Benjamín Esposito è un assistente del Pubblico Ministero in pensione. Dopo una vita passata a rincorrere assassini decide di dedicarsi completamente alla stesura di un romanzo. Per farlo ripensa al vecchio caso Morales degli anni Settanta, archiviato dalla polizia negli scaffali polverosi dello stato, ma per lui rimasto sospeso in un tessuto di pensieri senza possibilità di scioglimento. La morte della ragazza, stuprata e uccisa brutalmente da un conoscente che rimarrà impunito, lascia nello sconforto Ricardo Morales, il novello marito, apparentemente tranquillo ma in fondo assetato di vendetta. Nel percorso all’indietro di Esposito, si inserisce anche l’amore per Irene, segretaria del Pubblico Ministero, sentimento nato e negato, mai vissuto.
Intrappolare Il segreto dei suoi occhi in un solo genere ben codificato sarebbe un’operazione semplicistica e fuorviante. Il film di Juan José Campanella è un thriller dalle implicazioni legali, ma è anche un’opera sentimentale sull’amore impossibile, oltre che una storia politica di denuncia morale. La complessità del racconto, tesa alla dimostrazione dell’impotenza dell’uomo di fronte alla morte, non soffoca però le emozioni ma le incanala in un ingranaggio di sequenze che svela, attraverso i dettagli, la profondità delle trepidazioni dell’anima.
L’assassinio di una giovane sposina innocente apre ferite laceranti a chi rimane in vita. E finisce per trasformarsi in un’ossessione non solo per il marito rimasto vedovo, ma anche per Esposito, in qualche modo anch’esso vedovo di un amore sfiorato ma non posseduto. Ritmato dalla presenza di fotografie rivelatrici (Eros e Thanatos negli occhi di chi è ritratto), l’andamento narrativo stempera la gravità del tema della morte, inserendo momenti di leggerezza di grande raffinatezza stilistica, dettati dall’ironia.
Gli avvenimenti si concatenano l’uno con l’altro, scorrono lungo la via del tempo, mettendo a fuoco un particolare momento storico (la dittatura militarista argentina tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta) ma, nell’operazione, si inserisce anche la volontà di rappresentare una storia piccola, tenuta in piedi da pochi personaggi, per riflettere sul comportamento umano universale.
Questo equilibrio tra privato e pubblico è la forza del film, un contenitore di emozioni che rimane nascosto dentro le mura di stanze buie e palazzi squadrati (le scene importanti sono girate in luoghi chiusi, ad esclusione del piano sequenza allo stadio), ambientazioni simboliche - prigioni più che case ospitali – che racchiudono l’ansia del vivere, in attesa di essere raccontata. Anche attraverso la scrittura di un libro.
Brubaker è un film del 1980 diretto da Stuart Rosenberg
È una delle opere simbolo del cinema dell'impegno sociale, appartenente a quella irripetibile stagione degli anni settanta, in cui vigeva la consapevolezza che "tutto e' politico", ed in cui ogni azione era intrisa di speranza in un radicale cambiamento. Redford è formidabile, certamente nei suoi anni migliori ed all'apice della sua lunga stagione di combattivo radical. È dell'anno precedente, infatti, quel Il cavaliere elettrico, che è realmente anch'esso, come ebbe a dire Irene Bignardi a proposito di Tutti gli uomini del Presidente, "uno dei film simbolo dei migliori anni delle nostre vite".
Henry Brubaker è un criminologo riformista ed ex capitano dell'esercito, al quale viene affidato il compito di dirigere il penitenziario di Wakefield, un carcere dove non sono previste guardie carcerarie e dove l'ordine interno è mantenuto da detenuti cosiddetti "affidabili". Al fine di rendersi conto delle reali problematiche dell'istituzione egli si introduce nel carcere fingendosi, per alcuni giorni, detenuto egli stesso scoprendo le drammatiche condizioni in cui i carcerati vengono a trovarsi: le violenze fisiche e psicologiche, i continui soprusi, lo sfruttamento cui essi sono costantemente sottoposti dai commercianti della città e, non di rado, la morte.
