venerdì 20 novembre 2009

Bioetica, Fini: "Politica riaffermi centralità se non vogliamo che decidano i giudici"


Sulla materie eticamente sensibili il Parlamento "deve recuperare la sua funzione centrale attraverso il libero e ampio confronto", altrimenti il ruolo di supplenza viene svolto dal giudice. Lo ha detto il presidente della Camera, Gianfranco Fini, svolgendo la lectio magistralis in Campidoglio sul tema dei diritti umani.

Il Parlamento e i giudici. "Se il legislatore non riesce a intervenire nelle cosiddette materie eticamente sensibili, non può che spettare al giudice la ricerca della soluzione ragionevole applicabile al singolo caso", ha sottolineato Fini. "La legge deve recuperare la sua funzione centrale, perché soltanto attraverso il libero e ampio confronto parlamentare che si può raggiungere un alto livello di mediazione politica e sociale tra le legittime visioni contrapposte", ha proseguito, "ogni decisione sulla vita deve essere rigorosamente assunta sulla base di principi costituzionali, tenendo presente che l'autodeterminazione non vive in una dimensione astratta e che le condizioni materiali incidono profondamente sui modi di scegliere, di autodeterminarsi delle persone".

Centralità delle Camere. "Il ruolo delle istituzioni deve avere come finalità quella di rendere la decisione effettivamente libera", ha proseguito, "il Parlamento deve riaffermare la sua centralità qualitativa. Lo chiedono gli italiani al di là delle divisioni politiche". Spetta alla politica determinare "il confine tra individualismo e diritti individuali, se non vogliamo che il potere giudiziario sia succedaneo a quello legislativo". Insomma, ha aggiunto Fini, alla politica "spetta l'onere di sciogliere i nodi e di porre punti fermi" ribadendo una "centralità evocata troppo spesso in astratto".

Diritti umani e democrazia. "I dati sulle violazioni dei diritti umani perpetrate sotto i regimi dittatoriali - ha detto ancora Fini - quale che sia l'ideologia, hanno dimostrato che il tipo di sistema politico all'interno di un Paese è lungi dall'essere irrilevante per lo standard dei diritti umani goduti dai suoi cittadini. Da questo punto di vista, pertanto, solo la democrazia è il sistema di governo più idoneo a difendere i diritti umani, dal momento che i principi basilari su cui essa poggia garantiscono, per definizione, il pieno sviluppo di quei diritti che noi chiamiamo civili e politici".

"Le nuove sfide derivanti dall'età dei diritti - ha concluso il presidente della Camera - denotano tuttavia una irresistibile inclinazione dei diritti fondamentali ad espandersi oltre i confini dei singoli ordinamenti democratici".

Nomine Ue. "Non sta a me dire se erano possibili scelte di diverso profilo sui nominativi", ha detto Fini a margine della lectio magistralis parlando delle nomine europee. Per il presidente della Camera la scelta "è dipesa dalla necessità di comporre varie esigenze: le esigenze degli stati nazionali, delle famiglie politiche. Credo che sia stato per certi aspetti un pedaggio inevitabile da pagare in questa fase di avvio della nuova architettura istituzionale che è destinata ad avere un impatto notevolissimo".

(20 novembre 2009)

Caso Orlandi, da Mario l'ultima verità. Una sola chiamata registrata, ma decisiva


di CARLO BONINI


IL caso Orlandi riparte tirando un sottile filo sopravvissuto a un tempo ormai lunghissimo, un quarto di secolo. Da una telefonata ? l'unica di cui si è conservata la registrazione ? ricevuta dalla famiglia di Emanuela il 28 giugno 1983, sei giorni dopo la scomparsa.

Dall'uomo che, in quella circostanza, disse di chiamarsi "Mario", che offrì dettagli tutt'altro che eccentrici sul conto di quella ragazza, e che oggi, la Procura ne è convinta, si può concludere fosse "la voce della Banda della Magliana".

A "Mario", mercoledì notte, Sabrina Minardi, la donna che tra l'82 e l'84 fu l'amante di Enrico De Pedis ("Renatino", il capo della Banda), ha dato un nome e un cognome. Che per altro ai due pubblici ministeri che la ascoltavano non era del tutto sconosciuto. Perché già indicato nell'ultima delle informative della Squadra Mobile sulla "compatibilità" tra la voce di quella telefonata del giugno '83 e le identità di alcuni uomini della Banda oggetto di indagine in questo ultimo anno e mezzo. Chi è dunque "Mario"? E perché quella telefonata diventa oggi la chiave per venire a capo di uno dei più resistenti misteri italiani?

"Tutto quello che si può dire in questo momento ? dice una fonte inquirente - è che "Mario" era una figura di terza fila della Banda, un ragazzino, un gregario. Che "Mario" è vivo. Che il suo nome non è stato sin qui "bruciato" dalla cronaca. E che porta a De Pedis". Quando si fa vivo con gli Orlandi il 28 giugno 1983, dice di avere 35 anni e di chiamare da un bar all'altezza di ponte Vittorio, tra il Vaticano e la scuola di musica dove Emanuela era stata vista per l'ultima volta. Parla con un forte accento romano e spiega di aver visto nel suo locale un tipo con due ragazze che vendono cosmetici "Avon", una delle quali dice di chiamarsi "Barbara" e di essere scappata di casa, dove pure ha deciso di tornare per il matrimonio della sorella. Ma alla domanda sull'altezza di quella "Barbara" incespica, chiede consiglio a un secondo uomo, la cui voce si sente in sottofondo.

Sembrano informazioni confuse e depistanti (o almeno tali verranno ritenute per 25 anni), ma che si incastrano con quelle che, nei tre giorni precedenti, sempre al telefono, sempre con gli Orlandi, ha fornito un'altra voce (di cui non esiste alcuna registrazione). Quella di un tale "Pierluigi". Il 25 giugno chiama due volte. Il 26, una terza e ultima volta. A differenza di "Mario" non ha un intercalare dialettale. Sostiene di avere 16 anni e che la sua fidanzata ha conosciuto a Campo dè Fiori due ragazze che vendono cosmetici. Una di loro ? dice - "si chiama Barbara", ha con sé il flauto, ma si rifiuta di suonarlo perché dovrebbe indossare gli occhiali, e se ne vergogna. Quindi aggiunge: "Occhiali a goccia e per astigmatici". E ancora: "Barbara tornerà a casa per suonare il flauto al matrimonio della sorella".

"Barbara", gli occhiali per astigmatici, la vendita di cosmetici, il flauto, il matrimonio della sorella. Questi dettagli cruciali che "Pierluigi" e "Mario" spendono con la famiglia Orlandi nell'arco dei primi sette giorni dalla scomparsa hanno una loro concretezza, ma dove e a chi portino è domanda che chi allora indaga decide di non coltivare. Né l'uno né l'altro hanno fatto cenno a una richiesta di riscatto, dunque ? è la conclusione ? quelle due voci maschili fanno perdere solo del tempo.
Del resto, lo scenario iperbolico che l'indagine sulla Orlandi comincerà a disegnare già nell'estate dell'83, contribuirà per almeno vent'anni a dimenticare sia "Pierluigi" che "Mario". Almeno fino a quando, nel 2006, Antonio Mancini, pentito della Banda della Magliana, non indica nella voce di "Mario" ? dopo che la trasmissione "Chi lo ha visto" ha reso pubblica la registrazione della telefonata del 28 giugno 1983 - "un killer di De Pedis". Mancini crede di riconoscere nell'uomo che parla un tale "Rufetto", che pure esce rapidamente di scena, perché escluso dalle prime perizie foniche disposte allora dalla squadra Mobile.

È un fatto però che proprio a partire da quel momento, il proscenio del caso Orlandi cominci ad essere occupato stabilmente dalla Banda della Magliana. Che in quella direzione indichi l'anonimo che invita a scoprire chi è sepolto nella cappella di Sant'Apollinare (Enrico De Pedis) e "per quale motivo". Detto altrimenti, quale sia "il favore" che la Banda ha reso al Vaticano per meritare che le spoglie del suo Capo riposino nel territorio della Santa Sede.

Comincia insomma un'altra storia, che nel giugno del 2008, come è noto, trova in Sabrina Minardi, ex moglie di Bruno Giordano e amante di De Pedis, la sua problematica testimone. Capace con il suo racconto (indica la prigione di Emanuela in una casa di Monteverde e nelle fondamenta di un cantiere di Torvaianica la sua tomba) non solo di stabilire un nesso tra De Pedis e monsignor Marcinkus, ex direttore dello Ior. Ma anche di svelarne la sostanza, indicando proprio in De Pedis l'uomo che del potente monsignore conosceva le debolezze sessuali e dunque l'unico in grado di risolvere il "problema Emanuela Orlandi", che di quelle "debolezze" sarebbe stato parte.
In cambio di cosa Emanuela sarebbe stata eliminata dalla Banda per conto di Marcinkus, la Procura, oggi, non è ancora in grado di dirlo. Forte però di una certezza. La fine di Emanuela Orlandi è cosa di "Renatino" e di quelli della Magliana. E "Mario" ne è la chiave.

(20 novembre 2009)

Il mistero di Emanuela nelle stanze del Vaticano


di MASSIMO LUGLI


UN manifesto in bianco e nero, con la foto di una ragazza bruna, una fascetta nera un po' da hippy sulla fronte e la scritta "Scomparsa" seguita da una descrizione di poche righe e da un numero telefonico di sette cifre.

Pochissimi se ne accorsero, nessun giornale pubblicò più di qualche riga. I grandi gialli, di solito, iniziano in modo clamoroso. Quello di Emanuela, il mistero infinito su cui perse il sonno una generazione intera di investigatori, su cui si sono cimentati servizi segreti nazionali e d'importazione, poliziotti, magistrati, confidenti, spioni, scrittori, giornalisti e decine di figure "border line" più o meno in malafede, invece, cominciò in sordina. In una capitale dilaniata dal terrorismo, spaventata da una mala sempre più sanguinaria, irrigidita da tremende tensioni politiche la storia di una quindicenne in jeans, camicia bianca e scarpe da ginnastica, uscita dalla scuola di musica il 22 giugno 83, salita su una Bmw verde e svanita nel nulla sembrava destinata a essere sepolta per sempre nelle brevi di nera. "Sapete quante adolescenti scappano tutti i giorni?" fu la risposta tranchant della questura ai pochi cronisti che cominciarono a far domande.
Quasi tutti si accontentarono.

La famiglia di Emanuela, nel frattempo, era già precipitata in un incubo che dura da 26 anni. Un incubo ancora lontano dalla conclusione perché le ultime rivelazioni, la (probabile) identificazione di uno dei tanti telefonisti che si avvicendarono nell'alimentare speranze, angosce e delusioni sembra l'inizio di una traccia più che una pista vera e propria. La verità è che nessuno, dalle 19,30 di quel 22 giugno, ha mai fornito una sola prova convincente che la quindicenne sia stata tenuta in ostaggio, non sia stata uccisa poche ore dopo il sequestro. I rapimenti, allora, erano routine e seguivano una trafila consolidata: alla famiglia, alla polizia o ai carabinieri arrivava una foto dell'ostaggio con un giornale in mano, o qualche lettera se non, nei casi più agghiaccianti, un dito o un orecchio. Di Emanuela si sono ritrovati solo un nastro registrato (che potrebbe essere stato inciso in qualunque momento) e una fotocopia dei documenti. Nessuna certezza.

Fu l'appello del Papa, durante l'Angelus del 3 luglio, a scaraventare la piccola storia della quindicenne sparita in prima pagina e a rendere ufficiale l'ipotesi su cui la squadra mobile di Nicola Cavaliere stava già lavorando in sordina: quella del rapimento. Nel frattempo, al telefono di casa Orlandi (intercettato con l'arcaica tecnologia di allora) si erano già dati il cambio "Pierluigi" e "Mario", quel "Mario" che Sabrina Minardi (altra figura piena di ombre), ex moglie del calciatore Bruno Giordano e poi compagna del boss Enrico "Renatino" De Pedis avrebbe identificato in uno dei componenti della Banda della Magliana che in quegli anni stava consolidando il suo dominio su Roma a colpi di calibro 9 e raffiche di mitra.

