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domenica 1 gennaio 2012

Napolitano, plauso di Berlusconi e Pd La Lega: è come Cetto La Qualunque




Molti applausi, qualche distinguo, e gli insulti di Calderoli. Sono queste le reazioni al discorso di fine anno di Napolitano, un intervento in cui il capo dello Stato ha parlato di crescita, unità, sacrifici e futuro. L’ex premier Silvio Berlusconi, secondo quanto si è appreso, è stato tra i primi a chiamare il presidente della Repubblica per fargli gli auguri di buon anno ed esprimere apprezzamento, Apprezzamento anche da Pierluigi Bersani: «In tutto il discorso del presidente c’è un richiamo appassionato all’idea di comunità, al destino comune degli italiani. Bisogna corrispondere a quel richiamo con giustizia, solidarietà e con coraggio- spiega il segretario Pd-. Non sarà un anno facile. Per quello che ci compete a noi faremo come dice il presidente: ci metteremo tanto impegno, tanta responsabilità e tanta fiducia».

«Un discorso alto, realista, coraggioso e onesto - dice il presidente del Senato,
Renato Schifani -. Istituzionalmente impeccabile. Nelle parole del Presidente Napolitano emerge un forte richiamo alla capacità del nostro Paese di superare, come in passato, momenti difficili attraverso le sue articolazioni sociali, politiche ed istituzionali".

Maurizio Gasparri parla di una certa «ritualità» nel discorso di Napolitano e polemizza col governo: «Sacrifici oggi per l'Italia di domani. Ma fiducia in noi stessi. Mi auguro - dice il capo dei senatori pdl - che anche il governo attuale trovi la tensione ideale che Napolitano ha espresso e che a Palazzo Chigi oggi non abbonda».

«Futuro e libertà - annuncia il vicepresidente Fli,
Italo Bocchino - garantisce quel coraggio civile richiesto ai partiti dal Capo dello Stato per cambiare un Paese che non può sottrarsi a una ormai improcrastinabile stagione di cambiamento. In particolare va accolto il monito sullo Stato che è cresciuto troppo e spende troppo, in maniera incontrollata e insostenibile. Serve pertanto un taglio draconiano della spesa pubblica improduttiva». «Il Presidente Napolitano, come sempre, indica al Paese la via maestra da seguire - afferma il segretario dell'Udc, Lorenzo Cesa - . Il suo discorso richiama tutti noi, ognuno per il proprio ruolo, ad assumere un atteggiamento di grande responsabilità di fronte al difficile momento che stiamo attraversando. E nello stesso tempo ci ricorda valori imprescindibili: la coesione nazionale, la solidarietà sociale e tra generazioni, il dialogo tra le parti, presupposti essenziali per costruire insieme un programma di rilancio e di sviluppo economico».

Durissimo il commento di
Roberto Calderoli, senatore della Lega: «Sembra il discorso di 'Cetto la qualunque', un messaggio tratto dal film 'Qualunquemente'. Per contenuti ricorda la conferenza del premier Monti: un libro dei sogni con tanti luoghi comuni». Calderoli accusa il capo dello Stato di aver fatto un panegirico del governo Monti e conclude: «La cosa che più mi ha dato fastidio è che non c'è nessun accenno al federalismo: questa è una colpa!. Penso che ormai l'Italia sia il passato e il futuro sia la Padania». Più cauto Roberto Maroni, secondo il quale «è condivisibile nell'analisi» di Napolitano per quanto riguarda ciò che è successo, ma sul resto «si è espresso dal capo del governo». «Tutti gli italiani devono essere grati al presidente Napolitano - commenta Gianfranco Fini, presidente della Camera - per aver indicato la via per un futuro migliore: essere davvero una comunità nazionale che oggi come ieri mostra nei momenti più difficili della propria storia di sapersi unire per raggiungere l'obiettivo. Sono certo che l'appello del presidente della Repubblica non cadrà nel vuoto, perchè gli italiani riconoscono il lui una guida morale».

«Forte apprezzamento» per le parole del presidente è stato espresso da Susanna Camusso, segretario generale della Cgil. Per
Antonio Di Pietro, leader dell'Italia dei valori, il discorso del presidente è stato «sostanzialmente condivisibile». Critiche dalla sinistra. «Il discorso di Giorgio Napolitano risulta esser fatto dal presidente di una colonia franco-tedesca - dice Marco Rizzo, segretario dei comunisti italiani -. Il paradosso è che dopo aver celebrato in pompa magna i 150 anni dell'Unita d'Italia ci troviamo ad esser privati della sovranità nazionale a favore del nuovo potere del capitalismo neo-carolingio targato unione europea».

Detenuto s'impicca a Torino




Un detenuto nel carcere delle Vallette, a Torino, si è tolto la vita impiccandosi in cella con una corda rudimentale. È successo ieri sera intorno alle 22.30.

Il suicida, secondo quanto si apprende, è Aurel Contrea, un romeno di 26 anni in attesa di giudizio. Arrestato per furto, era recluso nella sezione «Rugby» del blocco E.

«La polizia penitenziaria - commenta Leo Beneduci, segretario generale del sindacato Osapp - è sempre più sola nel fronteggiare questo tipo di emergenze e, purtroppo, sempre meno in grado di risolverle. Avremmo voluto che nel 2012 il governo avesse varato misure veramente risolutive, e non i palliativi che lasciano le cose come stanno. Comprese le morti nelle carceri».

sabato 31 dicembre 2011

Hormuz, l'Iran mostra i muscoli "Presto test missilistici nel Golfo"




La Marina militare iraniana ha smentito di aver testato oggi razzi di lunga gittata nel Golfo Persico, come aveva precedentemente annunciato l’agenzia di stampa Fars. «Il lancio di missili avverrà nei prossimi giorni», ha spiegato l’alto comandante della Marina Mahmoud Mousavi all’emittente Press Tv.

Gli esercizi navali coincidono con un periodo di grandi tensioni tra l’Occidente, Usa in particolare, e l’Iran per il programma nucleare di Teheran. Martedì l'Iran aveva minacciato di chiudere lo Stretto di Hormuz, rotta chiave per il transito del greggio, se fossero state imposte nuove sanzioni.

Intanto il ministro del petrolio ha annunciato che il prezzo del greggio aumenterà di duecento dollari a barile se verranno imposte nuove sanzioni sulle esportazioni di petrolio per il controverso programma nucleare.  «Senza dubbio il prezzo del greggio aumenterà drammaticamente se le sanzioni verranno imposte sul nostro petrolio - ha dichiarato il ministro Rostam Qasemi - L’aumento raggiungerà almeno i 200 dollari a barile».

E la Cancelliera disse "Rispettate gli impegni"




ANTONELLA RAMPINO

C’ è da immaginarselo Giorgio Napolitano col «Wall Street Journal» tra le mani, mentre legge di se stesso che prende ordini da Angela Merkel. E ordini espressi, nella ricostruzione offerta dalla bibbia del liberismo angloamericano, con un linguaggio alla Di Pietro: che aspetta, presidente, a liberarci di Silvio Berlusconi? Naturalmente, nessun Capo di Stato si sogna di impartire né di prendere ordini, nemmeno quando si è tutti sulla stessa barca e quella barca rischia il naufragio, ed è infatti con una certa nonchalance che poi il Colle precisa in una riga: «Angela Merkel non ha mai chiesto la sostituzione di Berlusconi». Napolitano ha una vena di napoletanissima ironia, e se dire che la lettura lo ha divertito sarebbe troppo, di certo ha trovato la cosa buffa assai.

Com’è ovvio, i cerimoniali e i rituali tra le supreme sfere delle Nazioni non prevedono ingiunzioni, richieste perentorie, prescrizioni e diktat. E solo il pragmatismo del giornalismo all’americana, e che per una volta avrà fatto rimpiangere a Napolitano perfino i famigerati «retroscena» italiani, poteva arrivare a concludere d’un colpo quale fosse il vero scopo della telefonata della Cancelliera. La frase poi non si presume nemmeno sia stata pronunciata: nel testo c’è, ma non tra virgolette. E allora?

Il linguaggio della politica internazionale è indiretto, articolato, e non per questo meno incisivo. «La Stampa» ha ricostruito, con fonti diplomatiche internazionali e testimoni oculari, e i racconti collimano. «Presidente, noi vogliamo l’Italia nell’euro, ma occorre che l’Italia faccia la propria parte», dice Merkel che aveva aperto la telefonata spiegando a Napolitano di aver esposto le proprie preoccupazioni già a Berlusconi, che non era riuscito però a dissipare i suoi dubbi.

