarle. Se invece il centrodestra proverà ad usare l’aggressione a Berlusconi solo per fare campagna elettorale, il Pd reagirà duramente. La parola, a questo punto, torna al Cavaliere. Che ha davanti a sé una grossa occasione e, da come s’è comportato ieri, sembra volerne approfittare in positivo. Che poi ci riesca veramente, è un altro discorso.

venerdì 11 dicembre 2009

Rincorsa pericolosa


11/12/2009
MARCELLO SORGI


E’ inutile girarci attorno: quello di Berlusconi ieri a Bonn, al congresso del Ppe, è stato un discorso di rottura, di un leader che sta prendendo la rincorsa per andare ad elezioni anticipate e che a questo punto conta solo sull’appoggio del popolo - del «suo» popolo - per uscire dalle difficoltà. Un piano esposto in un tono che il Presidente della Repubblica, anche lui nel mirino del premier, ha definito «violento», e che ha lasciato stupiti parte dei delegati europei cattolici moderati che erano lì ad ascoltarlo.

Ad evitare equivoci e a neutralizzare l’efficacia - ormai scarsa - degli unguenti e dei brodini che i più prudenti collaboratori del Cavaliere si affrettano a spargere e a distribuire da mesi, per lenire i bruciori provocati dalle sue ultime uscite, Berlusconi stesso, interrogato poco dopo il suo intervento, a proposito delle reazioni durissime che aveva provocato a Roma, da Fini all’opposizione fino al Quirinale, ha risposto che non aveva «niente da chiarire».

E aveva detto quel che aveva detto perché «stanco delle ipocrisie. Tutto qui».

Non siamo insomma di fronte all’ennesima «uscita di pancia» di un uomo che ci ha abituato da sempre a un linguaggio fuori dalla politica, quando non antipolitico (ieri tra l’altro ha parlato di sé come di uno «con le palle»). Semmai lo è stato, il Cavaliere non è più uno sprovveduto: è in carriera da quindici anni e sa benissimo quel che fa. Se ha scelto Bonn, e la platea del Ppe, per alzare la mira contro la Corte Costituzionale, i magistrati e gli ultimi tre Presidenti della Repubblica, è perché è consapevole che con questi argomenti e con questi obiettivi, la legislatura già avvitata su se stessa andrà verso un precipizio, e nessun accordo sarà possibile per salvarla. Né con la parte della sua maggioranza più vicina al presidente della Camera, giustamente convinto che le riforme, e soprattutto quella della giustizia, non debbano alterare l’equilibrio costituzionale tra i diversi poteri. Né tanto meno con quella parte dell’opposizione, che faticosamente, e d’intesa con Napolitano, stava valutando proprio in questi giorni la possibilità di un’intesa, magari provvisoria, per por fine alla guerra che s’è aperta dopo la cancellazione del lodo Alfano da parte della Consulta.

Per chi ancora nutriva qualche dubbio, ora è chiaro che di queste mediazioni, compromessi, accordi ipotizzati e sudati a costo di buona volontà e reciproche rinunce dei diversi interlocutori, a Berlusconi non importa niente. Non gli servono. L’Italia com’è, e il suo sistema istituzionale che funziona normalmente, in cui appunto chi vince le elezioni governa, porta in Parlamento per farle approvare le leggi che fanno oggetto del suo programma, ma se poi sbaglia, o forza, o comunque fa qualcosa che non è previsto dalla Costituzione, incappa nella rete degli organi di garanzia, per Berlusconi non assomigliano per niente a ciò che ha promesso ai suoi elettori. Dunque, sono da cambiare. Con le buone o con le cattive, con chi ci sta e contro tutti quelli che non ci stanno. Tra i quali ultimi, per inciso, il Cavaliere annovera i magistrati che da anni cercano vanamente - anche se talvolta in maniera persecutoria - di processarlo, e che per questo vanno assimilati a tutti gli altri suoi avversari «comunisti», presenti e nascosti, a suo giudizio, nelle pieghe dei poteri e dell’establishment nazionali.

Dal discorso di Bonn - pronunciato non a caso all’estero, per smentire il ritratto dell’Italia che a dispetto del Cavaliere i media stranieri fanno circolare in tutto il mondo - è lecito ricavare anche di che tenore sarà la prossima campagna elettorale del premier. Con al fianco Bossi, l’unico alleato che considera fidato e che ieri s’è affrettato, da solo, a schierarsi con lui, Berlusconi, ottenuto lo scioglimento delle Camere anche grazie al sostegno della Lega, con cui la trattativa preelettorale è molto avanti, si rivolgerà agli elettori con uno schema molto semplice. Non starà neppure a perdere tempo per sminuire le accuse che si porta sul collo o alleggerire il peso delle vicende personali che hanno macchiato la sua immagine. Dirà più o meno così: come sono io lo sapete, ma se non volete che tornino «quelli», votatemi anche stavolta.

