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lunedì 17 gennaio 2011

Viaggio nell'inferno delle carceri italiane - Riccardo Iacona - Cadoinpiedi.it



C O M M E N T O

Non v’è dubbio che l’intervista fatta a Riccardo Iacona è molto impressionante. Egli descrive una situazione quasi da bolgia infernale che sarebbe presente nelle carceri italiane. Io che di carceri ne ho diretto una trentina in 40anni sono molto sorpreso dai contenuti dell’intervista, che sembra generalizzare situazioni di disagio estremo presenti in quella forma acuta in carceri antichi come Poggioreale a Napoli o in carceri moderne come la Dozza di Bologna. Io aggiungo carceri vecchie come San Vittore a Milano (costruito nel 1879), Regina Coeli a Roma (un convento adattato a carcere nel 1881, l’Ucciardone a Palermo (progettato come carcere nel 1800 ed entrato in funzione nel 1842).

Ve ne sono altri, ma ai fini del presente commento non interessa.

Spero che Iacona, bravo giornalista, si sia occupato anche di carceri che funzionano, come la II^ casa di reclusione di Milano-Bollate.

Per primo desidero parlare delle immagini presentate nel video. La maggior parte sembra non sia si carceri italiane, le celle sono di tipo cubicolare, delle quali ne sopravvivono poche unità (per certo ad Alessandria, carcere che io diretto, salvo da allora i cubicoli non siano stati modificati con imponenti lavori strutturali, mentre la Casa di Reclusione di Firenze, dove ho prestato servizio quale vicedirettore è stata dismessa contemporaneamente alla casa circondariale – non a sistema cubicolare – per l’entrata in funzione del nuovo carcere di Firenze-Sollicciano).

Ma soprattutto io non ho contezza di celle affiancate e numerate.

Iacona afferma che le carceri in Italia sono “luoghi di tortura” e basta, dando l’impressione che si pratica la tortura fisica, il che, ovviamente, non è vero. Quindi, si tratta di sollecitazioni anche gravi di natura psicologica, nettamente connesse col sovraffollamento, affermando – ed è vero – che alcune carceri hanno il doppio dei detenuti previsti dalla capienza.

Poi passa a descrivere la vita interna a Poggioreale, il carcere vecchio di Napoli, laddove i detenuto languono in cella per 22 ore su 24, ed è vero, per mancanza di attività trattamentali e di tempo libero pur previste dall’ordinamento penitenziario e dal suo regolamento di esecuzione. Le due ore sono distribuite nel passeggio nei relativi cortili all’aria aperta, un’ora al mattino e l’altro al pomeriggio.

Egli afferma che, rebus sic stantibus, l’esecuzione della pena detentiva sono soldi buttati via, perché ogni detenuto costa intorno ai 150 euro al giorno. Anche questo è vero come è vero che un giornalista deve svolgere attività di denuncia e non deve presentare soluzioni, che non gli competono.

Passando ad esaminare i motivi del sovraffollamento, lavoro improbo, Iacona li individua in tre leggi che definisce criminogene: 1) la Bossi-Fini; 2) la Giovanardi-Fini; 3) la ex-Cirielli.

Non chiarisce perché ma l’ambito di una intervista non consente chiarimenti agevoli.

LA BOSSI-FINI (IMMIGRAZIONE)

Fissa dei limiti molto ristretti per l'immigrazione regolare (bisogna già avere un contratto di lavoro prima di partire) e riduce la durata del permesso di soggiorno (due anni).

In pratica da un lato non tiene conto che è davvero raro che qualcuno venga assunto a distanza senza nemmeno un colloquio, e dall'altro impone il rinnovo del permesso ogni due anni indipendentemente dalla durata del contratto.

Parallelamente introduce sanzioni penali anche per quelle violazioni precedentemente sanzionate solo in sede amministrativa.

Si realizza dunque un meccanismo secondo il quale la difficoltà di adempiere alle prescrizioni induce più facilmente alla violazione. E, inoltre, sanzionare allo stesso modo comportamenti diversi significa non già scoraggiarli, ma far ritenere "conveniente" commettere il reato più grave.

LA GIOVANARDI-FINI (DROGA)

La nuova legge sulla droga, la Fini-Giovanardi, non fa più alcuna distinzione tra le varie sostanze ai fini della determinazione delle sanzioni, ossia delle pene detentive. Tutte sono state aumentate, indistintamente.

Ciò provoca l'orientamento della criminalità sulla massimizzazione del profitto. In pratica visto che il rischio di condanna è uguale, meglio spingere le droghe che costano di più e rendono di più. Naturalmente sono quelle dagli effetti più dannosi.

Morale: più di un terzo della popolazione carceraria totale è rappresentato da detenuti accusati di reati connessi agli stupefacenti.

In sintesi: la nuova legge ha eliminato il criterio della “modica quantità” per uso personale per introdurre le soglie massime consentite.

Oltre questa soglia qualunque siano le condizioni soggettive, le circostanze del fatto, non si può mai parlare di detenzione per uso personale ma di spaccio. Dunque la pena va da 6 a 20 anni.

In teoria il principio potrebbe essere giusto ma in pratica si rivela dannoso.

Ecco perché: le tabelle fissano i limiti di possesso personale di “principio attivo” – e non di stupefacente complessivamente inteso - di ciascuna sostanza.

Ora il punto è questo: un assuntore di cannabis (ad esempio) che è riuscito a trovare sostanza più “pura”, dove il principio attivo è al 20 per cento (accade spesso a coloro che se la producono da soli coltivandosi le piantine nell’orto), va in galera per 10 anni se viene beccato con 5/7 spinelli perché si suppone, automaticamente, che sia uno spacciatore.

Al contrario (cosa che accade molto frequentemente) le organizzazioni criminali, dopo la legge, hanno quasi dimezzato il principio attivo in modo che uno spacciatore di cocaina sorpreso con 20 dosi pronte per essere vendute possa agevolmente sostenere che si tratti in realtà di uso personale perché il principio attivo non supera la soglia della tabella legislativa.

Ciò provoca due conseguenze:

1) mettiamo in carcere i consumatori “privati” etichettandoli come spacciatori.

2) lasciamo liberi, e gli paghiamo anche una riabilitazione che in realtà non serve a nulla, degli spacciatori professionisti alle dipendenze della criminalità definendoli semplici consumatori.

Per giunta quella stessa criminalità, diminuendo la quantità di principio attivo, raddoppia i propri guadagni e, come non bastasse, adoperando spesso per il taglio sostanze dannose fa aumentare i morti.

LA EX-CIRIELLI (PRESCRIZIONE)

Con la riforma introdotta dalla legge 251 del 5 dicembre 2005 (la cosiddetta ex - Cirielli), il tempo necessario per la prescrizione corrisponde al massimo della pena edittale, cioè della pena prevista dal codice penale senza tenere conto di attenuanti o aggravanti che possono, in concreto, far aumentare la condanna sotto il minimo o oltre il massimo rispetto a quanto previsto dal codice.

Oggi ciò che conta è la pena massima: se è di 7 anni il reato si prescrive in 7 anni (e non in 10 come prima), se è di 10, in dieci anni.

Sono però previsti due “limiti”: nessun delitto può prescriversi in meno di 6 anni (ad esempio per l’abuso d’ufficio la pena massima è 3 anni ma la prescrizione è di 6), e nessun reato contravvenzionale si può prescrivere in meno di 4 anni.

Che significa tutto questo?

Oggi, il reato di ricettazione (pena massima stabilita dal codice: 8 anni) si prescrive, appunto, in 8 anni. Prima invece siccome 8 sta tra 5 e 10 si prescriveva in 10 anni.