E’ indubbiamente una serata molto fredda quella del 20 ottobre a Roma, ma sono, soprattutto, giorni - settimane, mesi - di grande freddo tra Paesi fondatori: Francia e Germania non riconoscono più l’Italia, non ricevono più l’Italia a consulto, al capezzale del grande malato, l’euro, che inquieta anche un altro Presidente, al di là dell’Atlantico. Il giorno prima, come registra anche il «Wall Street Journal», Merkel e Sarkozy hanno disputato a lungo, l’insistenza del Presidente francese perché la Bce intervenga a salvataggio dei debiti sovrani che mettono a rischio l’euro ha irritato non poco la Cancelliera. Che porta su di sé il peso della guida dell’Eurozona, e che si lascia andare spesso, infatti, a esclamazioni di insofferenza verso il collega.

E quella frase, quell’affermazione con la quale Angela Merkel chiude quella mezz’ora al telefono con Napolitano, è l’unica che non termini con un punto interrogativo. Ce la farà l’Italia a tener fede alle misure disposte in seguito alla lettera della Bce? Ce la farà a stare in sella il governo, con un solo punto in più di maggioranza? Ce la farete a rispettare gli impegni presi sul debito pubblico e la crescita? E a ruota - come il Wsj non ricorda - a rivolgergli più o meno le medesime questioni fu anche il presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker.

E occorre ricordare lo scenario nel quale quella e molte altre telefonate arrivano al Colle: all’ultimo Consiglio europeo, Berlusconi ha ripetuto davanti a tutti i leader che in Italia la crisi economica non c’è, «va tutto bene, gli alberghi e i ristoranti sono pieni». I leader sopportano, sconcertati, fino al consiglio di Cannes, ovvero sinché non sono i mercati a picchiare duro: Berlusconi si trova messo all’angolo da Merkozy. «Sono stati senza pietà», riferisce un testimone oculare. La minaccia è di un commissariamento da parte del Fondo Monetario Internazionale. E ciò nonostante, durante il vertice, a tratti Berlusconi schiaccia un pisolino. L’allarme al Quirinale è massimo, e Napolitano in tutti i contatti, con Merkel, Wulff, Barroso, Juncker, Sarkozy, e anche a un certo punto Obama, ripete un mantra: «L’Italia rispetterà gli impegni che ha assunto». L’Italia. Alla cui credibilità Napolitano ha fatto da baluardo e garante, come riconosce persino il «Wall Street Journal».

giovedì 22 dicembre 2011

Sì alla fiducia, la manovra è legge Monti: Italia a testa alta in Europa




Via libera dell'Aula del Senato alla manovra economica varata dal governo Monti e alla fiducia posta dall'esecutivo sul provvedimento. I sì sono stati 257 e i no 41 (Lega e Idv). Il decreto diventerà legge dello Stato dopo la firma del capo dello Stato e la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale.

Hanno votato contro i senatori di Lega, Idv, Svp e Uv nonchè Esteban Caselli (Pdl). Fra gli assenti Ciarrapico, l’ex Guardasigilli Palma, Mantovani, Fazzone, Longo, Paravia (Pdl), Filippi, Poli Bortone e Menardi (Coesione nazionale), Oliva (Mpa), Contini e Digilio (Fli), Musi, Crisafulli, Zavoli e Randazzo (Pd). Assenti anche i senatori a vita Andreotti, Ciampi, Levi Montalcini, Pininfarina, Scalfaro.

La cosiddetta "fase due", quella per rilanciare lo sviluppo del Paese «è gia' iniziata, era dentro la fase uno e ora proseguirà a grande velocità», ha detto Monti rispondendo ai giornalisti dopo il voto di fiducia. Prima del sì al decreto da parte del Senato, il premier è intervenuto in aula per difendere le scelte compiute e per fare il punto sulla navigazione del governo in vista di quella «fase due» che dovrebbe rilanciare la crescita dell’economia: «La manovra anti-crisi mette l’Italia in condizione di affrontare a testa alta la gravissima crisi europea». Il messaggio che Monti ha voluto inviare è all’impronta della fiducia sulla tenuta del debito pubblico italiano. Il premier ha poi rivolto un appello agli italiani: «È essenziale che gli italiani sottoscrivano i bot e i cct, dobbiamo avere fiducia in noi stessi».

Monti non è sembrato troppo preoccupato dalle fibrillazioni che provengono dai partiti che lo appoggiano. Poi si è riferito all’evocazione delle elezioni da parte di Berlusconi con ironia: «L’appoggio che sto ricevendo - ha detto senza mai citare il suo predecessore - è molto più grande di quello che i partiti a volte dichiarano. Capisco che i colloqui con il presidente del consiglio , che sono di grande appoggio e stimolo, vengono poi presentati all’esterno dal punto di vista del veto o della forte pressione. Capisco le forti esigenze che spinge i partiti a prospettare in questo modo la situazione alle rispettive basi. Lo capisco, non la considero una diminutio. Andiamo avanti così, se questo è utile».

Monti ha ringraziato il Parlamento per il sostegno (assicurando che «non è mai venuto meno il rispetto» verso le Camere) e ha ringraziato i partiti per essersi «piegati» alla necessità di avallare i sacrifici chiesti agli italiani ignorando le pressioni dei loro elettorati e le ideologie di riferimento. E ha aperto alle crescenti richieste di un maggiore coinvolgimento delle forze politiche nella stesura delle misure: «Ogni modalità che ci consente di ascoltarvi in anticipo agevola la nostra azione di governo nell’interesse del paese». Il premier si è sforzato di apparire ecumenico, glissando sulle contestazioni ricevute dalla Lega: «Mi dispiace che gli elettori di una piccola parte di questo Parlamento non possano essere ascoltati perchè le forze che li rappresentano hanno un atteggiamento di opposizione, ma vi assicuro che le esigenze di categorie e di regioni a noi non del tutto ignote sono tenute presenti dal governo».

La fase due, ha spiegato il presidente del consiglio, è già insita nella fase uno. E Monti ha assicurato di non voler procedere sul tema sensibile del mercato del lavoro scavalcando le parti sociali. Sulla fase che ora si apre, «e che avrà come tema chiave il mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali, sarà necessario e possibile procedere con le forze politiche e sociali in modo diverso da quello finora usato perchè il mercato del lavoro richiede per sua natura un maggior dialogo con le parti sociali». Poi ci sarà «un lavoro intenso sul versante della spesa pubblica a partire dall’amministrazione centrale dello Stato, un lavoro non di giorni ma di mesi che porterà a risultati duraturi». Mentre sulle liberalizzazioni saranno fatte «scelte coraggiose» tenendo conto delle indicazioni del Parlamento. «Per superare la crisi - ha detto ancora il premier - è essenziale la credibilità del sistema paese, è necessario che l’economia riprenda a crescere . Abbiamo chiesto sacrifici ma molto inferiori a quello che avremmo dovuto sopportare senza questa azione di contenimento». Ancora una volta Monti ha contestato l’interpretazione secondo cui le misure anti-crisi colpiscono chi già paga le tasse salvando gli altri: «Le nuove imposte, purtroppo necessarie, ma ci siamo concentrati sul patrimonio e sulla ricchezza. Questo rende rituale, ripetitivo e senza fondamento lo slogan "pagano i soliti noti"» «Abbiamo fatto tutto il necessario? Certamente - sottolinea Monti - abbiamo fatto tutto il possibile nel giro di due settimane. Resta un lavoro enorme. Sarà un’opera di lunga lena che il governo intraprenderà e solo in parte attuerà » dice Monti con realismo.

domenica 18 dicembre 2011

Benedetto XVI in visita a Rebibbia "Il sovraffollamento è doppia pena"




«Dovunque c’è un affamato, uno straniero, un ammalato, un carcerato, lì c’è Cristo stesso che attende la nostra visita e il nostro aiuto». Lo ha detto il Papa nel discorso ai detenuti del carcere romano di Rebibbia, che lo hanno accolto con grande entusiasmo e grida di «Viva il Papa».
«Vorrei potermi mettere in ascolto della vicenda personale di ciascuno - ha detto Ratzinger ai detenuti di Rebibbia - ma non mi è possibile; sono venuto però a dirvi semplicemente che Dio vi ama di un amore infinito».

