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domenica 8 agosto 2010

La Russa sfida i finiani "Norme più dure sull'immigrazione"


ALBERTO CUSTODERO

"Immigrazione e sicurezza". Questi due temi scottanti (che si aggiungono a giustizia, fisco, federalismo e Mezzogiorno), costituiscono il quinto punto del mini-programma sul quale la maggioranza chiederà la fiducia alle Camere allo scopo di fare uscire allo scoperto il drappello di Futuro e libertà. Tocca al ministro della Difesa Ignazio La Russa, l'ex "colonnello " di An oggi coordinatore del Pdl, lanciare la provocazione a quelli che fino a non molto tempo fa erano suoi alleati: i finiani.

Ministro La Russa, chiede un inasprimento della normativa sull'immigrazione perché sa che questo argomento rappresenta una spina nel fianco per Gianfranco Fini: la Lega a chiedere leggi sempre più dure, lui a frenare?
"A differenza di altre cose, su sicurezza e immigrazione è stato fatto molto. Ecco perché, forse, il ministro Alfano, che ha annunciato il programma in 4 punti, non ne ha parlato. Io ho voluto solo sottolineare che su questo fronte la guardia non va abbassata. Il governo deve continuare il suo impegno".

Sicurezza e immigrazione sono argomenti che le sono tradizionalmente cari (fu lei a volere l'Esercito impegnato in compiti di ordine pubblico), anche se sono di competenza del ministro dell'Interno. Coglie l'occasione ora per suggerire al leghista Maroni, con il quale in passato ha avuto qualche divergenza d'opinione, nuove idee?
"Voglio sottolineare con forza che il contrasto alla criminalità organizzata, alla criminalità comune e all'immigrazione deve restare una priorità che il governo ha il compito di continuare a fare".

Proprio in questi giorni, tuttavia, sono ripresi gli sbarchi di clandestini, segno, questo, che sul fronte immigrazione irregolare c'è ancora molto da fare.
"Tutti i provvedimenti necessari per ottenere i risultati che abbiamo ottenuto fino ad oggi sono sempre appesi all'accordo con Gheddafi nel contrasto agli sbarchi via mare. Ma occorre assumere altre iniziative affinché i clandestini non continuino ad arrivare da altre vie come in effetti avviene. Servono inasprimenti normativi. Non è una battaglia finita e perciò l'argomento deve essere sempre all'ordine del giorno".

Se dovesse pensare a provvedimenti sul fronte sicurezza e immigrazione, quali sarebbero le "sue" priorità?
"Per me è prioritario proseguire con le pattuglie delle forze dell'ordine a piedi per le città con il contributo dei militari, il cui utilizzo abbiamo autorizzato fino a dicembre. Le "pattuglie" interforze carabinieri polizia e finanza, tuttavia, vanno potenziate anche in assenza dei militari".

Nonostante i risultati sbandierati dai ministri della Giustizia e dell'Interno Alfano e Maroni, la lotta alla criminalità organizzata è tutt'altro che vinta. Gran parte del Paese è nelle mani delle mafie. Che misure proporrebbe su questo fronte?
"Penso al modello Caserta, ovvero l'invio dei militari per potenziare le forze dell'ordine nel contrasto alla camorra. Ecco, credo che il modello Caserta vada esteso ed esportato in altre zone critiche dell'Italia".

(08 agosto 2010)

sabato 31 ottobre 2009

Lividi, fratture e sette chili persi in cella, i misteri degli ultimi giorni di Stefano


di ALBERTO CUSTODERO


"Dottore, ieri sono scivolato e sono caduto dalle scale. È così che mi sono fatto quelle due fratture alla schiena". Stefano Cucchi, visitato al Regina Coeli nel pomeriggio del 16 ottobre, è dolorante, fatica a camminare e ha il volto tumefatto. Le sue condizioni di salute sono precarie, pesa 43 chili, soffre di epilessia. I medici, insospettiti da quelle lesioni, lo portano all'ospedale Fatebenefratelli per una radiografia al cranio e una al torace. La prima risulta negativa, la seconda evidenzia una "frattura del corpo vertebrale L3 e un'altra della vertebra coccigea".

Sta tutto qui, in quella frase di Stefano riportata nella cartella clinica del carcere ("Ieri sono caduto accidentalmente dalle scale"), e in quelle due lastre, il mistero della sua morte. Perché la caduta non è stata né accertata né chiarita da nessuno (sempre che sia stata una caduta). E perché non spiega tutte le altre lesioni riscontrate dopo la morte. Quel giorno Stefano entra in prigione con due fratture nella regione lombare della schiena che comunque gli consentono, a fatica, di camminare. Ma la faccia, seppur gonfia - stando alla radiografia cranica - non risulta fratturata.

Se è così, allora, quando è caduto dalle scale, visto che "il giorno prima", il 15 ottobre, fu fermato dai carabinieri? E come s'è procurato durante la detenzione di soli sette giorni nel corso della quale ha perso sette chili di peso la rottura della mandibola destra che gli verrà riscontrata solo dopo la morte, durante l'autopsia?