In sostanza la prima conseguenza della riforma è che la prescrizione è stata quasi sempre ridotta, almeno per i reati più gravi.

E visto che non è stato fatto nulla per abbreviare i tempi della giustizia questo significa che sono di più i processi che si concludono con la prescrizione.

Una seconda conseguenza è che al contrario i reati di minore importanza (come il disturbo della quiete pubblica che certo non crea alla società gli stessi problemi della corruzione) si prescrivono in tempi più lunghi.

RIASSUMENDO

Il fatto più grave è che la criminalizzazione di comportamenti non previsti come reato o l’aggravamento della sanzione detentiva per reati di minimo allarme sociale, comporta l’effetto definito “massimizzazione dei profitti”. E ciò in riferimento alla clandestinità e al relativo reato, che comporta però solo una sanzione pecuniaria che l’interessato non potrà mai pagare, visto che è povero in canna, che produce la involuzione del comportamento criminoso verso altri reati, tipico quello ben più grave di spaccio di sostanze stupefacenti.

Quanto sopra è evidente soprattutto per la Bossi-Fini e per la Giovanardi-Fini, mentre la ex-Cirielli accorcia i termini di prescrizione dei reati gravi, riducendola ad almeno sei anni, e allunga tali termini per i reati contravvenzionali, che adesso si prescrivono tutti in 4 anni.

Nel redigere questi chiarimenti sulle tre leggi ho chiesto aiuto al dr. Roberto Ormanni e alla sua sapienza giuridica.

Tornando all’intervista di Iacona, i dati che egli fornisce sono impressionanti.

Il 30% di detenuti stanno in carcere per reati di tossicodipendenza o ad essa connessi, per gli stessi, sostiene a ragione Iacona occorrerebbero cure presso comunità protette esterne al carcere. Però, ve ne sono pochissime e non sono praticabili per reati commessi in stato di assunzione di droghe, di evidente maggiore gravità. Dunque le comunità potrebbero curare solo i detenuti tossicodipendenti trovati in possesso di droghe con principio attivo superiore alle tabelle.

Ciò non consente di definire il carcere una ‘discarica sociale’, considerato che detenuti per possesso di droga per uso personale non sono la maggioranza.

Poi vi sono un 30% di stranieri ed un 20% di detenuti affetti da turbe psichiche (17.000 unità).

Infine, i detenuti autori di reati gravi sono il 4%, quindi mancano all’appello un16% di detenuti non incasellati in una categoria.

Quindi, il giornalista tocca il tema della estrema povertà. A Natale 2010 nel carcere La Dozza di Bologna il 50% dei detenuti avevano 10 euro sul conto corrente carcerario.

Quindi sono poveri già in libertà che diventano ancor più poveri in carcere, dove non ci sono, aggiungo io, attività lavorative remunerate, posto che il lavoro è considerato a ragione dal legislatore come il vero fattore risocializzante.

Quindi propone la riforma del Codice Penale, nel testo licenziato da Giuliano Pisapia, depenalizzando circa 300 tipi di reato (Bruno Tinti parlava di 200). Mi chiedo quanti di essi prevedono la carcerazione preventiva (custodia cautelare) e una pena detentiva tale da non consentire l’accesso alle misure alternative alla detenzione (4 anni pena detentiva anche residua).

Però è certo che senza intervenire sulla legislazione penale, eliminandone storture e illogicità, l’aumento dei detenuti non si fermerà.

Alcune opinioni di Iacona sembrano conseguenza di disinformazione. Chi entra in carcere non diventa un numero, non indossa la casacca a strisce col numero di matricola stampato sul petto, non viene chiamato col numero ma con nome e cognome.

Altrettanto accade per il personale del carcere.

Ciò non vuol dire, però, che si abbia molta cura, oggi, del profilo umano dei detenuti, non sempre per motivi ideologici, spessissimo per carenze di ogni genere.

Per i detenuti provenienti dalla libertà mai stati in carcere c’è un servizio specifico, chiamato “Nuovi Giunti), vero è che lo psicologo addetto nei carceri di media e piccola grandezza ha contratti di lavoro a tempo determinato di pochissime ore (Iacona dice 28, in realtà il numero di ore è variabile in ordine alle risorse economiche assegnate. Ma uno psicologo non è una unità di personale (tra l’altro, non lavoro subordinato), è una unità lavorativa qualificata.

Tra le cause di suicidio di detenuti (66 l’anno 2010) Iacona individua la vergogna per essere finito in carcere, può essere ma da sola non basta. Fortemente condizionante è il clima psicologico cupo che caratterizza il carcere, anche il meglio organizzato, che finisce col rompere un fragile equilibrio psicologico con conseguenze nefaste.

Dr. Luigi Morsello – Ispettore Generale dell’Amministrazione Penitenziaria

lunedì 1 novembre 2010

I morti invisibili in carcere Cancellati perché stranieri


di LUIGI CARLETTI

Nelle prigioni italiane muoiono ogni anno 150 detenuti. Un terzo per "cause oscure". Ma l'elenco delle morti sospette è destinato a salire. Nel conteggio complessivo mancano gli "invisibili". Gli "invisibili" sono quei detenuti stranieri il cui decesso si riassume in un certificato e in una sommaria ricostruzione dei fatti destinata alla burocrazia. A Regina Coeli, il carcere romano già al centro di inchieste per i casi Cucchi e La Penna, gli "invisibili" finiti nel nulla sono tre. Due sono morti in cella, un terzo nel carcere di Augusta (Siracusa), ma la famiglia da tempo aveva chiesto un intervento alla procura di Roma per indagare sui ripetuti maltrattamenti che il giovane avrebbe subito ben prima del suo trasferimento in Sicilia.

Marko Hadzovic, Paolo Iovanovic, Mija Diordevic. Cittadini originari della ex-Jugoslavia, abituati a sopravvivere ai margini. Pregiudicati, tossici, malviventi di mezza tacca. Tre "clienti" abituali delle prigioni italiane. Erano considerati scarti della società. Adesso sono morti e nessuno, a parte le famiglie e qualche amico, si impegna per sapere come. E perché. E se ci sono responsabilità nel comportamento di chi, in funzione del proprio ruolo, e nel rispetto delle leggi, avrebbe dovuto sorvegliarli ma anche proteggerli.

Eppure i loro casi, proprio perché opachi e facili da archiviare, sembrano gettare nuove ombre sul nostro sistema carcerario, e nel caso specifico su Regina Coeli. Sembrano dire che le vicende ben più note di Stefano Cucchi e di Simone La Penna non sono eventi eccezionali. Questo sembrano dire le storie degli "invisibili". Storie delle quali nessuno finora ha mai parlato ma che Repubblica è in grado di ricostruire.

Marko Hadzovic, 32 anni, è morto in prigione ad Augusta (Siracusa) il primo marzo scorso. Vi era arrivato da Regina Coeli passando per Viterbo e Rossano Calabro. Un tour carcerario non usuale per un piccolo rapinatore che doveva scontare pene cumulative per nove anni. Era stato arrestato a Roma perché insieme al suo complice minorenne, armati di taglierino, aggredivano le donne sole in macchina, le picchiavano e le derubavano. Un reato odioso il cui effetto sulla generale sensazione di insicurezza era devastante.

Quando Hadzovic fu arrestato, il tam-tam carcerario diffuse la voce che tra le vittime dei suoi colpi vi fosse stata anche la congiunta di un uomo delle forze dell'ordine. Questo, all'interno dell'istituto di pena, avrebbe aggravato - e non poco - la sua situazione.

