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sabato 15 ottobre 2011

Opposte debolezze


FEDERICO GEREMICCA

Silvio Berlusconi e la sua maggioranza esultano per la cinquantatreesima fiducia incassata, che stavolta ha significato davvero portare a casa la pelle; Pier Luigi Bersani e le opposizioni parlamentari, invece, sono soddisfatti per aver dimostrato al Paese che il governo è debole ogni giorno di più. E così, alla fine di una giornata nient’affatto edificante, può perfino accadere che tutti - o quasi tutti - abbiano un buon motivo per festeggiare. È qualcosa di diverso e di peggio dell’eterno «chi si contenta gode»: è il prodotto di un ormai lungo ed estenuante braccio di ferro tra due debolezze che da un anno e mezzo, di fatto, tengono praticamente in ostaggio il Paese.

Quel che è accaduto ieri nell’aula di Montecitorio assediata da Indignati, Draghi Ribelli e Popolo viola, non ha bisogno di molte spiegazioni, trattandosi del triste ed identico copione che va in scena dall’aprile dell’anno scorso: da quando, cioè, Fini e la sua pattuglia abbandonarono Silvio Berlusconi lasciandolo in balia di un drappello di cosiddetti «responsabili». Da allora, ogni voto di fiducia è al cardiopalma, preceduto da ricatti e minacce, e seguito da ringraziamenti e prebende ai dubbiosi e agli incerti: ieri, con la nomina fulminea di due nuovi sottosegretari e di due viceministri, il ringraziamento è stato tempestivo come mai. Non si è badato nemmeno a salvare l’apparenza: ma il punto, ormai, non è più nemmeno questo.

Quel che infatti comincia seriamente a preoccupare - anche per le prospettive che apre: altri mesi di paralisi in attesa di elezioni la prossima primavera - è il totale smarrimento del bandolo della matassa, l’assenza di qualunque strategia politica, nella convinzione che prove muscolari - da una parte - o semplice attesa della consunzione del nemico - dall’altra - siano sufficienti ad assolvere ed a legittimare i rispettivi ruoli. Il drammatico declino economico - e ormai perfino etico - lungo il quale si è incamminato il Paese, dovrebbe dimostrare che non è così: ma le locomotive sono lanciate l’una contro l’altra, e fermarle si sta rivelando ormai impossibile.

Un po’ di «politica all’antica» (detto senza nostalgia) e un briciolo di lungimiranza, avrebbero forse fatto intendere a Berlusconi, già un anno fa, che la via del governo del Paese - non della sopravvivenza: perché in quella è riuscito - non poteva passare da un patto/ricatto con gruppi di transfughi in cerca di fortuna. E’ a quell’epoca che andava offerta un’intesa al Terzo Polo di Casini, un patto proposto oggi in maniera affannosa e non credibile. Non averlo fatto ha condotto il governo sulle secche che lo bloccano da mesi. Oggi una soluzione non appare più possibile: e quel che per Berlusconi è peggio, è che questa sorta di muoia Sansone con tutti i filistei non ha solo paralizzato l’esecutivo in un momento difficilissimo, ma ha anche - secondo qualunque sondaggio - compromesso ogni possibilità di alleanza e di vittoria del centrodestra alle prossime elezioni.

Fatte molte differenze (e la fondamentale attiene alle diverse responsabilità di chi governa e di chi è all’opposizione) anche il Pd - perno dell’alternativa - dovrebbe interrogarsi circa il fallimento della propria strategia (caduta del governo Berlusconi a vantaggio di un esecutivo di responsabilità nazionale). Considerata l’aria che tira - e non da oggi - non ha senso sorprendersi delle fiducie incassate dal premier, se l’alternativa è il puro e semplice scioglimento delle Camere: i fatti continuano a dimostrare (ieri qualche «responsabile» l’ha perfino detto in chiaro) che molti parlamentari non intendono «tornare a casa», e che difenderanno stipendio e vitalizio con le unghie e con i denti.

Come mai e perché - in una legislatura che ha visto scissioni, rotture e nascita di nuovi gruppi parlamentari - il tandem Bersani-Casini non è riuscito a catalizzare consensi e voti nelle aule parlamentari, così da render credibile (e possibile) la nascita di un governo diverso, che costituisse per incerti e dubbiosi un’alternativa al bivio «o Berlusconi o il voto»? Cos’è che ha frenato un’iniziativa politica capace di sbloccare la situazione, offrendo perfino qualche margine d’azione in più allo stesso Quirinale?

Le risposte possono essere molte, e vanno cercate. Un partito-calamita come vuol essere il Pd, infatti, non può rassegnarsi a questa apparente incapacità di costruire e allargare le sue alleanze. E’ un tema ineludibile, visto che condiziona anche linea e strategia con le quali affrontare le future elezioni. Se la storia insegna qualcosa, verrebbe da dire che puntare solo sulla crescente debolezza di Silvio Berlusconi, potrebbe essere fatale. Come rischiò di esserlo nelle elezioni del 2006, considerate una passeggiata e vinte, alla fine, per la miseria di 20 mila voti...

venerdì 30 settembre 2011

Terzo polo una chimera per il Pd


FEDERICO GEREMICCA

Si sente ripetere spesso - e la tesi non è infondata - che il fatto che il grosso della polemica politica resti tutta ancora incentrata sulle vicende giudiziarie del premier, in fondo, per l’esecutivo non sia un male.

Avrebbe di certo più difficoltà, infatti, a trovare argomenti e reggere il confronto sulle riforme promesse e non realizzate o sulle ricette, per esempio, messe in campo per l’uscita dalla crisi. Fatte tutte le differenze (e la principale sta nelle responsabilità che riguardano chi governa) analogo ragionamento sembra valere anche per l’opposizione: unitissima nell’attacco a Berlusconi ma pronta a dividersi su quasi qualunque altro tema.

La vicenda del non-voto della pattuglia radicale sulla mozione di sfiducia al ministro Romano o le profonde differenze intorno al modello di legge elettorale (ipoteticamente) da adottare sono solo alcuni esempi recenti di tali divisioni. In verità, non sono nemmeno i più preoccupanti, considerato che, col gran parlare che si fa di elezioni anticipate, due questioni stanno riemergendo con irrisolvibile nettezza: le alleanze con le quali andare al voto e il leader chiamato a guidare la coalizione nella sfida al centrodestra.

Negli ultimi giorni, diciamo a partire dalla presenza contemporanea di Bersani, Vendola e Di Pietro alla festa dell’Idv di Vasto, le due questioni si sono fuse dando il via ad un fuoco di fila che ha per bersagli il modello di alleanza prefigurato nel raduno abruzzese (che ha fatto evocare la «gioiosa macchina da guerra» di occhettiana memoria) e la circostanza che il candidato premier del centrosinistra debba inevitabilmente essere Pierluigi Bersani, qualunque sia il tipo di alleanza con il quale il Pd affronterà le elezioni. La polemica contro la «triade di Vasto» è stata cavalcata soprattutto dall’area cattolica del partito democratico, che non fa mistero di considerare irrinunciabile un’alleanza col Terzo polo di Pier Ferdinando Casini; a non dare per scontata la candidatura a premier di Bersani, invece, sono i cosiddetti veltroniani - animati ancora da un qualche spirito di rivalsa - oltre che Vendola stesso, naturalmente.

Si tratta di questioni certamente non facili da risolvere, tanto è vero che sono lì del tutto aperte. Ma, giunti a questo punto, non è forse azzardato ipotizzare che una soluzione - in fondo - sia già nelle cose: e che non venga accettata (riconosciuta) perché forse dolorosa e sgradita ai più. Intendiamo dire che la posizione ripetutamente espressa da Pier Ferdinando Casini (mai con Di Pietro e Vendola) andrebbe, a questo punto, presa per quel che è: cioè una seria dichiarazione di intenti. E che l’eclissi di Berlusconi e le grandi manovre in corso nel centrodestra rendono certamente più allettante - oltre che più naturale - per il leader dell’Udc un patto con un centrodestra libero (se sarà libero...) dalla presenza di Silvio Berlusconi.

