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giovedì 4 novembre 2010

I mille volti di Karima-Ruby "Modello negativo e vincente"

di CONCITA SANNINO

Pareti rosa incendiate da un panorama mozzafiato, i pini e il mare a strapiombo di Nervi. Dalle finestre della sua vecchia vita, la camera a tre letti della comunità Kinderheim dove Ruby è entrata minorenne, irrompe solenne l'azzurro di golfo Paradiso e forse anche a quella luce sfuggiva l'accompagnatrice dai mille volti e dalla vita pericolosa, Karima El Mahroub, cioè Ruby, cioè Sabrina, anzi Lory Martins, il nome con cui, solo qualche stagione fa, si fece spacciare per una brasiliana diciottenne e vinse addirittura una fascia nel concorso miss Brianza.

Conviene ripartire da qui, dallo stanzone arrampicato sulle creuze de ma, un ambiente decoroso con gli zaini a terra e la biancheria in disordine, ora che il modello Ruby diventa il "nemico" con cui devono vedersela educatori, scuola e vita reale. Ora che Genova alza le spalle - "Meno male che se n'è andata" - anche se forse continuerà a nascondersi qui. Ora che nessuno vuole vedere le troppe Ruby al lavoro nel triangolo Genova-Savona-Milano. E che c'è un giro milionario di residence cittadini o di casermoni di periferia trasformati in alcove di lusso o in squallidi rifugi per signorine dell'est.

"Abbiamo avuto poco tempo per raddrizzarle la vita, le cose erano ormai già molto avanti e da un pezzo", ragiona Gigliola Graziano, la settantenne direttrice della comunità per minori Kinderheim di Sant'Ilario, con l'amarezza di un fallimento e il pudore delle parole generiche, come se Karima fosse ancora una delle sue ragazze. "La chiamavano al telefono e lei scappava. Se le dicevamo 'non andare, poi bisogna chiamare la polizia', lei rispondeva 'allora mi calo dalla finestra così mi faccio male, mi spezzo una gamba, non è peggio?'. Con un sorriso ti salutava e io riuscivo a farle una carezza. Ricordo le sere in cui tornava semplice, solo Karima, una ragazzotta alta e simpatica, con cui si faceva il programma di vedersi un film sul divano. Poi arrivavano quelle maledette telefonate. E lei cambiava. Era Ruby, rapita dal resto".

Daniela, l'educatrice quarantenne del centro, mostra la sua stanza, spalanca quelle finestre e aggiunge: "Di questo mare, della bellezza non sapevano che farsene, lei e le altre. L'unico obiettivo: stare in centro e divertirsi. Ruby ti dà proprio l'impressione di una che se la caverà sempre. Bugie o non bugie, disperazione o polizia alle calcagna. Bella, elastica, intelligente. Ecco perché il fatto che uscisse e entrasse, con i soldi e le cose firmate, faceva molto invidia, destabilizzava un po' le altre".

Modello Ruby. Vincente, ancorché detestato, per le coetanee. Regina della notte per i clienti del Fellini, dell'Albikokka, dello Sgrunc. Incubo ricorrente di forze dell'ordine e tassisti. Che di lei ormai sapevano tutto, compresa la sbandieratissima amicizia con il premier, del quale la ragazza mostrava, pur di accreditarsi, i numeri personali. Persino a uno sconosciuto e buggerato autista, come Fabrizio Croce, 42 anni, sposato e padre di due figli. Fabrizio non è solo l'ultimo dei tassisti truffati dopo le lunghe corse, in ordine cronologico, ma soprattutto quello minacciato con un coltello, a Milano, dagli "amici nordafricani della signorina". Mentre, a sentire il presidente della cooperativa genovese, Valerio Giacopinelli, "le nostre auto che vantano crediti da Ruby sono tante, troppe. Saliva sulle auto e non pagava".

Inquietante è il racconto reso da Fabrizio. Ricevette una chiamata il 14 ottobre scorso, a mezzanotte, dal locale Albikokka di Genova Quarto. "A chiedere il taxi è una ragazza che dice di chiamarsi Sabrina. Purtroppo io non l'ho collegata a quella che aveva imbrogliato altri miei colleghi. Vado lì al locale, e lei mi dice che dobbiamo andare a Milano, ma non devo preoccuparmi perché pagheranno i suoi amici una volta arrivati a destinazione". Durerà oltre tre ore il viaggio fino a Milano, tra varie soste, anche per prendere a bordo un'amica romena, giovanissima e spaventata.

Ma Ruby in auto parla. Tanto. Racconta di essere nel giro di Lele Mora, di avere ingaggi con vari locali non solo a Genova ma a Milano, dice - stando al racconto di Fabrizio Croce - "che il presidente Berlusconi è suo amico e lei lo frequenta. Io sorrido e mi mostro preoccupato del denaro della corsa, voglio che sappia che la considero una mitomane e che quindi non si sognasse di prendermi in giro, ma lei per tutta risposta mi mostra lo schermo del suo cellulare con evidenziati i numeri di Berlusconi, almeno tre. Mi sorprende, ma quella notte non le credo mica". Poi Ruby gli dice finalmente di fermarsmi, "ecco, siamo quasi al locale Armani". Lui dice che la scorta fino a quando non avrà i suoi soldi, lei spazientita chiama al telefono, fa arrivare una banda di amici. Ed è qui che Fabrizio, per la prima volta, ha paura. "Li vedo venire in sette o otto, tutti nordafricani. Il più grosso di loro mi mostra un coltello, mentre Ruby scappa, si infila alle loro spalle, ridacchia e sparisce. L'uomo mi dice: 'tassista genovese, scappa e non rompere i c... oppure ti fai male'". Fabrizio gira le spalle, non vedrà mai più i suoi 350 euro. E oggi, sarcastico, lancia un appello: "Presidente Berlusconi, perché non me li dai tu i miei soldi? A casa siamo in quattro e lavoro solo io. Visto che sei un uomo di gran cuore, io non mi vergogno se mi risarcisci tu per la tua amica. Non mi vergogno di portare a casa i soldi guadagnati con il mio lavoro".