Alex H., ladro di rame, era a Regina Coeli nello stesso periodo. Racconta a Repubblica: "Ho incontrato Marko Hadzovic nel settimo braccio. Gli facevano portare il vitto. Non si doveva parlare con lui, era considerato peggio di un "infame". Mi sembrò un po' malconcio. Per noi stranieri è sempre più dura che per gli altri. Con qualcuno esagerano proprio. Di Marko mi dissero che era caduto dalle scale".

La famiglia di Hadzovic, attraverso i suoi legali, si era rivolta al Garante dei detenuti e cercò di interessare la magistratura. "E' stato legato, bastonato, gettato per terra" scriverà in una memoria. Queste, e molte altre accuse, non trovarono però uno sbocco d'indagine. Nel frattempo Hadzovic venne trasferito nelle altre carceri. Ad Augusta il primo marzo scorso è morto. La procura di Siracusa ha aperto un'inchiesta per omicidio.

Paolo Jovanovic viene fermato dai carabinieri il 17 marzo del 2007 e portato a Regina Coeli. Ha 27 anni. È accusato di ricettazione, è un tossicodipendente frequentemente in crisi. Uscirà dal carcere il 22, ormai privo di vita. Nei cinque giorni di detenzione è stato curato con il metadone per astinenza da eroina. Lo psichiatra consiglia la sorveglianza in cella di isolamento con prescrizione di psicofarmaci.

La sera del 22 marzo, intorno alle 20,30, il personale carcerario va da Jovanovic per somministrargli la terapia. Secondo quanto dichiarato nei documenti ufficiali, lui non risponde e nessuno lo sveglia. Alle 22,50 il personale procede alla conta numerica dei detenuti. Jovanovic continua a non rispondere. Non può, perché sta morendo.
Si tenta un soccorso estremo con rianimazione e defibrillazione. Gli amici di Jovanovic, che sul caso hanno costruito un dossier, ritengono che l'intervento fu tardivo e inutile. "A quel punto era già morto", dicono. Il detenuto viene trasportato in ospedale e lì risulterà essere deceduto alle 23,46. Nel dossier, che sostiene la necessità di un'indagine, sono elencate le numerose perplessità legate ai farmaci utilizzati e alle modalità di detenzione.

Mija Diordevic viene arrestato nel 2008. Ha quarant'anni. È un pluripregiudicato, un soggetto difficile che fa uso di droga. In cella viene "gestito" con il valium. Secondo la famiglia, Mija si sente male di stomaco, il valium lo ha talmente stordito che non riesce a respirare. Muore in cella soffocato dal vomito. Nessuno ne parla. È un altro "invisibile" da archiviare al più presto. La procura apre un fascicolo per gli accertamenti di rito. Il risultato a cui si approda è che non si ravvisa alcun reato. La famiglia, difesa dall'avvocato Luca Santini, dà il via a una causa civile contro il ministero della Giustizia e l'Asl. La tesi è che ci sia stata negligenza e che il cittadino-recluso Mija Diordevic sia stato abbandonato a se stesso.

(01 novembre 2010)

sabato 30 ottobre 2010

giovedì 15 aprile 2010

Alle Vigne la direttrice dell’istituto penitenziario milanese


Il carcere dal volto umano: a Lodi arriva il caso Bollate

Libertà anche dietro le sbarre: missione difficile ma sicuramente non impossibile per Lucia Castellano, direttrice del carcere di Bollate.

Ospite al Teatro alle Vigne, ha dedicato la serata alla promozione dei diritti di coloro che, seppur macchiati di gravi reati, conservano pur sempre la dignità dell’essere umano. Tema spinoso e controverso, che ha suscitato un notevole interesse da parte del pubblico. Ad accogliere la direttrice e Cecco Bellosi, operatore di comunità terapeutiche, una sala gremita.

Settantamila i detenuti in Italia, tra condannati e reclusi in attesa di giudizio.

Quarantacinquemila i poliziotti penitenziari che lavorano e vivono tra le mura dei carceri. Lo sa bene la Castellano, dopo ben vent’anni di professione. Carcere di Poggioreale, di Eboli, di Agrigento e di San Vittore a Milano: queste solo alcune delle tappe verso la scoperta di un’orribile realtà fatta di sovraffollamento, condizioni igienico-sanitarie disumane, violenze e sprechi di risorse.

«Si tratta di un mondo complesso, che spesso tende a diventare una sorta di pressa in grado di schiacciare totalmente l’integrità della persona - ha detto l’attuale direttrice del carcere di Bollate -. La mia esperienza lavorativa all’interno di istituti di pena mi ha spinto a raccontare il mondo del carcere anche attraverso le voci dei suoi abitanti».

Storie drammatiche, di umanità cancellate, raccontate nel libro titolato “Diritti e castighi”, scritto dalla Castellano in collaborazione con Donatella Stasio per descrivere l’autentica sofferenza di tutti coloro che subiscono il carcere, partendo sicuramente dai detenuti ma anche dall’esperienza di famigliari, dirigenti, unità di polizia e cappellani.

Secondo la direttrice del carcere di Bollate sono due le cause imputabili a tale situazione di degrado: «Sicuramente l’inefficienza di determinate pratiche strutturali che sfocia poi nel sovraffollamento delle carceri, ma personalmente ritengo si tratti soprattutto di un problema di cultura. Il carcere di Bollate vuole essere un tentativo di vivere il sistema penitenziario senza trascurare la finalità educativa. Con la semilibertà o l’affidamento in prova il carcerato viene accompagnato nella società civile offrendogli la possibilità di ricominciare. Indispensabili, inoltre, sono i contatti con il territorio ed eventuali comunità riabilitative che dissuadano da possibili situazioni recidive».

Diversi gli interventi, anche da parte di coloro che, il carcere, l’hanno vissuto in prima persona: situazioni di disagio, di difficoltà a convivere con una burocrazia che spesso infigge un surplus alla pena, ad esempio, attraverso l’obbedienza assoluta e alla negazione di semplici abitudini, come il banale orologio al polso. A Bollate i risultati positivi non mancano: assenza di tentativi di suicidio e diminuzione di fenomeni di autolesionismo e di evasione sono la conferma.