Due giorni dopo entrò in scena l'"Amerikano", una voce con spiccato accento straniero che mostrava di sapere parecchio e che fu il primo, vero, indizio per gli inquirenti sempre più disorientati. L'"Amerikano" chiamò in causa, per la prima volta, Mehmet Alì Agca, il "Lupo grigio" che due anni prima aveva sparato a Giovanni Paolo II in piazza San Pietro (e che in seguito contribuì ad arricchire il giallo di una vena sovrannaturale citando il Terzo Mistero di Fatima). Sedici telefonate, tutte da cabine telefoniche diverse, poi anche la voce con l'accento straniero tacque per sempre. Una nota del Sisde di Vincenzo Parisi, rimasta segreta fino al 1995 identificava l'Amerikano nel presidente dello Ior, la Banca Vaticana, Paul Marcinkus. La pista dei fondi neri d'oltretevere e dei collegamenti con il "suicidio" del banchiere Roberto Calvi, sotto il ponte dei Frati Neri a Londra, non ha portato da nessuna parte. Come le altre, almeno fino a ieri.

Sulla scena, successivamente, comparve un'altra ragazza: Mirella Gregori, 15 anni come Emanuela, scomparsa il 7 maggio dello stesso anno. Fu un grande avvocato intenazionalista, Gennaro Egidio, a sostenere fino alla morte che le due storie erano collegate (anche se le adolescenti non si conoscevano affatto). Nessuna prova, nessun risultato. Nel nulla, dopo anni di indagini oltreconfine e note top secret dei servizi segreti, finirono anche la "Pista bulgara", quella turca e le innumerevoli segnalazioni secondo cui Emanuela era viva, madre di un bambino, prigioniera in un harem o addirittura che era tornata, da anni, a Roma. E perfino il ritrovamento di un cranio umano nel confessionale di una chiesa di via Gregorio VII (a due passi dal Vaticano) che fu fatto analizzare nella vaga ipotesi che fosse proprio quello di Emanuela.
Col passare degli anni, i servizi cominciarono a perdere interesse nel mistero, i giornali a ricordarsene solo nell'anniversario della scomparsa o in occasione di qualche clamorosa quanto strampalata rivelazione dell'ultima ora, gli investigatori a passare ad altri incarichi. Fino al luglio del 2005, quando una telefonata anonima a "Chi l'ha visto" riaprì il caso e riaccese l'interesse su una vicenda ormai etichettata come uno dei tanti misteri made in Vaticano.
Lo sconosciuto parlava di "Renatino", uno dei boss della Magliana freddato a colpi di pistola durante la faida coi Testaccini e suggeriva di indagare "sul favore che aveva fatto al cardinal Poletti". Quale favore? Mistero. Ma una cosa è certa: il boss malavitoso era stato sepolto nella Basilica di Sant'Apollinare, nella stessa piazza dove si trovava la scuola di musica di Emanuela. Indagini a vuoto.

Tre anni dopo, nel venticinquesimo anniversario della scomparsa, entra in scena Sabrina, l'ex donna del boss. Personaggio da prendere con le molle, spesso strafatta di cocaina, che entra ed esce dai domiciliari. Dice di aver visto il cadavere a Torvaianica, buttato in una betoniera da "Renatino" De Pedis assieme a quello del piccolo Domenico Nicitra, chiama in causa Danilo Abbruciati (il killer freddato nell'attentato a Roberto Rosone), Marcinkus e Andreotti. "O delira o vuole soldi" pensarono in molti. Ma quando dietro sua indicazione fu ritrovata una Bmw intestata prima a Flavio Carboni e poi a un boss della Magliana parecchi, anche in procura, cambiarono idea e fu tutto uno scartabellare vecchi fascicoli ingialliti. Ora Sabrina avrebbe fatto identificare "Mario". Il giallo torna ai primi giorni, al punto di partenza. Con una nuova, labile pista e il dolore immutato della madre che non ha mai smesso di sperare.

(20 novembre 2009)

Il Cavaliere e la favola dei 106 processi


di GIUSEPPE D'AVANZO


SI dice: il processo sia "breve" e se questa rapidità cancella i processi di Silvio Berlusconi sia benvenuta perché contro quel poveruomo, dopo che ha scelto la politica (1994), si è scatenato un "accanimento giudiziario" con centinaia di processi.

Al fondo della diciottesima legge ad personam, favorevole al capo del governo c'è soltanto uno schema comunicativo, fantasioso, perché privo di ogni connessione con la realtà. È indiscutibile che un giudizio debba avere una ragionevole durata per non diventare giustizia negata (per l'imputato innocente, per la vittima del reato). "Processo breve", però, è soltanto un'efficace formula di marketing politico-commerciale. Nulla di più. Per credere che dia davvero dinamismo ai dibattimenti, bisogna dimenticare che le nuove regole (durata di sei anni o morte del processo) sono un imbroglio, se non si migliorano prima codice, procedura, organizzazione giudiziaria. Sono una rovina per la credibilità del "sistema Italia", se definiscono "non gravi" i reati economici come la corruzione. Con il tempo, la ragione privatissima del disegno di legge è diventata limpida anche per i creduloni, e i corifei del sovrano ora ammettono in pubblico che la catastrofica riforma è stata pensata unicamente per liberare Berlusconi dai suoi personali grattacapi giudiziari. L'effrazione di ogni condizione generale e astratta della legge deve essere sostenuta - per conformare la mente del "pubblico" - da un secondo soundbite, quella formuletta breve e convincente che, come una filastrocca, deve essere recitata in tv, secondo gli esperti, al ritmo di 6,5 sillabe al secondo, in non più di 12/15 secondi. Diffusa, ripetuta e disseminata dai guardiani vespi e minzolini dei flussi di comunicazione, suona così: Silvio Berlusconi ha il diritto di proteggersi - sì, anche con una legge ad personam - perché ha dovuto subire centinaia di processi dopo la sua "discesa in campo", spia di un protagonismo abusivo e tutto politico della magistratura che indebolisce la democrazia italiana.

Bene, ma è vero che Berlusconi è stato "aggredito" dalle toghe soltanto dopo aver scelto la politica? E quanto è stato "aggredito"? Davvero lo è stato con "centinaia di processi" tutti conclusi con un nulla di fatto? Domande che meritano parole factual, se si vuole avere un'opinione corretta anche di questo argomento sbandierato da tempo e accettato senza riserve anche dalle menti più ammobiliate.

Il numero dei processi di Berlusconi è un mistero misericordioso se si ascolta il presidente del consiglio. Dice il Cavaliere: "In assoluto [sono] il maggior perseguitato dalla magistratura in tutte le epoche, in tutta la storia degli uomini in tutto il mondo. [Sono stato] sottoposto a 106 processi, tutti finiti con assoluzioni e due prescrizioni" (10 ottobre 2009). Nello stesso giorno, Marina Berlusconi ridimensiona l'iperbole paterna: "Mio padre tra processi e indagini è stato chiamato in causa 26 volte. Ma a suo carico non c'è una sola, dico una sola, condanna. E se, come si dice, bastano tre indizi per fare una prova, non le sembra che 26 accuse cadute nel nulla siano la prova provata di una persecuzione?" (Corriere, 10 ottobre). Qualche giorno dopo, Paolo Bonaiuti, portavoce del premier, pompa il computo ancora più verso l'alto: "I processi contro Berlusconi sono 109" (Porta a porta, 15 ottobre). Lo rintuzza addirittura Bruno Vespa che avalla i numeri di Marina: "Non esageriamo, i processi sono 26".

Ventisei, centosei o centonove, e quante assoluzioni? In realtà, i processi affrontati dal Cavaliere come imputato sono sedici. Quattro sono ancora in corso: corruzione in atti giudiziari per l'affare Mills; istigazione alla corruzione di un paio di senatori (la procura di Roma ha chiesto l'archiviazione); fondi neri per i diritti tv Mediaset (in dibattimento a Milano); appropriazione indebita nell'affare Mediatrade (il pm si prepara a chiudere le indagini).

Nei dodici processi già conclusi, in soltanto tre casi le sentenze sono state di assoluzione. In un'occasione con formula piena per l'affare "Sme-Ariosto/1" (la corruzione dei giudici di Roma). Due volte con la formula dubitativa del comma 2 dell'art. 530 del Codice di procedura penale che assorbe la vecchia insufficienza di prove: i fondi neri "Medusa" e le tangenti alla Guardia di Finanza, dove il Cavaliere è stato condannato in primo grado per corruzione; dichiarato colpevole ma prescritto in appello grazie alle attenuanti generiche; assolto in Cassazione per "insufficienza probatoria".
Riformato e depenalizzato il falso in bilancio dal governo Berlusconi, l'imputato Berlusconi viene assolto in due processi (All Iberian/2 e Sme-Ariosto/2) perché "il fatto non è più previsto dalla legge come reato". Due amnistie estinguono il reato e cancellano la condanna inflittagli per falsa testimonianza (aveva truccato le date della sua iscrizione alla P2) e per falso in bilancio (i terreni di Macherio).
Per cinque volte è salvo con le "attenuanti generiche" che (attenzione) si assegnano a chi è ritenuto responsabile del reato. Per di più le "attenuanti generiche" gli consentono di beneficiare, in tre casi, della prescrizione dimezzata che si era fabbricato come capo del governo: "All Iberian/1" (finanziamento illecito a Craxi); "caso Lentini"; "bilanci Fininvest 1988-'92"; "fondi neri nel consolidato Fininvest" (1500 miliardi); Mondadori (l'avvocato di Berlusconi, Cesare Previti, "compra" il giudice Metta, entrambi sono condannati).

È vero, l'inventario annoia ma qualcosa ci racconta. Ci spiega che senza amnistie, riforme del codice (falso in bilancio) e della procedura (prescrizione) affatturate dal suo governo, Berlusconi sarebbe considerato un "delinquente abituale". Anche perché, se non avesse corrotto un testimone (David Mills, già condannato in appello, lo protegge dalla condanna in due processi), non avrebbe potuto godere delle "attenuanti generiche" che lo hanno reso "meritevole" della prescrizione che egli stesso, da presidente del consiglio, s'è riscritto e accorciato.

L'imbarazzante bilancio giudiziario non liquida un lamento che nella "narrativa" di Berlusconi è vitale: fino a quando nel 1994 non mi sono candidato al governo del Paese, la magistratura non mi ha indagato. Se non si lasciano deperire i fatti, anche questo ossessivo soundbite non è altro che l'alchimia di un mago, pubblicità. Berlusconi viene indagato per traffico di stupefacenti, undici anni prima della nascita di Forza Italia. Nel 1983 (l'accusa è archiviata). È condannato in appello (e amnistiato) per falsa testimonianza nel 1989, venti anni fa. Nel 1993 - un anno prima della sua prima candidatura al governo - la procura di Torino già indaga sul Milan e i pubblici ministeri di Milano sui bilanci di Publitalia. Al di là di queste date, è documentato dagli atti giudiziari che Silvio Berlusconi e il gruppo Fininvest finiscono nei guai non per un assillo "politico" dei pubblici ministeri, ma per le confessioni di un ufficiale corrotto del Nucleo regionale di polizia tributaria di Milano. Ammette che le "fiamme gialle" hanno intascato 230 milioni di lire per chiudere gli occhi nelle verifiche fiscali di Videotime (nel 1985), Mondadori (nel 1991), Mediolanum Vita (nel 1992), tutti controlli che precedono l'avventura politica dell'Egoarca. Accidentale è anche la scoperta dei fondi esteri della Fininvest. Vale la pena di ricordarlo. Uno dei prestanomi di Bettino Craxi, Giorgio Tradati, consegna a Di Pietro i tabulati del conto "Northern Holding". Li gestisce per conto di Craxi. Sul conto affluisce, senza alcun precauzione, il denaro che il gotha dell'imprenditoria nazionale versa al leader socialista.