Anche al residence di via Rivarolo, tra i loft e le proprietà del manager Tony Matera, dove viveva Ruby e dove ora sostano bionde ragazze romene o ucraine, chissà perché impaurite, senza un lavoro, guardandoti mute dai grandi vetri dei piani alti, a Ruby vogliono voltare le spalle. "Un viavai inquietante si vedeva qui d'estate e d'inverno. Con queste auto scure o questi taxi che le venivano a prendere. Non è servito a niente protestare", racconta Maria, un'anziana signora che vive lì accanto con figlia e nipoti.

Dimenticare Ruby e il suo "modello". Ecco perché nel centro, come nelle creuze de ma, nelle mulattiere che dai parchi scendono sulla costa, non sanno più cosa farsene di un simbolo negativo. "A Sant'Ilario avevamo Bocca di Rosa. Nessuno scambio con Ruby, la matta che si sta rovinando la vita, e ha rovinato Genova". E nessun missionario disposta a salvarla.

(04 novembre 2010)

martedì 2 novembre 2010

Napoli, sale la marea della spazzatura la Protezione civile lascia la città


CONCHITA SANNINO

GIUGLIANO - Stavolta il miracolo sembra avvenuto al contrario. Con una marea montante di immondizia su marciapiedi e portoni, la moltiplicazione dei fronti di rivolta e dei conflitti istituzionali. "Tre giorni ancora e Napoli sarà pulita", aveva assicurato il premier Berlusconi giovedì, giorno del ritorno sulla scena dei rifiuti, nel termovalorizzatore di Acerra. Scaduto ampiamente il termine, la situazione precipita a Napoli e appare gravissima in provincia. Ma la Protezione civile saluta e se ne va.

Seimila tonnellate restano complessivamente in strada, mentre continuano gli scontri e i disordini. Dinanzi all'impianto di Taverna del Re, temporaneamente riaperto a Giugliano, si contano quattro feriti: un carabiniere contuso negli scontri, due autisti di compattatori picchiati dalla folla e, il più grave, un ragioniere di 38 anni a cui un poliziotto ha spaccato il setto nasale. È da questo inferno, con i cittadini tornati ovunque sul piede di guerra, che si dilegua con mossa fulminea lo staff del sottosegretario Guido Bertolaso.

Il capo della Protezione civile, spiega in una nota che essendo ormai "esaurito il suo compito" nella definizione della sola questione Terzigno (con la firma dei 18 sindaci dell'area), è tempo di andare. Certo, dopo aver passato nel pomeriggio, nella Prefettura di Napoli, "tutte le iniziative tecniche e operative utili" affinché gli enti locali competenti operino "nelle migliori condizioni". Tocca dunque a Regione, Provincia e Comune di Napoli, arrivederci. Risultato: qualche istante dopo l'annuncio, in serata, ecco l'Sos drammatico del vertice della Provincia di Napoli. "Cava Sari, a Terzigno, almeno quella, deve riaprire. Ogni giorno è buono, così non possiamo farcela", ammonisce il presidente Pdl Luigi Cesaro sull'orlo di una crisi di nervi.

La matassa risulta intricata proprio come ai tempi bui della primavera del 2008. Complessivamente, con le discariche del napoletano tutte bloccate (eccetto Chiaiano), sono ormai 2200 le tonnellate di rifiuti che assediano la città di Napoli. Poco meno di 4mila tonnellate soffocano poi il napoletano. Il solo comune flegreo di Quarto, benché piccolo, conta 700 tonnellate in strada, ad Ercolano interi rioni appaiono sommersi, e la città di Giugliano vive il paradosso di avere un sito appena riaperto, bloccato dalla rabbia popolare, e l'impossibilità di scaricare i suoi rifiuti. Una marea di rifiuti che il violento nubifragio delle ultime ore ha spalmato ovunque, cumuli galleggianti. L'ormai nota cava Sari, a Terzigno, è ancora chiusa per le analisi avviate dopo la definizione dell'accordo: e le popolazioni non accettano l'idea che riapra "al più presto", proprio come chiede la Provincia. La Regione Calabria ha appena bloccato lo sversamento quotidiano di 300 tonnellate provenienti dalla Campania; i due impianti Stir campani di Giugliano e Caivano sono off-limits per agitazioni sindacali. E per stamane, i dimostranti che bloccano il sito di Taverna del Re annunciano un esposto alla Procura di Napoli.

Nella tarda mattinata, proprio davanti a quel sito, mentre i comitati impediscono il passaggio dei camion in discarica con la tecnica del soft walking, finisce a terra sanguinante Domenico Di Domenico, ragioniere 38enne di Giugliano. Ecco la sua testimonianza a Repubblica. "Stavo andando a rilento, quando mi sono sentito tirato, mi sono girato e un poliziotto in assetto antisommossa mi ha sferrato un pugno. Mi colava il sangue dal naso, ricordo che l'ho guardato, "Che fai, sei matto?" e quello, in una frazione di secondo, ha chiamato altri a raccolta dicendo "Portiamocelo, a questa m..." Ho avuto paura di andare in carcere. Invece un suo superiore, un ispettore dal tratto umano, mi ha soccorso, chiamando l'ambulanza". Domenico sarà operato oggi all'ospedale di Caserta. Lesione del setto nasale. Ha presentato denuncia ai carabinieri. Giugliano diventa così un'altra trincea pericolosa.

Sullo sfondo dell'ultima rivolta, un uomo in divisa si sfoga: "Ci stanno esasperando, siamo in una polveriera, dal 20 settembre". Tra loro, anche ieri, c'era il funzionario Sergio Di Mauro, che porta sulla faccia il segno dell'ultima stagione di guerriglia. A Terzigno fu colpito da un sanpietrino in pieno volto, dodici punti, un molare sradicato. La tensione continua, la marea sale.

(02 novembre 2010)

martedì 2 marzo 2010

Napoli, ecco la carica di mogli e figlie, il centrodestra raddoppia le preferenze


di CONCHITA SANNINO

Più che liste elettorali, sembrano stati di famiglia. Una sfilata di mogli, sorelle, nipoti e figlie che si può sintetizzare così: voti lui, eleggi lei. E rafforzi lui. Se i lievi imbarazzi del centrodestra campano non fossero già assorbiti dalle "predilette" del premier o dalla scelta di candidare ex amministratori condannati per peculato o camorra, risalterebbero ancora meglio i numerosi "presepi" familiari nelle liste del candidato governatore del Pdl, Stefano Caldoro.