Lucia Macchioni

giovedì 14 gennaio 2010

LA DICHIARAZIONE DI FRANCO IONTA


La dichiarazione del Presidente del Consiglio dei Ministri sullo stato di emergenza nazionale carcere è il punto di partenza dell’articolato piano di intervento del Governo per affrontare non solo il problema del sovraffollamento ma più in generale per dare avvio al nuovo corso del sistema carcere.
Franco Ionta
, capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, così introduce il suo ragionamento per uscire dall’emergenza carceraria, sintetizzando quanto è stato discusso dal Consiglio dei Ministri di oggi. Il piano di intervento del Governo poggia su tre aree di intervento: edilizia penitenziaria, implementazione dell’organico di Polizia Penitenziaria, misure deflattive della carcerazione.
La dichiarazione dello stato di emergenza nazionale delle carceri, il cui limite temporale è stato fissato, a partire da oggi, fino al 31 dicembre 2010, spiega Ionta, nasce con riferimento alla legge 225 del 24 febbraio 1992, una legge della protezione civile che consente di dichiarare lo stato di emergenza nazionale in presenza di situazioni che non siano riferite esclusivamente a espisodi di calamità naturale, ma che si estende a situazioni emergenziali che determinano un allarme nazionale. Il Governo nella sua interezza, continua il Capo del DAP, ha accolto la proposta di dichiarare lo stato di emergenza nazionale delle carceri, dichiarazione che comporta la nomina di un commissario delegato dotato di poteri straordinari per affrontare e risolvere il problema.
L’ordinanza che conferisce al Commissario Delegato poteri eccezionali in deroga alle procedure ordinarie, sarà emanato dal Presidente del Consiglio dei Ministri nei prossimi giorni. Il Commissario straordinario potrà dunque procedere in deroga alle ordinarie competenze, velocizzando procedure e semplificando le gare d’appalto. Il “braccio operativo” con cui il Commissario straordinario gestirà l’emergenza carcere sarà la Protezione Civile Servizi S.P.A.
Il portato finanziario delle disposizioni di cui all’art. 2, comma 219, della legge 23.12.2009, n. 193,
costituisce premessa per l’individuazione della consistenza numerica di nuovi padiglioni e nuove strutture, tenendo anche conto del presumibile utilizzo dei fondi di bilancio pari a circa 80.000.000 di euro e del finanziamento di talune opere con i fondi a disposizione di Cassa Ammende.
La stabilizzazione del sistema carcerario, prosegue Ionta, passa anche attraverso l’implementazione dell’organico di Polizia Penitenziaria al fine di gestire, in termini di dignità del lavoro e di dignità della detenzione, la popolazione detenuta che, ad oggi, ammonta a circa 64.800 unità, a fronte di una disponibilità stimabile intorno ai 65.000 posti disponibili. Secondo le indicazioni dell’art. 2 comma 212 della legge finanziaria 2010 è prevista l’assunzione di 2.000 unità di Polizia Penitenziaria, i cui tempi devono necessariamente calibrarsi sull’andamento progressivo dello stato delle costruzioni dei nuovi edifici o padiglioni penitenziari.
Oltre all’assunzione di 2000 nuove unità, il Capo del DAP ritiene che occorra supplire al fisiologico turn over determinato dai posti resi vacanti dal personale che lascia il servizio per raggiunti limiti di età. Nell’arco dei prossimi tre anni, spiega Ionta, si prevede un turn over di circa 800 unità in meno all’anno, la previsione, quindi, è di supplire tale carenza con la possibilità di assumere circa 1.800 unità di Polizia Penitenziaria. I tempi di assunzione di nuovo personale, aggiunge Ionta, saranno ridotti rispetto alle ordinarie procedure di reclutamento tramite concorso pubblico, in quanto per almeno mille unità si potrà attingere utilizzando la graduatoria degli idonei non vincintitori del concorso pubblicato nella Gazzetta ufficiale del 10 ottobre 2008, mentre sarà necessario bandire un nuovo concorso per l’assunzione delle rimanenti mille unità. Per accelerare ulteriormente l’immissione in servizio delle nuove unità di personale, l’attuale durata di dodici mesi di formazione sarà ridotta a sei.
Il terzo punto del “pacchetto carcere”, necessario per consentire una progressiva diminuzione della popolazione carceria, è l’introduzione di misure deflattive alla carcerazione. Tenendo presente che tale esigenza deriva da priorità legate alla sicurezza sociale, il provvedimento allo studio consente di scontare l’ultimo anno di pena in stato di detenzione domiciliare. In riferimento proprio alle tematiche della sicurezza dei cittadini il provvedimento escluderà quei soggetti che scontano una pena per i reati gravi, quali quelli previsti dall’art. 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario e, inoltre, per coloro che contravverrano alle disposizioni sarà previsto un aumento di pena rispetto a quella ora prevista per il reato di evasione.
I provvedimenti, conclude il capo del DAP, devono poter marciare contestualmente e progressivamente nell’arco dei prossimi tre anni. Solo in questo modo sarà possibile raggiungere l’obiettivo che mi sono dato nell’assumere l’incarico di Capo del DAP, ovvero la stabilizzazione del sistema penitenziario, perché lo stato emergenziale non sia più la condizione ordinaria di un sistema che impegna energie, professionalità, risorse capacità in grado di far funzionare una macchina complessa quale è l’Amministrazione Penitenziaria.

Carceri: via libera del CdM a stato d'emergenza. Alfano: Piano su 4 pilastri e Ionta Commissario



dal sito del Ministero della Giustizia
mercoledì 13 gennaio 2010


Dichiarazione dello stato d'emergenza fino a tutto il 2010; interventi di edilizia penitenziaria per la costruzione di 47 nuovi padiglioni e 18 nuovi istituti secondo il 'modello L'Aquila', con la predisposizione di oltre 21mila posti in più che porteranno la capienza totale a 80mila unità; interventi normativi che introducono la possibilità della detenzione domiciliare per chi deve scontare solo un anno di pena residua e la messa alla prova delle persone imputabili per reati fino a tre anni, che potranno così svolgere lavori di pubblica utilità; assunzione di 2000 nuovi agenti di Polizia Penitenziaria.

Sono quattro i “pilastri” del Piano carceri elaborato dal ministro della Giustizia Angelino Alfano e approvato oggi dal Consiglio dei Ministri, con il quale il Governo intende risolvere i problemi di sovraffollamento degli istituti penitenziari italiani.

Alla base di tutto, c’è la dichiarazione dello stato di emergenza in cui versa attualmente il sistema penitenziario italiano, che durerà fino al 31 dicembre di quest'anno. Quindi gli interventi di edilizia penitenziaria, con la costruzione, entro l’anno, di 47 nuovi padiglioni utilizzando il modello adottato per il dopo-terremoto a L'Aquila. A partire dal 2011, poi, saranno realizzate, sotto la supervisione del capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e Commissario straordinario per l'emergenza, Franco Ionta, le altre strutture previste dal Piano. Complessivamente, tali interventi porteranno alla creazione di 21.709 nuovi posti negli istituti penitenziari e al raggiungimento di una capienza totale di 80mila unità. Per realizzare tutto ciò, saranno utilizzati 500milioni di euro già stanziati in Finanziaria e altri 100milioni di euro provenienti dal bilancio della Giustizia.

Sul piano normativo, saranno introdotte novità al sistema sanzionatorio, per prevedere, da un lato, la possibilità della detenzione domiciliare per chi deve scontare solo un anno di pena residua e, dall’altro, la messa alla prova delle persone imputabili per reati fino a tre anni, che potranno così svolgere lavori di pubblica utilità con conseguente sospensione del processo. Il Piano del Guardasigilli, infine, prevede l’assunzione di 2000 nuovi agenti di Polizia Penitenziaria.

“Quella che ci accingiamo a compiere – ha commentato Alfano – è una missione che non ha precedenti nella storia della Repubblica, perché per la prima volta si vuole risolvere il problema del sovraffollamento carcerario senza dover ricorrere all'ennesima amnistia o a provvedimenti di indulto, ma volendo dare dignità a chi, comunque, deve scontare una pena detentiva”.