Il «sovraffollamento e il degrado  - ha incalzato Ratzinger - possono rendere ancora più amara la detenzione» e perchè i detenuti non debbano scontare «una "doppia pena"» il Papa chiede alle «istituzioni» di verificare «strutture, mezzi, personale» in relazione alle «esigenze della persona umana», con anche ricorso a «pene non detentive». «So che il sovraffollamento e il degrado delle carceri - ha detto il Papa davanti ai circa 300 detenuti nel carcere di Rebibbia - possono rendere ancora più amara la detenzione: mi sono giunte varie lettere di detenuti che lo sottolineano. È importante che le istituzioni promuovano un’attenta analisi della situazione carceraria oggi, verifichino le strutture, i mezzi, il personale, in modo che i detenuti non scontino mai una "doppia pena"; ed è importante promuovere uno sviluppo del sistema carcerario, che, pur nel rispetto della giustizia, sia sempre più adeguato alle esigenze della persona umana, con il ricorso anche alle pene non detentive o a modalità diverse di detenzione».

Rispondendo alle domande dei detenuti, Benedetto XVI ha auspicato «che il governo abbia la possibilità di intervenire per migliorare la vostra condizione. Il ministro della giustizia ha presente la vostra realtà, e quindi sono convinto che il nostro governo farà il possibile, farà di tutto per costruire una giustizia che vi aiuti a tornare nella società».

Ad accogliere il Santo Padre al carcere di Rebibbia il ministro della Giustizia Paola Severino, che ha letto al Pontefice alcuni passaggi della lettera di un detenuto: «Se aiuteremo la barca di nostro fratello ad attraversare il fiume, anche la nostra barca avrà raggiunto la riva».  «Santità - aggiunge - «commentare una lettera di questo genere non potrebbe che sminuirne i contenuti». Si tratta di poco più di una paginetta in cui «un mondo di sofferenza, solitudine, umiliazione» chiede «ascolto, comprensione, rispetto e soprattutto spirito fraterno», ma «senza pregiudizi o falsi moralismi». Per non perdere la «forza di vivere».

«Da tempo - ha proseguito Paola Severino - ci confrontiamo con dati che testimoniano una situazione di eccezionale difficoltà e disagio e siamo ben consapevoli che tali dati sintetizzano in aride quantificazioni numeriche la terribile condizione di persone che racchiudono nel loro cuore esperienze, sofferenze, speranze».  «Il sistema della giustizia - ha proseguito - deve puntare su riparazione e rieducazione. Pertanto - ha concluso - la custodia cautelare in carcere deve essere disciplinata in modo tale da rappresentare una misura veramente eccezionale».

Berlusconi e il voto a maggio I suoi: “Non è mica matto”




UGO MAGRI
E’ convinzione, ai piani alti della Repubblica, che Monti abbia superato un gigantesco scoglio. E dopo il voto sulla manovra ci sia motivo per ben sperare. Fanno da bussola le parole del Presidente. Napolitano liquida («non so come sono andate le cose») la polemica sulle troppe assenze nel voto di fiducia. Devono dispiacere certo, sono un brutto spettacolo. Però guai a perdere di vista la «grande prova del Parlamento». L’uomo del Colle lo sottolinea in quanto l’esito positivo non era per nulla scontato. E se si parla con i protagonisti della maratona a Montecitorio, si coglie lo stesso stupore, quasi incredulità per l’impresa che tanto a destra quanto a sinistra e al centro ritengono di aver compiuto. Confida un autorevole esponente Pd (a patto di non dirne il nome): «Ci siamo trovati a varare i provvedimenti con un governo ancora senza rodaggio e con una maggioranza composta da partiti che fino al giorno prima si coprivano di insulti. Nonostante ciò», segnala questo personaggio di primo piano, «i tre maggiori partiti sono riusciti non solo a varare misure altamente impopolari, ma addirittura a correggere profondamente il decreto sull’Ici e sulle pensioni, con il governo costretto a seguire la sua maggioranza».

Domani la manovra passa in Senato, dove si annunciano nuove proteste della Lega, ulteriori motivi di tensione che la stampa internazionale non si farà sfuggire. Comunque sia, i senatori non toccheranno nemmeno una virgola del decreto, entro venerdì avrà il timbro del Parlamento. E’ stato inaugurato un metodo, e questo metodo a quanto pare funziona. A dare il là sono i «tre tenori» (
Alfano, Bersani, Casini): i capi-partito si parlano, discutono, trovano l’accordo. Quindi tocca ai capigruppo (Franceschini, Cicchitto, Della Vedova) cantare e portare la croce. Sulla manovra ci sono riusciti al punto da indicare certe vie d’uscita allo stesso governo. Fa testo l’episodio capitato martedì, quando la maggioranza decise di sforbiciare gli stipendi agli alti papaveri ministeriali. Scoppiò l’iradiddio, i capi gabinetto entrarono in rivolta. Piombò in Commissione Giarda (ministro per i rapporti col Parlamento e longa manus di Monti): «Questo taglio non si può fare». Franceschini, racconta un testimone, lo guardò perplesso: «In che senso?». «Nel senso che il governo non è d’accordo», rispose secco il ministro. Sguardo d’intesa fra Cicchitto e Franceschini, che a quel punto sorrise: «Bene, vorrà dire che darete parere contrario, e noi lo approveremo lo stesso...». Il taglio ai burocrati è stato varato, così come è passato in Aula un ordine del giorno della Lega su cui il governo si era espresso contro, ma la maggioranza era d’accordo.

C’è assonanza perfino nel linguaggio. Il centrista Rao: «Riprendere l’iniziativa conviene ai partiti e conviene al governo». «Le formule contano poco, l’importante è che il gatto acchiappi i topi», sfoggia una citazione di Mao il berlusconiano Bonaiuti. A proposito del Cavaliere: nulla di più falso che voglia votare a maggio, «mica è matto» giurano i suoi strateghi, «con questi sondaggi sarebbe un massacro». Se Monti non gli piace, Silvio se lo fa piacere. Un attimo prima che il presidente del Consiglio polemizzasse con lui, alla Camera, Berlusconi stava sussurrando ad Alfano: «Ah, se al posto di Tremonti avessimo avuto lui, non ci saremmo trovati in questo guaio...». Perfino dopo che il Professore l’ha bacchettato, Berlusconi è rimasto impassibile. «Non rispondergli male», ha raccomandato al segretario Pdl che stava per prendere la parola. Sintetizza Quagliariello: «Finché farà bene, da noi Monti non dovrà temere nulla». Quanto al Pd, Enrico Letta ricorda che gennaio e febbraio saranno «mesi da brivido» per le aste sui titoli di Stato. Per una resa dei conti, il momento più sbagliato.

“Bloccare la pillola” La Chiesa in campo con i farmacisti




ANDREA TORNIELLI
A cominciare dal sensibile ridimensionamento del progetto che prevedeva di estendere la vendita dei farmaci di fascia C con ricetta medica nelle parafarmacie e nei supermercati. La categoria dei farmacisti ha infatti trovato Oltretevere un’insperata sponda contro l’iniziativa del governo. Tra i farmaci che sarebbero sbarcati nei supermercati c’era anche la Norlevo, la «pillola del giorno dopo», che impedisce l’annidamento nell’utero dell’ovulo fecondato.

Dalla Santa Sede, conferma a La Stampa un’autorevole fonte vaticana, è partita la pressante richiesta, rivolta al governo e ai parlamentari cattolici, di non portare la Norlevo nei supermercati visti i problemi etici connessi: c’è chi ritiene la pillola soltanto un anticoncezionale, anche se d’emergenza, mentre il Movimento per la Vita ha sempre ribadito come, in caso di concepimento avvenuto, l’effetto della pillola possa definirsi abortivo (anche se non va confusa con la Ru486 che può essere usata solo negli ospedali). Proprio l’Mpv aveva chiesto a tutte le forze politiche e ai «parlamentari dichiaratamente sensibili ai valori “non negoziabili” di agire per modificare questi aspetti della manovra». E la «viva preoccupazione» vaticana è giunta a destinazione ed è stata presa in considerazione.