Le difficoltà dell’area cattolica del Pd a «digerire» una tale soluzione sono del tutto comprensibili: la caccia al sempre inseguito «voto moderato» (se non proprio cattolico) si farebbe infatti assai difficile. Eppure, se la scelta del Terzo polo va maturando nella direzione che si diceva, forse converrebbe prenderne atto per tempo, provando almeno a valorizzarne le conseguenze. La prima è certamente una maggior chiarezza strategica da trasmettere agli elettori: fine, insomma, dell’imbarazzante ritornello «vi diremo poi con chi ci alleiamo», che è uno dei limiti maggiori delle forze oggi all’opposizione. La seconda potremmo definirla un atto di fiducia (in condizioni di necessità, certo) verso quello che viene di solito chiamato il «popolo di sinistra».

Pochi mesi fa, dopo l’esito delle primarie in città come Milano e Cagliari (dove i candidati cosiddetti «radicali» sconfissero gli alfieri del Pd) o dopo il risultato del primo turno a Napoli (con De Magistris al ballottaggio al posto del favorito Morcone), vennero intonati molti «de profundis», perché le partite sembravano inevitabilmente perse. Fu invece un trionfo, col centrodestra scompaginato nelle sue roccaforti (Milano) e battuto in città già date per conquistate (Napoli). Ora, naturalmente, una cosa è vincere (per di più delle elezioni amministrative) e un’altra è riuscire a governare, come testimoniò l’ultima esperienza di Romano Prodi. Ma intanto, banalmente, è sempre meglio vincere che perdere. E soprattutto, se la via dell’alleanza elettorale col Terzo polo si va tramutando sempre più in una chimera, tanto vale - forse - prenderne atto, smetterla di inseguire fantasmi e rimboccarsi le maniche, piuttosto, in vista di quel che sarà...

lunedì 20 giugno 2011

La spinta propulsiva è finita

FEDERICO GEREMICCA

E passi per i tanti militanti che affollano il pratone di Pontida vestiti da Alberto da Giussano, con mantello, spadone e tutto il resto, nonostante i trenta gradi all’ombra. E passi anche per quelli che sfoggiano elmi da unni o da vichinghi, con belle corna lunghe e arcuate.

Ma quando in attesa dell’arrivo di Bossi il segretario della forte Lega di Bergamo chiama sul palco «i templari del bel fiume Serio» - e loro sul palco ci salgono davvero - allora il dubbio svanisce, e si può dire con certezza che da queste parti qualcosa non va: o almeno non va più. E non va più perché il folklore va bene quando adorna e rappresenta - come è stato fino a ieri - una linea corsara, furba e spesso fin troppo aspra; ma quando quella linea non c’è più, quando l’affanno è evidente e il Capo non ha una rotta da indicare alla sua gente, allora non resta che il folklore: e di folklore anche una forza come la Lega, ben radicata nelle valli di quassù, lentamente può morire.

Forse è questo, al di là degli ultimatum veri o presunti spediti all’indirizzo di
Silvio Berlusconi, il messaggio che arriva da Pontida: il vecchio Carroccio è nei guai, fermo e incerto sulla via da imboccare perché scosso e stupito - forse perfino più del Pdl - dal doppio capitombolo elezioni-referendum. La battuta d’arresto ha lasciato cicatrici profonde in un partito non abituato alla sconfitta: e la reazione, a cominciare dal gran raduno di ieri, non sembra affatto all’altezza dei problemi che ha di fronte. E’ come se, gira e rigira, la Lega avesse esaurito la propria spinta propulsiva, fosse d’improvviso a corto d’argomenti e a nulla servisse - anzi - riproporre gli stessi con più enfasi e più durezza.

E’ un problema non da poco perché - al di là delle tattiche su quando e come votare - riguarda il futuro stesso del movimento. Ed è un problema - alla luce di quel che si è visto e sentito ieri a Pontida, tra bandieroni e facce dipinte di verde - che la Lega farebbe bene ad affrontare. Dovrà chiedersi, per esempio, quale ulteriore forza espansiva può avere un movimento che chiede la fine dei bombardamenti in Libia non perché lì continuino a morire donne e bambini, ma perché costano troppo e poi finisce che arrivano nuovi immigrati a Ponte di Legno o a Gallarate. O che ha individuato l’approdo della Grande Guerra a Roma ladrona nella richiesta che almeno qualche ministero, anche di serie B, venga trasferito al Nord. Si può crescere ancora con slogan e obiettivi così? Forse nelle valli. O lungo le sponde di fiumi custoditi dai templari... Ma già
se si guarda a Milano, moderna capitale del Nord, occorrerebbe interrogarsi sul perché alle ultime elezioni solo un cittadino su 10 ha deciso di votare Lega.

Quella della modernità - modernità di linea, di organizzazione e di idee e proposte per il Paese - è un’altra questione che ieri a Pontida è saltata agli occhi in maniera ineludibile. Sembra paradossale dirlo della Lega che al suo irrompere sulla scena modernizzò non poco in quanto a temi (quello della sicurezza nelle città, per dirne uno) e perfino in quanto a proposte istituzionali (il federalismo):
ma ieri il folklore e il richiamo all’identità, utilizzati per supplire all’assenza di linea, sono apparsi d’improvviso vecchi, inattuali e quasi figli di un’altra epoca. Tra un supermercato e un nuovo grande parcheggio, la modernità sta letteralmente (e simbolicamente) mangiandosi il pratone di Pontida: e a fronte dei tanti cambiamenti, la Lega risponde riscoprendo la secessione (tema degli esordi), l’identità padana e inasprendo la lotta ai clandestini (triplicato il tempo di internamento nei Cie). Difficile andar lontano, così. E difficile anche - se non in virtù dei meri numeri - mettere davvero spalle al muro l’amico-nemico Berlusconi.

Se serviva una controprova di quanto fosse ormai logorato il rapporto tra la Lega e il premier, ieri la folla di Pontida - una gran folla, come solo nei momenti di grandi vittorie o di grandi difficoltà - l’ha fornita. Fischi ogni volta che veniva citato il suo nome, grandi striscioni per invocare «Maroni premier». Bossi ha definito la leadership di Berlusconi alle prossime elezioni «non scontata»: ma si è dovuto fermare lì, avendo chiaro che una parola in più lo avrebbe spinto in un vicolo al momento del tutto cieco. Il punto è che la base leghista - antiberlusconiana per ragioni quasi antropologiche e caricata per anni a pallettoni fatti di slogan duri e modi spicci - digerisce sempre peggio certe prudenze (obbligate) del Gran Capo.
E’ a Berlusconi, alle sue ossessioni giudiziarie e ai suoi bunga bunga che vengono infatti attribuite le sconfitte dolorose non solo di Milano ma di Comuni-simbolo nell’iconografia leghista, da Gallarate a Desio, fino a Novara. A fronte di questo, la prudenza dei capi è sempre meno accettata, e molti non nascondono di avercela anche con chi, nella Lega, si sarebbe «romanizzato»...

Un’immagine, ieri, ha colpito molti dei cronisti accorsi a Pontida. E’ accaduto quando, poco prima dell’arrivo di Bossi sul palco, volontari del servizio d’ordine leghista hanno sequestrato e poi minuziosamente sbrindellato un lungo striscione bianco con delle frasi vergate in nero: «Datevi un taglio. Abolite le Province e dimezzate il numero dei parlamentari. Ce lo avevate promesso». Una contestazione figlia dei furori del passato, certo; e frutto, magari, di quelle compatibilità politiche che nessun capo leghista, nelle valli, ha mai spiegato ai militanti della base e ai templari che vigilano sul fiume Serio... Un problema, anche questo. E a giudicare da certi umori, nemmeno semplicissimo da affrontare.

mercoledì 9 febbraio 2011

La palude è peggio del voto


FEDERICO GEREMICCA

C’è qualcosa di peggio delle elezioni anticipate nell’anno del centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia e con l’economia in una situazione di profondo rosso? Forse sì, qualcosa di peggio c’è. E lo ha testimoniato - in fondo - perfino la giornata di ieri, una giornata «politicamente tranquilla» che il presidente del Consiglio ha però impegnato quasi interamente in interminabili riunioni col suo più sperimentato gabinetto di crisi: il ministro di Grazia e Giustizia e i suoi avvocati Ghedini e Longo (ai quali si è poi aggiunto a sorpresa uno dei legali della prima ora del premier, l’onorevole Gaetano Pecorella: a testimonianza, forse, dell’ora grave).