Ecco la ricostruzione della tragica storia di Stefano Cucchi dal momento del suo arresto a quello della "presunta morte naturale" (come recita il referto medico legale), avvenuta alle 6,20 del 22 ottobre. Tutto ha inizio alle 23,30 del 15 ottobre, Stefano passeggia nel parco degli Acquedotti col cane e - stando ai carabinieri - in compagnia di un cliente. I militari gli piombano addosso, trovano venti grammi di droga, scatta il fermo. Portano l'uomo in caserma, procedono alla perquisizione personale e dei vestiti.

Quindi, all'una e mezza del 16 ottobre, accompagnano il fermato a casa e, alla presenza dei suoi genitori ("Mamma, tranquilla, tanto non trovano niente"), perquisiscono la sua camera. Ritorna in caserma dove vengono concluse le pratiche, poi, verso le 4, l'uomo entra nella camera di sicurezza della stazione dell'Arma. Ma quasi subito si sente male, lamenta tremori, mal di testa, convulsioni.

Alle 4,30 arriva un'ambulanza del 118 col medico che lo visita per circa mezz'ora, proponendo al "detenuto" il ricovero in ospedale che, però, viene rifiutato. Alle 5 i sanitari se ne vanno e Stefano dice ai militari "voglio continuare a dormire". Stando all'inchiesta amministrativa interna dell'Arma, in questo periodo durante il quale l'uomo è in consegna dai carabinieri, non avviene la "caduta accidentale dalle scale".

Alle 9, la traduzione in Tribunale per il processo per direttissima che si celebra verso mezzogiorno. Quando appare in aula, madre, padre e sorella di Stefano notano "il suo volto molto gonfio, in contrasto impressionante con la magrezza, e lividi assai vistosi attorno agli occhi". Il fermato viene interrogato dal giudice, si difende ammettendo "la detenzione di sostanze stupefacenti in quanto consumatore". Non riferisce né al magistrato, né all'avvocato, né poi al padre che abbraccia per l'ultima volta alle 13,30, di essere stato picchiato durante l'arresto da parte dei carabinieri.

Durante la visita nell'ambulatorio del Tribunale, alle 14, prevista quando il detenuto passa dai carabinieri alla polizia penitenziaria, i sanitari riscontrano "lesioni ecchimodiche in regione palpebrale inferiore bilateralmente". Durante questa visita Stefano riferisce di avere "lesioni alla regione sacrale e agli arti inferiori". Non aggiunge altro. A questo punto è accompagnato dalla Polizia penitenziaria al Regina Coeli dove è sottoposto alla visita d'ingresso che si conclude con le due radiografie al cranio e alla schiena.

Da questo momento in poi i familiari di Stefano non lo vedono più e per loro inizia una drammatica odissea fra Regina Coeli, Fatebenefratelli e reparto detenuti del Pertini. Per cinque giorni i genitori tentano invano di fare visita al figlio, ma ogni contatto, perfino i colloqui con il personale medico e carcerario che l'hanno in custodia, viene loro negato. Si saprà solo dopo che Stefano in carcere aveva chiesto una Bibbia che pare gli sia stata negata.

L'unica notizia ufficiale viene recapitata ai parenti di Stefano solo il 22 ottobre: è la notifica dell'autopsia di Stefano, e l'invito a nominare i propri consulenti. Madre e padre dell'uomo si precipitano al Pertini per avere notizie sulle cause del decesso, ma il sovrintendente sanitario e il medico di turno non sanno dare spiegazioni: "Non abbiamo avuto modo di vederlo in viso - riferiscono i due sanitari -il detenuto in cella si teneva costantemente il lenzuolo sulla faccia".

(31 ottobre 2009)

domenica 4 ottobre 2009

Fondi, infiltrazioni mafiose al comune si dimettono il sindaco e i consiglieri

Il palazzo comunale di Fondi

di ALBERTO CUSTODERO

Un anno e 25 giorni dopo la richiesta di scioglimento del prefetto di Latina per infiltrazioni mafiose (mai accolta dal consiglio dei ministri), la maggioranza di centrodestra (con Udc) di Fondi, comune del Sud Pontino, ha deciso di rassegnare le dimissioni. Per le opposizioni, si tratta di una manovra per bloccare la decisione del cdm. Per la Cgil, "un escamotage per potersi ricandidare". "Il governo sciolga il comune - ammonisce Walter Veltroni, membro dell'Antimafia. "È una mossa mafiosa che serve a evitare lo scioglimento di un comune mafioso", gli fa eco il deputato Idv Stefano Pedica. Ma il sindaco Luigi Parisella, Pdl, dà un'altra versione alle dimissioni in massa.

"Non potevamo andare avanti così - dice - pensavo di farcela, ma io non reggo più al peso, alle pressioni politiche e mediatiche: era ora di finirla". Il sindaco di Fondi, a capo - si legge nella relazione prefettizia - "di una macchina amministrativa che in tutte le sue articolazioni risulta interessata da illegittimità gravissime", ha gettato la spugna.