Altre iniziative sono arrivate dalla Chiesa italiana. Non solo attraverso gli editoriali, le inchieste e le richieste puntualmente messe in pagina dal quotidiano «Avvenire» diretto da Marco Tarquinio, sul quoziente familiare, l’equità, l’indicizzazione delle pensioni, il sostegno al lavoro e alle imprese. A intervenire, seppure in termini generici di auspicio, è stato anche il presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Angelo Bagnasco, che ha invitato a dare un segnale in favore delle famiglie. In questo caso però decisivo è stato il lavoro dei parlamentari di Pdl e Udc, che ha portato alla detrazione per il pagamento dell’Imu (l’ex Ici) sulla prima casa aumentata di 50 euro per ciascun figlio sotto i 26 anni, senza legare lo sconto sulla tassa al reddito della famiglia, come invece avrebbe preferito il Pd. È un’applicazione del «quoziente familiare» alla tassa sulla prima casa nuovamente reintrodotta da Monti dopo l’abolizione decisa dal governo Berlusconi.

Venerdì la Chiesa italiana, insieme a tutti gli enti «no profit», ha tirato un sospiro di sollievo anche per l’approvazione di un ordine del giorno relativo alle polemiche delle ultime settimane, culminate nella raccolta di adesioni online per abolire l’esenzione Ici-Imu agli immobili ecclesiastici promossa dalla rivista MicroMega. Il Parlamento ha infatti respinto due ordini del giorno, presentati rispettivamente dai radicali e dall’Idv, e ne ha invece approvato uno presentato da Pdl e Pd con il quale l’esecutivo si impegna «valutare l’opportunità di affrontare e definire, considerato il valore sociale delle attività svolte da una pluralità di enti “no profit” e, tra questi, gli enti ecclesiastici,la questione relativa al pagamento dell’Imu sugli immobili parzialmente utilizzati a fini commerciali».

Al momento della presentazione della manovra, rispondendo a una domanda, Monti aveva risposto che il governo non aveva ancora affrontato la questione. Una settimana fa era intervenuto il cardinale Bagnasco per manifestare la disponibilità della Chiesa a far sì che non possano esistere zone grigie. Anche ieri il presidente della Cei ha ribadito al Corriere della Sera: «Siamo disposti a valutare la chiarezza delle formule normative vigenti, con riferimento a tutto il mondo dei soggetti e delle attività no profit oggetto dell’attuale esenzione». Il cardinale ha anche ripetuto che
«la Chiesa paga l’Ici» e che «eventuali casi di elusione relativi a singoli enti, se provati, devono essere accertati e sanzionati con rigore». Ribadendo però al tempo stesso che l’esenzione «per talune categorie di enti e di attività non è un privilegio» ma «il riconoscimento del valore sociale dell’attività che viene esentata». Le parole dell’ordine del giorno Pdl-Pd appaiono in linea con quanto espresso dal presidente del vescovi.

Il governo riparte con lavoro e liberalizzazioni




ROBERTO GIOVANNINI
Archiviata alla Camera la maximanovra, il governo Monti adesso vorrebbe avere un po’ di tempo per rifiatare e raccogliere le idee. Di tempo non ce n’è: è imminente - anche se non porterà sorprese - la discussione del provvedimento al Senato. E subito dopo ci sarà il lavoro di preparazione del decreto milleproroghe di fine anno, un appuntamento ormai fisso dei lavori parlamentari. Secondo certi osservatori, il «milleproroghe» potrebbe essere il veicolo giusto per nuovi significativi provvedimenti di riforma. Addirittura, una massiccia dose di liberalizzazioni. Ma come spiegano fonti di governo, in questo decreto sarà possibile inserire soltanto modeste correzioni alle misure varate con la maximanovra, aggiustando in aspetti limitati errori o imprecisioni dell’articolato partorito a Montecitorio.

C’è un pesantissimo precedente a suggerire al governo di usare prudenza: l’anno scorso
Giulio Tremonti farcì il «milleproroghe» di molte misure «non proroga». Il presidente della Repubblica Napolitano non gradì, e manifestò pesanti dubbi sulla costituzionalità. Certo è che alcune, limitate, modifiche ci saranno. Alcune le vogliono i partiti, altre sono in pratiche dovute per sciogliere una serie di incertezze e dubbi interpretativi. Della prima lista fa parte il tentativo del Pd di eliminare la penalizzazione per chi va in pensione prima dei 62 anni. Della seconda, un’ambiguità che riguarda le detrazioni per i figli ai fini del pagamento della nuova Imu sugli immobili.

Per vedere un possibile ritorno di fiamma delle liberalizzazioni e per il varo delle altre grandi riforme annunciate da Monti al momento del suo insediamento (ovvero ammortizzatori sociali e mercato del lavoro) invece bisognerà attendere. Probabilmente, almeno la seconda metà di gennaio. Del resto, lo stesso premier ha affermato che le misure finora varate rappresentano «un inizio di un percorso» che proseguirà «nelle prossime settimane con elementi più meditati ed organici». Ora ci sarà spazio invece per un pacchetto di interventi su opere pubbliche, infrastrutture e sostegno alle imprese su cui sta lavorando il ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera.

Un tempo di riflessione, insomma, è necessario. Come spiega il sottosegretario al Tesoro Gianfranco Polillo, «dopo questa prima fase un po’ convulsa adesso bisogna vedere come reagiranno i mercati, e soprattutto il decantamento del quadro internazionale». E poi, perché se finora l’urgenza non ha permesso riflessione e confronto, per riprendere le fila del discorso sulle liberalizzazioni e per avviare la delicatissima partita sulla mercato del lavoro e ammortizzatori sociali sembra farsi strada la volontà di non andarci giù con l’accetta. Ma di cercare piuttosto - almeno nei limiti del possibile - il dialogo per trovare un certo consenso.

Non sarà facile. Anche perché se fuori dal governo c’è chi incita l’Esecutivo ad affondare la spada con coraggio, Monti è consapevole che la strada è assai stretta. E che i provvedimenti vanno presentati in Parlamento con la certezza di non avere brutte sorprese. Per quanto riguarda le liberalizzazioni, nelle stanze di Palazzo Chigi ancora non si è deciso se andare all’assalto all’arma bianca o cercare una collaborazione con le categorie interessate, ad esempio gli ordini. Per quanto riguarda la riforma del mercato del lavoro, per adesso le uniche due certezze sono la volontà di aprire un tavolo di confronto con i sindacati, e soprattutto il percorso metodologico. Ovvero, si partirà prima dalla riforma degli ammortizzatori sociali per chi il lavoro lo ha perso, rischia di perderlo o lo perderà. Per arrivare solo successivamente ad affrontare il nodo dei licenziamenti, insomma dell’articolo 18.

O almeno: queste sono le richieste formulate a Monti e al ministro del Welfare Elsa Fornero dal Pd, che altrimenti si troverebbe in serio imbarazzo nel mandar giù un boccone tanto amaro e indigesto. E forse non ce la farebbe proprio a ingoiarlo. Certamente, spiega il deputato del Pd Pier Paolo Baretta, «una riforma della rete di protezione sociale di fatto renderebbe relativamente marginale la questione dell’articolo 18». Per il momento, i sindacati confederali dicono compatti di no, cosa che porterebbe il Pd ad allinearsi.

Qualcuno già prevede che di mercato del lavoro se ne parlerà solo in primavera. Sempre a primavera, poi, si aprirà un altro nodo complicato: la trattativa sulla delega fiscale-previdenziale-assistenziale. Bisogna trovare risparmi per 4 miliardi; altrimenti scatterà l’aumento dell’Iva, che Palazzo Chigi vorrebbe evitare.

sabato 17 dicembre 2011

Lo humour del Professore infastidisce il Cavaliere




UGO MAGRI
Nella polemica col Cavaliere, Monti è stato tirato per i capelli. Non poteva far altro che reagire. Se avesse ignorato gli attacchi del giorno prima, il presidente del Consiglio avrebbe avallato la tesi berlusconiana che lo dipinge in preda alla disperazione, praticamente alla canna del gas. Sarebbe stata un’ammissione grave di debolezza. I mercati avrebbero fatto due più due, e addio sforzi per trasmettere all’estero l’immagine di un Paese finalmente governato. Per cui il Professore ha dovuto puntualizzare in Parlamento che disperato lui non si sente né punto né poco, anzi è «pieno di speranza», l’Italia ce la farà, ce la sta già facendo.