Una volta svelata la sua identità, inizia un'azione di radicale cambiamento della vita all'interno della prigione, cercando di eliminarne le ingiustizie e scontrandosi con i corrotti membri del comitato per la gestione del penitenziario. Nella sua opera il nuovo direttore viene sostenuto da Lillian, la donna che lo ha voluto alla guida di Wakefield, ma il suo sostegno viene meno nel momento in cui lo scontro con la burocrazia e soprattutto con la politica non emerge in tutta la sua sostanza quando egli si rifiuta di fermare lo scavo in un campo dove sono stati seppelliti dei detenuti trucidati all'interno del carcere. Memorabile e paradigmatica è, a tal proposito, la frase di Redford-Brubaker in risposta all'accusa, da lei rivoltagli, di andarsene sempre sconsolato, quando vede che non è in grado di modificare lo stato delle cose: "Perché è di omicidi che si sta parlando là dentro. Se li metti a tacere, come fai a spiegare a quegli uomini il motivo per cui sono rinchiusi? Per me esiste un peso e una misura!".
Un'altra figura fondamentale del film è quella di Dickie, detenuto appartenente agli affidabili che all'inizio si mostra scettico nei confronti del nuovo direttore, ma lentamente si rende conto del grande valore del suo operato, fino a rendergli completo tributo, al momento in cui egli, appena rimosso dall'incarico, si appresta a partire, con queste parole: "Hey Brubaker! Bisogna che le dica una cosa: aveva ragione!". La frase scatena un applauso ritmato, rivolto verso di lui che lentamente coinvolge tutti i detenuti e che rappresenta la vera vittoria di Brubaker; egli, infatti, non è riuscito a portare a termine la sua azione di riforma, ma ha inciso profondamente nelle coscienze di quegli uomini tanto che sarà proprio Dickie a portare avanti le idee apprese dal criminologo riformista, trasformandole in azione concreta facendosi promotore di un'azione legale per modificare le condizioni di vita all'interno di Wakefield.
Scortato dal valletto Leporello, Don Giovanni seduce donne, uccide in duello il Commendatore, padre della nobile Anna che corteggia, s'infiamma, nel giorno delle sue nozze, della contadina Zerlina mentre sua moglie Elvira e Ottavio, fidanzato di Anna, lo cercano.
Ha un appuntamento col Commendatore, uscito dalla tomba per incitarlo a pentirsi.
Incontro di un capolavoro musicale con l'architettura cinquecentesca e veneta del Palladio: il connubio funziona specialmente nella prima parte.
Operazione culturale di alto livello con un occhio a Brecht e l'altro al marchese de Sade, ha parecchie invenzioni registiche, una magistrale fotografia (G. Fischer), qualche squilibrio nella 2ª parte e un eroe freddo e pericoloso come l'acciaio.
L'insolita mistura di realismo e teatralità suscita reazioni contrastanti.
Orchestra e coro dell'Opera di Parigi, diretti da Lorin Maazel.
Da Mantova nel 1619 la compagnia teatrale dei Fedeli – di cui è capocomico Giovan Battista Andreini e prima attrice sua moglie Virginia Ramponi – si sposta a Parigi dove, nel 1622 alla corte di Luigi XIII, viene messo in scena L'amor nello specchio.
Nel frattempo la rivalità tra Virginia (A. Galiena) e la giovane attrice Lidia (S. Cavallari), diventata amante di Andreini (P. Stormare), si trasforma in amore. Intanto la peste infuria.
Baroccologo e curatore di una edizione critica delle opere di Andreini, S. Maira ha fatto un film di fastosa eleganza figurativa e di puntiglioso scrupolo filologico sull'antitesi arte/vita, ma anche sull'intreccio teatro/cinema, grazie all'incontro con il gesuita Athanasius Kircher (Q. Parmeggiani).
Contributi eccellenti di Antonello Geleng e Marina Pinzuti scenografi, Luigi Bonanno costumista, Maurizio Calvesi alla cinepresa e Nicola Piovani, autore delle musiche con echi di Nino Rota.
Più discutibile è la struttura narrativa: l'azione è annodata bene, ma sciolta in modi deboli e non necessari. Il che spiega in parte il suo insuccesso.(Morandini).