Il peggio, rispetto a elezioni anticipate, è la stagnazione, la palude, un governo inerte che annaspa e lentamente sprofonda nelle sabbie mobili. E’ un rischio che - da Emma Marcegaglia alle opposizioni più responsabili, fino a ogni statistica sullo stato del Paese - hanno segnalato in molti. Ed è un pericolo che, a onor del vero, lo stesso Berlusconi ha denunciato fino a non troppo tempo fa: «O abbiamo i numeri per governare e fare le riforme, oppure è meglio andare al voto».

Con la nascita del gruppo dei cosiddetti «responsabili», ora l’esecutivo i numeri li ha: ma non si sono osservate svolte, a riprova del fatto che in politica i numeri sono certo necessari, ma non sempre sufficienti. Un paio di accelerazioni, in verità, nelle ultime 24 ore ci sono state: ma non riguardano l’azione di governo sul fronte delle emergenze da affrontare e sono accelerazioni - entrambe - che non paiono promettere nulla di buono. La prima ha riguardato il cosiddetto «processo breve», rimesso in calendario e all’ordine del giorno in tutta fretta per la prossima settimana; la seconda ha per obiettivo un riequilibrio dei rapporti numerici tra maggioranza e opposizioni in molte commissioni parlamentari: a cominciare, naturalmente, dalla Bicamerale che ha in esame i decreti attuativi del federalismo.

Si dice che le due decisioni siano il frutto di un accordo - ma più correttamente sarebbe meglio dire di un baratto - tra il presidente del Consiglio e l’ultimo degli alleati rimastigli, Umberto Bossi: a te quello che è necessario per accelerare il varo del federalismo, a me quel che occorre per fronteggiare l’offensiva giudiziaria (vecchia e nuova) di cui sono oggetto. Si tratta, in tutta evidenza, di due pessime notizie: la prima, infatti, riporta al centro del dibattito politico (e dei lavori parlamentari) una iniziativa legislativa che, oltre a non esser avvertita come urgente e di interesse generale nella situazione in cui si trova il Paese, tornerà a surriscaldare il clima politico oltre ogni misura e con le conseguenze immaginabili; la seconda, invece - il riequilibrio dei rapporti di forza, a cominciare dalla Bicamerale per il federalismo - pare confermare l’idea di voler procedere, anche su questo delicato terreno, a colpi di maggioranza, lasciando intravedere un nuovo muro contro muro dal quale - e i fatti lo hanno già dimostrato - il governo ha poco o nulla da guadagnare.

E’ certo che anche di questo il Presidente della Repubblica avvertirà il leader leghista, atteso oggi al Quirinale per un incontro «chiarificatore» chiesto dallo stesso Bossi. Napolitano ne aveva già parlato qualche giorno fa a Bergamo, culla leghista, ripetendo che scontri all’arma bianca non avrebbero affatto favorito una più rapida approvazione dei provvedimenti tanto attesi da Bossi. Per tutta risposta, dal Quirinale hanno dovuto osservare il muro contro muro nella Bicamerale e il successivo, maldestro tentativo del governo di varare comunque il decreto legislativo, non controfirmato dal Capo dello Stato.

Non sappiamo se Napolitano riuscirà a persuadere Bossi dell’insensatezza di un agire «muscolare» non sostenuto - per di più - dagli ampi consensi necessari. Sappiamo invece - per cronaca più o meno recente - quali saranno le conseguenze del combinato disposto delle due scelte sulle quali il governo pare intenzionato a tirar dritto: clima d’inferno nella città della politica (e nel Paese), con conseguente paralisi di ogni altra attività che non siano, appunto, il processo breve e la composizione della Bicamerale. Il risultato? Un’altra fase di polemiche al vetriolo e di blocco dei lavori parlamentari, con conseguente stagnazione. Che davvero, al punto in cui è il Paese, rischia di esser peggio delle pur dannose - e da tutti temute - elezioni in primavera.

mercoledì 19 gennaio 2011

Ma l'opposizione è nel pantano


FEDERICO GEREMICCA

Qualcuno gli ha chiesto di sgombrare il campo «per evitare al Paese ulteriore discredito internazionale». Qualcun altro lo ha invitato al passo indietro «per il suo stesso bene e per poter difendersi meglio». E c’è perfino chi lo ha sollecitato ad abbandonare Palazzo Chigi «per restituire l’onore a tutte le donne italiane». E’ vero: in alcuni casi, più che brusche richieste di dimissioni, quelle rivolte al premier sono apparse invocazioni, quasi preghiere.

Ma i numeri in Parlamento sono quelli che sono, e alcuni recentissimi rovesci nelle aule di Camera e Senato - per di più - fanno sì che le mosse delle opposizioni siano improntate, in queste ore, a un atteggiamento che si potrebbe definire di «aggressiva prudenza».

Si può naturalmente sorridere, di fronte a questo. Ed è certamente lecito dissentire. Ma la forzata prudenza cui sono inchiodate le opposizioni ha radici lontane - e motivazioni recenti - che non sarebbe corretto ignorare. L’azione del Pd, del Terzo polo e delle altre forze che avversano il governo è infatti frenata e condizionata da un pantano psicologico, strategico e politico evidente ormai da tempo: quanto meno dalla primavera scorsa, stagione della inattesa rottura tra Berlusconi e Fini.

A pesare, tanto per cominciare, c’è un dato psicologico (e in parte naturalmente politico) difficile da rimuovere: e cioè la convinzione che Berlusconi non sia vulnerabile sul piano giudiziario, a maggior ragione se le vicende contestategli riguardano «comportamenti privati» (deprecabili finché si vuole). Lo hanno già dimostrato almeno un paio di campagne elettorali e anche il responso di sondaggi successivi all’esplodere del primo caso-Ruby, hanno confermato una sorta di «indifferenza etica» degli elettori rispetto allo «stile di vita» del presidente del Consiglio. Una indifferenza che può certo non piacere (e che dovrebbe, anzi, allarmare) ma della quale occorre necessariamente tener conto.

Un peso non minore hanno, poi, le difficoltà politiche che attraversano - nessuna esclusa - tutte le forze di opposizione. Il «duro» Di Pietro è alle prese con le crescenti fibrillazioni seguite al passaggio di un paio di suoi deputati alla maggioranza di governo; la triade Fini-Casini-Rutelli è nel pieno di un faticoso lavoro di costruzione del cosiddetto Terzo polo, insidiato quasi quotidianamente dal rischio di nuove defezioni di parlamentari; il Pd, infine, resta preda dei suoi difficili problemi interni, acuiti dal sotterraneo lavorio di Nichi Vendola che continua a erodere consensi. E come se non bastasse, sull’opposizione intera pesa ancora l’indimenticabile sconfitta nel voto parlamentare del 14 dicembre, con l’inattesa bocciatura delle mozioni di sfiducia al governo.