sabato 9 gennaio 2010

SULMONA Ecco il carcere dei suicidi


UN MORTO GIOVEDÌ: È IL QUINDICESIMO IN DIECI ANNI
di Rita Di Giovacchino


Quattro detenuti suicidi in otto giorni. La tragica sequenza è culminata nelle ultime 24 ore con due impiccati alle sbarre della cella e un terzo, salvato in extremis dagli agenti di custodia.
Il primo suicidio a Verona, gli altri due a Sulmona nel tristemente noto “carcere dei suicidi”. La nostra piccola Guantanamo.
Qui, negli ultimi dieci anni, si sono tolti la vita in quindici. Anonimi pregiudicati, boss famosi, picciotti pentiti.
Ma anche il sindaco di Roccaraso Camillo Valentini, politico locale emergente, trovato morto in cella il 16 agosto del 2004 soffocato da un sacchetto di plastica. Era stato arrestato poche ore prima per una storia di mazzette.
Ma a Sulmona, record dei record, si è uccisa anche la direttrice, Armida Miserere. Alla vigilia di Pasqua, il 19 aprile 2003, si è chiusa nell'appartamento di servizio e dopo essersi stesa sul letto si è sparata in bocca una pallottola calibro nove. Anche in questo caso l'inchiesta fu chiusa in fretta addebitando il tragico gesto alla “depressione”.
La morte è tornata a bussare in via Lamaccio alle 17,45 di giovedì. Il carcere di Sulmona è un brutto cubo di cemento grigio, che riflette i bagliori della montagna innevata. Il detenuto suicida si chiamava Antonio Tammaro, 28 anni, di Villa Literno. Non si sa perché sia finito lì, non aveva alcuna pena da scontare, era soltanto un “soggetto socialmente pericoloso”.
Il carcere di Sulmona ospita invece ergastolani, boss, terroristi, assassini, gente da “fine pena mai” o sottoposta al 41 bis.
Il povero Tammaro aveva solo qualche disturbo psichico, niente a che fare con terroristi come Nadia Lioce, transitata qui un paio di anni fa. O mafiosi come quel Guido Cercola, condannato all'ergastolo per la strage di Natale del 1984.
Anche lui si è tolto la vita il 4 gennaio 2005 impiccandosi alla spalliera del letto.
Tammaro, ad onta della pericolosità, era appena rientrato da un permesso premio. Forse non ce l'ha fatta a riaffrontare via Lamaccio. La notizia è rimbalzata da un braccio all'altro e, poche ore dopo, un altro detenuto ha provato a togliersi la vita. Per fortuna questa volta gli agenti sono arrivati in tempo.
L'altro detenuto, suicida nelle ultime ore, si chiamava Giacomo Attolini, aveva 48 anni, era un pizzaiolo di origini siciliane residente da tempo a Villafranca di Verona.
Il 2 gennaio, ad Altamura, vicino Bari, si è ucciso Pierpaolo Ciullo, 39 anni. E tre giorni dopo si è impiccato nel carcere Buoncammino di Cagliari, Celeste Frau, 62 anni. Tutti italiani. “Adesso è davvero emergenza”, denuncia l'Osservatorio permanente sulle carceri. Se nel 2009 i suicidi nelle prigioni sono stati 72, una media degna dello Spielberg di Silvio Pellico, nel 2010 potrebbe andare peggio. Questo il giudizio unanime dei sindacati degli agenti penitenziari.
La frequenza dei suicidi in carcere è in Italia 20 volte più alta rispetto ad altri paesi, anche meno “'democratici”. In Romania, ad esempio, dove ci sono 40mila detenuti i suicidi non più di cinque l'anno. In Polonia, su 80mila, è meno della metà. E negli Stati Uniti il numero dei suicidi si è ridotto del 70 per cento grazie al lavoro di una sezione ad hoc del Dipartimento federale.
Dice Donato Capece, segretario del Sappe che “quattro suicidi in otto giorni sono cosa indegna di un paese civile”. Per Luigi Manconi, presidente dell'associazione Buon Diritto, “bisogna fermare questa strage”.
Ma sono davvero tutti suicidi?
L'interrogativo si è più volte proposto soprattutto a Sulmona, dove ieri sera i detenuti hanno dato vita a proteste battendo con le pentole contro le sbarre, chiedono che sia aperta un'inchiesta sulle condizioni di vita interne al carcere.
Perché si è suicidata Armida Miserere? Cosa aveva scoperto?
In verità i casi più sospetti avvennero dopo la sua morte: nel 2005 Nunzio Gallo, camorrista con la passione di fare il cantante, aveva in effetti cominciato a “cantare”. Pochi giorni dopo lo trovarono impiccato.
Poi toccò a Cercola, che in quel carcere ci stava da 20 anni, un detenuto “stabilizzato”, tranquillo. Ma pochi mesi dopo sarebbe cominciato il processo Calvi e lui era stanco di stare in carcere. Il primo a manifestare dubbi sul suicidio del sindaco Valentini fu Ottaviano Del Turco: “Camillo non era uno che si ammazzava”. Poi toccò a lui di finire in quel carcere e a preoccuparsi fu Marco Pannella: “Bisogna trasferire Del Turco, quando in un carcere ci sono stati troppi suicidi, vuol dire che ci sono omicidi”.
Ma per molti la storia del carcere di Sulmona è solo un caso limite. Una maledizione nella maledizione che incombe su tutte le carceri d'Italia.

mercoledì 23 dicembre 2009

Carceri, due suicidi dietro le sbarre


Si allunga la lista di coloro che si tolgono la vita dietro le sbarre. Oggi è toccato a Plinio Toniolo, ex assessore di un paese del vocentino e a Giovanni Spirito, collaboratore di giustizia rinchiuso a Rebibbia. "Sono 70 dall'inizio dell'anno" dice l'osservatorio permanente sulle morti in carcere. Poco dopo la tragica conta aumenterà con l'impiccagione di Spirito.

Toniolo aveva 55 anni, faceva l'artigiano ed era stato assessore del Comune di Nove (Vicenza). L'uomo, spiega l'Osservatorio permanente delle morti in carcere, è il quarto detenuto che muore suicida nella casa circondariale di Vicenza negli ultimi 4 anni. "Era stato arrestato domenica per un mandato di cattura europeo. Le autorità tedesche lo accusavano di fatti molti gravi: atti sessuali su minorenne - dice l'osservatorio - Ieri, dopo l'interrogatorio di garanzia, nel quale ha cercato strenuamente di spiegare che quelle accuse erano folli, perchè lui di mani addosso a bambini e bambine non ne ha mai messe nè aveva mai pensato di metterle, è rientrato in cella. E si è tolto la vita. Il corpo senza vita è stato scoperto intorno alle 16.30. Le guardie penitenziarie hanno dato l'allarme al 118, ma i medici, una volta arrivati, non hanno potuto far nulla. Toniolo era già morto per soffocamento".

Giovanni Spirito, invece, si è impiccato nella sua cella in un settore del carcere di Rebibbia che ospita i collaboratori di giustizia. Secondo indiscrezioni, nei giorni scorsi, Spirito, nel corso di un colloquio con la moglie, aveva appreso la notizia che la donna voleva chiedere la separazione.

Le morti in cella, sempre secondo i dati forniti dall'Osservatorio, "sono più frequenti tra i carcerati in attesa di giudizio, rispetto ai condannati, in rapporto di circa 60/40: mediamente, ogni anno in carcere muoiono 90 persone ancora da giudicare con sentenza definitiva e le statistiche degli ultimi 20 anni - conclude la nota - ci dicono che 4 su 10 sarebbero stati destinati ad una assoluzione, se fossero sopravvissuti".

mercoledì 4 novembre 2009

OSAPP: SI DELEGITTIMA LA PENITENZIARIA


"Perché parlare di emergenza ora? Secondo noi, l’emergenza, c’era già prima. E’ davvero il caso che Ionta si dimetta”. È questo il commento dell’Osapp, il sindacato della polizia penitenziaria guidato dal segretario Leo Beneduci, che conta circa 8 mila iscritti. Un commento duro sia nei confronti di Franco Ionta, capo del Dap, sia del governo.
“Non ci pare che Ionta, in questo anno e mezzo di attività, abbia fatto granché, neanche sotto il profilo della gestione ordinaria. Non ha difeso, come avrebbe dovuto, i fondi destinati all’edilizia penitenziaria”.
Poi l’Osapp sottolinea: “Ci poniamo degli interrogativi, sui fatti riportati dalle cronache di questi giorni, e sulla timida reazione che il Dipartimento ha opposto agli attacchi subiti dal nostro corpo. Alla luce del piano proposto da Ionta, pensiamo a due possibili prospettive, entrambe deleterie:
si delegittima la polizia penitenziaria per avviare la privatizzazione delle carceri? Con tanto di ronde carcerarie e polizie private?
O si delegittima la polizia penitenziaria per giustificare un nuovo, possibile indulto, che è nei desideri inconfessati e bipartisan dell’attuale classe politica?
A queste strumentalizzazioni, per il bene della nostra categoria, intendiamo sottrarci”. (a.m.)