Nel dirlo, tuttavia, Monti ha condito il suo discorso alla Camera con quel filo di
humor britannico che alle orecchie del predecessore suona tanto come sfottò (nulla disturba Silvio più della garbata presa in giro: al confronto il via libera del governo all’asta sulle frequenze è solletico). Il presidente del Consiglio ha confidato di essersi fatto, leggendo i giornali della mattina, «un rapido esame di coscienza», giudicandosi «per un attimo colpevole di non sentirsi affatto disperato». Però poi, ha proseguito con lieve ironia, «riflettendoci sopra quella parvenza di colpevolezza è sparita del tutto» poiché «non c’è motivo di disperazione». Come dire elegantemente: Berlusconi ha preso un bel granchio.

Insomma, ieri in Aula Monti ha scelto di tutelare la propria credibilità dentro e soprattutto fuori i confini nazionali. Ha dato la netta impressione di non farsi intimorire e di tirare dritto per la sua strada. Ha raccolto di conseguenza l’ovazione del Pd e del Terzo Polo. Però proprio questo insistito, gioioso applauso, unito al gelo del centrodestra, gli ha fatto intendere che forse a sua volta aveva gettato ulteriore benzina sul fuoco (nel cerchio stretto berlusconiano lo accusano di avere avviato lui la polemica col precedente governo, intervenendo tre sere fa in Commissione). Reagire alle provocazioni è umano; proseguendo tuttavia di ripicca in ripicca si romperebbe presto l’incanto di un governo fondato sulla responsabilità dei più. Per cui si racconta che Monti, appena finito di parlare, abbia subito scritto un biglietto al Cavaliere, onde chiarirsi e calare il sipario sulle tensioni nel nome di una fattiva collaborazione futura.

Molto hanno lavorato i «pontieri» per spegnere le fiamme. Il segretario Pdl Alfano, colloquiando col premier a margine delle votazioni sulla fiducia, ha segnalato in chiave costruttiva che il coordinamento non è più bastevole, il governo dovrebbe lavorare a contatto di gomito con i partiti, farsi suggerire, consigliare. Il Pdl non è contento del metodo, nemmeno nel Pd sprizzano felicità. Fanno testo gli interventi in aula, almeno in questo sovrapponibili, di Franceschini e di Cicchitto: sembrava quasi che i due vecchi nemici si fossero messi d’accordo. Monti ha perfettamente chiaro il problema. E tutto il suo discorso di ieri va letto come lo sforzo onesto di puntualizzare che lui fa il possibile, addirittura l’impossibile, per onorare il patto col Parlamento.
«So che non devo dire noi e voi», ha sorriso rivolto al capogruppo Pd che gli imputa di contrapporre i «tecnici» ai «politici». E non è vero che il governo ha un tono «strafottente», come sostiene il presidente degli onorevoli Pdl. Profluvio di ringraziamenti a tutti, compresi quanti hanno avanzato critiche alla manovra, la Lega, Di Pietro: «Tutti abbiamo lo stesso obiettivo di operare per il bene dell’Italia». Ostentato omaggio del premier al lavoro della Commissione Bilancio, di cui «ho già avuto modo di riconoscere il grande contributo, il lavoro prezioso, l’approfondita riflessione che merita profondo rispetto...».

Il Professore arriva a vestire i panni dello studente modello che ha preso «moltissimi appunti» durante il dibattito sui sacrifici, perché «il lavoro di dialogo è appena iniziato, nelle prossime settimane ci saranno interventi più meditati e organici» sul versante della crescita. Chi vorrà dare una mano sarà il benvenuto, non mancherà l’occasione per dimostrare che la politica è viva e vegeta, la democrazia non è sotto tutela. L’importante è che le riforme si facciano, a cominciare dalle privatizzazioni: «Bloccarle sarebbe una responsabilità grave». Perché non siamo fuori pericolo, alza la voce Monti per non farsi sovrastare dagli schiamazzi in Aula della Lega: «
Il rischio è stato massimo, e ancora lo è».

La Camera approva la manovra Monti: "Non mi sento disperato"




Via libera dell'Aula della Camera alla manovra, dopo che questa mattina il governo ha incassato la fiducia sul provvedimento. I voti a favore sono stati 402, i voti contrari 75, le astensioni 22. Il decreto passa ora all'esame del Senato per l'ok definitivo entro Natale. «Sento che tutti abbiamo a cuore lo stesso obiettivo: operare per il bene dell'Italia. Se tutti faremo il nostro dovere, se continuerà il senso di responsabilità diffuso e consapevole che ho percepito, non ho dubbi che l'Italia si salverà». Ne è certo il premier Mario Monti che in serata a Montecitorio ha incassato la fiducia. Il governo però è stato battuto però su un ordine del giorno presentato dalla Lega volto ad introdurre una detrazione speciale sull'Imu prima casa quando sia presente in famiglia un soggetto disabile: l'esecutivo aveva dato parere contrario, l'Aula ha invece approvato.

Duello a distanza, senza riferimenti espliciti, tra il presidente del Consiglio e il suo predecessore a Palazzo Chigi
Silvio Berlusconi. Monti alla conclusione del suo intervento ha svolto una riflessione più "personale" negando di essere disperato come ha letto dai titoli di oggi dei giornali che riportavano le frasi del Cavaliere. «Ho fatto un rapido esame di coscienza e per un attimo mi sono sentito colpevole perché non mi sento assolutamente disperato - ha replicato al leader del Pdl - poi svegliatomi un po' meglio e avendo riflettuto un po' di più, quella parvenza di colpevolezza è svanita del tutto perché non ho nessun motivo di disperazione».

Lo sforzo fatto dal governo e dal parlamento, ha affermato il professore con trasparente riferimento alla Lega Nord protagonista in Aula di ripetute contestazioni, «ci ha aiutato a riflettere meglio». Il presidente del Consiglio, insomma, ha difeso le norme
"salva-Italia" e ha esaltato il lavoro dei partiti, consapevole che il cammino da percorrere è ancora lungo. Tanta attenzione nell'elogio del «gioco di squadra», anche perché «un'Italia con i conti pubblici a posto farà sentire con più forza sua voce in Europa - ha continuato Monti - e dovrà lavorare l'obiettivo di preservare la moneta comune, ricostruendo la serenità sui mercati finanziari».

Il rischio, dunque, rimane massimo, soprattutto dal momento che l'Ue è «carente per quanto riguarda la politica comunitaria di crescita e sviluppo». Sarà questa l'ultima manovra di sacrifici? «Lo spero, dipenderà dal comportamento di tutti noi, dei cittadini in quanto produttori-contribuenti-consumatori, delle imprese, da chi sottoscrive i titoli di Stato, dalla nostra capacità di presentarci uniti e credibili ai mercati», ha risposto Monti, che ha dato un'indicazione su quanto c'è ancora da fare: le liberalizzazioni da proseguire, quelle nella manovra «sono solo un inizio»; la "fiscalità occulta" da combattere perché «alcuni cittadini gravano con extraprofitti sulla posizione» degli altri; il mercato del lavoro da riformare per «per favorire l'ingresso di giovani e donne, risorse sprecate».

Lunghi applausi da parte dei deputati del Pd e del Terzo Polo, fischi da stadio dai banchi della Lega che continua la sua opposizione, soprattutto dopo le dichiarazioni di oggi di un laconico
Umberto Bossi, il quale ha risposto «Ma siete matti?» ai cronisti che gli chiedevano se il governo Monti arriverà fino al 2013, termine naturale della legislatura. Immobile il Pdl, Berlusconi compreso.

E mentre alla Camera andava in scena l'ultimo atto dell'iter parlamentare della manovra economica, Giorgio Napolitano è tornato a lanciare nuovi moniti sulla crisi economica, senza mancare di sottolineare però che con questo esecutivo l'Italia è sulla strada giusta per «salvare l'euro». La crisi in Europa è «ancora grave», ha detto il presidente della Repubblica parlando alla conferenza degli ambasciatori alla Farnesina. Dunque, tutti si rimbocchino le maniche: l'allarmante quadro finanziario chiede sacrifici «anche ai ceti meno abbienti», ha sottolineato il capo dello Stato questa mattina nel messaggio diffuso in occasione della raccolta fondi Telethon.

