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giovedì 1 dicembre 2011

Disporre della propria vita lusso supremo della civiltà

Lucio Magri

di ADRIANO SOFRI

E DI NUOVO qualcuno, qualche specialista, ci ammonisce: "Non siamo padroni della nostra vita". "Non siamo padroni", questa sì che è una bella espressione, sarebbe piaciuta anche a Lucio Magri. Ma se vogliono metterci in balia di un altro padrone, allora siamo pronti a rubargliela e riprendercela, "la nostra vita". Quando non si sia a questo punto, quando non si voglia pignorarci la vita, lasciamo diritti e doveri ai codici, avere e dare ai registri contabili. Teniamoci la contraddizione. Mi è preziosa la facoltà di scegliere se vivere o morire, e però mi fa disperare e ribellare l'eventualità che una persona che amo scelga di morire. Non solo: nessuna proclamazione sulla virtù del suicidio mi impedirà di desiderare che il mio prossimo improvviso, l'uomo della spalletta del ponte, rinunci al suo salto, e di tendergli una mano perché torni di qua.

Il suicidio è un sublime tema filosofico e un grandioso tema sociologico e statistico, ma è un altro affare nei fatti, e nei fatti i suicidi sono altrettanto diversi quante sono le persone che li compiono. Nei commenti a vicende come questa non vale la pena di attardarsi fra l'uno o l'altro partito preso religioso, che riescono a ripetersi imperterriti nella loro lingua morta. C'è una pena che cambia di colpo le cose, e non è affatto così condizionata dall'una o dall'altra fede, dall'esistenza o dall'assenza di una fede. Il suicidio assistito - prende un suono sindacale, come tutte le formule burocratiche. Ha un risvolto, il suicidio abbandonato, spoliato. Stiamo parlando oggi di un uomo vicino agli ottant'anni, che era andato e tornato, è andato e non è più tornato, dunque era libero. Ne aveva novantacinque
Mario Monicelli, che si schiantò davvero come il sarto di Ulm, e non si illudeva affatto di volare.

Ci sono due gruppi nei quali il suicidio infierisce: i giovani, e i carcerati. Mi colpisce un'affinità fra il suicidio degli adolescenti (la loro seconda causa di morte, se non sbaglio, dopo i disastri stradali) e quello dei detenuti che si ammazzano nei primi tempi della loro galera, spesso senza essere stati giudicati. Nella loro primavera, non alla fine di un inverno. La galera è fatta per indurre chi ci incappa (anche i guardiani) alla disperazione e all'insensatezza, dunque all'incombenza e alla tentazione del suicidio, e al tempo stesso è regolata in modo da simulare il divieto del suicidio. Vi tolgono la cintura dei calzoni e dell'accappatoio, il fornellino del gas, i vetri e tutto ciò che taglia. Basta pensare per un momento - immaginarlo, immaginarvisi - a uno che annodi di nascosto i lacci delle scarpe, ammesso che sia riuscito a tenerseli, e scelga con cura il minuto necessario a sventare lo sguardo d'altri in quella ressa, per capire che cos'è un suicidio non assistito. Si chiedono, i giornali, quale ultimo lago svizzero, quale ultimo pensiero abbiano attraversato la mente del morente: nella cella sordida cui alludo ogni energia estrema, ogni ultimo pensiero è riservato a un muro sporco e alla determinazione millimetrica necessaria a farcela. Ma questo non è un ennesimo articolo sul carcere, insinuato surrettiziamente nella commozione per la morte di Magri. Parlo di tutti, dei liberi, e del punto in cui prigionia e libertà si rovesciano l'una nell'altra. Il nervo più profondo del totalitarismo sta nella pretesa capricciosa che le democrazie riservano ai regolamenti penitenziari, salvo trasferirle ai testamenti biologici:
di impedirti di vivere e di impedirti di morire. Di renderti impossibile la vita e la morte. Le reti o le barriere piazzate lungo il Ponte di Spoleto o attorno alla Torre di Pisa servono a non sporcare il greto e il selciato, non a dissuadere i suicidi.

La lezione dello stoicismo, gli amici convocati, il convito, la conversazione e il commiato, resta magnifica, ma è davvero distante. Vicina a noi è l'aberrazione dei suicidi-omicidi, questa sì un'epidemia contagiosa e gregaria e orrenda, ebbra dell'illusione di non morire soli e non uccidere soli; ora imprevedibilmente riscattata da gesti oscuri come quello di Sidi Bouzid (la città tunisina dove un ambulante si diede fuoco dando il via alla "rivoluzione dei gelsomini", ndr.). Non si sceglie di morire come per una liberazione: questo è un eufemismo. Si sceglie, o ci si rassegna, a non poter più essere liberati. Che questo venga da una malattia senza riparo e piena di mortificazione, o da un'anima vedova e spezzata, o dall'offesa di una bambina cui siano stati tagliati a forza i capelli, non è questione da dibattito. Né la distinzione fra una malattia "terminale" e una depressione: certo che una depressione si può curare, ma credete che Magri non lo sapesse? Si può volere con ogni fibra di un corpo martoriato la vita fino all'ultimo istante, e si può ripudiarla anche quando si sia un corpo sano.

In ogni caso faremo di tutto perché i nostri cari, e magari il nostro prossimo, restino attaccati alla propria vita
. Ma desidereremo una Svizzera per noi e dunque per tutti. La ricetta, "Si sciolgono 15 grammi di pentobarbital di sodio in un bicchiere d'acqua...", non è cinica là e affabile qua, dove dev'essere spacciata di nascosto. È strana, la Svizzera, lo è proverbialmente. Ha le banche, i caveau, è neutrale e affarista. È terra di rifugio, neutrale e accogliente. Noi siamo, quanto a caveau, una Svizzera colossale, e quanto ad accoglienza, una penisola di piccole Svizzere clandestine, in cui si muore al nero. Certo la ricetta e la liceità dell'assistenza al suicida non tolgono il dolore, la disperazione e lo schianto. Immagino che anche in Svizzera una tromba delle scale possa attirare più che una bevanda antiemetica. Primo Levi era un chimico, avrebbe saputo come fare.

Voglio dire un'ultima cosa. Il lusso supremo della civiltà umana sta nel disporre di una propria vita personale, dunque di una propria personale morte. Vite e morti venivano e vengono spazzate e mietute all'ingrosso, senza riguardo all'età - anzi, con una predilezione per i giovani. Quando succede, si può provare a resistere oltre ogni limite immaginato, scampare, e cedere poi quando sia passata la tempesta, e le persone restituite a un loro destino individuale. Améry, Levi... Adesso stiamo pensando a uno di noi, che siamo appena diventati sette miliardi. Questo lusso prezioso è ogni giorno a repentaglio. Nelle altre pagine i titoli sull'euro, su Durban, su Teheran, parlano d'altro, parlano di quell'antico anonimo mercato all'ingrosso delle vite e delle morti.

(01 dicembre 2011)

martedì 28 giugno 2011

Se a Napoli arrivassero gli angeli della monnezza

di ADRIANO SOFRI


Immagino come un dopoguerra, un film di persone che scendano in strada a prendere ciascuna il proprio sacco di spazzatura e se ne rientrino in casa. Confronto la monnezza a Napoli col fango dell'Arno a Firenze nel 1966. Che cos'hanno in comune, direte, a parte l'impiego metaforico del termine alluvione anche a Napoli?