Carceri, nuovo annuncio: Ionta chiede lo stato d’emergenza


di Antonio Massari

Dichiarare lo stato d’emergenza per le carceri. Nominare un commissario delegato. Stanziare 1,29 miliardi di euro. Sono le richieste avanzate da Franco Ionta, il capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria, al ministro della Giustizia Angelino Alfano. Una proposta scritta, rivolta al capo di gabinetto di Alfano, Settembrino Nebbioso, che il Fatto Quotidiano è in grado di rivelare nei dettagli.
Secondo fonti governative, Ionta chiede un “intervento eccezionale” e spiega che siamo in piena “emergenza” nazionale: situazione preoccupante per l’ordine pubblico. Non bastano gli attuali “poteri straordinari”. Chiede di più: vuole gestire la situazione da “commissario delegato”, una posizione simile a quella del capo della Protezione civile, Guido Bertolaso. Potrebbe agire, così, in deroga alle normali procedure. Si ridurrebbero i tempi d’azione. E gli interventi previsti, come la costruzione di nuove carceri entro il 2012, sarebbero sottratti alle normali procedure: Ionta chiede che gli appalti siano affidati in maniera riservata e cioè, di fatto, segreta. Le sue richieste, secondo fonti governative e sindacali, potrebbero suscitare parecchie polemiche. Spese, fondi e tempi. La sua retribuzione, nel ruolo di commissario delegato, sarebbe destinata ad aumentare. Di quanto? Possiamo rifarci a un precedente: una legge del 2007, relativa alla gestione del G8, che prevedeva, per il commissario delegato, un aumento mensile del 3,75 per cento, rispetto allo stipendio complessivo. Nel caso di Ionta, lo stipendio annuo, si aggira intorno ai 400 mila euro: il 3,75 per cento corrisponderebbe, quindi, a circa 180 mila euro annuali in più. Fin qui, però, siamo ancora alle congetture.
Altro punto di polemica: la tempistica.
Ionta chiede lo stato d’emergenza, e nuovi poteri, a oltre un anno dal suo insediamento.
La situazione – si potrebbe obiettare – non è precipitata nelle ultime settimane: la tendenza è costante.
Infine, dove saranno reperiti i soldi necessari?
Secondo i nostri dati, nella “cassa delle ammende”, destinata a finanziare almeno in parte l’operazione, ci sono soltanto 350 milioni.
Un nuovo piano. Il capo del Dap sostiene che è necessario un nuovo “piano carceri”. A sei mesi dalla prima proposta: il piano presentato nello scorso aprile, che il governo non ha reso operativo.
Ecco la situazione attuale: i 206 istituti penitenziari italiani prevedono una capienza massima di 43 mila posti; il limite di tollerabilità è di 60 mila, nelle nostre carceri, però, si contano 64.859 detenuti. Un numero che cresce di 800 unità ogni mese.
La pianta organica prevede 45 mila poliziotti carcerari: quelli effettivi sono circa 39 mila.
Ed ecco la proposta di Ionta. Che analizza il problema a partire dai detenuti stranieri: ammontano al 37 per cento.
Secondo Ionta è la variabile che ha determinato lo squilibrio. Il suo progetto prevede un “mini-indulto”, destinato all’enorme mole di detenuti, circa il 32 per cento, condannati a pene inferiori a un anno. Chiede al governo una misura urgente: lascino le carceri, si dispongano gli arresti domiciliari.
Stando ai dati in nostro possesso, peraltro, questa percentuale è cresciuta proprio con il governo Berlusconi: dal 25 per cento del 2007, infatti, s’è passati al 32 per cento attuale. Anni nei quali, inoltre, è stato ridotto del 22 per cento il budget destinato al lavoro dei detenuti per le attività “domestiche” nelle carceri o nelle officine penitenziarie, tipo falegnamerie, per intendersi.
Insomma: sempre più detenuti e sempre meno risorse. È questo il profilo governativo sulla sicurezza.
Nuove carceri. Il nuovo “piano” Ionta prevede la creazione di 21 mila nuovi posti in carcere: punta a raggiungere quota 80 mila entro il 2012, al costo di 1,29 miliardi di euro, da gestire con poteri eccezionali e a trattativa segreta. Diciassette strutture. Divise in due tipologie: carceri “leggere” e tradizionali. Ecco dove: otto nuove carceri “leggere”, da 450 posti, a Pordenone, Pinerolo, Pogliano, Bolzano, Varese, Latina, Brescia e Marsala. Nove “tradizionali”, invece, a Roma, Milano, Nola, Sciacca, Sala Consilina, Venezia e Savona. Per raggiungere gli 80 mila posti, infine, sono previsti 47 padiglioni, della capienza singola di 200 posti.

venerdì 15 maggio 2009

Carceri galleggianti nel piano del governo contro l’affollamento


Nel piano del governo ci sono anche le carceri galleggianti — già sperimentate in Gran Bretagna, Usa e Olanda — per contenere l’aumento del numero dei detenuti che marcia con un saldo attivo di mille unità al mese. E’ un’«ipotesi alternativa», quella esplicitata nelle 19 pagine di dossier consegnate al ministro Angelino Alfano dal capo del Dap Franco Ionta, ma l’idea delle chiatte-prigione sta prendendo corpo perché consentirebbe la consegna dei galleggianti nell’arco di 24 mesi, oppure l’affitto all’estero di unità già varate. I siti idonei per le prigioni sull’acqua sono le grandi aree portuali protette: Genova, Livorno, Civitavecchia, Napoli, Gioia Tauro, Palermo, Bari, Ravenna. I problemi, tuttavia, non mancano: in Gran Bretagna, la prigione di Weare (400 posti) ancorata a Portland è stata chiusa nel 2005 anche perché, certificava un rapporto del responsabile carceri Anne Owers, «nel luogo si soffre di claustrofobia in celle assai insalubri senza possibilità di godere l’ora d’aria». La chiatta di Portland (già impiegata come nave alloggio militare alle Fal­ckland) era stata affittata allo Stato di New York che l’aveva ormeggiata insieme a una sua gemella sul fiume Hudson. A Rotterdam, invece, la polizia ha usato un mezzo navale per la detenzione degli immigrati clandestini e le prigioni galleg­gianti in acque olandesi sono 4.

Ma gli agenti penitenziari hanno già alzato la voce: «Sia­mo davvero in un mare di guai», ironizza Leo Beneduci segretario dell’Osap. Mentre Patrizio Gonnella (Ong Antigone) osserva: «Così si rischia di comprimere i diritti e penso ai colloqui con famigliari e avvocati, le traduzioni in tribunale, gli spostamenti del personale». E’ bene ricordare, infatti, che una legge del ’99 chiuse le carceri- isola di Pianosa e dell’Asi­nara perché ritenute ingestibili.