Si candidano infatti alle regionali, con i colori di famiglia: la compagna dell'europarlamentare Pdl Enzo Rivellini, Bianca D'Angelo; Monica Paolino, moglie del sindaco di Scafati del Pdl, Pasquale Aliberti; Flora Beneduce, consorte dell'ex assessore dc e poi consigliere Pdl, Armando De Rosa, che divenne famoso per aver consegnato una tangente non adeguata ("pampuglie") all'allora ministro Gava; la figlia del consigliere comunale Pdl di Napoli Enzo Moretto, Salvatorina; la sorella dell'ex sottosegretario del Mpa Andrea Annunziata, Maria; la nipote del sindaco Pdl di Melito, Antonio Amente, Mafalda; la nipote del consigliere uscente Udeur Tiberio Insigne, Marianna; la sorella dell'amministratore dell'ente turismo di Capri, Luigi Raia, Paola. E la consorte di un altro "campione" del doppio incarico, che adesso punta alla tripletta familiare, il parlamentare dell'Udc Michele Pisacane.

Un lungo album di famiglia. E il merito, o la colpa, è della nuova legge elettorale della Campania, che sarà applicata per la prima volta il 28 e 29 marzo ed è l'unica nell'ordinamento italiano a prevedere la cosiddetta regola di genere: cioè l'obbligo, nel caso si esprimano due preferenze, di riservare la seconda ad un candidato consigliere di sesso femminile. Per chi aveva puntato sullo spirito rivoluzionario dell'obbligo, la beffa è bruciante. La norma finisce per essere capovolta e relegare le donne a mero "segnaposto" di poltrone maschili.

Il capolavoro? Sta di casa ad Agerola, paese dei Monti Lattari, noto per i suoi latticini. Basta inoltrarsi sulla collina per scoprire che a Pisacane, 51 anni, non bastava essere sindaco di Agerola e deputato da migliaia di voti. Così ha fatto stampare migliaia di manifesti, con il simbolo dell'Udc e il suo cognome. Ma Pisacane non si candida, i voti vanno alla moglie che sulle liste elettorali si è fatta registrare Annalisa Vessella "in Pisacane". La signora, estranea all'agone politico, resta a casa: oltretutto aspetta una bimba, ottavo mese. "Ero vedovo, poi ho incontrato Annalisa. Mia moglie è in dolce attesa e io l'aiuto in campagna elettorale", spiega il sindaco-parlamentare. Voti il cognome di lui ed eleggi lei. Va da sé che il congiunto non ci trovi nulla di strano: "Mia moglie si impegnerà al telefono". Una "truffa"? Macché. Pisacane replica come un agente commerciale. "Se c'è un lavoro da fare e uno fa il salumiere, non credo sia giusto privilegiare la salumeria degli altri", teorizza.

D'altro canto, la tradizione delle consorti "nominate" nelle istituzioni non è aliena al centrosinistra di prima generazione, che ha avuto precedenti nell'avventura di Sandra Lonardo in Mastella (oggi capolista Udeur in due circoscrizioni campane), e nell'elezione a senatrice di Anna Maria Carloni, moglie (ancorché impegnata in politica fin da ragazza) dell'allora potentissimo governatore Bassolino. Sta di fatto che la legge chiamata, con il placet della Consulta, a promuovere la "democrazia paritaria" si trasforma nel collocamento delle mogli "guardiane". Da angeli del focolare a custodi del familismo elettorale. E pensare che contro quella legge votarono proprio Forza Italia ed An. Privilegi che potrebbero pesare, nella Campania con la disoccupazione al 12,2 per cento, la crisi che ha tagliato 20mila posti e la diaspora dei giovani laureati. Ferite per le quali non basterà inviare in aula l'esercito delle mogli. Né l'entusiasmo, che suona involontariamente sarcastico, del coordinatore regionale: "Avevamo promesso candidature all'altezza e ci siamo riusciti. Ecco, la Campania che volevamo comincia dunque a prendere forma".

(02 marzo 2010)

domenica 31 gennaio 2010

Giornata frenetica, poi la resa tramonta l'era di Bassolino


di CONCHITA SANNINO


Quando la disfatta è davvero vicina, ti accarezza con parole di pietas. Un nuovo accento che affiora, per la prima volta in quindici anni, ieri sera, sulle labbra di Vincenzo De Luca, unico candidato ufficiale del Pd in Campania, quando si rivolge al suo acerrimo nemico e grande assente, Antonio Bassolino.

Dopo una giornata tesissima, che aveva sancito il ritiro dell'ultimo bassoliniano contro De Luca in un imbarazzante balletto sulle primarie - convocate, per tre volte rinviate e ieri, di fatto, vinte "a tavolino" dal rivale - il sindaco di Salerno può permettersi di non infierire. Gli basta promettere "rinnovamento radicale nelle politiche regionali". E poi: "Basta duelli, basta caricature, vorrei rivolgere un saluto a Bassolino", esorta. Prima di passare all'opera di archiviazione: "Al di là delle luci e delle ombre di quindici anni di governo, la vicenda di Bassolino appartiene alla storia democratica e civile di questo Paese e del Mezzogiorno. Lui stesso ha detto in passato una cosa importante: "Non ce l'abbiamo fatta". Noi tutti non ce l'abbiamo fatta, non solo lui". E così sia. Voglia di un nuovo inizio. In un Pd che resta diviso, ma sta già cambiando leadership.

La fine dell'era bassoliniana in Campania, comunque vadano queste elezioni regionali, è scoccata alle sei della sera, sotto un cielo piovoso, nella sala gremita di un albergo sul lungomare. Davanti a una platea trasversale ecco il calcio d'inizio di De Luca, il primo cittadino-sceriffo che dota di manganelli i vigili urbani di Salerno, l'amministratore outsider dei democratici, la spina nel fianco di Bassolino per quasi tre lustri, ma anche di Pierluigi Bersani negli ultimi due mesi. Combattente in cerca di sfide, il sindaco già si riconquistò la sua rielezione con una corsa tutta in salita, nel giugno del 2006: vincendo, con un cartello di liste civiche, contro il designato ufficiale di Ds e della Margherita, l'europarlamentare Alfonso Andria, voluto da Bassolino e De Mita. Accadeva una vita fa. Con Prodi che si apprestava a riconquistare Palazzo Chigi e il potere bassoliniano in sella. All'hotel Vesuvio, quando De Luca entra tra due ali di folla e dalla platea si alza proprio Andria per abbracciarlo, scatta la prima standing ovation. Un'ora di discorso a braccio, diciotto lunghi applausi.