Un giudizio di Dio. Voglia il Cielo che un Paese ridotto com’è riesca a evitare anche questa prova. O a sopportarla, con le ultime risorse, se davvero ci si arriverà.

giovedì 8 ottobre 2009

Oltre ogni limite


8/10/2009

MARCELLO SORGI

Silvio Berlusconi ha pieno diritto di annunciare che andrà avanti, anche dopo che la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo il lodo Alfano e aperto la strada alla ripresa dei processi penali che lo vedono imputato. Quel che invece non può dire, come ha detto ieri, purtroppo, a caldo dopo la sentenza, è che la Corte ha deciso così «perché è di sinistra» e fa parte di uno schieramento che vuole soggiogare il Paese.

In questa che definisce «una minoranza», composta, sono parole sue, dal «settantadue per cento della stampa» e dai «comici che prendono in giro il governo», Berlusconi ha incredibilmente inserito il Capo dello Stato: alzando così a un livello insopportabile lo scontro istituzionale, e dimenticando che Napolitano aveva firmato il testo del ministro di Giustizia Alfano, proprio in base al verdetto con cui la Consulta aveva chiesto prima una serie di aggiustamenti per il precedente lodo Schifani.

Stavolta invece la Corte ha scelto una via più chiara: cassata la legge ordinaria, contingente e rappezzata sul testo del vecchio lodo, già sottoposto del resto a questione di costituzionalità, è come se avesse suggerito di ricorrere a una nuova legge costituzionale, per eliminare alla radice i problemi fin qui rivelatisi insolubili. Per un governo che poggia su una larga maggioranza, vanta una forte capacità «di fare» e nell’altra legislatura in cui era stato al potere era riuscito a cambiare quasi metà della Costituzione, non dovrebbe essere difficile, in tempi ragionevoli, realizzare un simile obiettivo. Né temibile affrontare il referendum confermativo previsto dall’articolo 138, che seguirà. Un referendum, è vero, che fu negativo per le riforme costituzionali introdotte dal centrodestra tra il 2001 e il 2006, ma stavolta si risolverebbe in un plebiscito su Berlusconi. E come tale potrebbe contare sul favore popolare, che ogni giorno il premier misura nei sondaggi e non si stanca di ricordare.

Anche senza conoscere le motivazioni di principio della Corte, si può provare a ragionare su alcuni dati concreti, che probabilmente non saranno stati estranei al ragionamento dei giudici della Consulta. Benché convinto di essere vittima di una persecuzione, Berlusconi infatti è arrivato a governare con fino ad 11 processi pendenti sulla sua testa. Ha sopportato condanne poi trasformatesi in assoluzioni, s’è salvato talvolta con le prescrizioni. E tutto ciò non gli ha impedito di vincere o perdere le elezioni, e tornare per la terza volta a Palazzo Chigi, a prescindere dalla pressione giudiziaria che si addensava su di lui, e in qualche caso avvalendosene anche come strumento di propaganda. Anche adesso, per spiacevole che sia visto il tenore delle accuse, quello che lo attende a Milano non è un patibolo. È un normale procedimento, che sarà celebrato da un collegio diverso da quello che ha posto la questione di costituzionalità ed andrà incontro a un termine di prescrizione nel febbraio del prossimo anno.

Inoltre, a riproporre in Parlamento la questione dell’immunità in generale, e non solo di quella che lo interessa, il premier potrebbe pure avere qualche sorpresa, se non da tutta, da settori dell’opposizione. L’immunità, si sa, era già prevista dalla Costituzione all’articolo 68. Ma ciò che i nostri Padri costituenti avevano inserito nel testo della Carta, a garanzia della libertà e della sicurezza della politica, fu modificato frettolosamente dai loro successori sull’onda di Tangentopoli e della cosiddetta «rivoluzione italiana».

Da allora in poi, e sono sedici anni, l’equilibrio tra i poteri (governo, Parlamento, magistratura) è cambiato. Si è passati dalla protezione assoluta di cui (grazie anche a frequenti amnistie che si concedevano) godevano parlamentari e uomini di governo nella Prima Repubblica, ad una minima, spesso insignificante, di cui i politici debbono oggi vergognarsi e alla quale si risolvono a rinunciare frequentemente, sotto la spinta di una gogna pubblica senza regole o limiti.

Non è un mistero che una situazione del genere non comprenda il solo Berlusconi, né il suo schieramento in particolare e neppure solo i parlamentari. Piuttosto, ormai, l’insieme della politica nel suo complesso, in un sistema in cui moltissimi, eletti o no, cittadini semplici o eccellenti, sono accusati, inquisiti, intercettati, ma si dimettono, o non si dimettono, dai loro incarichi pubblici, in pratica solo quando gli va, e sempre indipendentemente da processi, condanne e assoluzioni. Problemi come questi, non a caso, hanno riguardato in passato, tra gli altri, anche Prodi e D’Alema. Che hanno reagito con una diversa varietà di reazioni, ma con più rispetto per la magistratura e senza fare casi personali.

Certo era troppo aspettarsi che la Corte Costituzionale, occupandosi del caso dell’imputato pubblico numero uno Silvio Berlusconi, affrontasse anche una questione che la politica, fin qui, nei lunghi anni della transizione italiana, ha provato inutilmente a risolvere, e di fronte alla quale forse s’è arresa. Ma non c’è dubbio che il problema rimane.