La polemica dell'opposizione sulla manovra strumentale ("Se si sono dimessi, significa che il marcio c'era", commenta il segretario Pd Dario Franceschini), non gli "interessa". Parisella non fa alcun cenno all'accusa contestagli dal prefetto di conflitto di interessi per aver votato una variante urbanistica che ha favorito una società (la Silo srl), nella quale è socio insieme al senatore Pdl Claudio Fazzone e al parente di un pregiudicato. "Per noi - taglia corto Parisella - le dimissioni rappresentano la liberazione da una vicenda che ci ha logorato. Il consiglio comunale ora è formalmente decaduto, da lunedì ci sarà un commissario".

Il caso sul mancato scioglimento per mafia del comune di Fondi era scoppiato a Ferragosto quando Silvio Berlusconi, dopo aver elogiato Maroni come "il ministro che aveva l'opportunità storica di sconfiggere la mafia", spiegava subito dopo che il cdm non aveva alcuna intenzione di sciogliere Fondi per infiltrazioni mafiose perché "alcuni ministri s'erano detti contrari". E perché nessun politico era destinatario di avviso di garanzia.

Da allora, Fondi per l'opposizione è diventato l'emblema, per dirla con Veltroni, "della resa del consiglio dei ministri di fronte all'intreccio mafia e politica. Un segnale allarmante che nella lotta alla mafia, quando si tratta di passare dalle parole ai fatti, il governo si tira indietro".

Dal centrosinistra un coro di proteste, dalla maggioranza parlamentare il silenzio. Per Laura Garavini, capogruppo Pd all'Antimafia, fra i primi a sollevare il caso Fondi, "Maroni per salvare la faccia dovrebbe dimettersi. Altro che passare alla storia per aver sconfitto la criminalità organizzata: sarà ricordato per essersi fatto prendere in giro da un gruppo di politici locali collusi con le mafie con la complicità di molti suoi colleghi del cdm".

(4 ottobre 2009)

lunedì 31 agosto 2009

Il Pd: "Il caso in Parlamento". Copasir: "Vigileremo sui servizi"


di ALBERTO CUSTODERO


È scontro sulla "velina" sul direttore dell'Avvenire, Dino Boffo, pubblicata da Vittorio Feltri sul Giornale. Il Pd chiede che il caso si affronti in Parlamento mentre il Copasir, l'organo di controllo sugli 007, assicura che "vigilerà sul corretto funzionamento dei servizi in questo momento delicato della vita democratica". Feltri, intanto, dopo la rivelazione di Repubblica di ieri - la "nota informativa" citata dal Giornale non è contenuta nelle carte giudiziarie del Tribunale di Terni - è investito da una bufera di accuse. Ed è costretto a smentirsi fino quasi a negare l'esistenza della "nota informativa" citata per ben tre volte nell'inchiesta del Giornale nella quale Boffo viene definito "noto omosessuale già attenzionato dalla polizia di Stato per questo genere di frequentazioni...".

Emanuele Fiano, deputato pd e membro del Copasir, lo sfida: "Se ha quel documento, lo tiri fuori. Così vedremo da chi è firmato". È dunque ora il direttore del Giornale a doversi giustificare per rispondere alla domanda che da più parti gli viene posta: "Dove ha preso quella "nota informativa"?".

"Non ho mai parlato di schedature o informative giudiziarie - si difende ora Feltri - e il Viminale non c'entra in alcun modo. Abbiamo un documento che prova un fatto (il patteggiamento di Boffo, non i riferimenti alla sua vita privata, ndr), il resto non conta. Non conta da chi l'abbiamo avuto, non conta se ci sono errori perché non è un testo di diritto. Anche se i termini fossero impropri, i fatti sono questi e se qualcuno è in grado di smentirli lo faccia". Ma l'articolo del Giornale di venerdì parlava invece proprio di una "nota informativa che accompagna e spiega il rinvio a giudizio del direttore di Avvenire disposto dal Gip".

D'altronde è proprio in quella nota che sono contenute le frasi più gravi su Boffo definito "un noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia per questo genere di frequentazioni". Negli atti giudiziari del resto non si fa nessun accenno alla vita privata di Boffo: quindi non è affatto irrilevante come sostiene oggi il direttore del Giornale, da dove provenga e che attendibilità abbia il documento su cui ha fondato la sua azione di killeraggio. Feltri nega, poi, di essersi recato a Palazzo Chigi dopo la sua nomina al Giornale.

"Non vado a Roma da 4 mesi - dichiara - non sono stato a Palazzo Chigi, né a Palazzo Grazioli. L'unico che ho sentito, venerdì scorso, è stato Gianni Letta. Voleva avere notizie dell'articolo. Ma erano le 23,30, e il Giornale era già in stampa". Berlusconi sostiene "di non aver mai avuto in questi giorni alcuna conversazione telefonica" col direttore del giornale di famiglia.