Dopo il disco verde della Camera il provvedimento passerà al Senato per la seconda lettura. Palazzo Madama dovrebbe licenziare definitivamente il testo senza modifiche entro il 23 dicembre. Molte le modifiche apportate al testo del governo nel passaggio del decreto nelle commissioni Bilancio e Finanze della Camera. In particolare: le pensioni potranno essere rivalutate al 100% fino a 1.400 euro, arrivano detrazioni per le famiglie numerose sull'Imu sulla prima casa, il tabacco sfuso sarà più caro, cambia la tassa sugli “scudati”, scattano mini-patrimoniali sugli immobili e le attività finanziarie all'estero, si frena sulla vendita dei farmaci nelle parafarmacie, e viene introdotto un tetto sugli stipendi dei manager pubblici.

martedì 13 dicembre 2011

Londra, se la mutua taglia il Viagra


ANDREA MALAGUTI

Niente sesso siamo inglesi. Ci risiamo. Stavolta non è un problema di libidine declinante ma di crisi incombente. Un mondo impaurito in cui anche il piacere fisico diventa un eccesso da tassare. Sottraendolo alle fasce deboli come un beneficio illecito.

Soffocato dai costi della sanità, terrorizzato dai fantasmi di un’Europa cattiva, il governo britannico ha invitato i medici di base a ridurre le prescrizioni mensili di Viagra. Da quattro pillole a due. Un modo per dimezzare i costi, da 78 a 39 milioni di sterline l’anno, pensato da chi odia l’entusiasmo di massa per la felicità. Per quanto la prescrizione gratuita sia ristretta a diabetici, malati di cancro alla prostata o di sclerosi multipla, gli inglesi che ne hanno diritto sono due milioni. Uomini tra i 40 e i 60 anni che secondo le statistiche hanno rapporti sessuali una volta alla settimana.

«Ora - dice l’associazione dei medici - si accontenteranno di due rapporti al mese. Si fa passare il messaggio che il sesso non sia una componente essenziale della vita, ma un lusso». Come un Suv. O uno yacht. Una collana di diamanti riservata a chi ha quaranta sterline da spendere per una scatola di felicità blu.

Pioggia di emendamenti alla manovra Slittano di un anno le liberalizzazioni


Slittano dal 2012 al 2013 alcune norme sulle liberalizzazioni, tranne quella sulle farmacie. Questa è una delle novità contenute nel pacchetto degli emendamenti già presentato dal relatore. Ma l'attenzione è rivolta a questa mattina, quando arriveranno alla Camera i nuovi emendamenti, che contengono le modifiche sulla perequazione delle pensioni, l'Imu «ammorbidita» in relazione a redditi e carichi familiari, le Province e forse i tagli ai parlamentari.

I relatori nelle Commissioni Bilancio e Finanze e il Governo,dopo una giornata d'attesa, rinfocolata anche dalle dichiarazioni del ministro del Lavoro Elsa Fornero (le novità sulle pensioni «stanno arrivando») si sono presi una nottata di riflessione e di lavoro per depositarle alle Commissioni. Ma intanto, tra gli emendamenti del relatore, spunta il rinvio al 2013 di alcune liberalizzazioni: esclusa quella tanto discussa delle farmacie, slittano di un anno quelle relative, ad esempio, alle licenze (fra cui quella dei taxi); l'imposizione di distanze minime per l'apertura di esercizi e il divieto di aprirli in più sedi; la limitazione dell'esercizio di una attività economica ad alcune categorie o il divieto, nei confronti di alcune categorie, di commercializzazione di alcuni prodotti.

Un aiuto arriva però per le aziende in crisi: via libera ad un emendamento che allunga di 72 mesi la possibilità di pagarle rate a Equitalia. Il calendario è serrato: esame dei provvedimenti accantonati e dei sub-emendamenti fino alle 14,ora intorno alla quale è atteso in aula il premier, Mario Monti. Poi l'ok arriverebbe per le 16 per consegnare la manovra e le modifiche all'aula di Montecitorio per mercoledì alle 10.

Il via libera della Camera arriverebbe così in settimana (con probabile fiducia) per consegnare poi la manovra al Senato da lunedì prossimo per la conversione definitiva a ridosso di Natale.

I sindacati vanno comunque allo sciopero: il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, apprezza le dichiarazioni del ministro del Lavoro, Elsa Fornero, sulle possibili modifiche del blocco delle indicizzazioni delle pensioni oltre due volte il minimo. «Quando avremo le modifiche, le apprezzeremo. Speriamo siano congrue. Chiediamo però ci sia anche la modifica sull'Ici sulla prima casa». Il leader della Cgil, Susanna Camusso, torna a puntualizzare che sui patrimoni non c'è stata certo la stessa attenzione che sule pensioni e l'Ici, e il numero uno della Uil, Luigi Angeletti, sottolinea più genericamente:«oltre all'Italia bisogna salvare gli italiani». Mentre Emma Marcegaglia non entra nel merito, incita a fare presto, ma sottolinea ai sindacati in sciopero: «bisogna tener conto che qui o ci salviamo tutti o non si salva nessuno».

Sulle pensioni, al di là delle diverse ipotesi circolate, non è ancora noto quale è l'orientamento del Governo: si parla di un intervento di perequazione dell'assegno al 70% per le pensioni tra 1.200 e 1.400 euro e lo stop alla rivalutazione per quello oltre i 1.400. Ma l'intervento sarebbe oneroso e sarebbe assai complicato coprire la novità con un 'raddoppiò dell'una tantum dell'1,5% sui capitali scudati. Nè si ricorrerebbe alle aste tv. Il governo starebbe così ipotizzando una copertura multipla recuperando piccole cifra da diversi interventi. Anche per questo si starebbero allungando i tempi per la presentazione della misura.

Intanto alcune modifiche, molte di natura fiscale, passano il vaglio: un emendamento della Lega porta a 1.000 euro il limite per il pagamento cash della P.a. risolvendo così il problema dei pensionati che viceversa sarebbero stati costretti a dotarsi di carta elettronica. E sempre sui pagamenti un altro emendamento, sempre del Carroccio,porta ad un massimo dell'1,5% la commissione che le banche possono chiedere ai commercianti in caso di pagamento elettronico. Si modifica la norma sul massimo scoperto e si affida direttamente al proprietario (e non ad Equitalia) la vendita degli immobili su cui grava un'ipoteca. L'incasso va ad Equitalia che storna la parte maggiore rispetto al debito allo stesso proprietario.

Aiuti arrivano anche per le aziende in crisi di liquidità che potranno contare su un'ulteriore proroga di 72 mesi per i pagamenti a Equitalia. Infine non passa la dicitura «quoziente familiare» nella definizione della nuova Isee previsto nella manovra, ma l'indicatore terrà comunque conto dei figli, specie dal terzo in poi e delle persone disabili presenti in famiglia.

"Fermezza sulle misure con equità"


La tempesta finanziaria con lo spread che oscilla su livelli preoccupanti non si attenua. E deludente appare la reazione dei mercati allo storico Consiglio europeo di venerdì a Bruxelles. Ma Mario Monti non si scompone. Il premier italiano non intende lasciarsi trascinare dalla corrente, anzi vuol dare un segnale di fermezza politica agli investitori: non si può cedere di un millimetro, è il suo "mantra". E questa dovrebbe essere la linea che il professore ribadirà domani in Commissione alla Camera, sono convinte fonti parlamentari, per fare il punto sulla manovra.

L'Italia - rassicura con fermezza nel corso di una telefonata con il premier canadese Stephen Harper - «conferma la forte determinazione ad attuare le misure decise per assicurare il consolidamento fiscale ed avviare riforme strutturali». Misure utili e necessarie - aggiunge - «per far ripartire la crescita in un contesto di
equità sociale». Un'espressione, quest'ultima, più volte ripetuta ma ora più che mai volta a rassicurare i sindacati sul piede di guerra per la riforma delle pensioni ed oggi scesi in piazza contro la manovra. A sostegno del premier interviene il presidente del Senato, Renato Schifani: «La manovra severa è indispensabile - spiega nel corso della presentazione del libro fotografico dell'Ansa, a Palazzo Giustiniani - richiede a tutti noi sacrifici non indifferenti. Deve essere accompagnata da un clima di coesione e di consapevolezza». Di cambiare rotta, infatti, non se ne parla assolutamente.