Infine, il grumo di questioni strategiche o di prospettiva, che hanno condizionato e tutt’ora condizionano il fronte delle opposizioni. Il «che fare dopo» è la ragione, in fondo, che non ha permesso a Pd, Terzo polo e Idv di raggiungere almeno una intesa temporanea su ipotetici governi tecnici o di responsabilità, nei mesi roventi della rottura tra Fini e Berlusconi. L’idea di sostenere insieme al presidente della Camera un simile esecutivo ha scosso e sconcertato la base del Pd quasi quanto l’ipotesi di ritrovarsi alleati in campagna elettorale con l’ex segretario del Msi (e si può ipotizzare che analoghi imbarazzi determinerebbe tra gli elettori di Fli). L’Udc di Casini, del resto, non ha problemi minori nel far digerire al proprio elettorato l’accordo con Fini da una parte e Rutelli dall’altra; e analogo discorso si potrebbe fare a proposito dei partiti di Vendola e Di Pietro e della prospettiva di patti e alleanze col Terzo polo.

E’ evidente che di fronte a tutto questo un’avventura elettorale in tempi ravvicinati (ammesso che le opposizioni potessero determinarla: e non possono, come abbiamo visto) sarebbe assai rischiosa. Di qui l’«aggressiva prudenza» di cui si diceva all’inizio. Le dimissioni di Berlusconi sono chieste «ma senza che questo significhi elezioni anticipate»: ci si affida al Presidente della Repubblica ed alla sua richiesta di fare chiarezza in fretta. Una linea - una pretesa - certo comprensibile, ma che sa troppo del famoso desiderio di avere la botte piena e la moglie ubriaca. In un momento, per di più, in cui di vino ce ne è davvero poco, e di mogli (di donne) è forse meglio non parlare...

lunedì 27 dicembre 2010

Via libera condizionato al legittimo impedimento


FEDERICO GEREMICCA

Nemmeno i termini tecnico-giuridici, stavolta, riescono ad attutire la portata della notizia. Che è la seguente: con «sentenza interpretativa di rigetto», la Corte Costituzionale si accingerebbe a respingere il ricorso proposto dal pm milanese De Pasquale circa la costituzionalità della legge sul legittimo impedimento. Questa, almeno, è la soluzione che il giudice relatore del caso (Sabino Cassese) proporrà agli altri membri della Corte, che torneranno a riunirsi per la sentenza l’11 o il 12 gennaio.

La relazione istruttoria di Cassese dovrebbe essere già da qualche giorno a disposizione di tutti i membri della Corte, che la studieranno e ne discuteranno prima di dar via libera ad un verdetto dal cui tenore - secondo molti - dipenderebbero addirittura le sorti della legislatura. Ma che vuol dire «sentenza interpretativa di rigetto»? E qual è - nella sostanza - il parere che la Corte Costituzionale starebbe maturando sul legittimo impedimento? Proviamo a spiegare nella maniera più semplice possibile l’orientamento maturato dal relatore e, quindi, quel che la sentenza di gennaio dovrebbe affermare. Nella sostanza, il sottile confine che fa del legittimo impedimento una norma costituzionale oppure incostituzionale, sta tutto in una parola-chiave:
automatismo.

Secondo il relatore, infatti, se si ritenesse (interpretasse) che l’essere ministro o presidente del Consiglio costituisse di per sé un legittimo impedimento a rispondere alla convocazione in tribunale da parte dei giudici, questo equiparerebbe di fatto lo «scudo» ad una vera e propria (e automatica) «immunità» che, in quanto tale, andrebbe disciplinata con legge costituzionale. Se, al contrario, la valutazione del legittimo impedimento invocato dall’imputato (in questo caso si parla di Berlusconi)
venisse di volta in volta affidata al giudice di competenza, allora nulla osterebbe a che la materia fosse regolata (come è nel caso, appunto, del legittimo impedimento) con legge ordinaria. Ed è precisamente così, secondo la «sentenza interpretativa» che la Corte si accingerebbe ad emettere, che la legge andrebbe dunque intesa e, quindi, applicata.

L’orientamento del relatore - se confermato dal «plenum» della Corte - potrebbe sembrare il solito bizantinismo giuridico o, peggio ancora, somigliare ad una decisione pilatesca, che rigetta la patata bollente nel campo in cui litigano da anni
Silvio Berlusconi e i magistrati che provano a processarlo. In realtà, è possibile anche un’altra interpretazione: e cioè che si tratti del tentativo da parte dei giudici della Corte di tenere assieme diritti e doveri fondamentali e costituzionalmente garantiti. In sostanza: da una parte salvaguardare il principio secondo il quale tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge, e dall’altra il diritto-dovere dei membri dell’esecutivo a governare e ad assolvere le loro funzioni senza impedimenti e turbative. In realtà, stante il fatto che il legittimo impedimento è regolato con legge ordinaria, è apparso fin da subito evidente che la sua applicazione avrebbe richiesto serietà di comportamento da parte dei soggetti in causa. Serietà o - meglio ancora - quello spirito di «leale collaborazione» tra autorità politica e giudiziaria invocato dal presidente Napolitano all’atto della firma della legge, nella primavera scorsa. Uno spirito di collaborazione che dovrebbe evitare che il premier o i suoi ministri invochino un legittimo impedimento in ragione di impegni irrilevanti e rinviabili; e che, contemporaneamente, porti il giudice a riconoscere serenamente il diritto a ricorrervi, nei casi seri e comprovati.

Nulla a che vedere, insomma, con quanto accadde nel caso di Aldo Brancher che, nominato ministro, invocò subito il legittimo impedimento in quanto occupato a «organizzare il ministero»: e dovette intervenire il Quirinale per affermare che, visto che si trattava di un ministero senza portafoglio, Brancher non aveva un bel nulla da organizzare... Occorrerà attendere ancora un paio di settimane per vedere come finirà questa spinosissima questione e se la Corte farà propria in toto l’impostazione proposta dal relatore. Quel che invece è certo fin da ora, è che i giudici sono attesi da un lavoro tutt’altro che facile, sottoposti come sono da giorni agli attacchi preventivi del presidente del Consiglio e sul cui capo si vorrebbe addirittura far pendere la responsabilità di una crisi di governo o addirittura di elezioni anticipate nel caso di bocciatura del legittimo impedimento. In un Paese normale, l’interpretazione della legge che la Corte si accingerebbe a proporre e lo spirito di «leale collaborazione» invocato da Napolitano sarebbero del tutto inutili: perché scontati e dunque superflui. Ma sono anni che l’Italia appare quanto di più distante vi sia da un Paese normale. E non è detto, purtroppo, che l’avvio del 2011 - con tutto quel che rappresenta quest’anno celebrativo - faccia uscire il Paese da questa insopportabile anomalia, piuttosto che tenerlo prigioniero della
guerriglia politico-giudiziaria che lo soffoca da ormai vent’anni...

sabato 4 dicembre 2010

Lo sforzo del Colle per frenare il caos


FEDERICO GEREMICCA

Le Borse che tremano, i partiti che tramano, la Camera che chiude, gli studenti sui tetti, il Pd che va in piazza: e come se non bastasse, i micidiali report di Wikileaks che avvelenano i pozzi. L'Italia entra così - e non potrebbe dunque entrarci peggio - nella settimana che precede l'annunciatissimo big bang del 14 dicembre, martedì, festa di San Giovanni. Tensione e nervosismo che si tagliano a fette. Tensione, nervosismo e invasioni di campo: che hanno di nuovo costretto il Quirinale - ieri a tarda ora - a ricordare i propri poteri e le proprie prerogative in tempo di crisi.

Non tocca ai partiti, dunque, fissare la data delle elezioni; non tocca a loro stabilire se, come e quando sciogliere le Camere. E non tocca a loro nemmeno - Costituzione alla mano - indicare il nome del futuro ed eventualissimo nuovo presidente del Consiglio. Il Colle stavolta ha scelto la via soft della nota super ufficiosa («Negli ambienti del Quirinale si apprende...») perché non è questo il tempo di nuovi bracci di ferro e di ulteriori scontri. La parola d'ordine, anzi, è raffreddare il clima, abbassare la tensione e affrontare con calma e responsabilità l'atteso passaggio parlamentare del 13 e 14 dicembre. Certo che se altri dessero una mano...