Ducato di Mantova, 1619. Alla corte dei Gonzaga opera la Compagnia dei Comici Fedeli. Capocomico è Giovanni Andreini e prima attrice sua moglie, Vittoria Ramponi. La loro fama è al culmine, quando vengono invitati dal re di Francia, Luigi XIII, a recitare per un anno all'Hotel de Bourgogne, destinato a diventare il teatro di Molière. Famosa in tutta Europa per la sua arte e per la sua bellezza, Virginia è molto orgogliosa e non sopporta che, da qualche mese, sia entrata in compagnia una giovane attrice, Lidia, che ha conquistato il favore di Giovanni. Mentre ci si prepara per la partenza, Andreini inizia a scrivere una nuova commedia: l'argomento è quello delle vicende che lo stanno turbando, i suoi desideri più nascosti e difficili da rivelare. Il personaggio riservato a Virginia è altero e sprezzante, una donna che rifiuta gli uomini perché innamorata di se stessa, la sua immagine allo specchio le dà molta soddisfazione. In realtà, per placare il conflitto tra le due, Giovanni usa proprio la commedia e fa nascere tra le rivali una inattesa amicizia. Virginia coglie la provocazione e la accetta: in scena e nella vita, decide di sedurre Lidia. Giovanni capisce che il gioco sta per sfuggirgli di mano. Il testo va in scena, e il Re di Francia vi assiste ammirato. Ma Lidia e Virginia, ormai amiche, fuggono. Sulla via del ritorno in Italia, Giovanni scrive l'ultimo atto della commedia, nel quale, secondo le regole, tutti i pezzi del gioco tornano al loro posto. Così nasce la commedia "Amor nello specchio".
A Roma l'africana Shandurai si mantiene agli studi facendo la cameriera in casa di Mr. Kinski, pianista inglese. Per comprare la liberazione del marito di Shandurai, in carcere per ragioni politiche, Kinski vende i propri preziosi oggetti antichi, pianoforte compreso. Conquistata dalla sua generosa dedizione, la giovane contraccambia. 4° film d'amore di Bertolucci. Impregnato di musica (Alessio Vlad), è un film, tratto dal racconto The Siege dell'inglese James Lasdun, che inizialmente doveva essere diretto da Clare Peploe, moglie del regista. Il suo contributo è determinante in sede di sceneggiatura, ma anche nelle fasi successive per la riflessione sui limiti dell'arte e per la sua componente femminile (e femminista).
Coinvolgente sul piano sonoro, specialmente nella 2ª parte, è geniale su quello spaziale e scenografico. Alla verticalità dei rapporti tra i due protagonisti nella fatiscente casa liberty (il portavivande, le scale) corrisponde lo sviluppo concentrico a spirale (la tromba delle scale, il vulcano all'inizio). C'è anche l'opposizione tra l'interno (la casa in vicolo del Bottino a Trinità dei Monti) e l'esterno (una Roma africana e monumentale, calata in una luce calda). Qualche inconveniente nel disegno delle psicologie dei personaggi e in certi stilemi di scrittura (il ralenti): sono peccati veniali in un film libero e giovane, ricco di malia, invenzioni registiche, sequenze bellissime: l'aspirapolvere di Shandurai mentre Mr. Kinski compone, il concerto privato per i bambini. Nella colonna musicale Bach, Beethoven, Chopin, Coltrane, Cooder, Grey, Mozart, Scriabin. Fotografia di Fabio Cianchetti, montaggio di Jacopo Quadri. Un film giovane anche nei collaboratori. 3 Globi d'oro 1999 (stampa estera): film, regia, musica (A. Vlad).
Il finale del film è aperto, si resta sospesi tra il ritorno di Shandurai col marito e la nascita dell'amore con mr. Kinski, ma forse non conta il sogno di una notte.
Confidenze troppo intime (Confidences trop intimes) è un film di Patrice Leconte del 2004.