C'è una sola eccezione. Un triplice versamento non ha nome e firma. Sono tre tranche da cinque miliardi di lire che un mittente, generoso e sconosciuto, invia nell'ottobre 1991 a Craxi. "Fu Bettino a annunciarmi l'arrivo di quel versamento", ricorda Tradati. Le rogatorie permettono di accertare che i miliardi, "appoggiati" su "Northern Holding", vengono dal conto "All Iberian" della Sbs di Lugano. Di chi è "All Iberian"? Per mesi, i pubblici ministeri pestano acqua nel mortaio fino a quando un giovane praticante dello studio Carnelutti, un prestigioso studio legale milanese, confessa al pool di avere fatto per anni da prestanome per conto della Fininvest in società create dall'avvocato londinese David Mackenzie Mills.
Così hanno inizio le rogne che ancora oggi Berlusconi deve grattarsi. Il caso, la fortuna, la sfortuna, fate voi. Tirando quell'esile filo, saltano fuori 64 società off-shore del "gruppo B di Fininvest very secret", create venti anni fa e alimentate prevalentemente con fondi provenienti dalla "Silvio Berlusconi Finanziaria". È in quell'arcipelago che si muovono le transazioni strategiche della Fininvest che, come documenterà la Kpmg, consentono a Berlusconi e al suo gruppo di "alterare le rappresentazioni di bilancio"; "esercitare un controllo con fiduciari in emittenti tv che le normative italiane estere non avrebbero permesso"; "detenere quote di partecipazione in società quotate senza informare la Consob e in società non quotate per interposta persona"; "erogare finanziamenti"; "effettuare pagamenti"; "intermediare tra società del gruppo l'acquisizione dei diritti televisivi"; "ricevere fondi da terzi per finanziare operazioni di Fininvest effettuate per conto di terzi". È il disvelamento non di un episodio illegale, ma di un metodo illegale di lavoro, dello schema imprenditoriale illecito che è a fondamento delle fortune di Silvio Berlusconi. Per dirla tutta, e con il senno di poi, sedici processi per venire a capo di quel grumo di illegalità oggi appaiono addirittura un numero modesto. Nel "group B very discreet della Fininvest" infatti si costituiscono fondi neri (quasi mille miliardi di lire). Transitano i 21 miliardi che rimunerano Bettino Craxi per l'approvazione della legge Mammì; i 91 miliardi in Cct destinati alla corruzione del Parlamento che approva quella legge; la proprietà abusiva di Tele+ (viola le norme antitrust italiane, per nasconderla furono corrotte le "fiamme gialle"); il controllo illegale dell'86 per cento di Telecinco (in disprezzo delle leggi spagnole); l'acquisto fittizio di azioni per conto del tycoon Leo Kirch contrario alle leggi antitrust tedesche; le risorse destinate poi da Cesare Previti alla corruzione dei giudici di Roma (gli consegnano la Mondadori); gli acquisti di pacchetti azionari che, in violazione delle regole di mercato, favorirono le scalate a Standa, Mondadori, Rinascente. E c'è altro che ancora non sappiamo e non sapremo?

Tutti i processi che Berlusconi ha affrontato e deve ancora affrontare nascono per caso non per un deliberato proposito. Un finanziere che confessa, un giovane avvocato che si libera del peso che incupisce i suoi giorni consentono di mettere insieme indagine dopo indagine, ineluttabili per l'obbligatorietà dell'azione penale, una verità che il capo del governo non potrà mai ammettere: il suo successo è stato costruito con l'evasione fiscale, i bilanci truccati, la corruzione della politica, della Guardia di Finanza, di giudici e testimoni; la manipolazione delle leggi che regolano il mercato e il risparmio in Italia e in Europa. Per Berlusconi, la banalizzazione della sua storia giudiziaria, che egli traduce e confonde in guerra alla (o della) magistratura, non è il conflitto della politica contro l'esercizio abusivo del potere giudiziario, ma il disperato e personale tentativo di cancellare per sempre le tracce del passato e di un metodo inconfessabile. Con quali tecniche Berlusconi ha combattuto, e ancora affronterà, questa contesa è un'altra storia.

(20 novembre 2009)

ESTRADIZIONE DI RITORNO


FAME NEL MONDO


D’Alema e l’Italia restano fuori dall’Europa


BOCCIATO COME CANDIDATO A MINISTRO DEGLI ESTERI EUROPEO NELLA GUERRA TRA L’ASSE PARIGI-BERLINO E LONDRA
di Gianni Marsilli


Dunque, stando a quanto ha proposto la presidenza svedese nella prima serata di ieri, a dirigere la politica estera europea non sarà Massimo D’Alema, ma la britannica Katherine Ashton (“Ma chi è?” si è chiesto un esterrefatto Romano Prodi), laburista, attuale commissaria al Commercio. Così hanno deciso i capi di governo socialisti, che si sono riuniti a Bruxelles ieri pomeriggio, qualche ora prima dell’inizio del Vertice. In quella sede Gordon Brown ha messo sul tavolo la testa di Tony Blair: ritiro la sua candidatura alla presidenza dell’Unione – ha detto – però chiedo la poltrona di Alto rappresentante. Più che il profilo “professionale” della Ashton (che con la politica estera non si è mai cimentata e dovrà dirigere un servizio diplomatico di quattromila funzionari), ha giocato a questo punto un’esigenza prepotentemente emersa in questi ultimi giorni: quella di femminilizzare i vertici europei. La Ashton ha riempito due caselle nello stesso tempo: quella di candidato unico del Pse, e quella di rappresentante femminile, che difficilmente il Ppe avrebbe potuto rifiutare. Anche perché i popolari hanno il loro campione nel belga Herman van Rompuy, che sarà presumibilmente il presidente dell’Unione.
La situazione si è dunque sbloccata, ma per sfociare in un’Europa classicamente “intergovernativa”. Hanno vinto, se cosi’ si puo’ dire, le tre grandi capitali. Van Rompuy è infatti il candidato di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy: un uomo indubbiamente capace, almeno nel difficile ruolo di primo ministro di un Belgio diviso tra valloni e fiamminghi, ma che non farà certamente ombra al binomio franco-tedesco. E’ quello che il presidente francese e il cancelliere tedesco volevano: ristabilire la primazia dell’asse Parigi-Berlino. Nel Dna politico di Sarkozy c’è sempre una buona dose di geni neogollisti, in quello della Merkel una tendenza al ripiego nazionale, soprattutto dopo l’esito delle elezioni di fine settembre e la fine della grande coalizione con i socialdemocratici. Con il malleabile Barroso alla testa della Commissione e un presidente dell’Unione sotto tutela (la carica è rinnovabile dopo due anni e mezzo, se il prescelto ci tiene avrà tutto l’interesse di non dispiacere ai suoi due grandi elettori) Sarkozy e Merkel avranno tutto l’agio di sviluppare la loro speciale cooperazione. Che è una garanzia per l’Europa, ma con il rischio perenne di trasformarsi in “direttorio”.
Londra, da parte sua, non poteva restare a bocca asciutta. Gordon Brown è in partenza, il Labour si appresta a passare all’opposizione, ma il primo ministro britannico un anno fa ha giocato un ruolo fondamentale nella gestione della crisi economica. La Gran Bretagna, inoltre, è l’unico paese a poter seriamente controbilanciare il potere franco-tedesco. Tutto lascia pensare che il risultato finale del complicato psicodramma europeo sia stata di sconcertante semplicità: se la sono giocata i soliti tre, sulla base del solito “do ut des”, e gli altri a seguire, Italia compresa. Restano molti dubbi sulla cifra democratica di questa barocca procedura, e su che razza di politica estera metterà in atto la baronessa Katherine Ashton, alla quale sono già andati i “migliori auguri” di Massimo D’Alema.

Acqua: manca l’authority


Parte la liberalizzazione, ora si deve decidere chi controlla i prezzi


Il giorno dopo il voto di fiducia sul decreto che introduce una parziale liberalizzazione nel settore idrico, come richiesto dall’Unione europea, la Camera ratifica la conversione in legge. Ci sono state manifestazioni di protesta intorno alla Camera, l’Italia dei valori parla di “leggi schifezza”, il Pd dice che “adesso ci toglieranno anche l’aria”, nonostante la riforma non sia molto diversa da quella sostenuta nel precendente governo Prodi dal ministro Linda Lanzillotta. Le associazioni dei consumatori promettono un referendum. Visto che però ormai è legge, il primo problema da risolvere è quello che pone il ministro delle Regioni Raffaele Fitto, Pdl: chi controllerà che i privati a cui potrà essere affidata la gestione della rete con gara d’appalto rispettino gli impegni presi, negli investimenti e nella qualità del servizio?Allo studio abbiamo tre soluzioni: una sezione aggiuntiva dell’authority del gas, il rafforzamento del Copri (comitato per la vigilanza sull’uso delle risorse idriche) presso il ministero dell’Ambiente e la terza ipotesi é la creazione di una nuova authority in questo settore, cosa che mi sembra la soluzione più auspicata”.
La questione è delicata, perché la privatizzazione della gestione (non dell’acqua in sé) rischia di portare alla “sostituzione delle società pubbliche con un ristretto oligopolio di multinazionali”, come ha detto Roberto Della Seta, del Pd. Ha spiegato ieri il ministro per le Politiche comunitarie Andrea Ronchi, entro il 2010 verranno approvati i regolamenti per definire le regole delle gare d’appalto, “a cui potranno partecipare soggetti pubblici e privati”, in concorrenza tra loro. Il 31 dicembre del prossimo anno decadranno tutti gli appalti assegnati “in house”, cioè senza gara d’appalto (ci sono però alcune eccezioni, resta da capire quanto ampie). Le grandi ex municipalizzate – private da un punto di vista societario ma pubbliche nel controllo – si troveranno in competizione con i grandi gruppi internazionali o con società di infrastrutture attive in altre settori che potrebbero tentare l’espansione in quello idrico.
Nei prossimi 30 anni sono già previsti investimenti per la manutenzione della rete investimenti per 60 miliardi. Una somma che, come succede in atri settori tipo le autostrade, i concessionari della gestione reperiranno in parte da fondi statali (perché la rete resta di proprietà pubblica) in parte dalle tariffe applicate agli utenti. La questione, sostiene l’economista Carlo Scarpa sulla www.voce.info, “prescinde dalla proprietà pubblica o privata”. Perché a costi maggiori corrispondono prezzi maggiori, qualunque sia il gestore: “Ma questo resta vero anche se il gestore è pubblico ed è cosa nota da almeno 15 anni, la legge Galli è del 1994, quando al governo c’era Carlo Azeglio Ciampi, il provvedimento per l’adeguamento dei prezzi data al 1996, firmato da Antonio Di Pietro nel primo governo Prodi”, nota il professor Scarpa. Per questo serve l’autorithy: per verificare che all’aumento dei prezzi corrisponda un aumento degli investimenti e per concordare le tariffe. Ma il ministro Fitto rovescia il problema: “I rischi sulla tariffa non sono un rischio futuro, ma la fotografia dell’esistente, se è vero che esistono differenze tra regione e regione e spesso si paga di più dove il servizio è più carente”. Questo, però, non esclude rialzi futuri.
(Ste.Fel.)

BUROCRAZIA ASSASSINA




Un detenuto sta per uscire dal carcere ma nessuno lo avvisa e lui si uccide
di Giampiero Calapà

Sarebbe potuto uscire dal carcere proprio oggi, se solo qualcuno lo avesse informato. Giovanni Lo Russo forse era ormai vinto dalla disperazione e si è ucciso. Non sopportava più quelle sbarre, che avrebbe dovuto lasciare per scontare il resto della pena in comunità, ai domiciliari. Solo che non lo sapeva. Un solo giorno, due morti: non è un bollettino di guerra ma la triste realtà dei suicidi nelle carceri italiane. “I suicidi ci possono essere in qualunque condizione carceraria, anche se i detenuti fossero in un hotel a 5 stelle: non è che se gli mettiamo il frigobar, otto ore di aria e la musica soffusa non ci sarebbe neanche un suicidio”: ha usato davvero queste parole il ministro della Difesa, Ignazio La Russa. Per commentare quanto avvenuto martedì a Firenze e a Palmi, dove si sono tolti la vita quasi nello stesso momento, entrambi intorno alle 18, un minorenne marocchino (la cui condizione era stata giudicata incompatibile con il carcere) e un barese di 41 anni, che avrebbe dovuto beneficiare di un provvedimento di scarcerazione già arrivato da ventiquattr’ore.
Giovanni Lo Russo, tossicodipendente, originario di Bari ma a Milano da tempo, era stato condannato a Rimini nell’agosto del 2008 per aver rubato uno zaino in spiaggia, violando i domiciliari, a cui era obbligato per reati commessi precedentemente. Una serie di aggravanti, tra cui la recidiva specifica, gli sono costati il verdetto di 4 anni e 5 mesi dietro le sbarre. Diversi tentativi per riottenere i domiciliari andarono a vuoto. Arrivata la disponibilità di una comunità di recupero, la Corte d’Appello di Bologna aveva finalmente accolto la richiesta di scarcerazione avanzata dall’avvocato Martina Montanari. Il documento che gli avrebbe permesso di lasciare la cella, martedì scorso giaceva in un ufficio del carcere da più di un giorno. Non lo sapeva Giovanni e non lo sapeva l’avvocato Montanari. Ha così inalato il gas del fornellino della cella fino a perdere conoscenza. I tentativi di rianimazione all’ospedale di Gioia Tauro sono stati inutili.
Se ne è andato, per una sinistra coincidenza, alla stessa ora di Yassine El Baghdadi, il ragazzo detenuto a Firenze in attesa di giudizio da tre mesi per un tentato furto. Ora le famiglie chiedono giustizia. Quella di Giovanni non esclude neanche che si possa essere trattato di un delitto: in una lettera alla sorella, tra l’altro, l’uomo aveva denunciato di essere stato maltrattato in un precedente penitenziario. La procura di Palmi ha già aperto un fascicolo. Intanto, continua lo sciopero della fame dei Radicali: per Rita Bernardini quella di Lo Russo è un’altra morte dovuta a una “burocrazia malata”. Silvia Della Monica del Pd chiede al governo “di dare al più presto assicurazione del rispetto dei diritti fondamentali dei detenuti”. Il guardasigilli Angelino Alfano nutre una speranza: “C’è la volontà di arrivare a una soluzione del problema. Speriamo di portare un piano carceri al Consiglio dei ministri”.