Ma la sua risposta non placa le polemiche politiche. "Quelle contro Boffo, ma anche altre allusioni minacciose - commenta il senatore pd Luigi Zanda - hanno le stesse caratteristiche delle "veline" che, in anni recenti e passati, hanno inquinato l'aria della nostra Repubblica". Mentre il deputato europeo leghista Matteo Salvini ammette che "il caso Boffo potrebbe essere un avvertimento alla gerarchia ecclesiastica", anche il capogruppo pd all'Antimafia, Laura Garavini, chiede chiarezza: "C'è un inquietante sospetto che grava sul governo, che a questo punto deve fare al più presto chiarezza in questa bruttissima vicenda".

A proposito di presunte schedature di omosessuali da parte del Viminale Boffo ha fatto sapere di aver ricevuto una telefonata dal ministro dell'Interno. "Maroni mi ha assicurato che quell'"informativa" non esce dall'apparato della pubblica sicurezza".

(31 agosto 2009)

sabato 15 agosto 2009

"A Fondi tutto regolare"


di ALBERTO CUSTODERO


Per la prima volta Berlusconi ha ammesso che non scioglierà il consiglio comunale di Fondi, nonostante la richiesta datata 8 settembre 2008 del Prefetto di Latina. Nel comune laziale al confine con la Campania (amministrato dal centrodestra) ci sono preoccupanti infiltrazioni di camorra e 'ndrangheta.

In tutto questo tempo il consiglio dei ministri non aveva mai preso una decisione, lo stesso Maroni non aveva mai spiegato il perché, limitandosi a dire di "aver fatto tutto ciò che doveva".

Berlusconi ha spiegato: "In Cdm sono intervenuti diversi ministri, hanno fatto notare come nessun componente della giunta e del consiglio comunale sia stato neppure toccato da un avviso di garanzia. Quindi sembrava strano che si dovesse intervenire con un provvedimento estremo come lo scioglimento della giunta".

Il ministro Maroni ha aggiunto: "Ho già dato incarico al prefetto competente di svolgere nuovi accertamenti in modo da essere pronto al primo Cdm a portare una nuova relazione se gli esiti della prima saranno confermati". Il mancato scioglimento di Fondi ha provocato da tempo forti polemiche a livello locale e nazionale. Il senatore dell'Idv Stefano Pedica, per protesta, ha interrotto nei giorni scorsi una conferenza stampa del ministro dell'Istruzione Gelmini. E ha esposto davanti a Palazzo Chigi uno striscione con la scritta "Fuori la mafia dalle istituzioni".

Le parole di Berlusconi hanno fatto infuriare Antonio Di Pietro. "Il premier fa finta di dimenticare che lo scioglimento del Comune è stato richiesto dal prefetto Frattasi circa un anno fa: cinquecento cartelle che provano l'intreccio tra mafia, politica e comitati d'affari, con 17 arresti. Ma questi signori ministri, che oggi sostengono davanti alle telecamere di battersi contro la mafia, fanno l'esatto contrario: premiano i malavitosi e condannano i cittadini di Fondi a convivere con la mafia. Così è sempre più chiaro a tutti da che parte sta chi ci governa".

Il capogruppo pd all'Antimafia, Laura Garavini ha presentato nei giorni scorsi un'interrogazione al ministro dell'Interno. La Garavini chiede informazioni "sulla società che ha sede a Fondi denominata SILO srl, della quale sono soci l'attuale sindaco di Fondi, Luigi Parisella, il senatore Pdl, Claudio Fazzone e tale Luigi Peppe. Detta società, che dovrebbe occuparsi di lavorazione di prodotti agricoli, è di fatto inattiva ma possiede una struttura industriale situata in un'area interessata da una variante urbanistica detta Pantanello, che ha inciso significativamente sul valore del capannone della Silo come di altri capannoni presenti in zona. Il signor Luigi Peppe, oltre ad essere cugino del sindaco, è fratello di Franco Peppe, soggetto in rapporti certi con la famiglia Tripodo, ed in particolare con Antonino Venanzio Tripodo. Il quale, secondo alcuni collaboratori di giustizia, avrebbe usato per la consegna di armi a soggetti appartenenti al clan camorristico dei "casalesi" una automobile intestata proprio a Franco Peppe".

Anche l'associazione nazionale dei prefetti ha protestato contro il mancato scioglimento del comune di Fondi.

(15 agosto 2009)

martedì 2 giugno 2009

Ministri, portaborse e amici triplicato il numero dei decolli


di ALBERTO CUSTODERO


Dopo la stretta sui voli di Stato data dal governo Prodi, il governo Berlusconi allarga a amici e portaborse la platea delle persone che possono essere ospitate sugli aeromobili dell'Aeronautica militare. "Nel confronto dei primi 4 mesi del 2008 e quelli del 2009 - denuncia Roberta Pinotti, responsabile Difesa del Pd - il numero dei voli di stato è quasi triplicato: da 150 ore di volo mensili si è passati a 400".