La data fatidica dunque si avvicina e al Colle si annotano i segnali distensivi (pochi) e i continui lanci di benzina sul fuoco (molti e quotidiani). Tra i primi vanno annoverati - nulla ancora d'ufficiale, s'intende - il possibile slittamento a gennaio della decisione della Corte Costituzionale sul legittimo impedimento, questioni sentitissima dal premier e fonte di sospetti e nervosismi. La coincidenza col dibattito parlamentare (la Corte ha fissato da tempo le sue udienze per i giorni 14 e 15 dicembre), il fatto che il premier ed i suoi legali saranno impegnati in Parlamento e la necessità di eleggere un nuovo presidente, pare stiano orientando i vertice dell'Alta Corte ad un rinvio della discussione
alla prima seduta utile di gennaio. E' una decisione con la quale la politica non c'entra niente, naturalmente: ma se maturasse, sgombrerebbe temporaneamente il campo almeno da un problema. Il resto, invece, è un affastellarsi di polemiche grevi e di tensioni. Al Quirinale si considera il livello di guardia assai vicino. Del resto, quando un parlamentare e coordinatore del Pdl (Verdini) giunge ad affermare che «il presidente ha le sue prerogative ma noi ce ne freghiamo» c'è poco da aggiungere. Si continua a sperare, naturalmente, in una qualche iniziativa che riporti il confronto a livelli decenti; si continua a ripetere «non si può arrivare al 14 così, qualcosa accadrà»: ma anche al Colle - ormai - non ci sperano quasi più. Del resto, grazie ai pochi e malconci “ambasciatori” rimasti a far la spola tra i due palazzi (Napolitano e Berlusconi di fatto non si parlano più) una via per riportare la crisi su binari “normali” era stata individuata. Ma il premier pare non volerne sapere...

Nella sostanza, una soluzione poteva (può) esser celata proprio nella contestualità non perfetta dei dibattiti e delle votazioni che avranno luogo al Senato e alla Camera il 13 e il 14. La prima aula a votare sarà quella di palazzo Madama, dove è certo che il premier otterrà una larga fiducia. A quel punto (ed evitando il voto di sfiducia praticamente certo dell'aula di Montecitorio) Berlusconi potrebbe salire al Colle per riferire al capo dello Stato la situazione, dimettersi e prospettare - però - l'intenzione di provare a formare un nuovo governo: in un caso così, un reincarico largamente possibile, se non addirittura certo. Ma Berlusconi (nonostante le insistenze di Gianni Letta,
“consigliere” del quale il premier pare fidarsi sempre meno) non sembra intenzionato a seguire questa via, preferendo - come al solito - il muro contro muro.

Se nulla accadrà nella settimana che sta per aprirsi, dunque, in campo non resteranno che le compravendite di deputati, il voto della Camera praticamente al buio e possibili tensioni al momento difficili da immaginare. E in un caos fatto di minacce di elezioni, speranzedi governi tecnici e parole a vuoto, toccherà a Napolitano indicare la via. Saranno giorni certo non facili per il presidente: un presidente - questa è la sensazione - che alcuni temono forse troppo e nel quale altri forse sperano ugualmente troppo...

mercoledì 3 novembre 2010

Bersani incalza Fini sulla crisi: "Stacca tu la spina o ci pensiamo noi"


FEDERICO GEREMICCA

Se ne sta lì, la giacca sbottonata, il colletto della camicia aperto, appoggiato con le spalle alla grande libreria bianca nel suo ufficio al secondo piano di largo del Nazareno. Pier Luigi Bersani è teso in volto. Stavolta sembra davvero preoccupato. Tira un fiato per cacciar via la tensione della dura conferenza stampa appena terminata, e ragiona ad alta voce. Sono le quattro del pomeriggio, e Stefano Di Traglia - la sua ombra, in fondo - informa il leader Pd delle ultime novità: ce ne fosse una, dicasi una, capace di scalfire l’angoscia che pare attanagliare il segretario. «Va tutto a rotoli - mormora - e magari quel che leggiamo è niente, è solo l’inizio. Quando sarà caduto, vedrete, uscirà fuori di tutto, sarà una valanga: perché questo Paese, quando perdi il potere, sa diventare cattivo, perfino impietoso...».

Non cita la fine di Bettino, ma è chiaro che pensa a lui. Si parla - invece - di
Silvio Berlusconi, naturalmente. Ma a doverla dire tutta, non pare più lui - il premier - la preoccupazione principale del leader del Pd. Magari sbaglia: ma considera il Cavaliere un uomo politicamente morto. Si tratterebbe di prenderne atto, rapidamente atto, come ha detto in conferenza stampa: «Non è questione di mesi, e nemmeno di settimane...». Non capirlo, vuol dire continuare a moltiplicare il rischio che Bersani vede chiaro come mai: lui lo chiama «il Paese che stacca la spina, anzi che l’ha già staccata». Ed è chiaro quello che vuol dire. «Per me - argomenta - siamo già ben oltre il 1992. Il discredito, il distacco della gente dalla politica oggi è maggiore. Ed è per questo che chi deve battere un colpo è ora che lo faccia». Ce l’ha con Fini, come è chiaro: è a lui che chiede la mossa capace di disarcionare il premier.

Lo chiede: ma fa sapere che non aspetterà all’infinito: «E’ incredibile, ogni volta sembriamo a un passo, a un solo passo, ma poi... Mi dicono che ora avrebbe deciso. Può darsi: però io aspetterò fino a domenica, non oltre; fino al suo discorso di Perugia, poi bisognerà muoversi. Berlusconi, ormai è chiaro, è per il “muoia Sansone con tutti i filistei”: noi non possiamo permettere al Paese di fare quella fine lì». Mezz’ora prima, in conferenza stampa, sembrava aver escluso la presentazione di una mozione di sfiducia in Parlamento: ora chiarisce. «
Un momento, vedremo. Io la mozione non la escludo, perché alla fine potrebbe essere necessaria. Ci sono anche altre vie, certo: quel che è chiaro è che non possiamo starcene così, le mani in mano, mentre l’Europa ci ride dietro. Il problema non è trovare l’accordo per fare un governo; il problema è come arrivarci...». Una via potrebbe essere quella di presentare in Parlamento una risoluzione sulle cose più urgenti da fare: nuova legge elettorale, innanzitutto.

Si vota la risoluzione e le forze che la sostengono - di fronte a una maggioranza che senza i voti di Fini diventa minoranza -, si trasformano nelle protagoniste della nascita di un nuovo governo... «E’ una via, anche se so bene che la legge elettorale, per quel che rappresenta, dovrebbe essere votata dal 100 per cento dei parlamentari... Infatti, noi lavoriamo a una proposta aperta, che dovrebbe piacere anche alla sinistra, visto che rispetto allo zero rappresentanti di oggi avrebbe almeno accesso al Parlamento grazie al diritto di tribuna. Ma non è che possiamo fare un governo solo per riformare la legge elettorale. Con un’operazione simile, da Grillo alla Lega ci sparerebbero addosso tutti. E anche i nostri... col clima che c’è nel Paese, con l’economia a rotoli, verrebbero qui sotto con i forconi, se ci occupassimo soltanto delle cose che paiono interessare noi».

Bisogna impedire, certo, «che col 34% dei voti uno non solo vinca le elezioni ma possa anche farsi eleggere al Quirinale, e non so se si è capito di chi parlo», aveva detto poco prima di fronte a telecamere e tv. Ma aveva aggiunto: due cose in economia bisognerebbe pur farle: «Dipendesse da me, uno stralcio della riforma fiscale e un provvedimento per il lavoro ai giovani». Intanto, però, va sgombrato il campo dal governo che c’è: «Liberateci di Berlusconi, vedrete quanta gente - anche tra loro - sarà felice come una Pasqua. E noi potremo fare qualcosa per il Paese e poi tornare alle urne, avendo il tempo di sistemare tutte le faccende, la coalizione, le primarie e il resto». Non sarà facile, e naturalmente lo sa. Anche perché non è che questo sia l’unico fronte aperto cui badare. Ci sono le tensioni interne, lo scalpitare dei veltroniani e - prima ancora - il rumore metallico dei rottamatori del tandem Renzi-Civati. Andrà all’imminente raduno di Firenze, il segretario?