Titolo originale Confidences trop intimes Paese Francia Anno 2004 Durata 104 min Colore colore Audio sonoro Genere drammatico Regia Patrice Leconte Sceneggiatura Jérôme Tonnerre e Patrice Leconte Fotografia Eduardo Serra Montaggio Joëlle Hache Musiche Pascal Estève Scenografia Ivan Maussion Interpreti e personaggi Sandrine Bonnaire : Anna Fabrice Luchini : William Michel Duchaussoy : Dr. Monnier Anne Brochet : Jeanne
Trama
Anna, commessa in una boutique di lusso, dopo aver preso appuntamento per una prima seduta con il dottor Monnier, uno psicanalista, entra nel suo studio e comincia a raccontargli alcuni dei particolari che l'hanno condotta ad avere un colloquio con lui. Dopo un paio di sedute la donna si rende conto di aver commesso un errore: lo studio in cui è entrata non è quello dello psicanalista, ma quello di William, un fiscalista, il quale non era riuscito in alcun modo ad avvertire la donna del malinteso. Anna, apparentemente alterata dalla situazione, fugge via, imbarazzata per aver raccontato alcuni frammenti della sua vita ad un perfetto sconosciuto. Passano alcuni giorni e William, attratto dai racconti di Anna e desideroso più che mai di rivederla, si mette a cercarla, chiedendo inutilmente notizie al dottor Monnier finché non accade qualcosa di inaspettato agli occhi del fiscalista: la donna si ripresenta nel suo studio, ansiosa di continuare a raccontargli i propri problemi. Tra Anna e William incomincia a stabilirsi un ambiguo rapporto, dettato dai racconti morbosi e perversi che la donna racconta a lui, terribilmente affascinato da questa situazione che prenderà una piega inaspettata.
Commento
Il film risulta riuscito sotto diversi punti di vista: la regia, accorta ed intelligente, miscela con sapienza generi quali il dramma psicologico e la commedia, dando come risultato un apprezzabile thriller dei sentimenti; i due interpreti (Luchini e la Bonnaire) sono perfettamente in parte e formano un duetto molto affiatato; entrambi riescono con estrema bravura ad alternarsi di continuo nei ruoli del gatto e del topo, serviti da una sceneggiatura che delinea abilmente il loro scavo psicologico. Nonostante il film si basi quasi totalmente sul rapporto tra i due protagonisti, è da notare come Leconte sia riuscito a creare intorno a loro almeno un paio di interessanti personaggi di contorno.(WIKIPEDIA)
Venezia, 1763. In una chiesa colma di fedeli e di curiosi si sta per compiere il rito del battesimo. Un vescovo presiede la cerimonia. Giacomo Casanova, seduto tra la folla, osserva con disapprovazione il battesimo dei quattro ebrei. Tra di loro c’è anche un ragazzo, Emanuele Conegliano. Il giovane non è convinto di voler passare nel "grembo della Santa Madre Chiesa", ma il vescovo, notata la curiosità del ragazzo verso il testo della Divina Commedia trovato nella sacrestia, lo convince ad accettare, promettendogli l'accesso all’intera biblioteca. Una volta battezzato, il ragazzo diventa Lorenzo da Ponte.
Lorenzo prende gli ordini da sacerdote, ma l'amicizia con Casanova gli permette di non rinunciare al suo animo libertino. Frequenta donne, prostitute, ma soprattutto usa la sua dote di poeta per scrivere e diffondere versi contro la Chiesa ed il potere dell'Inquisizione.
Dopo una serata in una sala da gioco in compagnia di un vecchio giocatore, Lorenzo conosce Annetta, sua figlia, di cui si innamora follemente. Lorenzo giura di accudire e proteggere Annetta, ma non appena fatta la promessa torna in sé e fugge dal palazzo vittima del senso di colpa.
Esiliato dalla Santa Inquisizione con l'accusa di appartenere ad una società massonica e di aver agito contro il volere della Chiesa, Lorenzo si trasferisce a Vienna, città dalla mentalità molto più liberale. Qui conosce le due cantanti migliori di Vienna, la Ferrarese e la Cavalieri, il maestro Salieri e l'imperatore Giuseppe II che, dimostrando subito simpatia verso il prete libertino, gli propone di occuparsi del libretto de "Le nozze di Figaro" di Mozart.