NAPOLITANO: PARLAMENTO IN DIFFICOLTÀ


SI PARLA DI UN MESSAGGIO ALLE CAMERE.
CRITICHE ANCHE AI “PRODOTTI LEGISLATIVI”
di Wanda Marra


“È chiaro che oggi ci sono in Parlamento grosse difficoltà". Lontano dai palazzi, da Smirne, in Turchia, ma poco prima di ripartire per l’Italia, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dà un giudizio netto e pesante sull’attività e i risultati del Parlamento italiano. Sono difficoltà che riguardano “l'operosità, la densità e la bontà dei prodotti legislativi”. Il capo dello Stato non aveva voluto commentare le dichiarazioni del presidente del Senato, Renato Schifani, che aveva ventilato l’ipotesi di elezioni anticipate. Ma riaffermando la centralità del Parlamento e pur premettendo che una valutazione sul lavoro parlamentare spetta a osservatori, commentatori "e anche al presidente della Repubblica, con le cautele dovute", Napolitano interviene sul lavoro delle Camere, non con una presa di posizione esplicita sulla situazione politica italiana, ma con una critica circostanziata molto dura: 'Io rispetto l'autonomia del Parlamento, le difficoltà che incontrano i presidenti delle assemblee parlamentari per farle funzionare e per rendere il lavoro più efficace e spedito, ma con la massima attenzione per tutti i diritti della minoranza e per tutte le proposte delle opposizioni. È chiaro che oggi ci sono grosse difficolta' in questo senso”. E avverte, annunciando evidentemente un futuro messaggio alle Camere: “Mi riservo di intervenire ancora su questo tema”. Nel giorno in cui la maggioranza si ricompatta ufficialmente (e temporaneamente, almeno stando alle modalità dello “stop and go” che ha caratterizzato questi ultimi mesi) con le parole di Schifani che chiude il cerchio che lui stesso aveva aperto ("La maggioranza è coesa, lo ha detto il premier, si va avanti senza voto"), insomma, il Quirinale in qualche modo prende atto, non senza però sottolineare con forza il fatto che in questo modo il lavoro parlamentare non va. In questi giorni, Napolitano ha volutamente evitato di parlare con Schifani e ha anche smentito i giornali che gli avevano attribuito indignazione, piuttosto che inquietudine: "Mi avete descritto sorpreso, stupito, irritato, ossessionato dai lanci di agenzia, scandagliando il mio stato d’animo con strumenti misteriosi. Qualcuno ha scritto che siamo stati intenti in colloqui notturni. A me pare che abbiamo dormito sonni tranquilli". Ma a questo punto fa anche capire che la questione non finisce qui: “Quando sono in missione fuori dall'Italia non commento la politica italiana. Quando rientrerò in Italia ascolterò, può darsi anche che veda il presidente del Senato”. Sulle tensioni nella maggioranza rimanda la palla al legittimo destinatario: la Lega non apprezza la linea del governo sull'adesione della Turchia alla Ue e continua la sua accesa battaglia politica contro gli immigrati clandestini? “Se in una coalizione di governo c'e' una forza che se ne va per altre parti, bisogna chiedere al presidente del Consiglio”. Napolitano poi interviene anche sulle riforme: "Non so se ci siano novità - dice - ma mi sembra che qualcosa si muova". Affermazione che sembrerebbe anche un modo indiretto per dire che la legislatura deve continuare.
E intanto ieri sulle questioni politiche in campo sono intervenuti anche il Presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia e il presidente della Fiat, Luca di Montezemolo che invitano il governo a lavorare contro la crisi, giudicando "una follia" il ricorso alle urne. Dice la Marcegalia: “Andare a elezioni anticipate sarebbe un atto irresponsabile, a maggior ragione perché abbiamo un Governo con un'ampia maggioranza". E Montezemolo, che per la prima volta prende posizione nettamente sulla riforma della giustizia che non deve essere varata, dice, "per far piacere a qualcuno", sull'onda dei "problemi personali" del presidente del Consiglio. No anche alle elezioni anticipate: il Governo deve "andare avanti, fare le riforme, perché altrimenti la gente non capirebbe". Mentre definisce il clima politico di questi giorni: "desolante, da curva Sud, incapace di una visione".

TARAK BEN AMMAR, IL PONTIERE D’ECCEZIONE


di Sara Nicoli


Bisognava vederli, gomito contro gomito, l’uno – il presidente della Camera, Gianfranco Fini –che parla e dice “il mio caro amico Tarak” e l’altro – proprio lui, il potentissimo Tarak Ben Ammar – che sorride e annuisce compiaciuto. Una foto scattata in un giorno di ordinario furore politico dentro la maggioranza, che racconta molte cose. Soprattutto una. Berlusconi ha mandato in campo uno dei suoi assi migliori, Tarak Ben Ammar, per fare da pontiere con Fini e favorire la riconciliazione all’interno del Pdl. Senza successo, ma ci ha provato.
Di Tarak, il Cavaliere si fida ciecamente. Al punto da affidargli la tessitura di rapporti internazionali con paesi come Iran, Iraq, Algeria e in generale il Maghreb dove l’Italia e, in modo particolare l’Eni, sono riusciti a ottenere commesse straordinarie sul fronte petrolifero totalmente precluse ad altri paesi, in modo particolare la Francia. Che “a differenza dell’Italia – sostiene da sempre Tarak – non ha mai chiesto scusa per il suo passato colonialista mentre io ho convinto Gheddafi che l’Italia faceva sul serio e adesso noi ci siamo, facciamo affari, e gli altri no”.
Pontiere politico, dunque, ma anche ministro degli esteri ombra questo imprenditore italo francese che il Cavaliere conobbe nell’83 a casa Craxi sulle coste tunisine; c’era anche Confalonieri e Tarak portò a cena un sacco di belle figliole diventando eroe della serata.
Oggi, quest’uomo gestisce un patrimonio economico enorme, è proprietario del più grande network televisivo per i paesi islamici (Nessma tv) e siede nel consiglio d’amministrazione di Telecom. Ma anche in quello di Mediobanca. E da quella sedia tiene sotto controllo parecchie cose, principalmente il mondo dell’editoria italiano. Ben Ammar, insomma, incarna uno dei poteri forti di questo paese, il suo.
Tarak ha dunque tentato di portare a casa un piatto ricchissimo per il Pdl: la riconciliazione con il cofondatore. Facendosi testimonial della politica sull’immigrazione firmata Fini, sotto lo sguardo attento di Italo Bocchino, un altro guastatore di grosso calibro per Berlusconi, Tarak ha garantito alla terza carica dello Stato che ci sono i presupposti per ricucire l’alleanza. Ci sono le riforme da fare, soprattutto quella della giustizia, e Tarak, secondo fonti vicine al presidente della Camera, avrebbe sottolineato a Fini che i tempi sarebbero maturi per un incontro che sancisca la ritrovata armonia. Almeno così auspica Berlusconi.
Fini ha alzato le spalle.
A quanto si apprende, Tarak non avrebbe registrato aperture significative da parte del presidente della Camera che ormai considera Berlusconi un uomo che “non ragiona” e “destabilizzato” dalle vicende giudiziarie e personali. Insomma, il rapporto tra Fini e Berlusconi è ormai compromesso. E più i falchi del Pdl gli daranno del traditore, più lui andrà per la sua strada, soprattutto sul biotestamento e il taglio delle tasse.
Il “pontiere” Tarak, insomma, stavolta non ce l’ha fatta. Berlusconi l’ha presa malissimo. Ed è tornato a pensare intensamente alle elezioni anticipate.

MAFIA OMBRE SU B.


Dalle stragi alla trattativa: stretta su nuovi indagati “eccellenti”. Ieri blitz ai Servizi segreti
di Giuseppe Lo Bianco


Un ordine di esibizione di documenti presentato nella sede romana del Ros e dei servizi di sicurezza e le voci insistenti di un vertice programmato tra le procure di Palermo e Caltanissetta per decidere insieme nuove iscrizioni “eccellenti’’ nel registro degli indagati: le indagini antimafia sulla trattativa mafia-Stato e quelle di Caltanissetta sulle stragi subiscono in questi giorni una forte accelerazione dando l’impressione di una svolta. E stamane i giudici della Corte di appello di Palermo che processa il senatore Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado per concorso in associazione mafiosa, decidono luogo e data dell’interrogatorio del pentito Gaspare Spatuzza che ha indicato come referenti della trattativa mafiosa nel ’94 Silvio Berlusconi e lo stesso Dell’Utri.
Alla ricerca di nuove tracce della trattativa questa volta i pm Roberto Scarpinato, Paolo Guido e Nino Di Matteo, insieme con i loro colleghi nisseni, sono andati direttamente nel cuore degli apparati investigativi e al termine della due giorni romana i magistrati siciliani tornano con le borse piene di documenti ottenuti dai carabinieri e dai servizi con una procedura inusuale che fotografa tutta la delicatezza della vicenda: con un ordine di esibizione, previsto dall’art. 256 bis del Codice di procedura penale, i pm si sono fatti consegnare tutta una serie di informative, di ordini di servizio, di documenti di archivio raccolti nella sede del Ros dei carabinieri, in via Ponte di Salaria, e nella sede dell’Aisi, i servizi di sicurezza. Documenti che possono gettare nuova luce sulle indagini relative alle stragi del ’92 e sulla trattativa mafia-Stato consentendo l’identificazione di alcuni agenti segreti che avrebbero giocato un ruolo di “ponte’’ tra la mafia e le istituzioni in quella stagione di sangue.
Tra questi il famigerato agente con la faccia da “mostro’’ che sarebbe già stato identificato in alcuni rapporti consegnati alla magistratura. La trattativa mafia-Stato resta sullo sfondo dell’inchiesta nissena sulle stragi, nella quale i magistrati starebbero valutando attentamente la possibilità di nuove iscrizioni nel registro degli indagati, dopo le rivelazioni compiute nei giorni scorsi dai pentiti Gaspare Spatuzza e Salvatore Grigoli. E con l’acquisizione di nuovi documenti dalla procura di Firenze, che in questi giorni sta decidendo se riaprire l’inchiesta, già archiviata dal gip, sulle responsabilità di Berlusconi e Dell’Utri, individuati come Autore 1 e Autore 2.
L’impressione è che questa volta le indagini sono puntate decisamente a fare luce sui lati ancora oscuri della stagione stragista fra il ’92 e il ’94, che segnò alla fine delle bombe con l’arresto dei fratelli Graviano la nascita di Forza Italia.
E proprio sui Graviano, e sulla volontà di rivelare i retroscena degli accordi stretti nel corso di quella stagione, si è concentrata l’attenzione dei magistrati che cercano adesso di decifrare i segnali che arrivano dalle celle del 41 bis, dove appunto sono ristretti i due fratelli. Il maggiore dei quali, Filippo, ha rivelato Spatuzza, già nel 2004 riteneva maturi i tempi per “parlare con i magistrati se non fosse arrivato nulla di ciò che doveva arrivare’’.
E in sintonia con le intenzioni del fratello, Giuseppe Graviano, intervenuto in videoconferenza al processo di appello contro il senatore democristiano Vincenzo Inzerillo, aveva espresso “rispetto’’ per il suo ex sottoposto, Gaspare Spatuzza, nonostante le accuse che quest’ultimo gli aveva mosso.
Un modo neanche tanto criptico per condividerne la scelta di collaborare con la giustizia lanciando nuovi messaggi nel linguaggio tradizionale dei mafiosi.