Che l'una fosse un disastro naturale e l'altra umano, non è così decisivo. Nel 1966 l'incuria umana trasformò un accidente naturale in disastro: a questi fiumi rovinosi si apprestino argini e ripari nei tempi quieti, diceva Machiavelli, in modo che l'impeto loro non risulti così licenzioso e dannoso. Oggi inettitudine e corruzione di umani danno alla monnezza napoletana la portata di una catastrofe naturale. Ormai è difficile che i grandi disastri avvengano senza un concorso di colpa - come a Fukushima.

Però là c'erano i libri, qua la monnezza. Infatti: sgombrare dall'una vuol dire far posto agli altri, in tutti i sensi. Si pretende che Napoli sia affare dei napoletani. A uno strano finale va avviandosi l'anniversario dell'unità d'Italia. Uno spiazzo padano in cui gridare Secessione. Una città del cuore (dell'aneddoto sul Cavour morente: "Questi nostri poveri napoletani...") che si vuol mandare alla deriva. Eppure è bella l'idea che l'atto finale delle celebrazioni del 150enario abbia a che fare col riscatto dalla monnezza, e vi metta mano ogni parte del paese. "Quand'è che si vota di nuovo?", chiede un giovane in una vignetta dei giorni scorsi. La buona volontà c'è, aspetta solo i varchi da cui passare. Si chiamarono angeli del fango, con una dose di retorica melensa, i ragazzi di Firenze 1966, che infatti aspettavano il loro varco. Verrebbero a Napoli, i loro coetanei d'oggi, a passarsi di mano in mano i sacchi di spazzatura, se solo ci fosse alla fine un posto in cui depositarli. Sarebbe bello che ci venissero lo stesso, così, per prendersi il loro sacchetto e tornarsene via, un altro modo per votare, e per dire che abbiamo capito alcune cose semplici.
Che i commissariamenti governativi sono serviti a rendere perenne l'emergenza e i suoi guadagni, e a saldare un sistema Commissariato-Impregilo-Camorra. Che si pretende che i rifiuti non partano da Napoli alla volta di altre regioni e si scarica da anni una valanga di rifiuti speciali dal nord alla Campania. Che è davvero possibile raggiungere una percentuale oltre il 60 per cento di raccolta differenziata nel giro di mesi, e che ci sono riuscite Salerno e Portici e Mugnano, che non sono in Finlandia. E che l'impegno per lo sgombero della monnezza coincide con quello contro la camorra: per esempio, spiega Guido Viale, nella discarica vuota nel Casertano controllata dalla famiglia Schiavone. Una tipica situazione risorgimentale, no?

Se da 17 anni si è fatto in modo di perpetuare un'emergenza della spazzatura che danna l'intera vita economica e civile di una metropoli mediterranea ed europea, è evidente ora il desiderio di trarne una rivalsa nei confronti del bruciante risultato elettorale: qualcosa come il "cacerolazo" cileno del 1972. La nuova amministrazione napoletana è stata investita da un voto che indica un desiderio irruento e profondo di rinnovamento e di pulizia. Ha ereditato la montagna di rifiuti. È grottesco che l'eccesso di zelo di De Magistris sui "cinque giorni" (nella città, del resto, delle Quattro Giornate, e c'era ben altro da spazzar via), gratuito com'era, faccia da pretesto a un impudente rovesciamento di responsabilità, e che Berlusconi arrivi a dire che dovrà ancora pensarci lui. Sarà bene che ci pensiamo tutti quanti, e che i governi di regioni che hanno dichiarato la propria solidale disponibilità, e lo fecero già in passato, sentano il sostegno dei cittadini, e si vergognino quelli che ostentano il proprio egoismo. (
Si rilegga il riconoscimento dell'ex sindaco Formentini su Milano invasa dalla monnezza e soccorsa dal Bersani presidente dell'Emilia Romagna nel 1995).

Chiunque, se gli chiediate che cosa associa al nome di Napoli negli ultimi anni, risponderà "la monnezza". Lasciategli un minuto in più, e gli verranno in mente altre cose. Un presidente della Repubblica, naturalmente. E il libro italiano di gran lunga più amato, Gomorra. Un altro libro esce ora, e così nettamente l'editore Sellerio lo presenta: "Era dal tempo della Lettera a una professoressa che non leggevamo pagine così emozionanti". Si intitola Insegnare al principe di Danimarca, l'ha scritto Carla Melazzini, racconta fatti e riflessioni di un'esperienza ardua e formidabile come quella dei maestri di strada del Progetto Chance, che raccolgono ragazzi "dispersi" della Napoli un tempo operaia di Ponticelli, Barra, San Giovanni a Teduccio, oggi ribattezzata "il triangolo della morte". Scarti, quei bambini, che vengono ordinariamente smaltiti nel "Sistema". Quanta ricchezza contengano, e quali lezioni vengano sulla città e il nostro tempo dal punto di vista di chi si dedica a loro, è difficile da immaginare per chi segua, fra l'angoscia e il fastidio o l'abitudine, le cronache sui mucchi di monnezza. "Un insegnante di media cultura e umanità è presumibilmente disponibile a commuoversi sul dramma del giovane principe di Danimarca, e a riconoscere le ragioni dei suoi atti, anche i più estremi. Ma quanti insegnanti sarebbero disposti a riconoscere la stessa legittimità ai sentimenti di un adolescente di periferia che vive il tradimento della propria madre con l'intensità e la consequenzialità del principe Amleto?"

Non si fa letteratura in questo resoconto, caso mai la si traduce nelle cose: "Lessi in una classe le prime righe della Metamorfosi, poi chiesi ai ragazzi chi dei membri della loro famiglia, secondo loro, avrebbe accettato di prendersi cura del povero Gregor Samsa trasformato in un immondo scarafaggio. I maschi all'unanimità risposero "la mamma". Perché? Ovvio: perché "pure 'o scarrafone è bello a mamma soja". Il giorno dopo ero in biblioteca, si affaccia Gianni, il più piccolo e brutto della classe, chiedendo timidamente: "Professoré, lo tenete qui il libro dello scarrafone?"".

Scriveva l'autrice (è morta un anno fa, immaturamente): "Quando le nostre alunne vogliono significarci che non sono venute a scuola per poter fare i servizi domestici, fanno un ampio gesto col braccio che mima lo svuotamento a terra di un intero recipiente di detersivo... Lo sporco deve essere espulso, finché non ne rimanga traccia dentro la casa... La stessa ossessione espulsiva è vigente nei confronti di mosche e altri insetti, del sudore, degli odori (a questi ragazzi è difficilissimo far fare esercizio fisico, perché non tollerano di sudare). Gettano ogni cosa nello spazio esterno a sé. L'essenziale è che sia "fuori". Quelli per i quali l'essenziale è che i rifiuti siano "fuori" sono i diretti discendenti di quelli che con i rifiuti hanno coabitato per tanto tempo, che come rifiuti sono stati sempre trattati. Il ragazzo che dieci anni fa ci disse "spendite tanti soldi pè munnezza comme nuje!", aveva una casa luccicante di pulizia ed era, come gli altri, un consumista coatto. Successivamente ha fatto in modo di mettere in pratica il concetto che aveva di se stesso".
Di una rivoluzione ha bisogno, e però ha un'imprevista opportunità, Napoli, e noi con lei. Sgombrare la monnezza e imparare a riusarla non è che la premessa. Issarono un tricolore sul mucchio di spazzatura. In un certo senso, era una buona idea.