De Luca non si fa "impressionare" dall'avversione già dichiarata dall'Idv e della Sinistra che considerano la sua candidatura "improponibile" e gli chiedono di fare un passo indietro per salvare "la coalizione". Ipotesi lunare per il candidato, soprannominato anche Vincenzo 'o pazzo da chi ne apprezza il piglio decisionista. Improbabile anche l'ultima ratio a cui si appellano i bassoliniani, quando argomentano che il regolamento delle primarie prevede che "in assenza di un'intesa con tutti gli alleati, il candidato rimetta l'ultima parola al partito". È l'esile speranza di Bassolino: un improbabile intervento da Roma. Mentre De Luca è già lanciatissimo contro il centrodestra, cui non lesina attacchi.

"In questi cinque anni l'opposizione c'era? Virtuale. Ora noi dobbiamo stare uniti, tutti", quasi grida. "Vincere qui e ora, ce la possiamo fare. Perché se non superiamo questa sfida, la Campania finisce in mano alla camorra". Sala in delirio. De Luca non chiude la porta ai potenziali alleati. "Ma prima di stare con i partiti, voglio stare con i cittadini, i giovani in cerca di lavoro, gli onesti padri di famiglia". Parole dure per Antonio Di Pietro e Luigi De Magistris che gli avevano ricordato di essere rinviato a giudizio per vicende amministrative. "I magistrati non devono guardare in faccia a nessuno. Ma nessuno venga a darmi lezioni di legalità. Casomai, ne do". Nel suo pantheon di oggi, De Luca mette Napolitano e la Chiesa. "Dietro di me non ho correnti, non ho potentati economici, non ho burattinai. Sono un uomo libero. Se devo scegliere tra la verità e la bandiera di partito, scelgo la verità".

(31 gennaio 2010)

giovedì 12 novembre 2009

"Clan alleati alle urne per Nicola". Un pentito: "Ho iscritto tanti a Fi"


di DARIO DEL PORTO e CONCHITA SANNINO


Quando si trattava di scegliere il candidato giusto per le elezioni, i boss del clan dei Casalesi Francesco Schiavone e Francesco Bidognetti mettevano da parte tutte le divisioni. Le due famiglie camorriste diventavano una cosa sola. E l'ordine di votare il nome prescelto, racconta il pentito Domenico Bidognetti, veniva impartito sul territorio in maniera "capillare", come scrive il giudice Raffaele Piccirillo nell'ordinanza di arresto per concorso in associazione camorristica inoltrata alla Camera nei confronti del sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino. Il pentito Bidognetti, rileva il giudice, "rievoca il sostegno elettorale all'indagato Cosentino come caso addirittura emblematico del sistema praticato dal clan dei Casalesi per scegliere e promuovere i propri referenti politici".

La strategia del consenso.
Le indicazioni di voto dei due padrini venivano comunicate ai capizona i quali, dice il pentito, "non avrebbero potuto discostarsi dalle scelte fatte a monte". Così, secondo Bidognetti, sarebbe andata anche per le candidature di Cosentino che avrebbe avuto un "legame molto più stretto con la famiglia Schiavone rispetto alla famiglia Bidognetti in ragione di rapporti parentali con Giuseppe Russo", soprannominato "Peppe 'o padrino", cognato di uno dei fratelli di Cosentino. Bidognetti dice di aver conosciuto "personalmente" Cosentino per averne frequentato la famiglia e ricorda che il padre del parlamentare, "durante una campagna elettorale negli anni '80 aveva regalato buoni di 50 litri di carburante a chi gli assicurava che avrebbe votato per il figlio".

Il grande elettore.
Il pentito Gaetano Vassallo, imprenditore dei rifiuti, collaboratore di giustizia dall'estate 2008 e principale accusatore di Cosentino, viene definito "un grande elettore" del sottosegretario. E in un verbale racconta: "Sono tesserato Forza Italia e grazie a me sono state tesserate numerose persone presso la sezione di Cesa. Mi è capitato in due occasioni di sponsorizzare la campagna elettorale di Cosentino offrendogli cene presso il ristorante di mio fratello. Cene costose, alle quali erano invitate centinaia di persone delle quali io e i miei fratelli ci assumevamo interamente il costo". Ieri intanto il deputato del Pdl Gennaro Coronella ha querelato per diffamazione Vassallo che lo aveva indicato fra i politici appartenenti al "tessuto camorristico" della zona.

Latitanti nel Napoli club.
In un verbale del 1996 un altro pentito, Dario De Simone, riferisce che un "buon gruppo" di affiliati al clan "frequentava il club Napoli di corso Umberto a Casal di Principe, circolo che abitualmente frequentava Cosentino. Durante la latitanza talvolta io e Walter Schiavone abbiamo dormito nei locali di questo circolo".

La guerra dei rifiuti.
Al centro dell'inchiesta condotta dai pm Alessandro Milita e Giuseppe Narducci ci sono soprattutto le attività nel settore dei rifiuti della società mista Eco4 dei fratelli Sergio e Michele Orsi, sulla quale Cosentino avrebbe esercitato "un controllo assoluto". Secondo il gip, l'espansione di Eco4 incarna "il paradigma dell'impresa mafiosa". L'indagine prende in esame anche la costituzione del "superconsorzio" Impregeco, al quale erano interessati gli Orsi, che nel 2001-2002 avrebbe dovuto creare un ciclo integrato nei rifiuti estromettendo gli originari affidatari di Fisia-Italimpianti. Agli atti è citata una telefonata (intercettata in un diverso procedimento sul ciclo dei rifiuti che non riguarda vicende di camorra) nella quale un dirigente di Fibe si sfoga con amico e dice: "È lotta qui a Napoli, stanno cercando in tutti i modi di costituire un superconsorzio per subentrare".