AGENDA ROSSA, QUEI BUCHI NERI E LE SENTENZE CLONE


di Sandra Amurri


La sentenza della VI sezione della Corte di Cassazione presieduta da Giovanni De Roberto che scrive la parola fine sulla possibilità di istruire un processo per poter illuminare quella zona di buio pesto che avvolge la sparizione dell’agenda rossa di Paolo Borsellino è del 17 febbraio 2009 e la motivazione è stata depositata il 18 marzo ma se ne è avuta notizia solo ora.
Prima stranezza.
Sentenza che conferma quella emessa il 21 aprile 2008 dal gup di Caltanissetta, Scotto Di Luzio, non proprio consueta in quanto il gup – andando al di là del suo ruolo, cioè verificare se esistono elementi sufficienti per celebrare un processo – entra nel merito valutando tutti i fatti di prova facendone un’analisi critica: non esiste la prova che Borsellino avesse con sé l’agenda quella domenica e semmai l’avesse avuta sarebbe certamente andata distrutta nell’esplosione. Dunque il processo per furto con l’aggravante di reati commessi per favorire Cosa Nostra a carico dell’allora capitano dei carabinieri e oggi colonnello Giovanni Arcangioli, non s’ha da fare.
Il ricorso, appoggiato dal sostituto procuratore generale in Cassazione, Carlo Di Casola, presentato solo molto tempo dopo dal procuratore capo Sergio Lari, magistrato perseverante e misurato: Borsellino quando lascia la villetta di Carini ha nella borsa l’agenda, come confermato dalla moglie.
Il giudice, come sempre di domenica, non aveva l’autista ed era alla guida dell’auto, dunque, durante il tragitto non avrebbe avuto alcuna possibilità di estrarre l’agenda dalla borsa che aveva sistemato nel sedile posteriore. E se per assurdo lo avesse fatto, l’agenda sarebbe rimasta in auto e non sarebbe andata distrutta in quanto la tesi che l’agenda sarebbe stata distrutta dalla deflagrazione potrebbe reggersi solo se il magistrato l’avesse avuta in mano quando è sceso dall’auto per andare a citofonare alla madre. Ma questa è un’ipotesi illogica visto che la donna sarebbe dovuta scendere subito.
La sua borsa è stata certamente prelevata dall’auto dal colonnello Arcangioli come provato dal filmato che mette in successione le immagini delle telecamere dei negozi, realizzato però solo 15 anni dopo la strage, in cui si vede Arcangioli allontanarsi dal luogo della strage con in mano un oggetto che ingrandito risulta essere, inequivocabilmente, una borsa.
Il colonnello si difende dicendo: non ricordo nulla a causa dell’emozione. Di certo la tesi di un ufficiale dell’Arma emozionato, nonostante non avesse mai conosciuto Borsellino, al punto da non riacquistare la memoria dinanzi alle immagini, non è stata sufficiente per celebrare un processo dal quale il colonnello sarebbe potuto anche essere stato assolto. Ma senza il processo restano dubbi troppo pesanti che hanno indotto Francesco Crescimanno, legale della famiglia Borsellino, durante l’udienza a porte chiuse, a rivolgergli questa domanda: “Perché un ufficiale dei carabinieri non chiede con dignità di essere processato nella convinzione che il dibattimento potrà offrire un momento di confronto prezioso per il raggiungimento di una verità di cui il paese ha bisogno?”.
A rispondere il silenzio.
Restano le parole di Agnese Borsellino e dei suoi figli che non vengono soffocate dal rispetto profondo per i giudici: “La sera quando Paolo si ritirava annotava gli spostamenti, gli appuntamenti su un’agenda grigia che teneva nello studio. Ma quella rossa non ricordo l’avesse mai lasciata a casa uscendo. Soprattutto dopo la morte di Giovanni non se ne distaccava un solo istante e quel pomeriggio l’aveva con sé. E non c’è una ragione plausibile per cui Paolo prendesse l’agenda per andare a citofonare alla madre che sarebbe scesa subito per andare con lui dal cardiologo. Di certo vi aveva scritto tutto quello che avrebbe riferito ai magistrati di Caltanissetta sulla morte di Falcone e anche tutto ciò che, man mano, apprendeva dai collaboratori di giustizia ed emergeva dalle sue indagini. Quando ci è stata restituita la borsa c’era un’altra agenda marrone dove Paolo annotava numeri di telefono, un costume, un mazzo di chiavi e diversi pacchetti di sigarette, mancava solo l’agenda rossa. Qualcuno, coperto da chissà chi, l’ha rubata. Questa è una certezza. Non la nostra certezza”.
Quella stessa agenda rossa che era sulla scrivania anche durante l’intervista data ai colleghi francesi Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi di Canalplus per un documentario sui rapporti tra mafia e imprenditoria del nord.