Il piano, tuttavia, punta molto sulla costruzione di 46 nuovi padiglioni, da tirare su sulle aree verdi delle carceri già esi­stenti, e di 22 istituti nuovi di zecca (di cui 9 già finanziati: 17.129 posti in più di cui 4.605 dati per pronti in due anni. «E’ un piano per interventi sulle carceri di 1,5 miliardi, di cui un miliardo per le nuove opere», ha detto il presidente Silvio Ber­lusconi: «Abbiamo trovato 500 milioni di euro, vorremmo pro­cedere con il project finan­cing », ha aggiunto riferendosi all’impegno dei privati su beni che restano di proprietà pubbli­ca con la gestione dei servizi che spetta ai costruttori.

I soldi sono pochi e per que­sto il ministro Alfano ha voluto incontrare il presidente di Con­findustria Emma Marcegaglia, accompagnata da Antonello Montante, e il presidente del­l’Ance (costruttori edili) Paolo Buzzetti: è stato costituito un «gruppo di lavoro per la fase di realizzazione del piano carceri che metterà a punto gli stru­menti contrattuali per i diversi tipi di gara». La corsa è contro il tempo: i detenuti sono 62.473 a fronte di un limite re­golamentare di 43.201 e una tollerabilità di 63.702 posti.


Dino Martirano
15 maggio 2009

sabato 24 gennaio 2009

«Eco-carceri» a energia solare

IL CORRIERE DELLA SERA

ROMA — Carceri «leggere» per detenuti in attesa di giudizio. Nuovi edifici modulari costruiti su terreni demaniali con criteri ecocompatibili, sfruttando vetro, acciaio, materiali isolanti, pannelli fotovoltaici, lampade a basso consumo, caldaie ad alta efficienza termica e, magari, una tinta a basso impatto ambientale per i muraglioni dell'intercinta.

Questo, sulla carta, è il piano del governo che ha presentato un emendamento al decreto milleproroghe (da convertire entro il 1° marzo) per conferire al direttore del Dap, Franco Ionta, la qualifica di commissario straordinario con il potere di sostituirsi alle amministrazioni inadempienti, così come lo ha avuto Guido Bertolaso per l'emergenza rifiuti a Napoli.

Ionta, magistrato del pool antiterrorismo, avrà 60 giorni per stilare «gli interventi necessari», avvalendosi anche della possibilità di dimezzare i tempi per l'adozione dei provvedimenti amministrativi. I fondi verranno presi dalla Cassa delle ammende (utilizzata fino ad ora per il reinserimento dei detenuti) ma, soprattutto, si ritenterà con i privati e il «project financing»: chi costruisce ha in cambio la gestione dei servizi (mensa, lavanderia, manutenzione) che non sono di competenza esclusiva dello Stato (sicurezza e sanità). L'obiettivo è quello di colmare i circa 17 mila posti mancanti tra capienza (43 mila) e presenze reali in carcere (58.200). Il ministro della Giustizia Angelino Alfano conferma che questa è la strada per arginare il sovraffollamento visto che il governo non intende ricorrere all'indulto. Spiega il Guardasigilli al Corriere: «L'idea di pensare a carceri ecosostenibili ad emissioni zero mi è venuta con il ministro Prestigiacomo che ha posto la questione in consiglio e che io ho raccolto, così come è piaciuta al presidente Berlusconi. Noi dobbiamo considerare le carceri come tutti gli edifici ecosostenibili: cioè strutture che sfruttano al massimo le possibilità di efficienza energetica e di riciclaggio delle scorie. Puntiamo a un risparmio di energia perché si abbattono le emissioni di Co2 e gli eventuali costi aggiuntivi, tutti da valutare, sarebbero ammortizzati dal risparmio energetico».

Ma come se le immagina queste carceri verdi il ministro? «Nella costruzione degli edifici ecosostenibili si dà il massimo risalto all'utilizzo di vetro e acciaio con coperture e pavimento studiati per evitare la dispersione del calore. Ecco, questo potrebbe essere il carcere di nuova generazione: modulare, con edifici concepiti per essere ampliati successivamente». Alfano poi aggiunge che i nuovi istituti verranno costruiti nelle regioni dove ci sono più detenuti, anche per risparmiare disagi alle loro famiglie, nella logica dei differenti circuiti di sicurezza «che può portare al risparmio di un terzo del personale di custodia». Questo è il piano. Ma la realtà segnalata nelle carceri vecchie e nuove è molto complessa. Esistono intere sezioni, a Pagliarelli come ad Opera, inutilizzate perché non ci sono agenti a sufficienza: «Abbiamo ben presente il problema», dice il ministro. Inoltre non è chiaro se il Dap spingerà per i piccoli istituti o per tre carceri da 5.000 posti là dove servono: Napoli, Roma e Torino. Il Pd, poi, dice no alla privatizzazione e «Antigone» segnala che quello dei privati è stato solo un bluff. Infine, si venderanno Regina Coeli e San Vittore per fare cassa? «Bisognerà fare una valutazione generale — conclude Alfano — perché nelle più grandi città italiane vi sono grandissime strutture molto vecchie e poco efficienti come carceri che potrebbero essere grandi polmoni di sviluppo immobiliare».

Dino Martirano
24 gennaio 2009

venerdì 23 gennaio 2009

Cdm, via libera al piano carceri. Nuovi istituti, no indulti e amnistie

LA REPUBBLICA

ROMA - Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al piano carceri. Tra i punti centrali, i poteri straordinari per il capo del Dap, Franco Ionta, e iter più veloci per l'edilizia carceraria. Il ministro della Giustizia Angelino Alfano oggi ha spiegato che il problema del sovraffollamento non sarà affrontato come in passato, ricorrendo a indulti e amnistie, ma con la costruzione di nuovi istituti. I tempi indicati sono ridotti, il piano deve essere presentato entro 60 giorni, gli edifici dovranno essere "ecocompatibili" e per la loro costruzione il governo ha previsto anche il ricorso ai privati. Il provvedimento, ha spiegato poi il Guardasigilli, sarà inserito come emendamento nel decreto "milleproroghe".

L'edilizia. "Fino ad ora l'emergenza carceraria è stata affrontata solo con le amnistie e gli indulti. Con la realizzazione di nuove carceri abbiamo scelto di seguire un'altra strada", ha detto il ministro. L'obiettivo segnalato dal Guardasigilli è quello di accogliere in modo regolare oltre 60mila detenuti, mentre attualmente i posti regolari sono 43mila ( il limite tollerabile invece è di 63mila). "I criminali - ha argomentato Alfano - non possono smettere di andare in galera, perché non ci sono galere che possano ospitarli. Noi dobbiamo costruirne di nuove facendo sì che chi ci finisce sia trattato da uomo con piena dignità e con la possibilità di scontare la pena sperando nella rieducazione del detenuto".

Circuiti differenziati. La maggior parte dei penitenziari italiani, è stato ricordato, "sono stati realizzati tra il 1400 e il 1800" e dal 1944 al 2006 ci sono stati oltre quaranta provvedimenti di indulto e amnistia. Il titolare della Giustizia ha specificato che l'obiettivo è anche di creare "circuiti differenziati". "Non c'è motivo - ha detto Alfano - che i detenuti a bassa pericolosità siano ristretti come quelli ad alta pericolosità. Con le attuali strutture tutto ciò non è possibile".