Salvate il soldato Stolder.
Secondo la collaboratrice di giustizia Anna Carrino, ex moglie di Bidognetti, Cosentino si sarebbe attivato per favorire il trasferimento a Napoli e Caserta di un giovane militare, figlio di un malavitoso napoletano, Raffaele Stolder, all'epoca dei fatti detenuto nello stesso carcere di Bidognetti.

I lavori nella chiesa di don Diana.
Carmine Schiavone
, il primo pentito del clan dei Casalesi, riferisce un episodio che chiama in causa un martire della lotta alle mafie: don Peppino Diana, il parroco di Casal di Principe assassinato il 19 marzo 1994 per l'impegno anti-camorra. Negli interrogatori del 21 marzo 1994, dunque due giorni dopo il delitto, e del 29 ottobre 1996, Schiavone dice di aver fornito gratuitamente alla chiesa di San Nicola cemento pagato da un imprenditore locale che Cosentino aveva "favorito durante l'espletamento del suo incarico nella giunta provinciale di Caserta". Si legge nel verbale dell'ottobre 1996: "Alla base della fornitura gratuita a don Giuseppe Diana vi era il sostegno che il medesimo Diana aveva dato, su mia richiesta, a Cosentino per le elezioni provinciali del 1990". L'episodio è agli atti dell'inchiesta. Schiavone è ritenuto un collaboratore attendibile. Ma va ricordato che le inchieste e i processi celebrati nei confronti di mandanti ed esecutori del delitto hanno indagato in profondità nella vita di don Diana, senza che nulla potesse mettere in discussione la trasparenza e la lealtà di un sacerdote che con fermezza e coraggio si era opposto alla camorra.

(12 novembre 2009)

martedì 10 novembre 2009

O' Mericano alla partita finale. "Quante ore di libertà mi date?"


di CONCHITA SANNINO


"Ma perché dovrei rinunciare. Per fare un favore a qualcuno?". Ineffabile, impassibile, Nicola Cosentino puntava su Palazzo Santa Lucia a qualunque costo. E da Napoli continuava a condurre, quasi fosse una partita a scacchi con gli imprimatur ora solenni ora confusi di Roma, la sua silenziosa campagna elettorale. Paese per paese, cerimonia per cerimonia, un pezzo di regione alla volta. Fino a ieri pomeriggio, il sottosegretario all'Economia e leader regionale del Pdl in Campania, ormai ufficialmente sospettato di aver favorito gli interessi, ed in particolare il business dei rifiuti della cosca mafiosa dei Casalesi, ha dato ordini ai suoi sodali: "Andiamo avanti, non disperdiamoci. Chi sono questi pentiti? Chi lo dice che mi devono arrestare? Non c'è motivo per fermarmi. La gente mi conosce, mi voterà".

L'ultima sfida l'aveva lanciata sabato scorso: "Allora, quante ore mi date ancora, di libertà?" domandava tra lampi di ironia e prevedibili esorcismi. Era seduto su un divano rosso capitonné, l'altra mattina: e aveva appena chiuso un convegno nella sala di rappresentanza di un mega-centro di scuole private, in un comune dell'hinterland vesuviano, Poggiomarino, dove il corteo di notabili era in coda per stringergli la mano e assicurare appoggio.

Aveva un bel dire, o' Mericano, che la sua partita doveva giocarsela ormai fino in fondo. Il soprannome gli deriva dagli affari che suo padre strinse con gli statunitensi, dopo la guerra, nella vendita di petrolio. Ora i fratelli di Cosentino guidano un colosso nella distribuzione di gas. Qualcuno è anche imparentato con esponenti di spicco dei Casalesi. Motivi non sufficienti a fermare le ambizioni di Nicola: già giovane avvocato nello studio prestigioso del professor Gasparrini a Napoli; poi impegnato in politica, nei socialdemocratici; infine uomo di punta di Forza Italia nel Casertano.

Non poteva mollare proprio adesso, Nicola, a cinquant'anni. Doveva battersi. Contro tutti i tentativi di fronda. Contro il "partito" trasversale della questione morale. Ora che il giudice per le indagini preliminari di Napoli ha depositato alla Camera una richiesta di custodia in carcere con l'infamante accusa di "concorso esterno in associazione mafiosa", ne fa le spese non solo la sua corsa come candidato governatore del centrodestra - proposta, peraltro, avversata solo dal presidente della Camera Fini, mai da Berlusconi, né dai tre coordinatori del partito. "Può restare sottosegretario, un politico gravato da tali sospetti?", è il tema che lancia ora, dalla Commissione parlamentare antimafia, l'esponente del Pd Luisa Bossa.

Ora che il gip ha inviato la sua decisione a Montecitorio, assumono un suono sinistro le parole pronunciate da Cosentino in quel 27 settembre nel salone sontuoso del Reggia Palace di Caserta, unico moto di stizza. "La candidatura? Non la possono scegliere i frocetti di Roma", si lasciò sfuggire il sottosegretario quel giorno, aprendo ufficialmente le ostilità con il suo "nemico" Italo Bocchino.
Sei pentiti di camorra hanno fornito il materiale su cui il giudice di Napoli ha fondato la sua richiesta di arresto, dopo l'accurato lavoro del pool antimafia della Procura. Ma Cosentino, da questo orecchio, non ha voluto mai sentire. "Io so soltanto che non ho ricevuto avviso di garanzia, e che, dopo le indiscrezioni giudiziarie di un anno fa, ho chiesto ai magistrati di essere ascoltato. Vanamente". Ha sempre preferito un altro linguaggio, Cosentino: quello dei consensi, del riscontro nelle urne. "Il partito è cresciuto in Campania grazie a me. Vinciamo da quando ci sono io, abbiamo 137 sindaci, tre Province e questo è un fatto. A Roma non possono non tenerne conto", aveva sempre obiettato ai nemici interni ed esterni al partito, giustificando così l'inelegante uscita contro Bocchino.