Il trasporto di Stato è a disposizione delle più alte cariche: presidenti della Repubblica, della Camera, del Senato, presidente del Consiglio e della Corte Costituzionale. In più, gli ex presidenti della Repubblica. Nel 2007, dopo la polemica nata dall'utilizzo di un aereo di Stato per raggiungere il Gran Premio di Monza da parte degli allora ministri Francesco Rutelli e Clemente Mastella, ai "voli blu" era stata impressa un'ulteriore stretta, con l'esclusione di ministri, viceministri, sottosegretari, dirottati su aerei di linea. Con quelle misure di austerity, le ore di volo dal 2005 al 2007 avevano registrato una riduzione del 45 per cento, i costi erano scesi da 50 milioni di euro a 28.

Ad autorizzare i decolli era, con il precedente governo, l'Ufficio Voli di Stato che si trova alla presidenza del Consiglio, attraverso il segretario generale, previa la firma del sottosegretario delegato Enrico Micheli. Oggi l'ufficio è lo stesso, e la delega è stata assegnata a Gianni Letta.

Oggi, però, il regime per l'uso dei voli di Stato è cambiato. Il 25 luglio 2008 una direttiva del presidente del Consiglio abroga il giro di vite disposto dal suo predecessore e disciplina un nuovo regolamento. Estendendo l'ingresso agli aerei dell'Aeronautica militare pressoché a chiunque. L'ampliamento è talmente discrezionale che il Codacons, una delle associazioni di consumatori, ha fatto ricorso al Tar. Il Tribunale amministrativo ha respinto l'annullamento per motivi d'urgenza, riservandosi di decidere nel merito.

La svolta di Berlusconi sui voli di Stato è nel comma due dell'articolo 5, che modifica radicalmente la normativa rispetto al governo Prodi. Il titolo è "Ammissione a bordo degli aeromobili di Stato". Con questa norma si autorizza a salire sugli aerei militari "personale estraneo alla delegazione", ma accreditato su indicazione dell'Autorità "anche in relazione alla natura del viaggio, al rango rivestito dalle Personalità trasportate alle esigenze protocollari ed alle consuetudini, anche di carattere internazionale".

Questa modifica, secondo il presidente Codacons Carlo Rienzi, "permette un uso discrezionale sui modi d'uso degli aeromobili di Stato". Chiunque potrebbe essere autorizzato. Anche il cantautore napoletano Mariano Apicella, amico del premier? Se la sua presenza è autorizzata dall'Autorità, se costituisce una "consuetudine" ed è compatibile "alla natura del viaggio" (e se Gianni Letta controfirma), secondo la direttiva Berlusconi, il cantautore Apicella ha tutti i diritti di volare a spese dei contribuenti sui voli del 31esimo Stormo.

(1 giugno 2009)

martedì 12 maggio 2009

Maroni, la passione delle ronde.Nel '96 reclutava le Guardie padane




di ALBERTO CUSTODERO


Da reclutatore della ronde della Repubblica Federale della Padania a regolarizzatore delle ronde della Repubblica Italiana. Dalle carte, in parte inedite, dell'indagine svolta nel '96 dall'allora procuratore di Verona Guido Papalia sulla secessione leghista è possibile ricostruire nei dettagli l'iperbole politica di Roberto Maroni passato da "portavoce" del comitato provvisorio di liberazione della Padania, nel 1996. A ministro dell'Interno in carica del terzo Governo Berlusconi.

L'indagine del procuratore Papalia contro tutto lo stato maggiore della Lega Nord aveva per oggetto la secessione ("la loro intenzione di disciogliere l'unità dello stato"), e le ronde padane (la Guardia nazionale padana e le "camicie verdi, aventi all'evidenza caratteristiche paramilitari"). E' tutt'ora pendente resso il gip veronese in attesa che la Consulta si pronunci su un conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato per l'uso che la procura veronese ha fatto delle intercettazioni telefoniche di alcuni parlamentari leghisti. In questa inchiesta sulla "costituzione, il 14 settembre del '97, a Venezia, di un governo della Padania" (da allora mai disciolto) il cui presidente del consiglio risultava Maroni, sono attualmente ancora indagati tre ministri leghisti del governo Berlusconi: lo stesso Maroni, il ministro per le Riforme e leader leghista Umberto Bossi, e il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli.

Da quei documenti giudiziari che portano il timbro della procura di Verona, emergono dal passato dettagli e particolari che acquistano oggi nuovi significati soprattutto se riletti alla luce del dibattito di in corso sul ddl sicurezza. E sulla determinazione della Lega Nord a porre oggi la fiducia sul pacchetto di norme fra cui spicca, non a caso, la regolarizzazione su tutto il territorio nazionale delle ronde.

Le carte della procura di Verona testimoniano che Maroni, tredici anni fa, era il "portavoce" del "Comitato di liberazione della Padania" il cui statuto prevedeva "la non collaborazione, la resistenza fiscale e la disobbedienza civile" come "forma di lotta democratica per garantire il diritto di autodeterminazione dei popoli". E che si avvaleva delle "camicie verdi" per garantire il "servizio d'ordine organizzato nell'ambito dei territorio della Padania".