STORIA DI UN PALAZZO ABITATO DAI BOSS




Il presidente del Senato era il legale del costruttore
di Marco Lillo


C’è un palazzo a Palermo, vicino allo stadio della Favorita, che spiega meglio di un trattato la mafia e l'antimafia. I suoi nove piani sono un monumento alla prevaricazione dei forti sui deboli, dei corrotti sugli onesti. Sono stati costruiti in spregio a ogni norma con la complicità della politica, calpestando con la ruspa i diritti di due donne inermi.
Ogni muro, ogni mattone, profuma di mafia. Chi ha eseguito i lavori e chi li ha diretti, chi ha fornito il calcestruzzo e chi ha fatto gli scavi, chi ha guadagnato vendendo gli appartamenti e talvolta anche chi li ha comprati, è legato da vincoli di sangue o di cosca con i padrini più blasonati di Palermo: Madonia, Bontate, Pullarà, Guastella, Lo Piccolo. Il capo dei lavori, Salvatore Savoca, è stato strangolato perché non voleva dividere il boccone di cemento con un clan più forte del suo: i Madonia. L'assessore che ha dato la licenza è stato condannato per le mazzette ricevute in cambio della licenza. Il costruttore Pietro Lo Sicco è stato condannato per mafia e corruzione ed è in galera. Il palazzo è stato confiscato e le vittime, Rosa e Savina Pilliu, vivono proprio nell'appartamento nel quale dormiva Giovanni Brusca, l'uomo che ha schiacciato il telecomando della strage di Capaci.
Sembrerebbe una storia semplice nella quale è persino troppo facile scegliere da che parte stare. E invece la storia di Piazza Leoni dimostra che la vita è fatta di scelte, mai scontate. Questo palazzo incrocia il destino di due uomini famosi e distanti tra loro: Renato Schifani e Paolo Borsellino. Il primo (prima che le procure e i tribunali accertassero le responsabilità del costruttore corruttore e mafioso) ha messo a disposizione la sua scienza per sostenere il torto del più forte. Il secondo, nei giorni più duri della sua vita, ha trovato il tempo per ascoltare le ragioni dei deboli.
Quel palazzo è ancora in piedi anche grazie anche ai consigli legali, ai ricorsi e alle richieste di sanatoria dello studio legale Schifani-Pinelli del quale il presidente del senato è stato partner con l'amico Nunzio Pinelli negli anni chiave di questa vicenda, prima di lasciare il posto al figlio Roberto. Mentre Schifani combatteva in Tribunale per Lo Sicco, il giudice Paolo Borsellino, trascorreva le ore più preziose della sua vita per ascoltare le signorine Pilliu.
INCROCI DEL DESTINO
E c’è una coincidenza che fa venire i brividi perché proprio da Piazza Leoni, dove allora sorgeva lo scheletro del palazzo abusivo, sarebbe partita all’alba del 22 luglio 1992 la Fiat 126 imbottita con 90 chilogrammi di tritolo che ha ucciso il giudice istruttore. Le signorine Pilliu non lo sapevano ma quelli che si nascondevano dietro il costruttore che le minacciava stavano preparando le stragi. Chissà se Borsellino aveva intuito qualcosa di strano dietro quel palazzo. Una cosa è certa, se dieci giorni prima di morire, 50 giorni dopo la morte di Falcone, un uomo come lui perdeva tempo a parlare con queste signorine doveva esserci una ragione. Forse allora, 17 anni dopo, vale la pena di riascoltare il racconto di Savina e Maria Rosa Pilliu.
SORELLE-CORAGGIO
Queste due signorine di origine sarda possedevano due casupole all’interno di un filarino di ex fabbriche riadattate ad abitazione. Il padre era morto giovane ma le sorelle e la mamma, a costo di mille sacrifici, erano riuscite ad andare avanti grazie a un negozio di generi alimentari a due passi da piazza Leoni. Tutto scorreva liscio finché la mafia non mise gli occhi sul terreno accanto alle casette. “All’inizio si fece avanti Rosario Spatola”, raccontarono le sorelle quel giorno a Paolo Borsellino. Al giudice si accesero gli occhi. Spatola è stato uno degli uomini più ricchi della Sicilia, il costruttore della vecchia mafia di don Stefano Bontate, sterminata da Riina negli anni ottanta, l’amico del banchiere Michele Sindona, che aveva ospitato nella sua villa fuori Palermo. Nel settembre del 1979, Spatola si presenta nel negozio della famiglia Pilliu in via del Bersagliere e fa la sua proposta per comprare le casette. Ovviamente non voleva tenerle ma distruggerle. Per costruire un palazzo più grande sul suolo di fronte, eliminando le case e il problema delle distanze. L’idea era buona ma due settimane dopo, proprio per l’inchiesta nata dai contatti tra Sindona e la mafia, Spatola finisce in galera. Il terreno passa dopo un paio di giri a Gianni Lapis, consulente di Vito Ciancimino, per finire nel 1984 a un costruttore ignoto: Pietro Lo Sicco, un benzinaio legato al boss della mafia perdente, Stefano Bontate.
Più andavano avanti nel loro racconto, più snocciolavano nomi e date con il loro eloquio antico, e più il giudice Borsellino si interessava alla loro vicenda. Spatola, Ciancimino, Lo Sicco. Anche il nome del costruttore probabilmente diceva qualcosa a Borsellino. Era stato arrestato da Giovanni Falcone, ma poi prosciolto. Lo Sicco era legatissimo a Stefano Bontate però quando il vecchio boss viene ucciso passa con i vincenti. Quando rileva il terreno cerca subito di comprare le casette di fronte per ampliare lo spazio e la cubatura. Con le buone o le cattive convince tutti a vendere. Nessuno osa dirgli di no. Tranne le sorelle Pilliu che non vogliono svendere. A questo punto succede l’incredibile: Lo Sicco dichiara al comune di avere anche le particelle catastali della mamma delle sorelle Pilliu. Ovviamente sotto c’è una mazzetta all’assessore all’urbanistica che frutta una licenza che prevede due cose connesse: la possibilità di costruire un palazzo con tre scale e sette piani (che poi diverranno nove) a condizione però che prima la società di Lo Sicco, Lopedil, abbatta le casette che però, piccolo particolare, non sono della Lopedil. Il 3 marzo del 1990 la società ottiene la concessione edilizia. Le Pilliu denunciano alla Prefettura e al Comune l’abuso ma non si muove nulla. Anzi si muovono le ruspe. La Lopedil tira su il palazzo e butta giù le casette. Le ruspe demoliscono quelle accanto e i piani superiori del fabbricato. Gli appartamenti delle Pilliu (che per fortuna dormono altrove) si ritrovano senza tetto: c’è solo il pavimento del piano superiore a difenderli dalle intemperie. Le sorelle chiamano i vigili urbani, la Polizia e i Carabinieri ma nessuno interviene. Il comandante dei vigil arriva sul luogo e sembra possa essere il salvatore delle sorelle ma dopo aver controllato le carte dice: “sono in regola e io posso fermare un automobilista senza patente non uno con una patente falsa”.
LA MINACCIA
Le signorine cercano di opporsi fisicamente ma Lo Sicco le minaccia e le offende dicendo a Rosa Pilliu: “Vattene - da qui perchè se no ti dò un - timpuruni. Senti a me, vai a vendere i tuoi pacchi di pasta al negozio che tra un po’ - non potrai vendere più nemmeno quelli”. È in questa fase che le sorelle, disperate, richiedono aiuto a Borsellino. Si vedono l’ultima volta il 13 in luglio, il magistrato le rinvia a due giorni dopo. Ma è il giorno di Santa Rosalia, le Pilliu non vogliono perdersi la festa alla “Santuzza” e chiedono di fissare un appuntamento più in là. Borsellino si impegna a richiamarle. Dieci giorni dopo morirà in via D’Amelio.
TRITOLO
Il giudice non poteva sapere che proprio gli uomini interessati a quel palazzo stavano preparando la sua uccisione e le stragi del 1993 a Roma, Firenze e Milano. Giovanni Brusca, il boss che ha spinto il pulsante del telecomando della strage di Capaci, l’uomo che ha ordinato ed eseguito un centinaio di omicidi, tra i quali quello del bambino Santino Di Matteo, colpevole solo di essere figlio di un pentito, ha raccontato: “Gli scavi a Piazza Leoni li ha fatti Pino Guastella (arrestato come capo mandamento Palermo centro nel 1998 Ndr). Poi io mi sono comprato un appartamento, tramite Santi Pullarà, che mi ha fatto fare un buon trattamento. Ci ho dormito pochi giorni però. Lo avevo fatto intestare a Gaspare Romano. Costui poi nel '95 fu scoperto dalla DIA che lo pedinava e mi sono fatto ridare i soldi indietro, perché a quel punto a me l'appartamento non serviva più. Siamo andati a vederlo con Leoluca Bagarella (il cognato di Riina che ha guidato la mafia durante la stagione delle stragi del 1993), io con una macchina e lui con un'altra, di sera. Più che altro per scegliere i piani e vedere gli appartamenti come erano combinati, perché ancora erano grezzi, in costruzione. Cioè dovevamo riuscire a capire come funzionavano, se c'era l’ascensore, se c'erano scale. Una cosa che io avevo chiesto, di particolare, se era possibile poter fare l'ascensore come come quello che avevo visto nella casa di Ignazio Salvo (uno dei cugini esattori di Salemi, legati alla Dc andreottiana e arrestati da Falcone) che io ho frequentato molto. Lui quando arrivava con la sua macchina, prendeva l'ascensore e con una chiavetta saliva fino all'attico. E quindi era un suo privilegio, e io chiesi questa cosa ma non era realizzabile perché il garage era per tutti, non solo ed esclusivamente per me”. Poi però i boss capirono che due latitanti per un palazzo era troppo. “Bagarella era interessato pure ed è venuto a vederlo con l'intenzione di comprare. Quella sera ci sono andato con Gioacchino La Barbera (altro autore della strage di Capaci, ndr). Lo abbiamo scelto sia io che Bagarella perché era un posto di élite a Palermo. Cioè Piazza Leoni, era un investimento. Poi io pensavo successivamente di farci la latitanza, ma questo era un problema mio”. Anche Gioacchino La Barbera, pentito dopo aver partecipato alla strage di Capaci conferma e aggiunge particolari: “Ho accompagnato varie volte sia Leoluca Bagarella che Giovanni Brusca a piazza Leoni. Brusca sul posto con una persona responsabile del cantiere stava cercando di fare modificare un appartamento per essere comunicante. Perché stava studiando un'intercapedine per trascorrere la latitanza e in caso di un sopralluogo delle forze dell'ordine riuscire a nascondere o a scappare”.
L’ARSENALE E GLI INQUILINI
Nel palazzo c’era anche un appartamento con un muro finto dietro il quale si nascondevano le armi del clan Madonia. Insomma le riunioni di condominio in quello stabile non devono essere una passeggiata. Nei piani alti abitano la figlia di Stefano Bontate, e hanno abitato entrambe le figlie del costruttore mafioso Pietro Lo Sicco. Nell’attico più grande e bello c’è una famiglia legatissima a Bontate, i Marsalone, il cui patriarca Giuseppe è morto ammazzato a fine anni ottanta. Tra quelli che ci hanno abitato, non mancano però anche i professionisti della “Palermo bene”. Al quinto piano c’è l’avvocato Antonino Garofalo, socio di Renato Schifani in una società fondata nel 1992 e mai attivata, la Gms. La casa è affittata e se ne cura l’avvocato ma è intestata alla sua compagna russa. L’appartamento accanto a quello che fu di Brusca era occupato dallo studio di Salvatore Aragona, il medico amico di Totò Cuffaro e già condannato per avere fornito al boss di San Giuseppe Iato un alibi. Molte di queste persone, avevano stipulato con Pietro Lo Sicco un contratto preliminare di compravendita. Quando il 17 settembre del 1993 il Comune annulla la concessione edilizia. E blocca tutto.
CAVILLI E MILLIMETRI
A questo punto entra in scena l’avvocato Renato Schifani. Insieme al suo collega di studio, Nunzio Pinelli, presenta ricorso al Tar. Partecipa anche a un sopralluogo nel quale si accerta che “il distacco non deve essere inferiore a metri 12,75 e in effetti risulta pari a metri 7,75. Ciononostante lo studio Schifani-Pinelli verga uno splendido ricorso alato. La tesi sostenuta è che la demolizione delle casette da parte di Lo Sicco “avrebbe solo anticipato gli esiti di un intervento di pubblica utilità, cui istituzionalmente era ed è tenuta l’Amministrazione Comunale”. In sostanza Lo Sicco è un benemerito che si è sostituito alle ruspe del comune. Se ha finto di essere proprietario ed se è passato come un rullo sulle case altrui non lo ha fatto certo per vendere a clienti facoltosi e amici mafiosi bensì per ridare decoro alla zona. Meriterebbe quasi un premio.
Incredibilmente il Tar il 23 gennaio del 1995 accoglie le tesi di Schifani e Pinelli e annulla la revoca della concessione, che così rivive. Le Pilliu sono distrutte. Lo Sicco esulta. Il Consiglio di Giustizia Aministrativa della Regione Sicilia, il Cga, però accoglie l’appello e, nonostante l’opposizione dell’avvocato Renato Schifani, annulla la concessioine. Per sempre. O almeno così dovrebbe essere.
LA PROVVIDENZA DI B.
Perché il condono Berlusconi del 1994 prevedeva in un comma nascosto nella legge che, in caso di annullamento della concessione, si poteva presentare domanda di sanatoria anche dopo la scadenza dei termini previsti. Non solo: per questa sanatoria straordinaria non c’era nemmeno il limite di cubatura abusiva di 750 metri. Una pacchia. La società Lopedil fa subito domanda di sanatoria. Succede però un imprevisto: il nipote di Pietro Lo Sicco, Innocenzo, pur non essendo stato mai nemmeno indagato, trova il coraggio di dividere la sua strada da quella della famiglia e racconta ai magistrati la storia dello zio e del palazzo di piazza Leoni. Innocenzo Lo Sicco, che oggi è un dirigente di un’associazione antiracket, lancia un paio di frecciate a Schifani durante un’udienza del processo nel 2000. Sulla concessione di piazza Leoni la sua deposizione è netta: “l’impresa di mio zio, la Lopedil, non era in possesso di tutti i titoli di proprietà del terreno ma comunque è riuscito ad ottenere la concessione grazie ai buoni uffici che mio zio intratteneva con personale dell’edilizia privata. Il progetto è stato approvato dalla commissione presieduta dall’onorevole Michele Raimondo, in assenza del titolo di proprietà. L’accordo di cui io ero a conoscenza era che l’assessore Raimondo faceva approvare il progetto e, al rilascio dell’autorizzazione il signor Lo Sicco avrebbe pagato una, non so se definirla una tangente o un riconoscimento all’assessore di 20-25 milioni di lire”. Grazie a queste dichiarazioni Pietro Lo Sicco è stato condannato per truffa e corruzione. Poi il nipote continua il suo racconto confermando quello delle Pilliu: “dopo che il signor Pietro Lo Sicco aveva la concessione ha cominciato i lavori di sbancamento e demolizione e ci furono reazioni da parte dei proprietari. Principalmente da parte delle signorine Pilliu e di un certo Onorato che, addirittura, mi ha quasi menato. Le reazioni ci sono state: intervento della forza pubblica, Carabinieri, 113, Polizia giudiziara, tutto c’è stato in quel periodo. Era un viavai di forza pubblica con i proprietari che facevano le loro giuste lamentele e che volevano bloccare la concesione e che si ritrovavano in questa situazione che non riuscivano a bloccare”. Come è finita? Chiedono i giudici a Innocenzo. “Io so quello che mi ha detto Renato Schifani. L'avvocato mi disse come è stato salvato l'edificio facendolo entrare in sanatoria. Schifani era il mio avvocato. Pietro Lo Sicco si rivolse a lui per la pratica del palazzo di Piazza Leoni perché sapeva dei buoni uffici che intratteneva Schifani con l'allora assessore Michele Raimondo e con l'allora dirigente Vicari. Schifani era una persona di massima competenza nelle pratiche edili, (....) aveva una conoscenza sia in termini professionali, sia in termini diretti personali con i personaggi dell'edilizia privata per il papà che ha lavorato tutta la vita all'interno dell'edilizia privata. Quindi è la persona adatta”. Schifani entra in politica a livello locale in Forza Italia e sarà senatore solo dal 1996. Ma Lo Sicco spiega che l’opera di lobby dell’attuale presidente del senato avrebbe avuto un effetto: “sulla concessione edilizia ottenuta l’avvocato Schifani ebbe a dire a me, suo cliente, che aveva fatto tantissimo ed era riuscito a salvare il palazzo di Piazza Leoni facendolo entrare in sanatoria durante il Governo Berlusconi perché fecero una sanatoria e lui è riuscito a farla pennellare in quello che era l'esigenza di questi edifici di Piazza Leoni. Quindi era soddisfattissimo e me lo diceva con orgoglio di essere riuscito a salvare questa vicenda. Perché lo diceva a me? Perché io avevo messo a conoscenza l'avvocato Schifani quando era iniziato il rapporto col signor Lo Sicco di qual era l'iter di quale era stata la prassi, di qual era la situazione di come si era venuta a creare il rilascio della concessione”.
L’INCHIESTA
Il pm di Palermo Domenico Gozzo ha aperto un fascicolo generico, senza indagare Schifani, per le accuse di Lo Sicco. Ma ha ritenuto che non ci fosse nulla di rilevante. Nel procedimento penale non sono state considerate penalmente rilevanti nemmeno le parole di Innocenzo Lo Sicco sui costruttori Antonino Seidita e Giuseppe Cosenza. Questi due imprenditori, entrambi amici di Lo Sicco, entrambi considerati legati ai fratelli Graviano ed entrambi clienti dello studio Schifani-Pinelli, secondo Innocenzo Lo Sicco svolsero un ruolo nella vicenda. Cosenza sarebbe stato incaricato dall’assessore di chiedere a Seidita di chiedere a sua volta un rialzo della mazzetta: da 20 milioni di lire a un attico. Ma Pietro Lo Sicco non accettò e si fermò al versamento previsto nella prima offerta. Pietro Lo Sicco è stato condannato per la vicenda amministrativa a due anni e due mesi per corruzione, e truffa. Mentre per i suoi legami con la mafia è stato condannato a sette anni. Entrambe le sentenze sono passate in giudicato. Anche sul fronte amministrativo la vittoria delle sorelle Pilliu è definitiva. Nel novembre del 2002 il Tribunale di Palermo ha accertato che il palazzo non rispetta le distanze dalle due casupole delle signorine Pilliu e deve essere abbattuto. Per l’esattezza dovrebbero essere “tagliati” dalla costruzione otto metri e sei centimetri al piano terra e cinque metri e 81 centimetri ai piani superiori.
AD PERSONAM
Si attende la Corte di Appello ma nella finanziaria del 2000 un emendamento del senatore Michele Centaro di Forza Italia ha introdotto una norma che sembra fatta su misura per sanare la situazione di piazza Leoni: l’amministratore giudiziario può chiedere la sanatoria del palazzo confiscato per mafia e vendere ai terzi che hanno comprato. La figlia di Bontate, quindi, come gli altri, potrebbe comprare. Resta il problema delle distanze. Intanto, nel gennaio del 2005 sono crollate le casette delle Pilliu. Senza tetto, con l’acqua che entrava da tutte le parti, hanno ceduto. Un giudice ha pensato bene di aprire un processo. Non contro Lo Sicco. Ma contro le sorelle Pilliu, per crollo colposo.

“Cose vecchie ero solo l’avvocato”
Due giorni prima della chiusura della nostra inchiesta, abbiamo interpellato lo staff di Schifani con una serie di domande inviate via e-mail all’attenzione del Presidente del Senato. Le domande riguardavano l’attività professionale svolta in favore di Pietro Lo Sicco in una causa così imbarazzante e anche i rapporti con altri due imprenditori, Giu seppe Cosenza e Antonino Seidita. C’era anche una doman da sulle affermazioni di Innocenzo Lo Sicco sul condono del Governo Berlusconi. Il presidente non ha voluto spondere. “Il Fatto Quotidiano”, dopo aver contattato inu tilmente anche Nunzio Pinelli, ha cercato di capire da fonti vicine alla presidenza quale fosse il pensiero di Schifani Che si può sintetizzare così: “sono cose di 15 anni fa e guardano la mia professione di avvocato. Comunque Pietro Lo Sicco e gli altri non erano mai stati coinvolti prima indagini”.