«Oggi vedo Renzi e dovrà rispondere ad una domanda: di che si parla, lì? Perché se si parla dell’Italia, di quello che vogliamo per il futuro di questo Paese, allora possiamo ragionarne. Ma se invece la questione è linciare i “vecchi” del Pd, se la vedano loro. Avendo una preoccupazione, però: Berlusconi, con i suoi tg e i suoi giornali, farà di tutto per sviare l’attenzione dai suoi guai. Offrirgli un Pd che litiga, una base “in rivolta”, sarebbe per lui un regalo insperato e inaspettato. Vogliono farlo? Decidano loro, e io mi regolerò...».

giovedì 28 ottobre 2010

Pd, il ricambio non può essere dolce


FEDERICO GEREMICCA

I modi sono quelli che sono: senz’altro ruvidi, bruschi, ai limiti della scortesia. Ed anche i toni non possono esser certo definiti rituali: spicci, diretti, sovente a un passo dall’offesa personale. E i modi e i toni - per l’appunto - sono i chiodi ai quali rischiano di «finir impiccati» Matteo Renzi, Pippo Civati e il cosiddetto gruppo dei «rottamatori», ormai in apertissima polemica con lo stato maggiore del Pd. Ma se «la rivoluzione non è un pranzo di gala» (citazione ben nota, si immagina, ad almeno mezzo gruppo dirigente pd...) nemmeno il rinnovamento lo è: motivo per il quale le obiezioni che si avanzano circa i modi e i toni dei «rottamatori», appaiono - più che altro - divagazioni non ricevibili.

A Renzi, a Civati e alla folla di giovani (e meno giovani) che tra una settimana si riuniranno a Firenze, il gruppo dirigente del Pd dovrebbe - in verità - delle risposte nel merito delle questioni poste: che non sono, poi, chissà che.

Sollecitano un rinnovamento vero al vertice del partito: ed è difficile - in un Paese nel quale è invocazione quotidiana la richiesta di un ricambio delle classe dirigenti a tutti i livelli - considerare questa domanda alla stregua di una provocazione. E spingono affinché vengano rispettate - ma stavolta davvero - le regole che il Pd stesso si è dato due anni fa: per esempio, il limite dei tre mandati parlamentari, norma di fatto vanificata dalla gran quantità di eccezioni.

Modi e toni, dicevamo, sono quel che sono: ma non si ricordano, in verità, rinnovamenti «dolci», operazioni di ricambio nelle quali chi deve lasciare il posto (e il potere) offre con cortesia la propria poltrona a chi deve subentrare. Esistono rinnovamenti pilotati, questo sì: ed è un po’ la via, in fondo, che tentò Veltroni dopo la fondazione del Pd. Ma il confine tra rinnovamento pilotato e cooptazione è spesso labile: e comunque, se la questione è di nuovo d’attualità, vuol dire che qualcosa non funzionò prima, durante o dopo la messa in campo dei vari Calearo e Madìa, Sassoli o Serracchiani, per dirne solo alcuni.

E tanto non funzionò, che divenne un caso il rumoroso abbandono di Irene Tinagli (giovane ricercatrice all’epoca «emigrata» a Pittsburgh) voluta da Veltroni addirittura nel Coordinamento nazionale del Pd. Dopo non molti mesi la nomina, si dimise con una lettera intrisa di rabbia e delusione: «Mi chiedo se era necessario fare tanto chiasso sul ricambio generazionale quando basta guardare chi sta ancora in cabina di regia per capire che, in fondo, non è cambiato niente». La lettera è di due anni fa e molta acqua è passata sotto i ponti: a Veltroni sono succeduti prima Franceschini e poi Bersani, la crisi di consenso del Pd si è acuita e la questione del ricambio torna bruscamente in primo piano. Ma stavolta meno controllabile che mai.

Viene da chiedersi se, al punto cui si è giunti, il tema del rinnovamento (un rinnovamento non necessariamente legato all’età) non sia - per il Pd - addirittura una opportunità. E invece, sarà per i toni, sarà per i modi, ma Pier Luigi Bersani non ha preso affatto bene la scesa in campo dei «rottamatori». Anzi, l’ha presa così male da convocare a Roma, proprio nei giorni del «raduno» fiorentino i dirigenti di tutti i circoli Pd d’Italia. La mossa è stata intesa come il tentativo di depotenziare l’iniziativa di Renzi e Civati: può esser che sia così, ma non è detto. E comunque non è questo l’importante. Quel che sorprende, trattandosi di Bersani - uno che «uomo nuovo», in fondo, a modo suo lo è - è che al segretario del Pd non sia venuta voglia di fare un salto a Firenze per ascoltare le ragioni ed i propositi di un pezzo di «popolo Pd» ormai a un passo dalla libera uscita. A parte l’impatto politico e mediatico della scelta, ne avrebbe forse tratto stimoli e intuizioni probabilmente non inutili in una fase di perdurante difficoltà. Sarebbe bastato (basterebbe) una sola mattinata; anche solo mezzo pomeriggio. Il segnale sarebbe stato (sarebbe) assai importante e forte: la prova, tra l’altro, che il «vecchio» non solo non è indifferente ma non ha paura del «nuovo». Al «raduno» fiorentino manca ancora una settimana: c’è tempo per riflettere, ragionare e magari - perché no? - perfino cambiare idea...

sabato 31 luglio 2010

I timori del Quirinale per il Vietnam in Aula


FEDERICO GEREMICCA

Ed eccola qui la situazione che più di ogni altra il Colle temeva. E che temeva già settimane fa quando, nel pieno dello scontro sul disegno di legge in materia di intercettazioni, la preoccupazione maggiore del Capo dello Stato riguardava lo sfilacciamento dei rapporti politici, la stabilità della maggioranza, la tenuta dell’esecutivo: la governabilità per dirla in una parola sola. Il rischio che Napolitano scorgeva all’orizzonte, si è materializzato forse addirittura prima del previsto: ed ora è al Colle che si guarda, cercando risposte che il Colle però non può dare.

Il Quirinale, infatti, non ha un ruolo in questa fase. Spiega uno dei consiglieri del Presidente: «Il governo è al suo posto, nessuno ha messo in discussione la maggioranza che lo sostiene e quindi non si capisce che cosa si attenda dal Colle. Quello in atto è uno scontro politico interno a un partito: il Quirinale, naturalmente, si tiene distante e non ha nulla da dire. Oggi la preoccupazione, magari, è un’altra...». Ed è una preoccupazione che Giorgio Napolitano mette nero su bianco alla fine dell’incontro con la delegazione del Pd ricevuta al colle: si chiama garantire la continuità istituzionale...

Cos’è che infatti il Presidente vede all’orizzonte, grazie alla sua decennale esperienza politica, alle dichiarazioni che legge e alla distanza dal fuoco delle polemiche che il suo ruolo gli impone? Un attacco concentrico al presidente della Camera che porti, alla fine alla paralisi dell’istituzione. Uno scenario da guerriglia quotidiana, con Pdl e Lega che disertano le conferenze dei capigruppo, votano in aula contro il calendario dei lavori proposto da Fini, ostacolano i lavori dell’assemblea di Montecitorio fino alla paralisi e alla dimostrazione che l’unica via per il regolare funzionamento della Camera sono le dimissioni di Gianfranco Fini. Non solo. Accanto a questo, infatti, chi può escludere un agosto arroventato e segnato da quella che i quotidiani definiscono «campagna acquisti», e cioè il tentativo con ogni mezzo di convincere i finiani a passare dall’altra parte della barricata?