Oggi Maroni è il ministro dell'Interno della "tolleranza zero" che - contro il parere di tutti i sindacati dei poliziotti che lo accusano, come dice Enzo Letiza del'Anfp, di "togliere il monopolio dell'ordine pubblico alla Polizia e di stornare fondi dalle forze dell'ordine ai volontari della sicurezza" - vuole legittimare tutte le ronde d'Italia. Comprese forse anche quelle di cui nel '96 era reclutatore e responsabile: la "Federazione della Guardia nazionale padana" e le "camicie verdi" (tutt'ora esistenti e operanti nelle realtà del Nord nell'ambito della Protezione civile, seppure con la faccia più presentabile di onlus).

Secondo l'atto costitutivo in origine di questa Federazione - presente fra le migliaia di carte processuali - sottoscritto da Maroni, Gnutti e Bossi, uno degli scopi della Gnp era "proporre l'esercizio del tiro a segno come momento di pacifico riferimento storico, come attività sportiva, di svago e motivo di aggregazione sociale". Non a caso, nei moduli di iscrizione alla Gnp era prevista la domanda sul possesso di porto d'armi da parte dell'aspirante. Tiro a segno e porto d'armi, tuttavia, non si spiegano di fronte al dettato dell'art. 2 comma "d" che mette tra i princìpi ispiratori delle Guardie padane: "... il rifiuto di ogni attività che implichi anche indirettamente il ricorso all'uso delle armi o della violenza".

In sostanza, il Maroni ministro dell'Interno potrebbe legittimare, oggi - fra le tante ronde sparse un po' ovunque per il Paese - anche l'ex servizio d'ordine del governo provvisorio della Padania di cui era membro e portavoce, oggi onlus.

Che fosse proprio lui il reclutatore della Gnp, del resto, emerge con inoppugnabile chiarezza da una pagina spuntata dai trenta faldoni stipati nell'ufficio del gip di Verona.

Si tratta di una lettera del 7 ottobre del '96, firmata a mano "affettuosi saluti padani, Roberto Maroni", nella quale l'attuale ministro dell'Interno annunciava che per la costituzione della Gnp erano arrivate talmente tante domande, "che il governo Provvisorio della Repubblica Padana ha proceduto nel giro di pochi giorni alla costituzione di 19 Compagnie provinciali".

"Per consentire tale reclutamento - si legge ancora in quella lettera di Maroni - il Governo padano ha approvato una campagna di reclutamento di volontari in tutte le provincie". "Attenzione - ammoniva poi - La domanda di adesione alla Gnp deve essere trasmessa al goverrno via fax e nessuna scheda dovrà essere conservata all'interno della sezione della Lega Nord. La Gnp riveste carattere strategico per il futuro della Padania". Che cosa fosse in realtà quel carattere strategico della Gnp lo chiarirà, il 22 settembre del '96, Irene Pivetti, ex presidente della Camera leghista, al procuratore Papalia che la interrogò come teste.

"Bossi mi spiegò - verbalizzò la Pivetti - cosa significasse per lui la Guardia nazionale Padana: "quando un popolo si sveglia, mi disse, ha bisogno del suo esercito". La regolarizzazione delle ronde che la Lega farà passare ponendo oggi la fiducia alla Camera è questione antica. Ci aveva già provato nel '96 con la Repubblica Padana. In un documento acquisito il 13 gennaio del '98 dalla Questura di Pavia c'è infatti una "proposta di legge d'iniziativa del governo della Padania" rivolta al suo Parlamento. E intitolata "norme per la costituzione della Guardia nazionale Padana e per il riconoscimento delle associazioni volontarie di prevenzione e controllo della sicurezza dei cittadini e del territorio denominato Guardia nazionale Padana".

Ciò che a Maroni non riuscì nel '97 quando era portavoce del Governo Provvisorio della Repubblica Padana, gli potrebbe riuscire in questi giorni, dieci anni dopo, come ministro dell'Interno della Repubblica italiana.

(12 maggio 2009)







domenica 26 aprile 2009

Immigrati trattenuti fino a 6 mesi. Maroni risuscita la norma bocciata


di ALBERTO CUSTODERO

Accordo raggiunto nel centrodestra per portare da 2 a 6 mesi la permanenza nei centri di accoglienza per identificare - e poi espellere - i clandestini, in particolare quelli che rifiutano di dare le proprie generalità. Lo ha annunciato, ieri, il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, che 18 giorni fa, l'8 aprile, aveva dovuto incassare, anche grazie a una ventina di franchi tiratori del Pdl, la bocciatura dell'articolo 5 del decreto legge che prevedeva di portare a 180 giorni il periodo di permanenza degli stranieri nei Cie. Maroni, annunciando per domani un incontro con la maggioranza per dare il via libera al ddl sicurezza, ha spiegato che la norma dei 6 mesi (insieme a quella sulle ronde), sarà inserita nel disegno di legge sicurezza in discussione alla Camera che "dovrebbe entrare in vigore - ha precisato il ministro - entro un paio di mesi".