(28 giugno 2011)

martedì 25 gennaio 2011

Il trono e la scimmia


di ADRIANO SOFRI

AVVERTO che nelle righe che seguiranno, dedicate alla gara in corso fra l'evoluzione delle cose e delle parole per dirle, sarà ripetutamente impiegato il nome comune: culo. L'appiglio immediato è un bell'articolo, e discutibilissimo, di Giuliano Ferrara sul Foglio, intitolato senz'altro "La libertà cortigiana, il culo di Montaigne e di Ostellino". Il cui antefatto immediato è in un articolo di Piero Ostellino sul Corriere che, col più anestetico titolo "L'immagine dell'Italia e la dignità delle istituzioni", difendeva il diritto di "una donna che sia consapevole di essere seduta sulla propria fortuna" a non essere chiamata prostituta. Ostellino stava citando, con una piccola correzione, perché secondo la sentenza originaria ogni donna sta seduta sulla propria fortuna e non lo sa. Il passo avanti starebbe dunque in questa conquistata consapevolezza, che permette di mettere a frutto il tesoro sul quale si sta sedute.

Ma prima di venire a questi ultimi (per ora) capitoli del dibattito, vorrei richiamare la nuova centralità che il culo si era andato guadagnando. Non che fosse mai stato trascurato, ma si ammetterà che a questo punto chi legga su un giornale la parola "c...", a parte l'ambivalenza, proverà solo un fastidio nei confronti dell'ipocrisia inutile di quei puntini. La parola, e il suo ininterrotto uso augurale, di andarci a fare, viene pronunciata dal palco dell'Ariston come dalle tribune politiche, e aspira anzi a fare da distintivo della liberata società civile. Non può farci impressione, dunque. Al contrario, almeno in un paio di occasioni topiche l'uso della parola ha preso una imprevedibile genialità. Per esempio, quando un signore, membro e anzi nominatore della categoria dei "furbetti del quartierino", deplorò un tipico modo di procedere come un "fare il frocio col culo degli altri". Si trattava a quanto pare di un detto popolare romanesco: non l'avevo mai sentito, pur avendo vissuto a Roma negli anni dell'adolescenza, quando (una volta, poi passava) si prova un gran gusto a dire le parolacce sessualmente spinte, dopo aver passato l'infanzia a dire le parolacce legate alle funzioni escretorie. (Nella transizione dall'una all'altra età la parte del corpo di cui parliamo conserva un posto d'onore). Violando ogni correttezza politica, l'espressione aveva però un'efficacia innegabile: era difficile non interrogarsi su quante persone di propria conoscenza si comportassero esattamente così - e magari su se stessi.

Il secondo impiego ingegnoso è appena arrivato - mi pare - dalla giovane Ruby. La quale, sapete, avvisata che Noemi era la pupilla del Presidente, avrebbe concluso: "Se lei è la pupilla, io sono il culo". Le versioni diverse della frase lasciano dei dubbi sull'intenzione della ragazza, ma preferisco immaginarne la lusinghiera, e che Ruby, come il postino di Neruda (absit), abbia fatto una metafora. Eccellente, perché la "pupilla" - la luce degli occhi di B. (e, tecnicamente, una bambola e una "minorenne affidata alla tutela") diventava una parte del corpo, da sottomettere, con un certo senso di superiorità e di vittoria, all'altra parte, quella sulla quale Ruby è consapevolmente seduta, come su una metafora. Ecco: Ostellino, che ha voluto sottrarre Ruby e le altre alla definizione di "prostitute", è stato tradito da quella piccola correzione sulla consapevolezza. La citazione originale dice che ogni donna è seduta sulla propria fortuna, e non lo sa; e implica che a saperlo sia l'uomo. Pensiero esemplarmente maschile, due volte, quando pensa lei (la parte per il tutto) e quando pensa sé. Anzi tre volte, perché dà per ovvio che la prostituzione (sempre femminile) sia ignobile. La dilatazione a dismisura, pratica e metaforica, della prostituzione nel nostro tempo - offerta che arranca dietro alla domanda, pensate al nostro caso presidenziale, dieci a uno, venti a uno, e Filippo II camminava solo la notte nei corridoi dell'Escurial - va assieme a una moltiplicazione di equivocità morali e sottocategorie sindacali, come in "escort", che hanno spazzato via di colpo decenni di lotte coraggiose di prostitute intenzionate a liberarsi di ruffiani, bigottismi e persecuzioni. La prostituzione nell'Italia di oggi è una prerogativa presidenziale, una conquista della famosa Costituzione materiale. La prostituzione - il "mestiere più antico del mondo", secondo un'altra inveterata dizione maschile, "Puttana Eva!" - è diventata, diciamo così, una vocazione berlusconiana. La storia dell'Italia contemporanea - e dei suoi rapporti internazionali, con la Libia di Gheddafi, con la Russia di Putin e il Kazakistan di Nazarbayev - si nutrirà delle memorie di Ruby e le altre, ben più che di documenti diplomatici.

L'articolo di Ostellino, che contava di difendere l'onorabilità delle ragazze di B. e la privacy di B. e di tutti, ha sollevato, com'era da aspettarsi, (se lo aspettava soprattutto lui) proteste diffuse, e anche una secca lettera di giornalisti del suo giornale, convinti che "sia inaccettabile pensare che "la fortuna" di una ragazza risieda in una o più parti anatomiche da offrire al potente di turno, e che il mondo sia pieno di persone che s'impegnano per raggiungere risultati e far carriera conservando la propria dignità". Ostellino allora è tornato sul tema, per dirsi frainteso, come quel Machiavelli che sfrondava gli allori, e argomentando sul darla e non darla e come darla, e concludendo di aver sostenuto il diritto delle donne a disporre del proprio corpo liberamente, senza venir chiamate puttane. Con ciò offendendo le puttane, che appunto dispongono del proprio corpo se riescono a farlo liberamente, e se vi sono costrette sono a maggior ragione da rispettare e difendere, e dilapidando il lessico, per il quale la prostituta - o la puttana, o la escort - è colei che vende il proprio corpo per denaro o beni equivalenti, dai ciondoli con le farfalle alle case in condominio. Per esempio, l'impeto che portò Monica L. e Clinton alla famosa impresa della Sala ovale non aveva a che fare con la prostituzione, salvo dilatarne il significato alla generica fascinazione di una donna per il potere, e di un potente per una stagista. Il seguito boccaccesco della faccenda, fino al vestitino con la macchia umana conservato in un freezer, raccontava la storia dell'uomo cacciatore e cacciato, non della prostituzione presidenziale, e tanto meno minorile.

E così siamo arrivati all'articolo di Giuliano Ferrara, che ha molti pregi, a partire da quello di dire vino al vino e culo al culo. Ma un difetto forte - a mio affettuoso parere: di annullare le differenze fra un esemplare e l'altro della categoria di uomini maschi. Le quali differenze non sono per lo più abbastanza forti da esonerare affatto noi maschi da una correità in maschilismo, ma lo sono abbastanza da non togliere a ciascuno il suo. E Ferrara fa un gran torto a Berlusconi riducendolo a un esemplare fra gli altri della umana e maschile debolezza della carne. Lo scrissi un'altra volta: Berlusconi è fatto come noi? No, molto di più. Ferrara cita Montaigne: "Per quanto alto sia il trono su cui ci si siede, si è sempre seduti sul proprio culo". Con un'inversione pregevole, il culo è qui dell'uomo, e del regnante. Ci stiamo seduti sopra - e siamo noi a non volerlo sapere, sembra dire Ferrara. E avvisa che "culo è parola filosofica somma, denotazione... dello stigma di umanità che tutti gli uomini e tutte le donne si portano appresso". È proprio così. È vero che "siamo uomini di mondo", e che, com'è addirittura proverbiale, l'avvocato Agnelli e l'editore Caracciolo siano stati spericolati womanizers. Però non sono stati capi del governo (molto di più e molto di meno).