Il capo del Governo, al centro delle pressioni provenienti in forma diversa dal sindacato e dai partiti, mantiene la barra dritta.
La manovra potrà subire qualche aggiustamento ma si tratta di poche modifiche e soprattutto da attuare a saldi invariati. Si lavora ad un nuovo tetto al di sotto del quale consentire l'indicizzazione delle pensioni: al momento dovrebbe essere circa 1000 euro ma potrebbe alzarsi. Le risorse andrebbero reperite con un intervento sulle pensioni più alte. Dell'argomento se ne sta occupando il ministro del Welfare, Elsa Fornero: le modifiche sull'indicizzazione delle pensioni «stanno arrivando», dice per poi precisare che «ogni cosa a suo tempo e il tempo sta scadendo». Un ulteriore emendamento alla manovra, su pressione dei partiti, potrebbe riguardare le tasse sulla casa con un ritocco delle aliquote Imu. In giornata era circolata la notizia, poi smentita, di una riunione dei capigruppo di maggioranza con esponenti del governo se non con lo stesso Monti, proprio per discutere della questione. Intanto, è slittato a mercoledì prossimo alle ore 10 l'esame della manovra in Aula alla Camera. Ci sarà più tempo per limare gli eventuali emendamenti.

lunedì 12 dicembre 2011

Il racconto in aula: "Ruby ad Arcore in cene con sesso a pagamento"


PAOLO COLONNELLO

Tra Ruby «che si prostituiva» e ragazze in pose saffiche nelle stanze di Acore, oltre alla foto ormai famosa del 24 ottobre 2010 con il letto sfatto nella stanza del Cavaliere (a testimoniarlo un suo ritratto incorniciato da giovane), c'è poco da lasciare all'immaginazione nel processo che vede Silvio Berlusconi imputato di concussione e prostituzione minorile, ripreso ieri nell'aula della quarta sezione penale. Anche se la sua difesa, rappresentata in aula dall'avvocato Niccolò Ghedini, tende ovviamente a ridimensionare: «Si tratta di effusioni modestissime....».

Eppure ancora non si è entrati nel vivo, nel senso che anche ieri l'udienza in realtà è stata dedicata alla ricostruzione tecnica dell'indagine con le testimonianze dei poliziotti che hanno condotto l'inchiesta. Emergono però i temi caldi del dibattimento che verranno affrontati in futuro dai e dalle protagoniste delle "cene eleganti" dell'ex Presidente del Consiglio
: dai pagamenti nelle famose buste gialle, alle descrizioni dei "bunga bunga".

«Ruby era presente a cene con sesso a pagamento», ha raccontato il vicequestore Marco Ciacci, concludendo la testimonianza cominciata la scorsa udienza davanti al collegio della quarta penale. «Emergono dall'inchiesta - aveva detto Ciacci - elementi convergenti che collocano la ragazza,
Ruby Karima, in un contesto di eventi e cene in cui si consumavano atti sessuali a pagamento». Ciacci, rispondendo alle domande del pm Antonio Sangermano, ha anche sottolineato che all'epoca degli eventi, Ruby «era minorenne» e che le indagini sui presunti rapporti sessuali con l'ex premier partirono dopo le dichiarazioni a verbale rese da Caterina Pasquino, l'ex coinquilina della giovane marocchina che poi la denunciò per il furto di 3000 euro, e di Giuseppe Villa, imprenditore e titolare di un bar. Una partecipazione alle cene di Arcore, «ricostruita con le intercettazioni e da molteplici conversazioni telefoniche, tra cui una di Ruby con Luca Risso (il suo fidanzato) del 6 ottobre 2010».

Ciacci ha spiegato che dopo la famosa notte del 27-28 maggio 2010, quando Ruby venne rilasciata dalla Questura, la "presidenza del consiglio" non intervenne più, neppure quando la ragazza, fermata nuovamente in seguito a un furibondo litigio con la prostituta brasiliana che l'aveva ospitata (la stessa che per prima avvisò Berlusconi), dovette per tre volte ricollocare Ruby in altre comunità. Da giugno - ha chiarito il vicequestore - a "interessarsi" della ragazza fu Lele Mora che, come si ricorderà, provò anche ad "adottare" Ruby.

Di foto e di soldi ha parlato invece il secondo testimone, il Vicequestore Giorgio Bertoli. «È emerso - ha detto - dai sequestri e dalle perquisizioni svolte negli appartamenti di alcune ospiti di via Olgettina». Analizzando l'agenda sequestrata a
Iris Berardi, il vicequestore Giorgio Bertoli ha spiegato alla Corte come la giovane brasiliana avesse appuntato cifre in euro incassate nei primi sei mesi del 2010. In tre occasioni, la Berardi cita il nome "Papi", con a fianco la cifra duemila euro. Le date dei versamenti coincidono con la presenza della Berardi nella residenza di Silvio Berlusconi ad Arcore. Dove, durante le cene, sono state «fotografate effusioni tra donne». Il Vicequestore si è riferito, in particolare, al rinvenimento di immagini sul telefono di una delle ospiti, Ioana Visan.

Secondo i riscontri informatici effettuati sul cellulare, quella foto sarebbe stata scattata agganciandosi a una cella telefonica nei dintorni di Arcore. E già che siamo in tema,
Iris Berardi, una delle più assidue ospiti del Cavaliere, ha raccontato il poliziotto «è stata anche immortalata vestita da Babbo Natale in abiti succinti». Barbara Guerra è stata invece fotografata con una divisa da poliziotta e delle manette in mano. Contestata dalla difesa la certezza che le foto fossero state scattate a Villa San Martino. Il processo è stato aggiornato al prossimo 27 gennaio.

Racconti, intercettazioni e indizi "C'è la prova che Ruby si prostituiva"


C’erano «una serie di elementi convergenti», tra cui «dichiarazioni» di testimoni, «intercettazioni», appunti «su agende» e «riscontri oggettivi», che dimostravano, all’epoca delle indagini, che Ruby «compiva atti sessuali a pagamento» alle serate ad Arcore. Lo ha spiegato il funzionario capo della polizia giudiziaria di Milano, Marco Ciacci, nel corso della sua testimonianza al processo milanese, che vede imputato Silvio Berlusconi per concussione e prostituzione minorile. Ciacci, nel corso della scorsa udienza, rispondendo alle domande della difesa, aveva chiarito che gli elementi che avevano portato ad indagare sui presunti rapporti sessuali tra l’ex premier e Ruby erano le dichiarazioni a verbale di Caterina Pasquino, l’ex coinquilina della giovane marocchina, e di Giuseppe Villa, imprenditore e titolare di un bar.

Oggi, rispondendo ad una domanda del pm di Milano Antonio Sangermano, l’investigatore ha specificato che sugli «atti sessuali a pagamento» di Ruby c’erano una «serie di elementi convergenti», tra cui le dichiarazioni di Pasquino e Villa, che «collocano la ragazza in un contesto di eventi in cui c’era il compimento di atti sessuali dietro compenso». E la partecipazione a questa serie di eventi, ossia le cene ad Arcore, ha aggiunto l’investigatore, «è stata ricostruita con le intercettazioni e da molteplici conversazioni telefoniche, tra cui una di Ruby con
Luca Risso (il suo fidanzato, ndr) del 6 ottobre 2010». Rispondendo ad alcune domande dell’avvocato Niccolò Ghedini, poi, Ciacci ha spiegato che dopo la famosa notte del 27-28 maggio 2010, quando Ruby venne rilasciata dalla Questura, la «presidenza del consiglio» non intervenne più quando, ad esempio, a giugno fu necessario per tre volte ricollocare Ruby in altre comunità. Come è emerso da una domanda del pm, però, da giugno a «interessarsi» della ragazza fu, come ha chiarito Ciacci, Lele Mora.

Bindi: "La sforbiciata? Una scivolata del governo"


PAOLO BARONI

Tagliare le indennità ai parlamentari? Sì, subito ed anche più della media europea. Con una operazione verità dalla quale si dimostra, come ha documentato il vostro giornale il 25 giugno scorso, che i parlamentari italiani costano di meno di quelli degli altri paesi europei. E poi bisogna intervenire anche sui trattamenti particolari di presidenti, vicepresidenti e presidenti di commissione. Distinguendo bene l’indennità personale dal costo dei servizi necessari. Poi però occorre restituire dignità al Parlamento, altrimenti è a rischio la qualità della nostra democrazia» dice la vicepresidente della Camera Rosy Bindi. Che definisce «una scivolata» l’articolo del decreto Salva-Italia sui compensi dei parlamentari. «Un errore che da un governo di competenti non ci si aspettava. E che paghiamo caro».