La bocciatura del dl dell'8 aprile aveva reso "furibondo" il titolare del Viminale: "È stata messa in discussione - ha detto - l'impianto delle politiche di contrasto all'immigrazione del governo. Uno dei motivi per cui i migranti preferiscono l'Italia è il fatto che nel nostro Paese stanno 2 mesi nei Cie, a Malta 18 mesi". "È un vero e proprio indulto dei clandestini", aveva affermato il ministro dell'Interno, prontamente "smentito" dal ministro della Difesa, Ignazio La Russa: "Nessun indulto, ma l'effetto sarebbe certamente un grave danno per l'Italia".

E l'effetto della mancata estensione a 6 mesi si verificherà il 27 aprile, come ricordato ieri dallo stesso Maroni: "Domani - ha detto - saranno liberati 1038 clandestini che si trovano già da 2 mesi nei Cie in attesa di identificazione ed espulsione. Nelle prossime 2 settimane, ne usciranno altri 277". "Sarà la "festa della liberazione" dei clandestini - ha dichiarato, ironizzando sul 25 Aprile, il capogruppo leghista dei deputati, Roberto Cota - non si tratta di questione di bandiera politica, ma di salvaguardia della sicurezza della gente".

"Con 6 mesi i Cie diventano "prigioni" - replica Laura Garavini, capogruppo Pd all'Antimafia - non tutti i clandestini sono delinquenti. Maroni e Cota vogliono far passare l'assioma secondo cui l'Italia non è sicura a causa degli stranieri irregolari, tacendo sul vero problema della mancanza di sicurezza: la criminalità organizzata nostrana. Maroni, con la Lega, ha alimentato paure in campagna elettorale. Ora che, come ministro dell'Interno, gli sta fuggendo di mano il timone della sicurezza, sta dando segni di nervosismo".

(26 aprile 2009)

lunedì 6 aprile 2009

Polizia, i sindacati attaccano Maroni. "Taglia i fondi a noi e aiuta le ronde"


di ALBERTO CUSTODERO

"I DATI forniti da Roberto Maroni sul finanziamento alla Polizia sono errati. Hanno tagliato le risorse per l'acquisto degli etilometri, le indennità per gli straordinari e perfino ridotto i fondi per l'assistenza spirituale agli agenti. Altro che aumento del dieci per cento rispetto al governo Prodi".

Mentre oggi entra nel vivo il dibattito alla Camera sul dl antistupri (proseguirà fino a mercoledì), arriva un doppio attacco al ministro dell'Interno, che nei giorni scorsi aveva detto: "Di tutto ci possono accusare, salvo di aver tagliato i fondi per la sicurezza". La prima critica è dei sindacati di polizia, che contestano i numeri del titolare del Viminale sull'incremento degli stanziamenti. La seconda, della capogruppo pd in commissione Antimafia, Laura Garavini, che accusa Maroni di "finanziare le ronde e di smantellare le forze dell'ordine sul territorio, facendo così un regalo alle mafie".

Il segretario democratico Dario Franceschini oggi pomeriggio, prima del dibattito alla Camera, incontrerà simbolicamente i sindacati di polizia e quelli confederali proprio a piazza Montecitorio.
Maroni, nei giorni scorsi, s'era difeso dagli attacchi alla sua politica definendoli "strumentalizzazioni fatte ad hoc da alcuni esponenti della sinistra". E aveva "sfidato" a dimostrare il contrario.

In realtà, il colpo più duro al Viminale lo sferrano gli stessi sindacati di polizia, inferociti dal combinato disposto dei tagli alle forze dell'ordine, e dagli stanziamenti indiretti a favore delle ronde. "A noi riducono i fondi - tuonano i sindacati - mentre Maroni elargisce cento milioni alle ronde attraverso un finanziamento ai sindaci". Enzo Letizia, del sindacato funzionari di polizia, e il suo collega Giuseppe Tiani, del Siap, dopo la dichiarazione di Maroni "sull'aumento del 10 per cento rispetto al 2008", hanno raccolto la "sfida" mettendosi a studiare a fondo il bilancio del Viminale. E la conclusione del loro studio smentisce quanto dichiarato dal ministro dell'Interno: "I numeri forniti da Maroni - dicono - sono errati". Ecco dove si annida "l'errore".

"Il finanziamento 2009 per il Dipartimento della Pubblica Sicurezza - dicono Letizia e Tiani - è di 7.785.817.158. Quello del 2008, di 7.136.463.224, l'incremento di cui parla Maroni è dunque di 649.353.934". Analizzando il bilancio capitolo per capitolo, i due sindacalisti hanno scoperto che "l'aumento della spesa del personale del Viminale (aumenti contrattuali, assunzioni del governo Prodi, progressioni di carriera), ammonta a 623.184.444.