Io non sono interessato alle descrizioni delle notti di B., Lele Mora, Emilio Fede ecc., ne sono respinto. Quanto ai reati, affare dei magistrati, e che Dio gliela mandi buona, agli uni e agli altri. Penso che un capo diurno del governo braccato dalle sue pendenze giudiziarie e abituato (addicted) a fare dei suoi giorni pubblici delle appendici sempre più esauste delle sue notti private, sia una incresciosa iattura per sé e per i suoi concittadini. La circostanza non mi sembra più, da tempo, solo indifendibile, ma indiscutibile. Sul rapporto fra trono e culo, mi sono ricordato di un colloquio che ebbi, quando ero una specie di leader politico, con un dirigente storico del Pci, uomo integerrimo e all'antica, il quale volle ammonirmi (forse aveva sentito di qualche mia dissolutezza) sulla differenza fra l'uomo e la scimmia. "La scimmia - disse - più in alto sale, più espone agli sguardi il culo". Ecco. Io adesso sto dalla parte delle scimmie. Gli uomini spinti troppo in alto, è ora che scendano.

(25 gennaio 2011)

domenica 7 novembre 2010

L'abuso di potere/10


di ADRIANO SOFRI

L'ABUSO di potere 10. Rovesciamo il tavolo. La versione della difesa è memorabile. C'è un uomo buono, e una ragazza - mille ragazze - sventata. Ha, ancora per poco, gli occhi coperti per legge. Ma il potere risiede sulla punta dei suoi seni. La ragazza approfitta dell'uomo buono, del suo affetto indefesso e prodigo. È un abuso di potere. Noi uomini capiamo. Scuotiamo la testa, deploriamo la nostra debolezza paterna, ci diciamo che valga da lezione: alla larga dal potere che nasce dalla punta rosata dei seni, che ci taglia i capelli durante il sonno e ci vende inermi al nemico.

Sarebbe bello, eh? Le puntate precedenti 1 hanno riportato l'abuso di potere al suo significato essenziale, prima (e dopo) qualsiasi fattispecie penale. Il potere insidia pressoché ogni relazione, e l'abuso tenta pressoché ogni potere. Il rapporto fra uomo e donna è segnato dal principio da una disuguaglianza di potere. L'espressione lusinghiera e disgustosa, "un uomo di potere", può estendersi, salvo complicazioni, a qualunque uomo nei confronti di qualunque donna. La storia universale spalleggia l'uomo che si aggiusta il nodo della cravatta preparandosi a fare la sua offerta. La complicazione sta nell'esistenza di uomini che vi si sottraggono per indole o per consapevolezza (rari) e di donne che vi si rifiutano fino alla ribellione, meno rare.

Alcune società rendono impervia la ribellione delle donne e la schiacciano ferocemente, facendo della forza pubblica la garante e complice della prepotenza patriarcale. Altre società imparano a favorirla, e lasciano progressivamente soli gli uomini che se ne sentano offesi e sopraffatti, e non di rado reagiscono esercitando la loro bruta forza privata. Se questo è vero, e
una sproporzione di potere e una tentazione di abusarne accompagna in modo che vuol apparire naturale la relazione fra uomo e donna, figurarsi la relazione fra una ragazza di diciassette anni in fuga da famiglia, carta d'identità a rischio e clausura in comunità, e il vecchio uomo più ricco e potente del reame.

È la favola di sempre mutata in caricatura grottesca. Il rospo bacia la bella e resta rospo, la bella finisce in questura fra la sezione furti e la buoncostume. Questa smisuratezza misura la miseria della questione. Non è infatti il signor B. a unirsi per una sera o due alla signorina R.: è l'ammontare del patrimonio intestato al signor B. ad afferrare il giro di vita della signorina R., farle fare un paio di piroette e rimetterla in strada con la mancia. Il signor B. è una funzione del suo reddito - e, in addizione, del suo rango, cioè il filmino in cui racconta quella dell'ebreo e dell'orso a un re e gioca allo schiaffo del soldato con un imperatore, da mostrare alle signorine all'acme della nottata - dunque è altrettanto triste e mortificato del ragioniere che materialmente gli prepara le buste a tariffa differenziata, nottata dietro nottata, e chissà che vita fantastica e sessuale ha il ragioniere, e su lui sì che un Gogol contemporaneo saprebbe scrivere un romanzo immortale (Nikolaj Gogol', il romano, non Google, l'americano), sul signor B. non ci proverebbe nemmeno il signor Balzac.

Ora, in questa spropositatezza - una pretty woman cui invece di Richard Gere è toccato il nostro, e invece del delizioso direttore d'albergo Hector Elizondo è toccato un malinconico caposcorta scampato al Copasir - è facile immaginare che alle ragazze novissime che sognano il casting istigate dalle novissime mamme (ma già Anna Magnani in Bellissima, 1951: però lei alla fine s'incazza forte) giri la testa e batta il cuore. Macché. Non gli batte il cuore, si direbbe. Vanno lì e già nei furgoni si dicono che bisogna fotografare più che si può, un giorno potrebbe tornare utile. Si direbbe che non si innamorino del signor B. Già: provateci voi. Innamoratevi voi del signor B., o del signor Lele M. Provano un trasporto per i suoi record - al governo, nelle televisioni, nella classifica dei redditi - e sanno distinguere fra i record e lui. Abusano di lui? In un certo senso.

Si potrebbe perfino compiangere la sorte di B., poiché tutto quello che tocca diventa euro e gli si ritorce contro. Ma non si può, non si riesce, non ancora, almeno. Forse fra poco, quando la muta di cani che divorano le briciole sotto il suo letto gli azzannerà le mani e scodinzolerà all'ufficiale giudiziario. Per ora lui sta completamente al gioco, convinto di poterselo permettere, di potersi pagare tutto, dunque permettere tutto. Ha rinunciato a essere amato, gli servono i surrogati, qualche piccola folla che applauda di giorno, qualche comitiva di femmine di notte, che facciano marchette ma, mi raccomando, non lo dicano a voce alta. Le ragazze pensano di usarlo, lui sa di abusarne. Poi non esita a dichiararsene vittima, della malavita o della ragazza R. che, sleale, gli ha fatto credere di essere maggiorenne e, dettaglio immortale, nipote di Mubarak. (In tutta questa storia nessuno ancora ha chiesto al signore o alla signora Mubarak - la zia - che cosa ne pensino; e nemmeno ai padri pachistani che sgozzano la figlia adolescente che vuole decidere della propria capigliatura, o agli sventurati padri italiani marescialli che la sparano, la figlia tredicenne, perché va su Facebook.

Voglio proporre un confronto, per spiegarla bene la cosa, com'è davvero. Prendete il vecchio pensionato vedovo accudito da una badante o relegato a un ospizio cui si faccia sposare un fiore di ragazza bielorussa, così, per darle la cittadinanza e magari anche una reversibilità pensionistica. Uno di quei matrimoni combinati per denaro o per raggiro. Il vecchio pensionato ne avrà in cambio, chissà, un bacio sulla guancia da lei al momento della cerimonia, prima che i suoi papponi la portino via ridendo. Oppure prendete un uomo italiano anziano e benestante che vada a comprarsi un fiore di ragazza romena e se la porti in casa, vitto e alloggio e magari qualcosa da mandare ai suoi, in cambio di tutti i servizi, e con la corda corta, e se la tirasse troppo, botte.
Chi abusa di chi?