E’ per questo, per il clima che si respira e l’imprevedibilità degli avvenimenti futuri che il Capo dello Stato è meno rammaricato del solito della totale assenza di comunicazioni con il presidente del Consiglio. Come sempre (anche in un momento così delicato) nessun contatto diretto. Berlusconi non ha sentito la necessità di salire al Colle per spiegare al Presidente la situazione determinatasi e Napolitano, stavolta, non se n’è lamentato e non ha fatto nulla perché l’incontro avvenisse: tale distanza, in fondo, potrebbe vincolare meno le sue scelte future e lasciargli (termine non corretto applicato al capo dello Stato) le «mani libere» quando e se la crisi politica dovesse trascinare in crisi di governo. Comunque sia, i rapporti tra i d0ue presidenti - insomma - restano quelli di sempre: improntati a reciproca diffidenza e difficile comunicazione, venendo e rappresentando mondi troppo lontani e diversi per poter intendersi. L’ultima seria frizione è di appena qualche giorno fa, quando il Capo dello Stato - avvalendosi della norma costituzionale secondo la quale è il Presidente della Repubblica a nominare i ministri su proposta del premier - ha invitato il Capo del Governo a ripensare alla scelta di Paolo Romani come ministro dello Sviluppo economico. Nomina inopportuna se non discutibile.

L’inopportunità starebbe nel volersi sistemare alla guida del Ministero che oggi ha - tra l’altro - la titolarità del rilascio delle concessioni televisive, un esponente politico che è anche editore e che è storicamente considerato un po’ la longa manus di Berlusconi nel mondo dell’emittenza televisiva e nomina anche discutibile, considerato il fatto che Paolo Romani sarebbe al centro di un paio di indagini, una delle quali riguarderebbe l’autorizzazione (in qualità di assessore all’Urbanistica di un comune lombardo) di una grande lottizzazione ad opera del fratello Paolo e di altri familiari del figlio di Berlusconi.

Il Capo dello Stato ha manifestato perplessità sulla scelta e invitato il premier (attraverso i soliti ambasciatori...) a ripensarci. Il presidente del Consiglio ha preso atto e si è fermato. Tanti braccio di ferro tutti assieme sono troppo, evidentemente, anche per un premier decisionista e abituato alla lotta come Silvio Berlusconi.

martedì 27 aprile 2010

Separati in casa


FEDERICO GEREMICCA

L’appello del Presidente Napolitano affinché le celebrazioni si svolgessero in un clima di serenità; l’invito del premier Berlusconi a far tesoro della libertà e della democrazia riconquistate con la Resistenza; le sollecitazioni e la speranza dell’Anpi, infine, che le manifestazioni non venissero turbate da tumulti e contestazioni. Tutto inutile. Assolutamente inutile. E così, anche questo 25 aprile - non il primo e probabilmente non l’ultimo - finisce in archivio con un bollettino di incidenti indegno della giornata che ricorda e simboleggia la liberazione dell’Italia dal nazifascismo.

Da Catania a Milano, è tutta un’interminabile teoria di contestazioni, diserzioni e incidenti di piazza e diplomatici. I più seri nella capitale, dove la protesta contro la presenza sul palco della neo-governatrice Polverini è culminata in un tiro al bersaglio contro il presidente della Provincia, Zingaretti, colpito da un limone in pieno volto.

Ma aspra è stata anche la contestazione subita, a Milano, dal sindaco Moratti e dal presidente della Provincia, Podestà. Nel capoluogo lombardo, il presidente della Regione, Formigoni, ha addirittura disertato la manifestazione di piazza Duomo con una motivazione che la dice lunga sul clima che si va radicando nel Paese: «Non sarò al corteo per la stesso motivo per il quale il Presidente Napolitano ha preferito commemorare la Liberazione con il momento di sabato alla Scala...».

Protagonisti delle contestazioni - che a Milano non hanno risparmiato nemmeno reduci dei campi di Auschwitz e Treblinka - giovani dei centri sociali e militanti della sinistra più radicale. «Chi semina vento, raccoglie tempesta», ha accusato il leader nazionale dei giovani del Pdci, giustificando - se non rivendicando - l’aggressione di cui sono stati fatti oggetto i presidenti Polverini e Zingaretti. E se non si capisce bene quale vento abbia seminato il presidente Zingaretti, davvero si fa fatica a cogliere il senso di una tempesta (di limoni, insulti e mandarini) in un giorno così.

Da più parti si sottolinea ormai con allarme e frequenza quasi quotidiana il fatto che il Paese stia perdendo coesione sociale. Significa che, dopo l’aggravarsi delle diseguaglianze economiche e il radicarsi di sempre più evidenti divisioni territoriali (tra Nord e Sud) l’Italia rischia di smarrire perfino quel minimo comun denominatore indispensabile a farne un Paese unito. Bisogna dire che la giornata di ieri, con provocazioni e incidenti del tutto inaccettabili, sembra esser appunto arrivata a confermare la fondatezza di quell’allarme.

Eppure era stato fatto di tutto per evitare che anche questo 25 aprile si trasformasse in una giornata da dimenticare. Sabato, a Milano, il Capo dello Stato aveva svolto un discorso tutto centrato sulla necessità di uscire da contrapposizioni pregiudiziali in nome di un’unità d’intenti capace di favorire lo sviluppo del Paese. E ieri Silvio Berlusconi è entrato nelle case degli italiani con un intervento dai toni unitari e pacati, con espliciti inviti alle forze di opposizione affinché partecipino alla riscrittura della seconda parte della Costituzione e non si tirino indietro rispetto all’annunciato processo di riforme istituzionali.

Tutto inutile, come dicevamo. Quel che resta - quel che anzi si rafforza - è infatti una incomunicabilità, una separazione che pare crescere giorno dopo giorno. In molti casi (Milano, Catania, Salerno, Bergamo...) sindaci e presidenti del centrodestra hanno addirittura preferito disertare le celebrazioni del 25 aprile temendo - come purtroppo in molte città è poi accaduto - polemiche e contestazioni. E’ un segnale quanto mai allarmante, perché l’idea che una parte politica (e quindi una parte del Paese) finisca per essere o per sentirsi esclusa da una giornata che - come ha ricordato Napolitano - è anche quella della riunificazione, ecco, tale circostanza non può che esser considerata foriera di divisioni ancor più profonde. Ci potrà guadagnare, forse, qualche «rivoluzionario» di professione. È assai più difficile, al contrario, che possa venirne una spinta positiva e in avanti per il Paese.

martedì 22 dicembre 2009

Ultimo appello al premier


22/12/2009
FEDERICO GEREMICCA


Comincia a esserci qualcosa di fastidioso nel coro di elogi e consensi che fa puntualmente seguito a ogni importante discorso pronunciato dal Presidente della Repubblica.

Non che, naturalmente, ci sarebbe da augurarsi il contrario: più semplicemente - e considerato il punto cui è giunta la parabola - sarebbe forse tempo di veder tradotti, almeno per una volta, quegli elogi e quel consenso in atti politici coerenti e conseguenti.

A un tale pensiero si è stati forzosamente indotti ieri, ascoltando appunto il Capo dello Stato rivolgere - nello splendido Salone dei Corazzieri - il suo preoccupato discorso di fine anno alle alte magistrature della Repubblica. Il motivo è assai semplice: nel suo intervento, Napolitano è stato costretto a citarsi più volte e a ricordare come alcuni suoi allarmi (intorno ai quali, naturalmente, registrò il massimo del consenso...) sono ormai vecchi di anni: le «severe considerazioni» intorno alle storture che accompagnano il percorso in Parlamento della legge finanziaria, per esempio, risalgono addirittura ai discorsi svolti di fronte allo stesso consesso nel dicembre del 2006 e poi del 2007. Anche in quelle occasioni, grande sostegno alle preoccupazioni presidenziali e poi pagina voltata e tutto come prima.