Il primo lavoro di Lorenzo è un successo. Il teatro è colmo di gente, tutti lo applaudono. Ad assistere allo spettacolo, tra la folla, c'è Annetta. Passano gli anni. Lorenzo e la sua compagna, la cantante Ferrarese, si dirigono presso il Castello di Dux, dove incontrano Casanova, che spinge Lorenzo a ritornare a collaborare con Mozart, consigliandogli di realizzare una nuova versione del Don Giovanni.
Inizia così una nuova, strettissima collaborazione con il maestro. Le prove a teatro sono per Lorenzo e Mozart un momento di grande estro creativo e durante le prove Lorenzo ritrova Annetta, divenuta nel frattempo allieva di Mozart.
Tra i due scoppia nuovamente l'amore, ma per Annetta è troppo tardi: ormai è promessa sposa. Lorenzo lascia la Ferrarese per dedicarsi solamente alla riconquista di Annetta. E l'immagine di Don Giovanni cambia: non è più come Casanova, un libertino amante della libertà e della passione, bensì come Lorenzo, un uomo che dopo una vita di vizi incontra il vero amore e lo sposa.
I due innamorati finiscono per perdonarsi, ma proprio nel momento decisivo arriva una missiva. Si tratta dell'elenco, che Casanova ha dato alla Ferrarese, di tutte le donne che Lorenzo ha avuto nella sua vita. Sentitasi tradita, Annetta caccia Lorenzo dalla propria casa e dalla propria vita.
Il rapporto tra Mozart e Lorenzo si fa sempre più stretto, diventando ognuno la spalla dell’altro: Lorenzo è vicino a Mozart, le cui condizioni di salute peggiorano, nel momento della morte del padre; Mozart è vicino a Lorenzo nella difficile riconquista di Annetta. Durante le prove, l’amore di Don Giovanni e Zerlina si mescola e si sovrappone a quello di Lorenzo e Annetta.
La narrazione del film parte alcuni giorni prima della morte di Benito Mussolini, avvenuta il 28 aprile del 1945. In una Repubblica di Salò ormai in disfacimento, vengono rappresentati i pensieri, gli stati d'animo del duce in viaggio verso la morte: numerosi i flashback, in cui il dittatore italiano ricorda la sua gloria passata e il popolo osannante.
Mussolini, che si trova a Milano sotto la protezione dei nazisti, rifiuta la resa con i partigiani del CLN Alta Italia che gli viene offerta dal cardinale Schuster e decide di fuggire verso la Svizzera perché gli anglo-americani sono già penetrati nel Nord Italia. Decide di seguirlo l'amante Claretta Petacci e i gerarchi che vogliono salvarsi la pelle. Durante il tragitto, però, incontreranno dei partigiani che lasceranno fuggire la colonna tedesca che scorta Mussolini solo se consegneranno i gerarchi fascisti, cosa che viene fatta.
Il duce si travestirà da soldato e si mescolerà ai tedeschi ma verrà riconosciuto in un altro blocco partigiano nel paesino di Dongo sul lago di Como. Arrestato, verrà trasportato in varie ed improvvisate prigioni tra cui un casolare contadino. Alla fine verrà portato a Giulino di Mezzegra e lì fucilato; insieme lui verrà pure giustiziata per errore Claretta Petacci, che al primo sparo si era frapposta tra il proiettile e l'amante.