Ecco, il signor B. è anche lui benestante, ma molto di più, al punto che di questi matrimoni in saldo può permettersene una dozzina per notte, un numero di cellulare per certificato nuziale, il ragioniere che prepara la busta di liquidazione e la mattina dopo chi s'è visto s'è visto. Turismo sessuale, senza muoversi da Palazzo, parità da un milione a zero, furgoni che vengono furgoni che vanno. Avevo un amico tanti anni fa, operaio alla Dalmine, voleva far presa su una ragazza di fuori in una sala da ballo, le disse che si chiamava T. di nome e Dalmine di cognome. Non sapeva che era un paese. Figurarsi se vi chiamate davvero Dalmine. Lui però era un bel ragazzo.

Veniamo al punto. La volgarità è sempre esistita, e siamo in tanti, noi uomini, a essere vissuti molto al di sopra delle nostre possibilità, in fatto di donne. Zeus l'immortale, altro che centovent'anni, e la sua immortalità la portava benino, si tramutava anche lui in una volgarissima pioggia di euro per prendersi senza precauzioni la disgraziata Danae, e la ingravidò, e non doveva aver raggiunto nemmeno lei la maggiore età. Ma la scoperta, salvo errore, che questi stuoli di signorine restano attaccate al signor B., o se lo vendono alla prima telecamera, ma comunque non si innamorano di lui - e vorrei vedere - ha una portata più generale. Ha a che fare con la persuasione, ennesimamente ripetuta, che B. sia "in sintonia col paese", che la gente si riconosca in lui, che "gli italiani" siano fatti così, che ogni scandalo rafforzi lo zoccolo durissimo dei suoi amatori e invidiatori. Non ci credo, non più, non abbastanza.

B. era la malattia, ma ha cominciato a diventare il vaccino. "Gli italiani" non possono dividersi fra amanti della Costituzione e amanti della prostituzione. È di ieri la mirabolante riforma prostituzionale che vuole toglierle dalla strada e confinarle a Palazzo. E non c'è stato nemmeno bisogno dei due terzi dei voti, né della doppia lettura parlamentare. Un potere madornale, un abuso madornale. Se la ricorderà, il signor B. quella famosa barzelletta che, riadattata, suona così. "Papà, il signor B. è fatto come noi?" "No, mooolto di più".

(07 novembre 2010)

martedì 26 gennaio 2010

Quando il capo non sa vedere


di ADRIANO SOFRI


PRIMO: non infierire. Ma come si fa? Mettiamola così: ci sono due buone notizie. In Puglia si sono svolte le primarie con un'adesione sentita, e finalmente abbiamo il candidato. A Bologna il sindaco si è dimesso, che è proprio la cosa che andava fatta. Tutto bene, dunque. E ora facciamo due chiacchiere. Bersani ha ribadito lealmente il sostegno del Pd a Vendola, caldo di una così larga investitura. E ricapitolando - mi viene sempre questo verbo, mannaggia - le ragioni dell'impegno per Boccia, ha ribadito il proposito di guadagnare adesioni fuori dai confini della sinistra, dentro i quali invece è destinata a restare la candidatura di Vendola.

Una prima obiezione possibile riguarda la riduzione della ricerca di consensi cosiddetti moderati all'alleanza con l'Udc. Tanto più quando non ci si misuri con tempi tagliati e fronti uniti, come sarebbe stato se Berlusconi avesse imposto elezioni politiche anticipate. L'obiezione maggiore è un'altra: e cioè che i dirigenti del Pd commettono un serio peccato di appropriazione indebita quando parlano del "proprio" elettorato, dei "proprii" suffragi già acquisiti e bisognosi di allargamento.

Non mi riferisco tanto agli elettori che si sono presi da tempo una libera uscita dalle fedeltà di schieramento. Mi riferisco piuttosto alle persone, ancora tantissime, che si sentono tuttavia fedeli a un ideale, o almeno a un'idea, di sinistra e di democrazia, e stentano a riconoscerla nel Pd. Persone che dirottano il loro voto sulla costellazione di partiti e movimenti che affettano un'intransigenza eroica, o lo conservano al pulviscolo di etichette che furono già della sinistra malamente detta "radicale" e diventata extraparlamentare, dai verdi ai comunisti, o, più consistentemente, decidono che non voteranno più, con uno spirito amaro o punitivo.

Si faccia un conto, come suggeriscono i politici "esperti", e ne risulterà una somma di voti superiore a quella promessa dall'alleanza con l'Udc. Il saldo diventa più allarmante se si consideri la disaffezione crescente dentro la base che si definì un po' rozzamente "lo zoccolo duro" (formula non così distante da quella borsistica del "parco buoi", e non per caso). Ogni volta che i dirigenti del Pd fanno appello alla necessità di andare oltre i "propri" elettori, stanno ingannando se stessi. Frughino bene: hanno le tasche bucate. Ognuno dei voti che presumono "loro" va riguadagnato. E non al prezzo di un sovrappiù di irresponsabilità, di rinuncia all'intenzione di governare, di demagogia: al contrario.

Abbiamo intravisto sugli schermi le lunghe file di cittadini pugliesi alle primarie, e anche la folla entusiasta a festeggiarne il risultato. È improbabile che quei cittadini siano ostili per principio alle alleanze e ai ragionati compromessi: però non si rassegnano alle primarie negate per non dispiacere a Casini. Chissà quanti di quei cittadini che si sobbarcano all'impegno di una domenica d'inverno per scegliere un candidato avrebbero deciso di non andare a votare nelle elezioni "vere" se il candidato fosse stato imposto d'autorità. I dirigenti del Pd non lo vedono? Vivono altrove, e di che cosa? Massimo D'Alema ebbe un'uscita magistrale, qualche giorno fa, quando all'improvviso dichiarò, delle cose di Puglia, di non capirci niente. È un buon punto di partenza. Le primarie per la segreteria del Pd furono in fondo, per chi non fosse legato stretto alle cordate concorrenti, un apprezzabile modo per restituire autorevolezza alla leadership di un partito che l'aveva perduta, chiunque vincesse fra candidati senz'altro rispettabili. Questa ennesima intenzione responsabile portò un numero ingente di persone a votare, e non la passione per i rivali in gara.

Ancora una volta, come ora in Puglia, le persone che vogliono bene all'Italia e alla democrazia e a un ideale, o almeno un'idea, di sinistra, si mostrarono disinteressate e lungimiranti, e disposte a dare una spinta - fisicamente, come si fa con una macchina che è restata col motore spento in salita - a chi aspirava a rappresentarle. Il piccolo gruzzolo in più di consensi che si registrò subito dopo (già dilapidato) non andava tanto alla corrente che era stata più votata, ma alla speranza che una leadership fosse stata investita, e facesse il suo mestiere. Quanto al merito, proprio dalla corrente di Bersani e di D'Alema ci si aspettava caso mai che fosse la più determinata e capace di recuperare l'adesione di quella larga diaspora perduta fra antipolitica, risentimento, giustizialismo e caudillismo - o pura stanchezza. Tutto precipitato nello strettissimo imbuto dell'Udc serva di due padroni, o padrona di due servi.

Ma bisogna pur limitare i danni della perdita di regioni che ci appartenevano - diranno i dirigenti esperti. (Dai quali ci si aspetta che prima o poi mettano all'ordine del giorno la questione sempre più spaventosa della sistemazione personale di chi "fa politica", e della sua influenza soverchiante sulla politica da fare). Ammesso che sia il punto, e non è mai bello far politica con l'acqua alla gola, o più su, il risultato è lontanissimo dal confermarne il realismo. Se non si perderà la Puglia, sarà grazie all'insipienza della destra, che a sua volta non scherza, ma non gliene importa granché, le piace così, e grazie alla ribellione degli elettori delle primarie a una politica di partito in cui l'ottusità ha fatto a gara con la prepotenza. D'Alema, che non si tira indietro dalle proprie responsabilità, farebbe però male oggi ad ammettere semplicemente una sconfitta.