Tetragono, il sorriso immutabile dietro gli occhiali leggeri, un self control esibito in queste settimane con particolare solerzia. "Io vado avanti", è stato lo slogan del politico nato a Casal di Principe, comunità che ha contribuito all'elezione, alle ultime politiche, di altri due parlamentari casalesi. "Ma contro di me c'è un pregiudizio etnico" si è ribellato Cosentino. L'ultima chiamata alle armi è di ieri mattina, quando il segretario regionale ha convocato una riunione nella sede del Pdl di piazza Borsa, a Napoli - la stessa dove, un mese fa, misteriosi teppisti scaricarono sulla porta del Pdl una notevole quantità di liquami. E per placare le voci dirompenti sulla richiesta del carcere ha rassicurato i parlamentari: "Passerà tutto, sono sereno. Vedrete, anche Fini si calmerà. E noi staremo tranquilli".

(10 novembre 2009)

domenica 6 settembre 2009

Noemi, papi e la loro amicizia. Le contraddizioni della ragazza


di CONCHITA SANNINO


NOEMI contro Noemi. Due ragazze diverse, dalla festa di Casoria ad oggi, ma con lo stesso impenetrabile nocciolo. In mezzo, lo scandalo Berlusconi e i maldestri tentativi di riscrivere la realtà del loro rapporto. L'ultimo è di oggi, con l'intervista concessa dalla ragazza di Portici alle telecamere di Murdoch e al Daily Mail. Sono lampanti le contraddizioni che emergono tra ciò che racconta la Noemi Letizia di oggi, 18enne sicura di sé e in attesa di sfondare nello spettacolo, e la ragazza di allora a cui non spiaceva apparire come la pupilla di "papi Silvio".

Era sempre lei ad offrire parole in libertà e fotografie tratte dal suo esplicito book, prima che sulla storia si abbattessero gli strali di Veronica Lario: "Non posso stare con un uomo che frequenta minorenni, mio marito non sta bene".

Ecco, infatti, cosa diceva al nostro giornale Noemi Letizia il 28 aprile quando era ormai uscito l'articolo di Repubblica che svelava il finto vertice dei rifiuti a Napoli e la partecipazione del premier alla festa dell'esuberante adolescente: "Un'emozione eccezionale. Avere papi alla mia festa (...) da quanto tempo ci conosciamo? Da un po'. Come è nata? Non ho chiesto ai miei genitori. Al ristorante sono sbiancata quando l'ho visto".

Quattro mesi dopo, la Noemi che parla a Sky di fronte ai microfoni del nemico giurato di Berlusconi, prova a risistemare la faccenda delle origini della sua consuetudine con papi e non trasmette né emozione, né orgoglio. Anzi. Tratta il premier alla pari: "Lo vedevo sin da piccola, non è che Silvio fosse una persona straordinaria per me". Diventa sprezzante con la sua ex moglie e famiglia: "Quello che dice Veronica non mi interessa. L'Attacco di Barbara su Vanity Fair? Cattivo e insensato".

Centotrenta giorni sono passati dall'arrivo del premier in quel locale della Circumvallazione Esterna di Casoria - posto di abbandonati campi rom e di regolamenti di conti camorristici, periferia povera e degradata. E solo per fare gli auguri alla bionda Noemi. Ed è lei a custodirne, fin che vorrà, il segreto.

(6 settembre 2009)

giovedì 9 luglio 2009

Il "tesoretto" del padre di Noemi


di CONCHITA SANNINO


NAPOLI - La giustizia lo aveva messo sotto accusa per un "tesoretto" di oltre mezzo miliardo di vecchie lire, accumulato con presunte tangenti, tutte intascate da imprenditori e commercianti, nei primi anni Novanta, come braccio destro dell'allora direttore dell'Annona di Napoli. Ventiquattro episodi di concussione, mazzette imposte per la concessione di licenze a mega-ristoranti, boutique e pure agli ambulanti, diceva l'accusa. Ma da ventiquattro ore è tutto cancellato. Un colpo di spugna su anni di indagini. Come aveva anticipato Repubblica un mese fa, è il bluff di un fascicolo "dimenticato" per anni a regalare, ieri, una sentenza di prescrizione all'indagato Benedetto Letizia detto Elio. È il padre di Noemi, la diciottenne intorno alla quale è esploso il caso Berlusconi. Dopo la partecipazione del premier alla festa di compleanno della bionda ragazza che lo chiamava "papi", sono seguite le rivelazioni sulle visite a Roma e a Villa Certosa di Noemi ancora adolescente, e la richiesta di divorzio di Veronica Lario.

La giustizia formato Letizia, è la battuta che gira nelle ultime ore a Palazzo di giustizia. Ironia che va a braccetto con l'apprensione di alcuni. Il presidente del Tribunale, Carlo Alemi, che aveva già disposto un'inchiesta amministrativa, ha infatti rilevato "omissioni" e "iniziative gravi" nella gestione anomala di quel fascicolo e in particolare in alcuni uffici. Le responsabilità potrebbero investire qualche magistrato e qualche cancelliere, al punto che Alemi ha inviato gli atti alla Procura di Napoli (che le trasferirà per competenza a Roma) e all'Ufficio ispezioni del Ministero di Grazia e Giustizia.

Nell'udienza preliminare condotta ieri dal giudice Stefano Risolo, in cui sono stati dichiarati prescritti tutti e 24 i capi di imputazione per Letizia, il Comune di Napoli si è costituito parte civile attraverso l'avvocato Giuseppe Dardo, che sottolinea "il danno di immagine per effetto della risonanza attribuita dagli organi di informazione locale e nazionale. Ma l'istanza non avrà alcun effetto.

Intanto Elio Letizia, raggiunto ieri da Repubblica, si dice "sollevato" ma non intende entrare nel merito. "Non voglio dire niente: di questa cosa si è sempre occupato il mio avvocato". Letizia preferisce pensare alle vacanze. "Ma non si è parlato troppo di noi? Ora abbassiamo i toni, ci sono le vacanze". Nessun saluto o commento è arrivato da papi, gli chiediamo? "Dal presidente?". Lei però lo chiamava Silvio. "Ma ha tanto da fare. E' un po' che non ci sentiamo, succede anche tra amici, in famiglia".