“Carlo Lizzani ricostruisce il triste epilogo dell’avventura mussoliniana. Attraverso i fatti di Dongo, affronta il momento cruciale della vita italiana in cui gli spasimi della dittatura sconfitta si confusero col sangue della guerra civile, senza cedere alla fazione. Un film che è quasi obbligatorio vedere, ma più per dovere d’informazione che per trarne lezioni o palpiti diversi da quelli forniti da molti altri romanzi filmati sulle ultime ore di un gangster che sente alla nuca il fiato della morte e trova pallido conforto nell’abbraccio della sua donna. Rod Steiger? Il confronto col Mario Adorf del Delitto Matteotti non gli giova. Recita Mussolini, non è Mussolini. Ne ha le smorfie, non la febbre. E difficile credere che dietro il suo faccione di luna piena ci siano furore, amarezza, spavento. Lisa Gastoni si muove, parla e supplica - forse è giusto - come in un fotoromanzo. I meglio calibrati sono Franco Nero (un risoluto Audisio) e Lino Capolicchio (un sobrio «Pedro»). Henry Fonda è un cardinale Schuster di scarso risalto. Giuseppe Rodolfo Dal Prà, invece, aiutato dalla taglia, un verosimile Graziani. Anche per merito dell’ottima qualità tecnica dell’immagine, la fotografia di Roberto Gerardi restituisce spesso i colori esatti dei luoghi, e insieme alla musica di Morricone dà al film una costante tenuta spettacolare. (Giovanni Grazzini, Corriere della Sera, 5 aprile 1974)”
COMMENTO
Ho rivisto proprio ieri questo mirabile film di Carlo Lizzani (non condivido la critica "a botta calda" di Giovanni Grazzini, negativa per l'interpretazione di Rod Steiger e di Henry Fonda, mentre Claretta Petacci-Lisa Gastoni realmente viveva con in u fotoramanzo 'ante litteram') dopo avere acquisito il DVD rimasterizzato e ciò che mi ha impressionato negativamente è il comportamento cieco intriso di fanatismo isterico o ottuso, degli uomini della repubblica di Salò, la pratica ossessiva fino all'ultimo istante della mistica fascista, fatta di vuoti comportamenti adoranti, incapace di capire l'inevitabilità del compimento dell'ultimo atto del disastro del fascismo, a 15 giorni dalla resta di Berlino e dello sfacelo totale del nazismo.
L'ho rivisto perchè trovo che vederlo e rivederlo serve, o dovrebbe servire, a comprendere che l'affidare nelle mani di un solo uomo le sorti di una nazione senza i pesi e i contrappesi che garantiscono il controllo politico degli eccessi nell'attività di governo, il controllo istituzionali nell'attività di legiferazione e il controllo giudiziario sui comportamenti violativi della legge penale porta inevitabilmente ai disastri.
Il fascismo al disastro immane della II^ guerra mondiale, in cui Mussolini si infilò per cinico opportunismo ("mi servono un migliaio di morti ..."), il cesarismo rampante attuale con ogni probabilità al disastro economico.
Non ho trovato un trailer del film nè su YouTube, nè su Google video ed altri siti.
Girato con uno stile conturbante ma soprattutto disturbante da Salvatore Samperi a ventiquattro anni, Grazie Zia si inserisce nel quadro politico in cui nasce in maniera del tutto originale raccontando una ribellione che arriva alla misantropia e a una visione agra della vita che non lascia posto alla speranza.
Lisa Gastoni è la bellissima interprete di questo sensuale film che all'epoca scandalizzò per l'audace e torbido rapporto tra zia e nipote.
Alvise, figlio di un industriale di provincia, esprime la sua protesta contro la società fingendo di essere paralizzato alle gambe. In partenza per Hong Kong i genitori lo affidano a Lea, una giovane zia che esercita la professione di medico e ha, da lunghi anni, una relazione con Stefano, un vanitoso e imbelle intellettuale di sinistra. Pian piano e sottilmente, Alvise stacca Lea da Stefano e la fa innamorare di sè, trascinandola, fino a farle dimenticare il mondo e la professione, in una serie di torbidi giochi, ma rifiutandosi di dare completezza all'insano rapporto. Cosicchè, quando Alvise l'invita a un'ultimo gioco, quello dell'eutanasia, Lea accetta senza difficoltà e gli somministra il veleno.
Lisa Gastoni è una delle grandi interpreti del cinema italiano che ha abbinato l’incredibile sensualità alla estrema professionalità. Di padre italiano e madre irlandese, negli anni del dopoguerra si trasferisce a Londra dove inzia la sua carriera di fotomodella e attrice.