Le sconfitte prevedono una misura: qui non c'è stata partita. Qui, semplicemente, uno dei contendenti "non ci aveva capito niente". E se invece ci aveva capito, e ci si è infilato lo stesso, occorre rivolgersi ai professionisti, ma della psicoanalisi o della vita monastica. Se non si perderà il Lazio, sarà grazie alla speranza suscitata da una candidata come Emma Bonino che, qualunque opinione si abbia delle sue singole opinioni, non appartiene a quel modo di praticare la politica. Parliamo di candidati a presiedere regioni, Bonino e Vendola, che starebbero comunque al proprio posto in un Partito Democratico come quello che si era immaginato, e per il quale ancora a distanza di anni e di disinganni la gente si mette in fila d'inverno, a rimetterlo in carreggiata e dare una spinta.

(26 gennaio 2010)

lunedì 11 gennaio 2010

giovedì 7 gennaio 2010

L'occasione di Emma


di ADRIANO SOFRI


Emma Bonino può essere un'ottima candidata di bandiera o una felice occasione per il Pd e l'insieme dell'opposizione. Le buone bandiere sono un premio di consolazione, in una stagione sconsolata: ma sarebbe ora di tornare a cercare, almeno nelle elezioni, risultati veri. Ricapitoliamo ? che non vuol dire torniamo a capitolare. Alla leadership del Pd sta a cuore un'alleanza con l'Udc. È una prospettiva che ha i suoi costi "a sinistra", se dia per perduto un vasto e ormai frantumato elettorato, e un'altrettanto vasta astensione, ma ha una sua logica politica. Anche così ha i suoi ostacoli. Il primo, di procedere verso la liquidazione del famoso bipolarismo: ma si può obiettare che essa è già abbastanza un fatto compiuto. Il secondo, che l'Udc si tiene le mani libere, sicché il Pd, col suo (augurabile) 30 per cento, farebbe da vaso di coccio tra ultimatum di Casini ed esazioni di Di Pietro.

In Puglia, il Pd ha tutto il diritto di volere un proprio candidato, e di sceglierlo in funzione dell'accordo cercato con l'Udc
. Ma non ha né il diritto né la ragione di imporre un veto alla candidatura di Vendola, che è il presidente uscente, e che lo diventò vincendo un'ardua sfida primaria e un'altrettanto ardua elezione. Una elementare regola avrebbe suggerito di misurarsi con la candidatura di Vendola in primarie aperte. Non lo si è voluto fare, e questo impedisce di imputare a Vendola una responsabilità di guastatore personalista. Peggio, si è insistito per candidare Emiliano, sindaco di Bari. L'idea di privarsi di uno stimato sindaco per candidarlo alla regione, e di correggere per giunta la legge che condiziona la nuova candidatura alle dimissioni dalla vecchia carica, è abbastanza scandalosa. Davvero un partito come il Pd e una coalizione di centrosinistra non trova altre o altri candidati degni se non in chi già occupa una carica importante?

Una simile ammissione di angustia si sarebbe ripetuta nel Lazio, dove il Pd puntava sullo stimato presidente della provincia, Zingaretti. Il calcolo era decisamente azzardato, tanto più nella regione reduce dalle elezioni romane in cui la staffetta ripetuta fra Veltroni e Rutelli finì nel disastro che sappiamo. E che può misurarsi senza alcun sarcasmo, ma sì con amarezza, nella situazione attuale dei protagonisti di allora: appartato Veltroni, in un altro partito Rutelli. Se Zingaretti avesse accettato (o ancora accettasse, non so: ma si mostra persona lucida e responsabile con chi già lo votò) di candidarsi, il rischio concreto sarebbe stato di perdere in un colpo regione e provincia, e andare in convento. Ma anche a non voler paventare un esito simile, e a ostentare un'implausibile audacia, restava il messaggio dato a tutti i cittadini: che per trovare un candidato degno il Pd lo debba spostare dalla carica importante che già ricopre. Messaggio inosservato, tale è l'agonia dello spirito pubblico: ma ci si fermi un momento a pensarci, in un paese di sessanta milioni, in regioni di milioni di uomini e donne, e passano per candidabili solo due o tre uomini già intronizzati ? e donne niente.

A questo punto viene la candidatura di Emma Bonino. Dire le sue virtù è imbarazzante, dato che sono diventate proverbiali come un necrologio anticipato. Il centrodestra ha in Lazio una candidata brava e popolare e, scaramucce di fuoco amico a parte, ha nelle vele il vento della disavventura di Marrazzo (e della sciagura delle sue incolpevoli amiche). Emma Bonino è capace, come e più di Renata Polverini, di consensi trasversali, e tuttavia ha fornito una prova rigorosa di fedeltà alla parola data tanto nella disgraziata legislatura precedente, da ministro, quanto nella attuale, da parlamentare radicale nel gruppo del Pd e vicepresidente del Senato. Il Pd ha ritenuto per lo più di dare questa fedeltà per dovuta e scontata, e di trascurare il confronto e perfino le buone maniere nei confronti degli alleati radicali, che spesso le sparano grosse ma stanno ai patti, a differenza di altri alleati.

Eletto segretario, Bersani andò al congresso dei radicali italiani e diede prova di attenzione e di una spiritosa affabilità. Oggi, facendo di Emma la candidata propria ? e passando serenamente dalle primarie, perché ci sono altre proposte, da Renato Nicolini, il cui pregio sta, e non sembri una battuta, in una specie di diritto acquisito a non essere preso sul serio, a Loretta Napoleoni, e agli eventuali altri ? il Pd mostrerebbe di impegnarsi a vincere le elezioni regionali, e caso mai a perderle limpidamente, e a rinunciare a farne un paragrafo della trattativa tattica con l'Udc o chissà chi altri.
Tattica sofisticatissima, dal momento che l'Udc ha una ferma predilezione per la candidata del centrodestra e soprattutto una vocazione a fissare veti politici e personali.

Differenza che Emma Bonino fa bene a sottolineare, non avendo lei veti da imporre, e perciò non amando di subirne. L'inclinazione di Bersani per la concretezza va condivisa, e suggerisce di preferire, in un territorio come le elezioni dove, a differenza che nella vita quotidiana, quello che conta non è partecipare, l'efficacia all'orgoglio di bandiera. In Piemonte, dove la partita è tra il candidato della Lega e Mercedes Bresso, la lista dei radicali italiani si apparenterebbe a quella della presidente uscente del Pd. I radicali farebbero bene a rinunciare a una concorrenza di richiamo nella Toscana di cui leggermente si dà per eterna la prevalenza del centrosinistra. La Toscana ha in Enrico Rossi un candidato autorevole, provato dalla fattiva responsabilità della sanità regionale fra le migliori, se non la migliore, in Europa, che si mostra aperto alle persone e alle loro idee, se ne hanno, Oliviero Toscani compreso. Nel Lazio, Emma Bonino, finora candidata della lista Bonino-Pannella, può diventare la più forte e competente concorrente alla presidenza della Regione. È un passaggio che dipende solo dal Pd, e sarebbe bello che il Pd la facesse dipendere solo da se stesso.