(9 luglio 2009)

giovedì 11 giugno 2009

"Dimenticato" da 12 anni il processo al padre di Noemi


di CONCHITA SANNINO


Un fascicolo giudiziario completamente dimenticato. Su un binario morto. O accortamente insabbiato. Per alcuni lustri. Così può accadere che l'ex intraprendente segretario della direzione dell'Annona del Comune di Napoli, arrestato nel 1993 per presunti episodi di concussione, poi rinviato a giudizio nel 1997, non sia mai stato processato. Il presidente del Tribunale di Napoli, Carlo Alemi, ha aperto un'inchiesta amministrativa su un caso che provoca tra i giudici imbarazzo. "Accerteremo eventuali negligenze e responsabilità. Dobbiamo capire cosa è successo e perché", dice Alemi a Repubblica. A segnalargli la vicenda sarebbe stato il presidente dell'Ufficio Gip, Bruno D'Urso. E desta ulteriore sorpresa - ma si tratta di una coincidenza, fino a prova contraria - il fatto che quell'indagato sia Elio Letizia, il padre della diciottenne che chiama papi il premier.

Una storia nella storia. Conferma la strana scoperta anche il suo legale di allora, l'avvocato Fabio Fogliamanzillo. Un "buco nero" della giustizia incrocia il caso politico che ha segnato la campagna elettorale. L'inquisito "dimenticato" è il genitore di Noemi, la studentessa che ha accolto il premier alla sua festa di compleanno a Casoria, il 26 aprile, e che aveva già incontrato il premier a Roma, a Milano e durante la vacanza in Sardegna dello scorso Capodanno.

Vale la pena ricordare che, nella sequenza di bugie e contraddizioni che hanno segnato le spiegazioni sull'origine dell'amicizia con la ragazza, Berlusconi ha sempre sostenuto la tesi di un legame con Elio Letizia: prima facendolo passare come "ex autista di Craxi" (Ansa, 29 aprile), poi come un amico che gli avrebbe segnalato "le candidature alle europee di Martusciello e Malvano" (Porta a Porta, 5 maggio). Poi lo sfondo politico viene sostituito da una privata frequentazione. Elio Letizia afferma (Mattino, 25 maggio) che egli presentò la sua famiglia al premier nel 2001. Il Cavaliere offre un ricordo diverso: "La prima volta che ho visto questa ragazza è stato a una sfilata", (Corriere, 25 maggio), a partire almeno dal 2005. Infine, 24 ore prima dell'apertura delle urne, Berlusconi torna su Elio: "Il padre della ragazza, avendo saputo che io sarei stato a Napoli, mi ha chiesto di essere presente alla festa di Noemi" (Ansa, 5 giugno).

Ma che storia aveva Letizia? Nel suo passato giudiziario, ora vuole vederci chiaro anche il presidente del Tribunale. L'impiegato fu arrestato l'11 febbraio del 1993 con il suo direttore dell'assessorato all'Annona, Giovanni De Vecchi, di cui era intimo amico: furono accusati di avere intascato tangenti fino a 35 milioni. I due furono poi rinviati a giudizio, con altri dipendenti e professionisti successivamente arrestati, nell'aprile 1997. Ma qui il fascicolo si polverizza, la posizione di Letizia è stralciata. Gli avvocati ottengono la nullità dell'udienza preliminare.
Così Elio Letizia non sarà mai sottoposto a giudizio (se non per un episodio marginale, per il quale risulta assolto dalla terza sezione penale del Tribunale di Napoli, nel settembre 2003). Tra gli atti sottoposti all'attuale inchiesta amministrativa, ve n'è uno che spinge Alemi a riflettere. È il paradosso per cui, nella sentenza passata in giudicato il 2 novembre 2004, i giudici della Undicesima sezione penale assolvono quattro coindagati di Letizia e scrivono: "Appare evidente che per tutti i reati menzionati - provata la sussistenza di tutti gli elementi oggettivi e soggettivi del reato in contestazione - la descritta illecita condotta risulta certamente ascrivibile al solo Letizia", non agli altri.

(11 giugno 2009)

sabato 9 maggio 2009

Il fotografo e la visita del premier. "La sicurezza arrivò di mattina"


CONCHITA SANNINO

CASORIA - "La partecipazione del premier alla festa? Forse era una sorpresa per la festeggiata, ma per noi dello staff di Villa Santa Chiara non lo era affatto. Alcuni lo sapevano, secondo me, anche dal giorno prima. E poi nella mattina della domenica sono venuti gli uomini della scorta del presidente a fare una visita al locale per motivi di sicurezza, credo che si chiami la "bonifica". Anche le donne dell'impresa di pulizia lo sapevano. Alle 19 del pomeriggio, quando io ho messo piede nel locale, proprio loro mi raccontavano scherzosamente che sin dalle prime ore del mattino avevano dovuto lavorare più a fondo, più sodo, per "colpa" del presidente Berlusconi".

Pasquale Cerullo è il giovane fotografo che, la sera dell'ormai celebre party per i diciotto anni di Noemi, ha vissuto non da invitato, ma da osservatore professionale e distaccato le varie fasi del ricevimento. E tra le pieghe della sua testimonianza, brilla una contraddizione: il premier spiega di aver fatto la sua apparizione alla festa grazie solo a quel temporale su Milano che gli regala un'ora di tempo, e dopo una telefonata di papà Letizia che gli mormora "festeggio Noemi", ma già dalla domenica mattina la scorta del presidente compie la sua rituale verifica dei luoghi. Forse dipende dall'unico contatto telefonico che il premier ha avuto con il padre di Noemi al mattino? E come mai una rappresentanza degli organi di sicurezza di Palazzo Chigi si sposta fin nelle pieghe dell'hinterland napoletano, a Casoria, per visitare un luogo dove il presidente non sarebbe andato?

Solo un dettaglio. È il frammento laterale, il racconto diretto di un ospite. Ma offre una tessera non perfettamente compatibile con il mosaico-spiegazione finora resa dal presidente del Consiglio a "Porta a porta". "Repubblica" gira la questione ai responsabili della sicurezza. Fonti del Dipartimento di pubblica sicurezza modificano la cronologia dei ricordi del giovane fotografo. Riferiscono infatti che la notizia del cambio di programma con l'arrivo del presidente del Consiglio a Napoli, viene trasmessa a Napoli intorno alle 15.

Alcune ore dopo, tra le diciotto e le diciannove - secondo le stesse fonti - scattano le misure di bonifica del luogo che sarà visitato da Berlusconi. Con personale del commissariato locale, della Digos e della sicurezza di Palazzo Chigi. Le stesse fonti fonti aggiungono che effettivamente il premier, una volta atterrato a Capodichino, è rimasto fermo per circa un'ora.