Forme di finanziamento. Secondo quanto indicato dal piano, i nuovi edifici dovranno essere "eco-compatibili e ad emissioni zero". Le risorse per l'edilizia potranno seguire tre canali: "La cassa delle ammende, la corsia preferenziale che consente l'accesso ai fondi previsti dal decreto anticrisi e il ricorso a finanziamenti privati come accade in tanti paesi occidentali". In quest'ultimo caso Alfano ha garantito la "massima trasparenza" e spiegato che i privati potranno concorrere alla realizzazione dei nuovi penitenziari "con strumenti contrattuali innovativi come per esempio il project financing, oppure altri che possono essere immaginati". "Il Cdm - ha aggiunto - potrà dimezzare i termini relativi alle autorizzazioni proprio per rendere più corto l'iter di edificazione di nuove carceri".

L'iter del piano. Il governo ha scelto la strada del Milleproroghe e non del decreto per dimezzare di trenta giorni i tempi di conversione delle norme. Il dl Milleproroghe deve infatti essere convertito entro il primo marzo, mentre per un decreto specifico sulle carceri ci sarebbero voluti 60 giorni.

Il commissario straordinario. Secondo quanto spiegato dal Guardasigilli, Ionta avrà poteri speciali per accelerare la costruzione di nuovi istituti di pena e dovrà presentare il piano entro 60 giorni. Il suo compito è di prevedere l'allocazione delle nuove strutture e contemplare il fabbisogno finanziario. Il neocommissario, ha spiegato il ministro, potrà sostituirsi alle "amministrazioni inadempienti e ci sarà una riduzione dei tempi per i ricorsi amministrativi: le gare non verranno bloccate in fase di contenzioso".

Pd: "Non basta costruire nuove carceri". Secondo Donatella Ferranti, capogruppo del Pd nella commissione giustizia della Camera, è infatti necessario "ripensare il modello edilizio penitenziario". Due le principali richieste: tenere conto delle esigenze di elevata sicurezza per chi è sottoposto al regime del 41bis e dare maggiori spazi comuni e possibilità di lavoro ai detenuti normali. Quanto al finanziamento dei privati, Ferranti sottolinea l'importanza della "trasparenza del procedimento, l'affidabilità delle imprese e l'assoluta assenza di qualsiasi legame diretto e indiretto con le imprese criminali". Ma, aggiunge, "questo non può rappresentare un primo passo per la privatizzazione della gestione delle carceri, alla quale siamo fermamente contrari".

"Piano inutile". L'associazione Antigone, che si batte per i diritti nelle carceri, critica l'insieme dei provvedimenti varati oggi dal governo: "E' un piano inutile e dannoso", sostiene il presidente Patrizio Gonnella: "Inutile perché non si è mai visto in Italia che in sei mesi si costruisca un carcere. A Gela ci sono voluti cinquant'anni. Dannoso perché alimenterà nuove ondate di affollamento penitenziario". Gonnella si dice contrario "a ogni forma di presenza di privati nel management penitenziario" (in passato, sottolinea, ci sono stati solo "tentativi falliti") e indignato per l'utilizzo dei soldi della cassa delle ammende per la costruzione di nuove carceri: "E' indecente - afferma - spendere il denaro destinato alla risocializzazione dei detenuti".

(23 gennaio 2009)

mercoledì 19 novembre 2008

Non passa il ddl «messa in prova»

IL CORRIERE DELLA SERA

ROMA - Il controverso disegno di legge sulla cosiddetta «messa in prova» degli incensurati che cancella anche il reato per i colpevoli di furto, falso in bilancio, usura, truffa, corruzione di minorenni elaborato dal ministro della Giustizia Angelino Alfano, è stato rinviato ad altra seduta del Consiglio dei ministri. «È una proposta tutta da esaminare», ha commentato il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, al termine della riunione di governo. «Su questo tema bisognerà avviare una profonda riflessione. La novità di questo Ddl è che oggi chi ottiene la condizionale la incassa senza obblighi, invece dopo dovrà fare lavori socialmente utili». La Russa si è detto «completamente d'accordo» con il ministro dell'Interno Roberto Maroni che è contrario alla parte del Ddl che prevede la conversione della reclusione per pene fino a quattro anni in lavori socialmente utili.


ALFANO - «Si rassegni chi immagina che ci saranno trappole su indulti o amnistie. La posizione del governo è chiara: non ne faremo», ha detto il ministro della Giustizia Alfano, il quale ha spiegato che il Ddl «messa in prova» non era all'ordine del giorno del Consiglio dei ministri. «Il principale punto del provvedimento è dire basta alla sospensione condizionale della pena gratis: chi ha fatto un danno alla società dovrà ripararlo lavorando obbligatoriamente, altrimenti niente condizionale e si fa il carcere per cui si è stati condannati». Sulla messa alla prova degli indagati, che è «un istituto completamente distinto» il ministro preannuncia «approfondimenti», tenendo conto anche delle perplessità avanzate da Lega e An.


CRISI E ALITALIA - La Russa ha poi reso noto che al Consiglio dei ministri non si è discusso di crisi economica né di Alitalia in quanto «il ministro dell'Economia Giulio Tremonti non era presente» per altri impegni.


LIBIA - Il governo ha invece approvato il disegno di legge per la ratifica del trattato di amicizia tra Italia e Libia. Il provvedimento prevede «un risarcimento non simbolico per gli esuli italiani che persero tutti i loro beni», ha spiegato La Russa. «È una piccola storia, non un fatto eclatante come le foibe. È piccola ma importante». L'Italia si è impegnata con la Libia a scusarsi per la colonizzazione e a pagare cinque miliardi di dollari nei prossimi 25 anni per le infrastrutture. L'accordo prevede anche la realizzazione di un'autostrada costiera dal confine con l'Egitto a quello con la Tunisia.


INFANZIA - Approvato anche il Ddl che istituisce il garante per l’infanzia e l’adolescenza. «Il provvedimento non sarà terreno di scontro politico in quanto la tutela dei minori non è né di destra né di sinistra», ha affermato il ministro per le Pari opportunità, Mara Carfagna.. Il garante, che verrà nominato per quattro anni dai presidenti di Camera e Senato, «sarà una figura indipendente con compiti di proposta, consultivi e di ascolto». Verrà istituito un numero telefonico di emergenza gratuito (il 114) per segnalare violazioni dei diritti dei minori o situazioni a rischio per i minori. Il ministro ha quindi aggiunto che chiederà all’opposizione di approvare il testo in sede legislativa per fare in modo che diventi legge al più presto.


19 novembre 2008

Dietrofront sulla mini-amnistia - La Russa: "Norme da esaminare"

LA REPUBBLICA

ROMA - Il ddl Alfano sulla giustizia "è ancora tutto da esaminare". Il ministro della Difesa Ignazio La Russa, lasciando palazzo Chigi al termine del Consiglio dei ministri, ammette che bisogna "riflettere molto". "Se la lettura è quella data da Repubblica e da altri giornali, difficilmente il provedimento potrà diventare un ddl".

La Russa ha aggiunto: "Il ministro Alfano ha studiato la cosa con attenzione. L'intento e la vera novità non sono però quelle apparse sui giornali: oggi chi ottiene la sospensione condizionale della pena non dà nulla in cambio. Il provvedimento vuole ottenere in cambio della sospensione della pena un lavoro socialmente utile. Questa è la vera novità. Ma Maroni ha ragione. Se la lettura è quella offerta dal quotidiano, difficilmente il provvedimento potrà diventare un ddl".

Il titolare del Viminale Maroni aveva già posto un secco altolà al progetto Alfano. Troppi i reati che rischiano d'essere lavati via senza un giorno di cella, dalla corruzione semplice (punita fino a tre anni), ai falsi in bilancio. E pure quelli sull'immigrazione. Per Maroni poi le drastiche misure del ddl sicurezza si sposano male con la manica larga della messa in prova. Una contraddizione che il popolo leghista non capirebbe.


(19 novembre 2008)