(07 gennaio 2010)

lunedì 30 novembre 2009

Chi si vergogna della Piovra


di ADRIANO SOFRI


Il ministro della Giustizia Angelino Alfano, cui è toccato di inaugurare un convegno indetto a Racalmuto a vent'anni dalla morte di Leonardo Sciascia, col delicato titolo "Inquisizioni di ieri e di oggi", ha detto di sentire la mancanza "di un intellettuale antimafioso e anticonformista come Sciascia". La sento anch'io, e siccome Sciascia era davvero antimafioso e anticonformista non mi azzarderei a ipotizzare che cosa penserebbe e direbbe se fosse vivo.

Non resta che decidere che cosa pensiamo e diciamo noi, che vivi siamo, per il momento. E specialmente i molti fra noi che non sono specialisti di mafia e antimafia, ma persone profane di cittadinanza italiana e di sentire comune. Noi che non abbiamo seguito con dedizione quotidiana le cronache di mafia, e che stentiamo - stentano perfino gli specialisti - a districarci dentro vicende che durano molti anni, impegnano molti tribunali, riempiono decine di migliaia di pagine giudiziarie. Però chi di noi ha l'età, ricorda la sequenza tremenda dell'assassinio di Falcone e di Borsellino e della loro gente come un momento capitale - un colpo al cuore paragonabile forse solo alla morte di Aldo Moro. Allora in tanti dimenticarono di tenere famiglia, in tanti si sentirono chiamati oltre il calcolo personale a ribellarsi all'infamia, e impegnati a sostenere oltre ogni riserva chi in quella temperie aveva il compito di battersi contro la ferocia onnipotente di Cosa Nostra. Quel sostegno era mancato, per usare un eufemismo, ai due magistrati amici, ai loro cari e ai loro fedeli protettori.

È passato del tempo, molte cose sono cambiate, la commozione è scivolata in fondo ai cuori e lo scetticismo delle convalescenze ha ripreso i suoi diritti. Ma il ricordo di quei giorni dovrebbe essere sempre pronto a riaffiorare. La recita di Olbia di Silvio Berlusconi sembra mostrare che quel ricordo sia stato del tutto sfrattato dalla sua mente. Ciascuno, sentendosi accusato e addirittura braccato, può scegliere uno stile di difesa: ma infilare una collana triviale quanto e più del solito di barzellette sulla mafia, vantare una smentita sulla propria iscrizione in un registro di indagati - del tutto pletorica - e fare dell'umorismo da strapazzo sugli autori della Piovra e dei libri di mafia, eccede davvero le aspettative più desolate.

Qualche giorno fa, in un'intervista a questo giornale, Carlo Ginzburg ha spiegato di sentirsi italiano quando si accorge di vergognarsene. In altri paesi si può scandalizzarsi e indignarsi, ma solo nel proprio si prova una profonda vergogna per parole e gesti altrui. Le parole di Berlusconi a Olbia fanno vergognare di essere italiani. Ieri una nota di Palazzo Chigi ha tentato di rimediare proclamando fra gli innumerevoli record di Berlusconi e del suo governo il merito più grande nella storia quanto alla lotta contro la criminalità organizzata. La pretesa rodomontesca è l'altra faccia delle barzellette del giorno prima. Berlusconi, che si vanta l'uomo più lontano dalla mafia sulla faccia della Terra, non sa di che cosa parla, e l'attenuante che gli è capitato di invocare ai suoi eventuali rapporti con la mafia sta esattamente in questa rivendicazione di non aver saputo e capito di che cosa si trattasse.

L'argomento secondo cui la Piovra e in generale il chiasso antimafioso nuocerebbe all'immagine della Sicilia e dell'Italia nel mondo, da lui usato altre volte in passato (e anche da Totò Riina, sia detto senza affratellarli) significa una minimizzazione immorale e incresciosa, e continua la magnanima tradizione dell'epoca che Andreotti, per essa prescritto, definì una volta come del "quieto vivere" con la mafia. L'epoca in cui la linea dello Stato era che "si ammazzassero pure fra loro" - se non che ammazzavano copiosamente anche fuori di loro, e che fra loro si era accomodata una parte della politica e dello Stato. Quanto all'origine delle sue ricchezze, Berlusconi non fu alieno in passato da risposte disinvolte come quella che lui i soldi li aveva presi da tutti: un ritratto peculiare di che cosa sia un imprenditore secondo lui, e che purtroppo si attaglierebbe anche a molti altri grandi imprenditori, e non solo siciliani né solo in Sicilia.

Il cosiddetto stalliere Mangano, infine, era arrivato da lui solo perché raccomandato da persone di fiducia, e per garantire una legittima protezione del giardino dai cattivi vicini e della sua famiglia dai malintenzionati sequestratori. Sulla tomba di Mangano - l'ho vista nel film di Deaglio, sta in un cimitero abbandonato - una lapide recita così: "Hai dato un valore alla storia degli uomini non barattando la dignità per la libertà, hai dato un significato alla nostra vita...". Mangano rifiutò in effetti di guadagnarsi una liberazione, che per lui non voleva dire che andare a morire fra i suoi invece che in galera, dicendo ai magistrati quello che i magistrati gli chiedevano di dire. Fu davvero un eroe, ma della mafia, e per giunta di quella mafia mitologica che è crollata non appena qualcuno ha fatto sul serio, e ha mostrato di capire di che pasta era fatta.

La caduta della Cosa Nostra delle stragi, come del terrorismo politico, è stata soprattutto il tracollo di persone la cui tempra umana non valeva due soldi: e tanto meno valeva quanto più sanguinaria si mostrava. La proliferazione di "pentiti" che, a differenza di Mangano, sono pronti a barattare la propria "dignità" - e a trovare nello scambio anche trascinanti gratificazioni devozionali - con affari come andare a vivere, piuttosto che a morire, fuori da una cella, o a realizzare, come forse i fratelli Graviano, il loro particolarissimo recupero crediti, o semplicemente (non è poco) sfuggire alla tortura del 41 bis, mette chi ebbe a che fare con la mafia, volendo sapere o no di che cosa si trattasse, in una condizione insuperabile: se non in un tribunale, senz'altro nel proprio stato civile. Governare in questa condizione è un'impresa tremenda, suffragi o no: se non altro perché non si governa che per protrarre il momento della propria precipitazione, ciò che solo una monarchia assoluta può assicurare, e a condizione che i sudditi non si innamorino, con la volubilità che è loro, di un Ottantanove, o di un suo anniversario.

(30 novembre 2009)

mercoledì 4 novembre 2009

Sofri, Casalegno e la violenza in Lc «Quando non sei più innocente»


Gentile direttore,
ho letto l’intervista ad Andrea Casalegno. Vorrei dire che cosa penso dei punti cruciali, che vengono presentati come se rivelassero qualcosa. A cominciare dal legame fra Leonardo Marino e me. La cui evidenza è stata fin dall’inizio (dal 1988, quando fui arrestato) il filo conduttore della vicenda: il figlio chiamato Adriano, i soldi che gli avevo dato... Mi chiesero come mai gli avessi dato dei soldi, se non per comprare il suo silenzio. Perché me li aveva chiesti, spiegai, perché gli ero affezionato, perché era povero e ne aveva bisogno per la sua famiglia: e documentai cifre e circostanze. In Lotta Continua, dice Andrea, tutti pensano che Marino dica la verità. Non so. Però so la verità. Non ebbi il colloquio che Marino mi attribuì, non gli diedi alcun mandato. Io lo so, e lo sanno per certo coloro che furono testimoni dei miei movimenti nella circostanza in cui Marino volle collocare il colloquio. Non diedi alcun mandato, e dunque non coinvolsi Lotta Continua — tutte le sue persone, compreso Andrea Casalegno — nella responsabilità di un omicidio.