L’immagine che esce però, dopo questo dietro-front certamente corretto dal punto di vista tecnico, è che i politici vogliano sempre rinviare i tagli che li riguardano...
«E’ indubbio che questa norma non ha aiutato. Se qualcuno cerca di anticipare impropriamente, poi tutto risulta un rinvio».

E poi non era già stato deciso?
«Sì, con l’ultima manovra Berlusconi-Tremonti è stata istituita una commissione guidata dal presidente dell’Istat Giovannini incaricata di adeguare alla media europea i compensi di tutta la dirigenza del Paese, non solo dei politici. Norma sacrosanta. Che dovrebbe valere anche per i privati. Quanto a noi, visto che il Paese si trova in una situazione più critica rispetto al resto d’Europa, mi sentirei di aggiungere che una volta stabilita la media europea dovremmo fare qualcosa in più».

Dico una cosa cattiva: il governo sapeva e ha fatto una finta. Non si può pensare che non sapessero.
«Non voglio pensare male. Certo al governo le competenze non mancavano per sapere che sono i parlamenti che controllano i conti dei governi e non viceversa. E’ stata certamente una caduta di stile che perdoniamo anche se in un momento come questo è grave. Ma non abbiamo nessuna intenzione di rinviare. Anzi sui vitalizi, la voce che dalle ricerche dei nostri questori risultava già chiaramente fuori dalla media europea, abbiamo giocato d’anticipo e siamo già intervenuti. E come presidente del Pd ricordo che questa era una delle nostre battaglie, perché in molte Regioni governate da noi il vitalizio è già stato abolito. Sia ben chiaro: si tratta di un intervento che non è a costo zero per tante persone, perché molti una volta finito il mandato si troveranno in una condizione non molto diversa da quella dei lavoratori messi oggi in mobilità che non possono arrivare alla pensione. Persone che ha fatto politica da sempre e non hanno una professione, altri che hanno dovuto trascurare il loro lavoro, politici che una volta tornati a casa dovranno vivere con lo stipendio della moglie. Non posso fare nomi e cognomi, ma per molti di loro non stiamo parlando del superfluo, ma dell’essenziale della vita. Poi devo ricordare che l’indennità dei deputati non è più indicizzata dal 2001, da quando era presidente Casini. Mentre in questa legislatura, dall’inizio del 2008, abbiamo tolto 500 euro dalla diaria, 500 dal rimborso del cosiddetto rapporto con gli elettori e altri 500 dall’indennità. Il totale fa 1500 euro al mese. Dovuti».

Insomma avete “già dato”?
«No, non abbiamo già dato. Dobbiamo ancora dare. Però attenzione perché se dovessimo adeguarci alla media europea, per effetto dei compensi ai collaboratori che in Europa sono più alti, noi costeremmo di più».

Bel paradosso. Come se ne esce?
«Bisogna imboccare una strada obiettiva, come è già stato indicato in un ordine del giorno che abbiamo approvato: bisogna attribuire al parlamentare una indennità dignitosa, magari accompagnata da una diaria che consenta di vivere a Roma e sollevarlo dal costo dei servizi: segreterie, collaboratori e tutto il resto dovrebbe essere a carico delle istituzioni. In maniera sobria e trasparente».

Il clima che si è creato nel Paese la preoccupa?
«E’ iniziato un percorso che porta alla delegittimazione della politica ma soprattutto del Parlamento. Ed in tutto questo ci vedo un pericolo per la democrazia del Paese, perché ogni volta che è stata attaccata la vita parlamentare c’è sempre stato un affievolimento delle garanzie democratiche. Ma se fossimo percepiti utili alla vita del paese probabilmente l’opinione pubblica non sarebbe così insofferente per le nostre indennità».

E come si esce da questa spirale?
«Bisogna cambiare la legge elettorale, ridurre il numero dei parlamentari, e poi introdurre regole che ci difendano dagli Scilipoti e dalle compravendite dei deputati, dagli strani modi con cui una persona viene candidata. Insomma bisogna fare il possibile per ristabilire la dignità dell’istituzione, perché avanti di questo passo non cambia se lo sbocco è una dittatura populista o l’affermazione di una tecnocrazia».

E’ questo il rischio?
«Si, perché sotto attacco non sono questo o quel governo, che ha fatto questa o quella scelta, ma genericamente il Parlamento e la politica. E così alla fine si indebolisce la vita democratica del Paese».

Crosetto: "Basta rinvii Chiudiamo subito la faccenda o perderemo la faccia"


RAFFAELLO MASCI

Guido Crosetto, deputato del Pdl, ci dicono che lei ha preso in mano i giornali, ieri mattina, e ha cominciato a inveire, leggendo i titoli sul mancato taglio degli stipendi ai parlamentari. Giusto?
«Sì, e forse ho anche ecceduto nel linguaggio, ma credo di averne avuto motivo. Io non voglio uscire per la strada e sentirmi insultare solo perché ho deciso di fare politica ed essere stato democraticamente eletto. Chiaro?».

Ammetterà che ai cittadini è arrivato un segnale pessimo: l’Italia è in crisi e questi cercano un cavillo per non ridursi lo stipendio?
«E’ arrivato quel segnale lì, perché voi giornali l’avete fatto arrivare in quel modo. Le cose non stanno così. Il governo Berlusconi aveva già messo in manovra, ad agosto scorso, la revisione degli emolumenti ai parlamentari e aveva incaricato una commissione, presieduta dal professor Giovannini, di fare uno studio comparativo con gli altri paesi europei. Dopo di che si sarebbe proceduto. Certamente. Assolutamente. Perché la manovra era regolarmente passata in parlamento»

Onorevole, quello era il libro delle buone intenzioni. Poi la commissione Giovannini non ha concluso il lavoro né lo concluderà entro i tempi dati e quindi tutto viene spostato più in là. Rinviare, in questo Paese, vuol dire non fare, lei lo sa benissimo. Che cosa doveva capire la gente?
«Quello è stato il primo errore: rinviare. Sa quante volte, sia io che altri colleghi abbiamo sollecitato a fare presto? Questa storia delle retribuzioni dei parlamentari non può andare avanti così, perché la gente si arrabbia sempre di più, e l’ira collettiva non la governi più. E poi c’è un secondo errore: quello del governo che non può annunciare un decreto nel decreto. Se intende agire che agisca, altrimenti basta».

E sistemare la questione retribuzioni quando si era messa mano ai vitalizi, alcune settimane fa, non poteva essere una soluzione?
«Non si poteva, perché c’era la commissione Giovannini già al lavoro. Ma la verità è che a una comparazione degli stipendi nostri con quelli dei colleghi europei ci saremmo accorti che i dati sono abbastanza uniformi, anzi che forse noi, al netto, prendiamo anche qualcosa di meno. E questo è impossibile da spiegare alla gente che è infuriata».

Lei è veramente sicuro di prendere meno dei suoi colleghi europei?
«Chi vuole vedere i miei conti si faccia avanti, non ho segreti. Mi accreditano sul conto 4.700 euro al mese. Sì, mi danno 3.700 euro di diaria, ma io sono di Cuneo e devo vivere a Roma. Mi danno 4.500 euro per la segreteria, ma io ad Alba ho una segreteria sul serio, con una segretaria che si chiama Giovanna. Mi danno e spendo. Altri colleghi che vivono a Roma, non hanno segretarie, prendono gli stessi soldi e non spendono. Bisogna ragionare anche di questo o no?».

Come ne veniamo fuori?
«Primo: cercando di stare calmi. Secondo: agendo subito, perché la gente ha la sensazione che stiamo facendo melina. Terzo: riformando gli stipendi dei parlamentari e di tutti gli eletti. Quarto: prendendo lo stipendio dei parlamentari come parametro per tutti gli stipendi pubblici. Perché non è possibile che ci si scandalizzi per quello che va a un deputato quando ci sono dirigenti statali che prendono il quadruplo».

Conclusione?
«Giovannini tiri fuori questi dati e se non lo fa che la Camera e il Senato chiudano la cosa entro la fine dell’anno. Perché io e i miei colleghi vogliamo tornare a testa alta tra i cittadini a occuparci dei loro problemi. Non di queste dispute».