giovedì 15 aprile 2010

Alle Vigne la direttrice dell’istituto penitenziario milanese


Il carcere dal volto umano: a Lodi arriva il caso Bollate

Libertà anche dietro le sbarre: missione difficile ma sicuramente non impossibile per Lucia Castellano, direttrice del carcere di Bollate.

Ospite al Teatro alle Vigne, ha dedicato la serata alla promozione dei diritti di coloro che, seppur macchiati di gravi reati, conservano pur sempre la dignità dell’essere umano. Tema spinoso e controverso, che ha suscitato un notevole interesse da parte del pubblico. Ad accogliere la direttrice e Cecco Bellosi, operatore di comunità terapeutiche, una sala gremita.

Settantamila i detenuti in Italia, tra condannati e reclusi in attesa di giudizio.

Quarantacinquemila i poliziotti penitenziari che lavorano e vivono tra le mura dei carceri. Lo sa bene la Castellano, dopo ben vent’anni di professione. Carcere di Poggioreale, di Eboli, di Agrigento e di San Vittore a Milano: queste solo alcune delle tappe verso la scoperta di un’orribile realtà fatta di sovraffollamento, condizioni igienico-sanitarie disumane, violenze e sprechi di risorse.

«Si tratta di un mondo complesso, che spesso tende a diventare una sorta di pressa in grado di schiacciare totalmente l’integrità della persona - ha detto l’attuale direttrice del carcere di Bollate -. La mia esperienza lavorativa all’interno di istituti di pena mi ha spinto a raccontare il mondo del carcere anche attraverso le voci dei suoi abitanti».

Storie drammatiche, di umanità cancellate, raccontate nel libro titolato “Diritti e castighi”, scritto dalla Castellano in collaborazione con Donatella Stasio per descrivere l’autentica sofferenza di tutti coloro che subiscono il carcere, partendo sicuramente dai detenuti ma anche dall’esperienza di famigliari, dirigenti, unità di polizia e cappellani.

Secondo la direttrice del carcere di Bollate sono due le cause imputabili a tale situazione di degrado: «Sicuramente l’inefficienza di determinate pratiche strutturali che sfocia poi nel sovraffollamento delle carceri, ma personalmente ritengo si tratti soprattutto di un problema di cultura. Il carcere di Bollate vuole essere un tentativo di vivere il sistema penitenziario senza trascurare la finalità educativa. Con la semilibertà o l’affidamento in prova il carcerato viene accompagnato nella società civile offrendogli la possibilità di ricominciare. Indispensabili, inoltre, sono i contatti con il territorio ed eventuali comunità riabilitative che dissuadano da possibili situazioni recidive».

Diversi gli interventi, anche da parte di coloro che, il carcere, l’hanno vissuto in prima persona: situazioni di disagio, di difficoltà a convivere con una burocrazia che spesso infigge un surplus alla pena, ad esempio, attraverso l’obbedienza assoluta e alla negazione di semplici abitudini, come il banale orologio al polso. A Bollate i risultati positivi non mancano: assenza di tentativi di suicidio e diminuzione di fenomeni di autolesionismo e di evasione sono la conferma.

Lucia Macchioni

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