A Berlusco’ ricordati degli amici


di Marco Travaglio


Ha fatto bene l’astuto D’Alema a fidarsi della parola di Berlusconi, che si era solennemente impegnato a sostenerlo ventre a terra per la nomina a “Mister Pesc”, cioè a ministro degli Esteri d’Europa. Infatti è passata la baronessa laburista inglese Catherine Ashton.
Si consuma così l’ennesimo trionfo politico di Max che – fra la Bicamerale, il minigoverno con Cossiga & Mastella, le poltrone sfumate di presidente della Camera e della Repubblica – ha collezionato più fiaschi di una cantina sociale.
Ma continua a passare per un tipo “molto intelligente”, a prescindere.
Non ha ancora capito che l’inciucio all’italiana funziona sempre a senso unico: è un “do ut des” dove si notano soltanto i do della sinistra, e mai i des del Cavaliere.
Infatti il centrosinistra ha resuscitato tre volte l’ometto morente, il quale invece ha sterminato una dozzina di leader del centrosinistra. E quello che non è riuscito a sconfiggere, Prodi, glielo ha gentilmente fulminato il centrosinistra due volte su due.
Ora, per somma beffa, il Pdl si accinge a ritirare la ghedinata del processo breve, anzi morto, per sostituirla con il geniale disegno di legge Finocchiaro-Calvi, presentato e fortunatamente non approvato alcuni anni fa, che sortisce lo stesso risultato: ammazza sia il processo Mills sia il processo Mediaset. Invertendo l’ordine degli schieramenti, il prodotto non cambia.
In fondo a che altro serve il centrosinistra in Italia se non a salvare Berlusconi?
Chi scriverà la storia di questi 15 anni non potrà prescindere dalla gag di Corrado Guzzanti nei panni di Rutelli con la voce di Sordi: “A Berlusco’, so’ anni che te portamo l’acqua co le orecchie, che ce voi pure ‘a scorzetta de limone? A Berlusco’, ricordate degli amici, ricordate de chi t’ha voluto bbene”.
Archiviato Berlinguer come un nonnetto un po’ rinco a causa del suo patologico senso dello Stato, il centrosinistra ha assorbito tutto il peggio delle culture anti-statali e anti-legalitarie dei gruppettari anni 60 e 70: le stesse che avevano portato naturalmente i vari Sofri, Boato, Liguori, Marcenaro, Panella, Briglia dalla sinistra extraparlamentare a Craxi e molti di essi da Craxi a Berlusconi (non a caso, Boato era relatore per la giustizia in Bicamerale, e andava d’amore e d’accordo con Gelli e con Previti).
Poi le ha mescolate con il giustificazionismo piagnone dei cattocomunisti e con l’antica avversione dei cattolici integralisti e papalini allo Stato risorgimentale.
Il nemico è sempre quello: la legge e chi la fa rispettare.
Ieri, ad Annozero, Vauro ha giustapposto le sparate contro la giustizia italiana di Cesare Battisti e di Silvio Berlusconi: assolutamente intercambiabili.
“In Italia la giustizia non è al di sopra delle parti e l’opposizione vuole vincere le elezioni tramite la magistratura” (Battisti, Il Giornale, 5-11-2009).
“Vedo una democrazia in libertà vigilata sotto il tacco dei giudici politicizzati” (Berlusconi alla Confesercenti, 25-6-2008).
“Consegnarmi alla giustizia significherebbe consegnarmi nelle mani dei miei avversari politici” (Battisti, Agi, 10-11-2009).
“Sono oggetto di un’inaudita catena di inchieste giudiziarie segnate dal più ostile e prevenuto accanimento” (Berlusconi, 29-1-2003).
“Riaffermo la mia condizione di perseguitato politico” (Battisti, 30-1-2009).
“Sono l’uomo politico più perseguitato” (Berlusconi, 10-10-2009).
Uno è un delinquente comune, condannato per quattro omicidi e coccolato da mezza sinistra europea.
L’altro è il premier italiano e leader del centrodestra.
Parlano la stessa lingua.
Solo che Berlusconi ha chiesto l’estradizione di Battisti per sbatterlo in galera.
E Battisti non ha mai pensato di usare le frasi di Berlusconi per convincere i giudici brasiliani che i loro colleghi italiani sono “matti, mentalmente disturbati, e antropologicamente diversi dal resto della razza umana”.
Uomo di poca fede.

Acqua privatizzata: aumenti in vista?


05-11-2009


Più privato, meno pubblico. Sta per diventare legge il decreto che apre la porta ai privati nella gestione dei servizi di erogazione dell'acqua. Quale sarà l'impatto sulle tariffe?

L'ingresso dei privati
La privatizzazione del servizio di erogazione dell'acqua sembra avvicinarsi sempre più. È stata fissata una quota minima obbligatoria di partecipazione dei privati nelle società che gestiscono il servizio idrico integrato (art. 15 del decreto legge 135/2009). Nelle società a partecipazione mista, i soci privati non potranno avere una quota inferiore al 40%. Si fissa un tetto minino altissimo, ma non un tetto massimo.

Anche per le società miste che sono quotate in borsa si profila la necessità di ridurre il peso del socio pubblico a non più del 30%. E chi non si adegua? Semplice, le concessioni relative ai servizi pubblici saranno revocate.

La scadenza si avvicina
La legge fissa anche scadenze abbastanza stringenti entro i quale la partecipazione dei privati dovrà diventare significativa: per esempio per le società municipalizzate, cioè di proprietà completamente pubblica, il termine è fissato al 31 dicembre 2011.

Il cattivo precedente
Cosa succederà alle tariffe del servizio idrico con l'ingresso di soci privati nella gestione? È difficile fare previsioni. Bisogna dire, però, che gli indizi attualmente a disposizione non fanno sperare nulla di buono. Arezzo, città in cui la società che gestisce l'erogazione dell'acqua è in mano a privati, ha una bolletta tra le più care d'Italia. Una bolletta quattro volte più costosa rispetto a quella delle città più economiche.

Si sente la mancanza di un Autorità di controllo, indipendente ed efficace, che monitorizzi le tariffe applicate e la loro congruità rispetto agli investimenti e la qualità del servizio fornito. Di questo il testo di legge in via di approvazione non tratta minimamente.

PETIZIONE PER DIRE NO. FIRMATE TUTTI: E' URGENTE.

Qui lo dico e qui lo nego


di Oliviero Beha


Col senno di poi e della cronaca del giorno dopo non era difficile: bastava aggiungere ai pezzi e ai commenti sull’uscita del presidente del Senato, Schifani, in direzione di elezioni anticipate brandite come una mazza contro Fini, una parentesi sincronica di questo tipo (“tanto oggi mentre leggete Berlusconi avrà smentito tutto”). Non ci voleva un negromante, bastava l’esperienza di tutti questi anni berlusconiani in cui a dire il vero il premier plutocrate è molto migliorato nella comunicazione, elevando a sistema il “qui lo dico e qui lo nego”.
I giochetti con Feltri, suo abilissimo bombardiere di riferimento, sono in questo senso da manuale.
Tutto bene, dunque? Basta non prenderlo sul serio? Basta anticiparlo attribuendogli sempre e contestualmente il contrario? Una faretra di bugie, smentite, contraddizioni e qualche freccetta di verità loro mischiata?
E no, non è così semplice, l’apparenza inganna, il punto è proprio questo.
Tutto ciò non lascia indenne la comunicazione politica, la trasforma progressivamente in un fumetto, quelle nuvolette dei cartoon fisicamente staccate dai protagonisti.
Insomma, Berlusconi è riuscito a nullificare qualunque tipo di informazione verbale, appunto dissolta dal “dico-non dico” che ormai arriva alle orecchie e agli occhi di chiunque come se non contasse affatto.
Conta chi profferisce il verbo, cioè fisicamente lui, attore consumato in tutti i sensi del palcoscenico Italia.
Per carità, nessuno ha intenzione di difendere le mille ipocrisie dei suoi avversari all’opposizione che Di Pietro a parte vanno di spadino e di veleni comunicazionali mentre lui usa il bazooka.
Per carità, nessuna nostalgia del “politichese” della Prima Repubblica in cui non si capiva nulla ma chi doveva capire capiva eccome.
Qui siamo da un pezzo al “calcese”, cioè le dichiarazioni dei calciatori tanto ambite dai tifosi quanto povere di significato “per costituzione”.
Il supercalcese di Berlusconi è uno stadio ulteriore: ha ucciso semanticamente la parola, l’ha svuotata, l’ha lasciata come un guscio senza ostrica. Sottintendendo sempre che l’ostrica c’è, ed è naturalmente lui.
Domanda: come si potrà ricostruire un rapporto decente tra la nostra classe politica e la parola, e un minimo di fiducia e credibilità degli elettori, e un’attenzione che non sia del tutto calcisticizzata e tifoide?
E quando accadrà? Tra una generazione? Basterà?

IL GIORNO DELLA CIVETTA “Leonardo non avrebbe mai dovuto scriverlo”