"Si può affermare, dunque, che questo aumento è rappresentato esclusivamente da spese obbligatorie che qualunque governo, per l'anno in corso, avrebbe dovuto impegnare". Dei restanti 26.169.490 euro, 24.872.221 sono assorbiti, però, dal semplice aumento delle imposte sulle indennità accessorie. Pertanto, sostengono i due poliziotti, "la differenza tra i fondi alla polizia di Prodi e quelli di Berlusconi si riduce a soli 1.297.269, senza contare che altri 186 milioni che il precedente governo aveva accantonato per quest'anno sono stati cancellati da Maroni".

"Paradossalmente - osservano Letizia e Tiani - le tasse sugli stipendi aumentano mentre si riducono le varie indennità, tra le quali, scandalosamente spicca un meno 15.880.483 euro per lo straordinario, e un meno 16.094.383 per l'indennità di ordine pubblico, pur sapendo che nel prossimo luglio si svolgerà il G.8".
Il cahier des dolèances dei sindacati continua: "Le spese di missione - dicono - sono state ridotte di 7.485.496 euro a fronte di un aumento delle attività investigative, di ordine pubblico e di rimpatrio dei clandestini. È stata persino ridotta la già esigua spesa per l'assistenza spirituale di 178.580 euro. E grida vendetta la riduzione per l'acquisto degli etilometri per la stradale da 1.258.698 euro a 544.953: altro che tolleranza zero per le stragi del sabato sera".

Contesta il bilancio della sicurezza anche la capogruppo pd della Commissione Antimafia, che, nei giorni scorsi, ha audito Maroni. "Con questo governo - dice la deputata Laura Garavini - si parla solo di scippi, assalti in villa e piccola criminalità. Ma non si parla del problema più grave del nostro Paese in materia di sicurezza: della criminalità organizzata". "È un paradosso - aggiunge la capogruppo Pd - smantellare le forze dell'ordine sul territorio e finanziare le ronde che non evitano alcuno stupro, e meno che meno possono fare qualcosa per evitare che le mafie si impossessino di intere parti del Paese: chiudere le stazioni di polizia, togliere le volanti, ridurre le forze dell'ordine è un regalo alle mafie".

(6 aprile 2009)

sabato 7 marzo 2009

Polizia, mancano i soldi, ferma un'auto su tre


di ALBERTO CUSTODERO

ROMA - Non ci sono soldi per le forze dell'ordine e le macchine della Polizia sono ferme. Una su tre, con punte di una su due a Torino. Ma ogni città è in difficoltà.

A Milano mancano 600 agenti, 257 auto sono ferme perché mancano i fondi per le riparazioni. E le violenze sessuali sono il 50 per cento in più rispetto a Roma. A Parma in questura mancano anche i soldi per le pulizie. A Palermo le auto guaste sono 140, e così quelle sul territorio sono state dimezzate: da 25 a 12, che si riducono a sei nel turno di notte in una città con un milione di abitanti, e la mafia. A Torino, invece, la banca dati interforze funziona in modo sporadico rendendo difficoltosi il rilascio dei passaporti, i permessi di soggiorno e i controlli delle targhe. A Bari il 50 per cento degli automezzi è fermo.

L'elenco della sicurezza al collasso in Italia è lungo, e non si ferma qui. A lanciare un nuovo allarme, ieri, è stato il presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati, all'indomani dell'ultima violenza sessuale subita da una studentessa di 14 anni. L'attacco alla politica della sicurezza del governo Berlusconi questa volta viene dal Nord. Ed è Penati a sfidare in casa il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, che, presentando qualche giorno fa il dl antistupri, ha indicato proprio Milano - e i suoi City Angels - come modello per regolamentare le ronde. "Chiedo al prefetto - tuona il presidente della Provincia - di convocare il comitato sicurezza invitando anche Maroni per parlare di adeguamento organici". "Se non arriveranno nuovi agenti - è la sua minaccia - chiederò al sindaco Letizia Moratti di organizzare una manifestazione in città".

Il controllo dell'ordine pubblico, per Penati, "non è di destra, né di sinistra". "Ma il centrodestra - ricorda Enzo Letizia, del sindacato funzionari di polizia - ha sfruttato il sentimento di insicurezza fra la gente promettendo di stanziare più soldi per le forze dell'ordine. Una volta al governo, però, non s'è fatto scrupolo di tagliare alla voce 'ordine e sicurezza pubblicà 254 milioni per il 2009, 270 per il 2010, e 480 per il 2011. Un miliardo nel triennio".

Una autorevole conferma a questo drammatico quadro - che contraddice il governo che parla di aumento di fondi - del resto, arriva dagli stessi uffici del Viminale. E' la Direzione centrale per le risorse umane del dipartimento pubblica sicurezza, questa volta, in una recente circolare, a invitare tutte le questure d'Italia a risparmiare sui costi delle indagini in quanto "la decurtazione degli stanziamenti per il capitolo delle missioni è stato, per il 2009, particolarmente rilevante". Il questore di Palermo, a causa di queste "progressive e consistenti riduzioni delle risorse finanziarie determinata dalla politica di rigore del governo", è stato costretto a fissare, per le indagini antimafia, un tetto mensile di spesa per missioni di 33 mila euro.

(7 marzo 2009)