Approda al cinema italiano negli anni 60, interpretando alcuni film di fantascienza con il nome di Jane Fate , quindi, dopo un breve matrimonio con un noto fisico, si lega al produttore Joseph Fryd con cui nel 1966 gira da protagonista Svegliati ed uccidi di Carlo Lizzani , al fianco di Robert Hoffmann e dei fratelli Volontè. La pellicola ottiene un notevole successo e l’interpretazione di Lisa Gastoni viene premiata con il Nastro d'Argento. Il film maggiormente legato all'immagine di Lisa Gastoni è però indiscutibilmente il cult movie , Grazie zia (1968) di Salvatore Samperi, nel quale è una conturbante e raffinata zia, attirata in un morboso rapporto psico-incestuoso dal nipote paralitico, interpretato dal giovane Lou Castel, reduce dal successo di I pugni in tasca di Marco Bellocchio. La sua interpretazione sarà premiata con la Targa d'oro al Premio David di Donatello
Negli anni '70 gira pochi film, in virtù di una sua scelta di lavorare solo con registi di qualità ma nel '75 vince il secondo Nastro d'Argento con Amore amaro di Florestano Vancini. Negli anni successivi abbandona gli schermi, dedicandosi alla pittura e alla scrittura. Vi ritorna recentemente con alcune eccellenti interpretazioni per il cinema e la televisione, ottenendo con Cuore sacro di Ferzan Ozpetek una candidatura al David di Donatello e al Nastro d'Argento.
Filmografia essenziale Maria Montessori: una vita per i bambini (2007) nel ruolo di Gemma Montesano (per la TV) Tutte le donne della mia vita (2007) nel ruolo di Diletta, madre del protagonista La provinciale (2006) ne ruolo di Giacinta Foresi, madre della protagonista (per la TV) Cuore sacro (2005) nel ruolo di Eleonora L' Immoralità (1978) nel ruolo di Vera Lo Scandalo (1976) nel ruolo di Eliane Michoud Labbra di lurido blu (1975) nel ruolo di Elli Alessi Mussolini ultimo atto (1974) nel ruolo di Claretta Petacci Amore amaro (1974) nel ruolo di Renata Andreoli (vincitrice del Nastro d'Argento) La Seduzione (1973) nel ruolo di Caterina Maddalena (1971) nel ruolo di Maddalena L' Invasione (1970) nel ruolo di Marina L' Amica (1969) nel ruolo di Lisa Marchesi Grazie zia (1968) nel ruolo della zia Lea La Pecora nera (1968) nel ruolo di Alma I sette fratelli Cervi (1967) nel ruolo di Lucia Sarzi L'uomo che ride (1966) nel uolo di Lucrezia Borgia Svegliati e uccidi (1966) nel ruolo di Yvonne (Candida) Lutring I Criminali della galassia (1965) nel ruolo di Connie Gomez They Who Dare (1954) nel ruolo della fidanzata di George Le avventure di Mary Read (1961) primo film dell'attrice per la regia di Umberto Lenzi, nel ruolo di Mary Duello nella Sila (1962) di Umberto Lenzi, nel ruolo di Miss Parker
1967: Nastro d'Argento alla migliore attrice protagonista 1968: Targa d'oro al Premio David di Donatello x Grazie zia 1975: Nastro d'Argento alla migliore attrice protagonista
Vincitore Miglior fotografia in bianco e nero ( Nastri d'Argento della SNGCI, 1969)
Figlio dei suoi tempi, il ’68, Alvise (Lou Castel) è un ragazzo ribelle ma a modo suo, infatti protesta fingendo di non essere in grado di camminare. Lo fa perché non vuole assumersi delle responsabilità nella società in cui vive, simula per urtare gli odiati familiari: il padre industriale, Stefano (Gabriele Ferzetti) lo zio giornalista comunista verso il quale sfoga l'odio bruciando dei soldatini rappresentanti i vietcong. L’unica persona della famiglia che sopporta è la bella zia medico Lea (Lisa Gastoni) ed è proprio da lei che suo padre lo spedirà per un periodo, nella speranza che le sue gambe riprendano a funzionare. Insofferente verso tutto e tutti, Alvise e la zia iniziano un rapporto un po’ particolare in qualche modo tendente alla sofferenza, al sadomasochismo. Stefano, che intuisce la sua recita di finto infermo, si vedrà gradualmente allontanato dalla compagna la quale passerà sempre più tempo con il nipote facendo così chiacchierare anche le due