di Silvia Truzzi


Cinquant’anni fa, o giù di lì. Andrea Camilleri, una sigaretta dietro l’altra, non ricorda l’anno in cui conobbe Leonardo Sciascia (oggi ricorre il ventennale della scomparsa). Ma è l’unica cosa che dell’amico non sa dire. Tutto il resto, qui di seguito. Nuvole di fumo, lampi negli occhi, l’intraducibile tono della voce, l’Isola nella pronuncia e nel cuore: una conversazione sulla Sicilia, a ritmo di narrazione.
Com’è stato l’incontro Sciascia-Camilleri?
Cominciammo ad avere dei contatti quando io ero all’ufficio sperimentazione della Rai. Gli chiesi se poteva stendere la traccia di uno sceneggiato perché riguardava il primo delitto di mafia nel quale erano coinvolti politica, finanza e banche. Disse che non se la sentiva perché il materiale era troppo. Poi cominciammo a frequentarci perché io dovevo mettere in scena la riduzione teatrale del Giorno della civetta. Poi continuammo a frequentarci perché io facevo il regista di quattro puntate a lui dedicate di un programma che s’intitolava Uno scrittore e la sua terra. Poi ci siamo visti anche privatamente per i fatti nostri. Poi gli portai del materiale su un fatto di sangue accaduto nel mio paese pensando che potesse ricavarne uno dei suoi libretti aurei, lui mi restituì tutto, dicendo: Ma perché non lo scrivi tu? Poi mi convinse a scriverlo e me lo fece pubblicare da Elvira Sellerio, facendo la bandella. Era La strage dimenticata. Abbiamo sempre avuto un rapporto di amicizia. Ma tengo a precisare, onde evitare gelosie, che io ero un amico di Sciascia di secondo grado. Perché ci sono gli amici di primo grado, quelli ai quali si fanno confidenze. E io non appartenevo a questa cerchia. Ero nella cerchia immediatamente dopo, tra quelli che lo chiamavano Leonardo e non lo chiamavano Nanà, come facevano gli amici intimi.
E di cosa parlavate?
Parlavamo di tutto. Di politica, di Stendhal, del fatto del giorno. E polemizzavamo. Non era un’amicizia tranquilla. Ci trovavamo in disaccordo su molte questioni. Per esempio la politica. Per esempio un’azzuffatina notevole avvenne in occasione del sequestro Moro. Renato Guttuso, che era fraterno amico di Sciascia (fino a quel momento, perché di lì a 15 giorni non si salutarono più), l’invitò ad andare a trovare Berlinguer insieme con lui. E trovarono un Berlinguer distrutto: Berlinguer pensava che il rapimento Moro – ancora non era stato ammazzato –, fosse il frutto di una felice collaborazione tra il Kgb e la Cia. E non ci era andato tanto lontano, il povero Berlinguer. Naturalmente Sciascia scrisse un articolo sul Corriere della Sera. Naturalmente Berlinguer non potè far altro che smentire. Lo strappo con l’Unione Sovietica c’era stato, ma un po’ di cordone ombelicale era rimasto. Berlinguer disse: Sciascia ha equivocato. E Leonardo: Ma come? Era presente Renato Guttuso, che può confermare. Guttuso era membro della direzione del Pci e si schierò con Berlinguer: ma no, Leonardo ha frainteso. Bell’amico mi disse dopo Leonardo a proposito di Guttuso. E io a lui: No, bell’amico tu. Perché? E io: perché se sei amico fraterno di Guttuso e sai che Renato è membro della direzione del Pci ed è un comunista convinto, non lo tiri in ballo. Lo tieni lontano da questa faccenda, altrimenti lo metti in difficoltà. Voi comunisti siete tutti uguali. E da qui cominciò un litigio che fortunatamente si risolse nel giro di pochi giorni, dato che non eravamo amici di primo grado. Perché se fossimo stati amici di primo grado penso che il litigio sarebbe stato assai più serio.
Perché le prese di posizione di Sciascia – sulla mafia e sul sequestro Moro, per esempio – hanno suscitato dibattiti così violenti?
Erano controcorrente. Ma non erano controcorrente per partito preso. Uno può essere pierino, che dice sempre di no. Sciascia non era pierino, Sciascia ragionava. Era di una lucidità intellettuale che pochi hanno avuto in Italia. Quindi andava a finire che le sue conclusioni urtavano ferocemente contro le conclusioni ufficiali, che non erano dettate dalla ricerca della verità, erano in genere dettate da un accomodamento. A questo accomodamento Sciascia non ci stava. Si poteva permettere il lusso di dire non ci sto, perché così come era severo verso i terzi era severo verso se stesso.
L’indipendenza intellettuale è la sua più importante lezione?
È una delle sue più importanti lezioni. Sciascia è sempre politico, è politico anche quando scrive romanzi: Todo modo è un romanzo politico. Altrimenti non si capisce perché uno scrive un romanzo, Il contesto, definendolo romanzo, e provoca una violenta reazione da parte del Partito comunista. Uno scrive Todo modo, che è il requiem della Democrazia cristiana, e suscita polemiche. Erano politici i suoi romanzi, politici i suoi articoli. Lui era un uomo naturaliter politico. Poi c’è il momento in cui, dalla politica fatta in qualità di scrittore, diventa politico attivo perché si presenta alle elezioni (sempre come indipendente, sia nel Pci sia con i Radicali). Che cos’è il partito per Sciascia? La stessa cosa che è per Enrico Mattei. Enrico Mattei diceva: il partito politico mi serve come un tram, ci salgo sopra perché mi deve portare da qualche parte. Leonardo Sciascia adopera il partito allo stesso modo, solo che i suoi fini sono totalmente diversi. Non sono fini utilitaristici, come per Mattei. Sono la possibilità di esprimere liberamente il proprio pensiero, senza dover condividere le opinioni del conduttore del tram.
E le altre lezioni?
Sempre questa costante attenzione alla vita sociale e politica del paese. Non c’è stato un momento in cui Leonardo si sia distratto per contemplare il proprio ombelico. Oggi moltissimi letterati italiani non fanno altro che contemplare il proprio ombelico. Voglio dire che lui è stato sempre utile alla società nella quale viveva. Chiaro?
Parliamo della Sicilia. Sciascia l’ha vissuta anche come un problema.
C’era la questione della sicilitudine, che a lui stava sulle palle come sta a me. È un termine coniato da una definizione di Léopold Sédar Senghor, presidente del Senegal. Lui parlava di negritudine. Ma c’è una grossa differenza tra negritudine e sicilitudine. E applicare un concetto così ristretto come quello di negritudine non gli andava. La sicilitudine è il lamento che il siciliano fa di sé. Vittorio Nisticò fece un giornale leggendario che era l’Ora di Palermo. Vittorio diceva che i siciliani si dividono in due grandi categorie. I siciliani di scoglio e i siciliani di mare aperto. Il siciliano di scoglio è quello che riesce ad allontanarsi fino al più vicino scoglio. Il siciliano di mare aperto invece prende il largo e se ne va. Leonardo era un siciliano di scoglio, non c’è dubbio. Però il suo scoglio era così alto che lui da lassù poteva guardare il mondo. Non riusciva a stare lontano dalla Sicilia. La prima volta che andò a Parigi mi dissero: Leonardo si è beccato tre influenze di fila e se ne sta chiuso in albergo. Gli telefonai: Come ti senti? Risposta: Male assai. E gli chiesi: Per l’influenza? Sì, sì l’influenza. Ma poi sentimmi ghittato ‘ca a Parigi. Capito? Buttato qua a Parigi, come se fosse stato in esilio in un paese del Terzo mondo. Sicilitudine è una condizione segnata con l’evidenziatore da alcuni particolari. È, come dire, un gusto compiaciuto per l’essere isolati, per il sentirsi diversi. Invece non lo siamo, diversi. Siamo semplicemente separati dalla terra ferma. La questione divenne la sicilianità, soprattutto per quanto riguarda i caratteri negativi: la sicilianità è molto semplicemente il prodotto di 13 o 14 dominazioni diverse che si sono susseguite in Sicilia. È il senso dell’isola. I siciliani di queste 13 dominazioni hanno preso il meglio e il peggio. Quindi si sono creati un carattere prismatico, cioè assolutamente contraddittorio. Tra persona e persona, tra siciliano e siciliano. Uso una bellissima immagine di Vitaliano Brancati: ci sono il signor Rossi e il signor Bianchi, tutti e due di Catania, tutti e due abitanti nello stesso condominio. Ma li divide il pianerottolo e passare il pianerottolo è come fare una traversata atlantica. Tutto questo coacervo di situazioni, di modi di pensare e agire, fa la sicilianità intesa come complessità. La contraddizione è sempre presente. Non a caso Leonardo aveva pensato, in un primo tempo, di fare scrivere sulla propria tomba: visse e si contraddisse. Poi cambiò idea e fece scrivere: ce ne ricorderemo di questo pianeta.
Mafia e antimafia: due parole sui professionisti dell’antimafia.
Sciascia non era dentro le segrete cose della magistratura. Qualcuno lo informò che era cambiato il meccanismo di promozione dei giudici. Prima venivano promossi in base all’anzianità. Si cambiò con Borsellino: secondo i vecchi criteri la promozione non gli spettava. Venne nominato procuratore in base alla specifica conoscenza che aveva della mafia. E questo Leonardo lo reputò un errore. E fu un errore di Leonardo. Come si dice: ha toppato, perché mica era Dio. E mica è stata l’unica volta. Quello che posso garantire io, è che le sue erano toppate in assoluta buona fede. Infatti, quando gli spiegarono come stavano le cose, si precipitò a scusarsi con Borsellino. Leonardo non aveva capito che nel caso della mafia l’unica strada è la specializzazione.
Sciascia letterato: qual è il suo valore?
Questo è molto discusso. Per me è stato uno dei maggiori letterati del Novecento, assieme a Carlo Emilio Gadda. Molti gli rimproverano una scrittura professorale. Non è così. Il suo italiano, che sembra accademico, è una lingua che lui affilava quotidianamente per farne qualche cosa che somigliasse a un bisturi.
La prima delle Lezioni americane di Calvino: la leggerezza.
Non a caso erano amici.
Classifica dei libri di Sciascia.
Il più bello in assoluto è Il consiglio d’Egitto, perché mette in campo drammaticamente la condizione dell’essere siciliani. Il libro è diviso in due parti separate da un inter-mezzo - proprio intitolato Inter-mezzo - in cui il Viceré siciliano, che non è siciliano, chiede a un notabile siciliano: ma come si fa a essere siciliani? Per dire che il libro è incentrato sulla natura e sullo spirito dei siciliani. Io ho trovato una risposta a quella domanda. Vuole saperla? Si fa con l’ironia. Poi Candido e poi Porte aperte. Certo, c’è Il giorno della civetta. Ma è uno di quei libri che non avrei voluto fossero mai stati scritti. Ho una mia personale teoria. Non si può fare di un mafioso un protagonista, perché diventa eroe e viene nobilitato dalla scrittura. Don Mariano Arena, il capomafia del Giorno della civetta, giganteggia. Quella sua classificazione degli uomini – omini, sott’omini, ominicchi, piglia ‘n culo e quaquaraquà – la condividiamo tutti. Quindi finisce con l’essere indirettamente una sorta di illustrazione positiva del mafioso e ci fa dimenticare che è il mandante di omicidi e fatti di sangue. Questi sono i pericoli che si corrono quando si scrive di mafia. La letteratura migliore per parlare di mafia sono i verbali dei poliziotti e le sentenze dei giudici. Saviano è riuscito a dimostrare che si può scrivere un libro - non un romanzo perché è una cosa diversa - e mostrare la camorra per quello che è. Ma è un caso isolato.
Già nei primi anni Ottanta Sciascia manifesta una grande preoccupazione per la deriva della politica verso il malaffare. Oggi cosa scriverebbe?
Forse non scriverebbe proprio nulla. Quando tu hai una tale e vasta conferma di quello che avevi intuito sarebbe avvenuto, ti cascano le braccia. Di Leonardo sento la mancanza, ma certe volte sono contento che non ci sia più. Perché penso: Poveraccio, se ci fosse ancora. Almeno non deve vedere tutto questo.

Riaperta d’urgenza la Repubblica di Salò


di Marco Travaglio


Ieri il piccolo duce ha smentito di aver mai pensato alle elezioni. Dunque, vista la sua innata sincerità, ci sta pensando seriamente. Per ora manda avanti l’apposito Schifani, ventriloquo da riporto, per vedere l’effetto che fa. Perché lo faccia, è lampante: come nel 1992 il crollo della Prima Repubblica ne scoperchiò la scatola nera sversando i liquami di Tangentopoli e Mafiopoli, così ora salta il tappo della cloaca politico-affaristico-mafiosa denominata Seconda Repubblica. Le tubature non tengono più, i miasmi si spandono dappertutto. E non passa giorno senza che questa o quella procura s’imbatta, anche involontariamente, in un condotto della Fogna delle Libertà. In Campania l’arresto di Cosentino & C. A Palermo Spatuzza, Grigoli e Ciancimino jr. parlano di Dell’Utri e Berlusconi ai tempi delle stragi e delle trattative. In Puglia c’è Giampi col suo harem di escort bipartisan. A Milano mister Grossi, re delle cosiddette “bonifiche ambientali”, è in carcere con la moglie del vicecoordinatore nazionale del Pdl Abelli, e dietro la porta gli amici Formigoni, Lupi, Gelmini e Berlusconi tremano all’idea che qualcuno parli. Intanto saltan fuori gli altarini della Arner, la banca svizzera usata da noti mafiosi per riciclare soldi sporchi (indovinate di chi è il conto corrente numero 1).
Non c’è “dialogo”, riforma della giustizia, processo breve o morto, prescrizione-lampo che sia in grado di fermare l’onda nera. Il dialogo fa le pentole, ma non i coperchi. E non c’è coperchio che possa richiudere il pentolone.
Qualcuno a questo punto obietterà che, al ducetto, le elezioni servirebbero a poco: guadagnerebbe un po’ di tempo e, casomai le rivincesse lui, si libererebbe pure di Fini, ennesimo nemico interno dopo il Bossi modello-base, Follini, Casini e Veronica.
Peccato che Fini oggi sia popolare almeno quanto lui (infatti i sondaggi sono miracolosamente scomparsi dagli house organ, che fino a due mesi fa ce ne rifilavano tre al giorno).
Ma non c’è più nulla di razionale nel disperato agitarsi di questo pover’ometto in perenne fuga dal suo passato.
Come Hitler nel bunker e Mussolini a Salò, il ducetto è solo, assediato dai suoi incubi e circondato di servi sciocchi (quelli furbi sono in fuga da un pezzo).
Una Salò all’amatriciana, anzi alla puttanesca: al posto dei giovanottoni sadomaso di Pasolini, le girls di Tarantini.
Roberto Feltrinacci incita alla pugna finale ripetendo a pappagallo la pietosa bugia: “Il popolo è con Te, o Duce, dall’Alpi al Lilibeo, ma non osa manifestarlo e ti adora in silenzio”.
Il feldmaresciallo Alfred Sallusting, cranio lucido e pallore nibelungico, stretto nel suo impermeabile di pelle nera esorta all’estrema resistenza, armi in pugno e baionetta fra i denti.
Il principe grigio Junio Valerio Belpietro, pancia in dentro e mento in fuori, invoca lo spirito sansepolcrista e la fucilazione di Galeazzo Fini e degli altri traditori a Verona.
Nicola Bombaccicchitto, l’ex socialista passato a destra, lancia il cappuccio oltre l’ostacolo, ma alla fine cade in disgrazia, sospettato di collusioni con la massoneria per via della sua collezione di grembiulini e compassi.
Augusto Pavonzolini, dal palazzo dell’Eiar, distrae le masse con culi, tette e balle a volontà.
Lo aiuta il figlio segreto del Duce, tale Bruno, che è tutto suo padre e, mentre l’impero crolla, parla a “Lupa a Lupa” delle orecchie dei cani.
Claretta Bondi, vinta la concorrenza di Angelica Carfagnanoff, lacrima e si dispera giorno e notte, pronta a tutto pur di fare da scudo all’Amato, anche a intercettare col suo corpo le raffiche partigiane.
Intanto il dottor morte Niccolò Ghedini, curvo nel laboratorio dell’impunità su provette, serpentine e alambicchi fumanti, prova e riprova la formula dell’arma segreta, che non arriva mai e, quando arriva, non funziona.
Disperso, al momento, il camerata Capezzone. Ma niente paura: non lo cerca nessuno.