Torniamo al nostro fotografo. Cerullo racconta a "Repubblica", con la semplicità del giovane addetto ai lavori, l'eccitazione dei domestici e cuochi, l'orgoglio e la comprensibile eccitazione di chi gestisce il locale, e poi in serata, nel clou della festa, anche la palpabile commozione della bella Noemi, l'emozione di sua madre, il fatto che entrambe pubblicamente continuassero a chiamarlo papi.

"Ricordo che tutto è successo dopo l'arrivo di Noemi. Ecco che lei fa il suo bell'ingresso con il velo ricamato sul capo, e dopo neanche cinque minuti arriva lui. Applausi, sorrisi. Io all'inizio scattavo, scattavo, ma la sicurezza del presidente mi guardava un po' irritata. Ma io andavo dal direttore del locale, perché solo da lui prendo disposizioni, e quello mi diceva "Tu scatta", e io continuavo".

Eccolo, il clima che segnò quella domenica nel locale di Casoria. "Comunque erano tutti molto divertiti, e c'era familiarità tra il premier e quella famiglia. Soprattutto con madre e figlia. All'inizio sono stato più tempo proprio addosso a loro, perciò mi sono fatto questa idea". Pasquale Cerullo, occhi chiari, viso di ragazzino, lo dice con chiarezza: "A me non importa perché è venuto il presidente, anzi ero stupito allora e resto stupito oggi" , si limita a raccontare. Fino a pochi giorni fa, prestava il suo servizio professionale a Villa Santa Chiara, per sei o sette giorni a settimana. Anche quella domenica sera, Pasquale Cerullo arriva con la sua digitale dell'immagine. Alle 19, trova ancora gli ultimi dipendenti impegnati negli ultimi ritocchi.

"Ho visto quando sono arrivati i genitori di Noemi, emozionati e un po' tesi. C'erano soprattutto giovani, una settantina di persone. I genitori della ragazza? La madre la ricordo particolarmente perché prima che arrivasse il premier diceva continuamente a tanti "Mi raccomando, ora che arriva monsieur le President", sì, con il vezzo del francese, e dopo lo chiamava dinanzi a lui e alla figlia, solo papi. Noi dipendenti ne abbiamo sorriso un po'.

"Noemi, vieni, la foto con papi, Noemi vieni papi sta facendo il brindisi". Il padre della ragazza? Molto compreso del ruolo". E quanto tempo è rimasto il premier? "Io ho visto che è rimasto per tutto il tempo della cena, seduto al tavolo con la famiglia di Noemi. Sì, dall'inizio alla fine della cena, io me lo ricordo anche al momento del dolce".

(9 maggio 2009)

martedì 5 maggio 2009

Noemi, la pupilla di Berlusconi "Adesso dovete dimenticarmi"


CONCHITA SANNINO

PORTICI - La foto su Facebook, tratta da un precoce e memorabile book da modella, è sparita insieme al suo nome, al profilo, a tutto il resto. La casa di via Libertà è disabitata da alcune ore. E la voce maschile, sbrigativa, che arriva infine a sera, al cellulare dopo numerosi tentativi, spezza via ogni richiesta di chiarimento: "Dimenticate Noemi".

Impossibile, dopo che la notizia della separazione dei coniugi Berlusconi ha fatto il giro del mondo, incrociare di nuovo il sorriso compiaciuto di quella madre, Anna Palumbo. E, soprattutto, riascoltare nella sua spavalda franchezza la diciottenne Noemi, che chiama papi il suo eccellente invitato. Ora non è solo la teenager di un'amicizia che doveva restare segreta, ma di certo "l'ultima goccia" di amaro che ha spinto la signora Veronica Lario a chiedere il divorzio dal premier. Anche se l'intera cittadina ormai si interroga su quella famiglia così "modesta", e si spartisce le due tesi. Figlia segreta? Pupilla ambiziosa?

Da Portici, Noemi Letizia e sua madre sono andate via ieri mattina. Il papà Benedetto già da tempo non risulta più residente in casa con loro. Chissà se è un caso che proprio quell'uomo, che si fa chiamare Elio forse anche per rimuovere un passato anch'esso pesante tra inchieste giudiziarie e incontri sbagliati, fosse anche l'unico, dopo la rivelazione di "Repubblica" sulla notte del premier a Casoria, a condividere la delusione di Veronica: "La signora Lario? Ha fatto il suo dovere, ha mostrato di essere una gran donna e una grande mamma, ancora una volta", ci disse. Poi pregò il cronista di non scriverlo, in assenza della moglie,

Ieri, invece, dal cellulare di Noemi arriva quell'invito che è quasi un monito: "Qui nessuno ha voglia di parlare, basta, dimenticate questa storia". I genitori della ragazza non hanno voglia né fretta di replicare. Non ora, almeno. Così sua madre Anna ostenta per pochi secondi buona educazione e distacco: "Quando avrò tempo, con calma, leggerò tutti i giornali". È la stessa signora, di poche e affilate parole, che aveva detto di non avere foto di quel party con sorpresa che aveva commosso la famiglia: "Se vuole, le foto le fa uscire papi".

Ora si comprende perché. Un particolare inedito del party racconta che, durante il blitz del presidente alla festa di Noemi in quel villone preso in fitto a Casoria, i pochi autorizzati a stare accanto alla festeggiata, ebbero il divieto tassativo di riprendere le immagini salienti del ricevimento. Alcune macchine fotografiche digitali furono temporaneamente consegnate, scattò foto solo un membro dello staff presidenziale.

A Portici cala il buio sulla processione di San Ciro patrono. Nel corteo sfila anche il sindaco Enzo Cuomo, che alla sfida per il Comune, tra un mese, dovrà vedersela con il candidato Pdl Marcello Di Caterina, amico stretto di Micaela Vittoria Brambilla. "Fatti rigorosamente privati - commenta-. Mai vista questa Noemi, certo non rappresenta il trend dei giovani porticesi". Poi, una battuta: "Si diceva che il premier sarebbe venuto a Portici per dare una mano al mio avversario. Beh, magari adesso ci penserà un po' su".

(4 maggio 2009)