anziane domestiche. Alvise è tutto una provocazione. Nei confronti della zia prova attrazione e repulsione, forse perché sa cose su di lei che noi non sappiamo ma intuiamo, coma la sua pazzia. Nella coppia che formano l’elemento forte è Alvise e non sua zia che invece si lascia manovrare dal nipote come una marionetta. Il loro è un rapporto violento sia sul piano fisico che psicologico. Alvise poi ha degli atteggiamenti infantili che scioccano o innervosiscono i presenti. Ogni loro discorso da intellettuali illuminati gli scatena una reazione eccessiva anche perché vede cosa si nasconde dietro le loro belle, giuste e sagge considerazioni: una ipocrisia che non gli appartiene. Anche la disinibita danza della giovane cantante Nicoletta (Luisa De Santis) gli provoca una reazione allergica. Eppure anche lui, anzi soprattutto lui, è un falso. Anche lui ha una facciata che non corrisponde alla realtà, anche lui appartiene e assomiglia a questo mondo che tanto odia. Dinnanzi a questa contraddizione inestricabile, a questo mal di vivere che lo tiene prigioniero, Alvise può fare solamente una cosa, e l’unica persona che gli può dare una mano a realizzarla è l’amata e sfruttata zia.
Recensione del film "Away for her" - Lontano da lei (2006)
Chi l'ha detto che le opere prime da registi degli attori sono sempre trascurabili? Sarah Polley, volto sublime della miglior produzione di Atom Egoyan, di certo non rientra nel lotto e a neanche trent'anni dirige con grazia e intelligenza l'amore di un'anziana coppia giunta a una complice serenità, improvvisamente spezzata dalla crudeltà dell'Alzheimer. Non proprio il soggetto che si immagina in mano a una giovane debuttante dietro la macchina da presa. A guardarlo poi Away from Her - Lontano da lei appare così discreto e trasparente che si rischia di pensare che sia un film di semplice lettura e realizzazione, quando invece è un gioiello di sensibilità e sincerità, capace di raccontare una storia a forte rischio di pietismo con una ricchezza, una grazia e un equilibrio davvero sorprendenti.
Come tutto il migliore cinema indipendente americano Away from Her si dimostra in grado di gettare uno sguardo intenso e toccante su temi tanto battuti quanto di difficile trattazione come l'amore, la vecchiaia e la malattia, raccontando senza ossessioni disfunzionali o atroci stramberie alla
Little Miss Sunshine, il progressivo scollamento della realtà causato dalla più atroce delle malattie. Pena infinita specie per chi come Grant (uno straordinario Gordon Pinsent) è costretto a subire impotente la perdita di una memoria comune di una vita costruita insieme. Costretto soprattutto a perdere, giorno dopo giorno, lo sguardo dell'amata Fiona (Julie Christie, grandissima anche lei), dopo 44 anni vissuti insieme. Perché dopo le crisi, le difficoltà e le cattiverie del passato, in lui c'è ormai spazio solo per la persona che ora non lo vede più e finisce anche tra le braccia di un altro.
La delicatezza della regia della Polley commuove senza mai scadere nella retorica o nel sentimentalismo, proprio perché documenta un'agonia che monta e strugge con una sobrietà invidiabile, senza mai ricattare lo spettatore o prendere facili scorciatoie melodrammatiche. La direzione degli attori poi è encomiabile e dimostra che la Polley ha le idee ben chiare e mai viene toccata dalle tipica ansia esibizionista da opera prima (non è un caso a questo proposito la volontà di non apparire come attrice). Scelte che permettono al film di costruire un legame solido con lo spettatore che si sente sempre più parte del dramma di Fiona e Grant sposando lo sguardo di quest'ultimo. Un po' come se la presenza fantasmatica di Grant nella casa di cura necessiti di una compartecipazione e di una validazione esterna che ne certifichi l'esistenza, in un luogo dove non esiste la memoria. Perché fa davvero troppo male osservare da soli una perdita irreversibile.