Pur evitando pessimismi - dei quali per altro non si sente affatto il bisogno - occorre però dire che, al momento, non par di scorgere novità tali da far ipotizzare sostanziali cambiamenti rispetto al copione di questi ultimi anni. Eppure, l’intervento del Presidente si è mosso con la consueta lucidità dentro quel quadrilatero di rapporti da tempo fonte di ogni problema: politica-giustizia-governo-opposizione. Si è trattato di un discorso severo e fermo, soprattutto nei confronti della maggioranza di governo e di Silvio Berlusconi, al quale - espressa solidarietà «istituzionale e personale» - non ha certo risparmiato rilievi: dall’evocare complotti contro il governo, che la Costituzione rende impraticabili; all’aver «compresso» il ruolo del Parlamento (con il continuo succedersi di decreti-legge: 47 dall’inizio della legislatura); fino a ritenere la nuova legge elettorale una modifica di fatto della Costituzione che ne farebbe addirittura un premier eletto dal popolo.

Secondo il Capo dello Stato non è percorrendo queste vie che si favorisce una distensione del clima e non è così, soprattutto, che si costruisce un terreno favorevole alla realizzazione di riforme condivise, per le quali «purtroppo ancora non si vede un clima propizio nella nostra vita pubblica». E se quello delle riforme - istituzionali, costituzionali ed economiche - rimane, per dir così, un chiodo fisso nei ragionamenti di Napolitano, va annotato che un altro elemento di fortissima preoccupazione vi si è aggiunto negli ultimi giorni: il dovere di «prevenire ogni degenerazione verso un clima di violenza». Può apparire scontato far riferimento a questo dovere oggi, dopo l’inaccettabile episodio dell’aggressione a Berlusconi: ma Napolitano ha ricordato che appena qualche giorno prima del 13 dicembre aveva rivolto un ennesimo appello affinché venisse fermata «la spirale di una crescente drammatizzazione delle polemiche e delle tensioni tra le parti politiche e le istituzioni».

Quell’appello - come purtroppo testimoniò anche il durissimo intervento contro la magistratura, la Corte Costituzionale e gli ultimi presidenti della Repubblica svolto da Berlusconi appena tre giorni prima dell’aggressione milanese - rimase inascoltato: l’auspicio del Capo dello Stato è che almeno ora tutti riflettano sulla china imboccata. «Stiamo attenti - ha chiesto ai leader e alle autorità presenti nel Salone dei Corazzieri - a non lacerare quel fondo di tessuto unitario» decisivo per la tenuta democratica del Paese e il suo sviluppo. Anche stavolta l’appello è stato rivolto a tutti con tono appassionato ed è stato da tutti, naturalmente, apprezzato e condiviso. Il solito copione, verrebbe da dire: anche se, soprattutto dopo l’aggressione subita da Silvio Berlusconi, c’è da sperare che alla solita trama fatta di polemiche e tensioni, uomini di buona volontà decidano di cambiare almeno il finale.

martedì 6 ottobre 2009

E nei Palazzi si agitano tre ipotesi sul dopo-sentenza

6/10/2009

FEDERICO GEREMICCA

Macchine indietro tutta: si torna a dieci, anzi quindici anni fa. I fantasmi sono gli stessi, i toni e gli argomenti anche: giustizia a orologeria, disegno eversivo, poteri forti e complotto, da una parte; corruttore, criminale, antidemocratico e distruttore della Costituzione, dall’altra.



E così, prigioniera delle dietrologie a buon mercato e degli alibi di comodo da essa stessa costruiti e radicati negli corso del tempo, ieri la cittadella del potere politico è parsa alla vigilia di un nuovo impazzimento. Per una sentenza (già emessa) di risarcimento in sede civile, certo; ma soprattutto per un’altra sentenza ormai in arrivo, e attesa spasmodicamente da mesi. Sì, prima e più ancora dell’affaire-Mondadori, è il destino del lodo-Alfano a far fibrillare i palazzi del potere.



E in attesa che si pronunci, sulla Corte Costituzionale stanno piovendo avvertimenti e minacce più o meno velate di ogni genere. La prima e più pesante - e per la verità non recentissima, essendo stata ipotizzata addirittura dall’Avvocatura generale dello Stato nella memoria in difesa della costituzionalità del lodo - porta il nome di elezioni anticipate. E’ stato il primo elemento di pressione messo in campo già da alcuni giorni dal governo e rafforzatosi nella mattinata di ieri alla luce della sentenza Mondadori, considerata una sorta di avvisaglia della ripresa di un’offensiva giudiziaria nei confronti del premier. I



l messaggio inviato alla Corte non era nemmeno particolarmente criptico: attenti giudici che se bocciate il lodo, qui va tutto per aria. Un po’ di no all’avventurosa ipotesi (quello di Emma Marcecaglia, quello di Bossi, la freddezza di Fini) hanno molto depotenziato la minaccia del corso delle ore. E così, a metà pomeriggio, Silvio Berlusconi ha completamente rovesciato lo schema di gioco. Poche righe, ma chiarissime: «Sappiano tutti gli oppositori che il governo porterà a termine la sua missione quinquennale». Cioè, qualunque cosa l’Alta Corte deciderà, il governo andrà avanti.



Avanti, a quel punto, contro «tutti gli oppositori»: ancor più aspramente di quanto accaduto fino a ora, e aggiungendo a pieno titolo al drappello di mestatori e tramatori di ogni risma i quindici giudici della Corte Costituzionale. A ben vedere, un’arma più affilata e insidiosa della minaccia di elezioni: che alcuni, come detto, hanno subito disinnescato; e che altri, invece, hanno spavaldamente invocato (da Antonio Di Pietro al leader Udc, Casini).



Del resto - è noto - arrivare allo scioglimento delle Camere non è cosa poi così semplice. Qualcuno, al Quirinale, la considera ipotesi - al momento - più che remota: «Il presidente dovrebbe andare in Parlamento - si argomenta - e dire alla sua maggioranza votatemi la sfiducia e andiamo tutti alle elezioni piuttosto che solo io a processo. Impraticabile».



Altra cosa, ovviamente, è se nel corso delle prossime settimane le tensioni nella maggioranza di governo dovessero raggiungere punte tali da non render più controllabile la situazione: ma in questo caso, si fa osservare, ci si troverebbe di fronte a una crisi “classica”, dovuta al deterioramento dei rapporti tra le forze di governo e di fronte alla quale ci sarebbe poco da obiettare.



Una terza ipotesi - tra elezioni anticipate e permanenza in carica dell’attuale governo - non è data. Silvio Berlusconi, infatti, non ha alcuna intenzione - ovviamente - di passare la mano; Gianfranco Fini lo ha rassicurato intorno al fatto che «la maggioranza è solo quella che esce dalle urne» e perfino il Pd è parso poco interessato a quel “governo del presidente” pure invocato da Francesco Rutelli.



Tolta dal campo l’ipotesi di elezioni anticipate, resta invece in piedi la possibilità che - a difesa del governo e contro la magistratura e le sue “sentenze a orologeria” - il Popolo delle libertà chiami la sua gente in piazza a manifestare. Non sarebbe la prima volta: è già accaduto in passato che i leader del Pdl ricorressero alla piazza contro - per esempio - le politiche economiche e fiscali dei governi Prodi. Sarebbe un inedito assoluto, invece, farlo per contestare sentenze emesse da un tribunale o addirittura da un organo costituzionalmente riconosciuto come, appunto, l’Alta Corte.



Tutto, dunque, è ancora in movimento in attesa dell’atteso pronunciamento sul lodo. Con quale serenità i quindici della Corte stamane avvieranno la loro discussione, è facile immaginare. Qualche giorno fa, l’assistente di uno dei giudici più in vista, confidava: «Siamo sotto cumuli di pressioni, pesanti e di ogni genere. Figurarsi che qualcuno ha avvicinato anche me, che pure non sono nemmeno sospettabile di simpatie berlusconiane». Giusto per dire il punto a cui si è...