Di tutte le altre responsabilità mi sono fatto carico, e non certo per difendermi in un tribunale. La mia condanna— che continuo a scontare — autorizza chiunque lo voglia a dichiararmi mandante provato dell’omicidio di Calabresi. Ma la condanna non cambia la verità, né la mia saldezza nel sostenerla. Dice Andrea — pensiero che dà il titolo alla pagina — che «il germe della violenza c’era già alle origini», dunque prima della strage di piazza Fontana; e critica la definizione del 12 dicembre del ’69 come la data della «perdita dell’innocenza». Io l’ho detto da tempo. In particolare, proprio in un’intervista al Corriere del 2 aprile 2004. «Così abbiamo perduto l’innocenza. Ma oggi mi interrogo sulla sensatezza di questa formula... Si tratta dell’idea: chi è innocente scagli la prima pietra. È l’espediente che Gesù usa per non fare lapidare l’adultera.

Questo stratagemma evoca un problema morale straordinario: è proprio vero che chi è innocente può scagliare la prima pietra? Noi oggi ci comportiamo così nei confronti del racconto di piazza Fontana. Innocenti come eravamo, toccava a noi per diritto, diritto che è divenuto poi la nostra dannazione, tirare la prima pietra. Poi quando l’hai scagliata non sei più innocente. E non a caso poi ne tiri un’altra e un’altra ancora. Fino a divenire un lanciatore di pietre. Quasi un lapidatore: persino a noi successe.

La campagna contro Calabresi diventò una specie di lapidazione... In realtà innocenti non lo eravamo. La verità è che l’innocenza come condizione originaria è molto difficile da trovare. Lo choc della strage per noi fu fortissimo, un colpo che ti fa tramortire: tuttavia eravamo militanti politici con una grande voglia di fare la rivoluzione da anni. Questo rende contraddittoria e parziale quella definizione di innocenza... la trasforma in una specie di autoassoluzione un po’ troppo indulgente. Mi chiedo: senza la strage di piazza Fontana, avrei tirato la mia prima pietra o no? Secondo me sì. Anzi forse l’avevamo già tirata». E alla domanda: «Vuole dire che la violenza era già dentro il movimento?», risposi: «Noi non abbiamo cominciato a credere non solo nella necessità ma addirittura nella virtù della violenza dopo il 12 dicembre. Noi ce ne riempivamo la bocca da molto tempo prima...».

Ricordato questo, trovo sconcertante l’opinione di Andrea che «la strategia della tensione ebbe un certo ruolo nel precipitare il Paese negli anni di piombo». La strategia della tensione e delle stragi segnò un mutamento sconvolgente nella temperie umana e civile dell’Italia, nel nostro stato d’animo e nel nostro orizzonte politico. Solo alcuni di noi — quasi per una deformazione psicologica — continuano a seguire quello che si dice, settimana dietro settimana, 35 anni dopo!, al processo bresciano su piazza della Loggia: autopsia delle colpe dello Stato nelle stragi, agghiacciante quanto sfinita. E comunque, per allora e per oggi, penso che qualunque delitto privato sia incomparabile col delitto commesso da chi ha il monopolio pubblico della forza.

Andrea Casalegno ha raccontato in un libro l’assassinio di suo padre e una storia di famiglia piena di dolore. Mi dispiace molto, e mi dispiace il sentimento che leggo nelle sue parole. Quando Carlo Casalegno fu assassinato, ne provai rabbia e pena. Anni fa scrissi ad Andrea per ricordare un episodio: «Una volta — nel 1976— ritenni che tuo padre, in un commento, avesse ingiustamente addebitato a Lotta Continua il favoreggiamento verso scelte armate clandestine. Io reagii prendendo il telefono — ero a Roma — e chiamando tuo padre, col quale ebbi una conversazione vivace e aspra, nella quale però fu reciproco il riconoscimento della sincerità e forza delle convinzioni rispettive. (Forse, nelle parole di apprezzamento che tuo padre mi rivolse, c’era soprattutto il riflesso della sua sollecitudine e rispetto per te)». Quanto a chi in quegli anni passò la linea, Andrea tiene a ripetere che si può diventare ex di qualunque cosa, ma un assassino rimane per sempre un assassino. Io non lo penso: penso che ciascuno possa cambiare, e che anche un assassino possa diventare una persona che ha commesso un assassinio. Che non solo il calendario cristiano, ma la nostra società dimostri largamente, per fortuna, che questo avviene.

Adriano Sofri
04 novembre 2009

martedì 3 novembre 2009

I confini della politica





di ADRIANO SOFRI

Di che cosa parla tutto questo parlare di sesso? Voci non interessate avvertono di un disagio, temono che si distragga l'attenzione dai problemi politici "veri", che si dissezioni troppo il corpo del sovrano esaltandone così la sovranità, e finalmente - come avrebbe provato il capitolo intitolato a Marrazzo - che "chi di sesso ferisce di sesso perisce". Di cesso, anzi: l'ha scritto recisamente Marco D'Eramo sul Manifesto: "Un disagio che serpeggiava da mesi per la sensazione che un attacco centrato sui sanitari del cesso non solo era strategicamente perdente, ma nascondeva qualcosa di sbagliato, riduttivo, se non umiliante, per chi lo portava".

Il dubbio è fondato: ogni volta che si parla di sesso (e che se ne tace) si rischia il compiacimento, il bigottismo e la volgarità, e soprattutto l'indiscrezione, che è un peccato mortale. Mi pare che si possa ragionevolmente obiettare, adducendo l'intenzione limpida di una denuncia del legame fra irrilevanti vizi privati ed esorbitanti vizi pubblici, fatti suoi e fatti nostri: una certificata commistione fra boudoir presidenziale e selezione della classe dirigente politica, fra promozione politica e ricattabilità, aspettative di favori in campi delicati come l'edilizia e delicatissimi come la sanità, il contrasto oltraggioso fra notti in villa e manifestazioni diurne sulla famiglia e disegni di legge draconiani sulla prostituzione, e infine un'idea del posto delle donne (dunque degli uomini) su questa terra. D'Eramo trascura che se "morire tra le braccia di una prostituta" è una sorte non infrequente e perfino invidiabile per presidenti di repubbliche e cardinali francesi (o non francesi) non lo è altrettanto, in democrazia, lasciare in eredità alla prostituta un seggio al parlamento europeo: e tantomeno regalarglielo da vivi. Non ho detto che non succeda: però non tanto, diciamo.

Il capo di governo reso vulnerabile dai suoi comportamenti privati può aderire più bruscamente, per esempio da un giorno all'altro, a un'enormità - quanto ai problemi "veri" - come la legge che dichiara reato penale l'immigrazione clandestina. E, sempre sui problemi "veri", il distributore di cocaina e procacciatore di ragazze alle feste di palazzo getta una luce - una luce: il faro del muro di cinta - sulle migliaia di disgraziati che riempiono le galere o ci crepano per qualche grammo di roba.
Tuttavia conviene spalancare la discussione. Specialmente su temi che sembrano diventati troppo scontati o banali per essere ancora presi sul serio, come avvenne quando si imposero con la forza di una rivelazione e una scoperta. Successe per cose come il rapporto fra personale e politico (oggi confuso e anche deformato in quello fra privato e pubblico), il posto delle donne (dunque degli uomini), la prostituzione, e l'amore. Il femminismo costrinse molti uomini a vergognarsi, pensarci, e rallegrarsene. Ora, l'idea che il femminismo sia superato, sensata o no, autorizza moltissimi uomini, e non solo loro, a non pensarci più, e a non vergognarsene affatto. Anzi. A D'Eramo, che a questi temi è sensibile, l'idea che "il personale è politico" sembra oggi una ricaduta nell'arcaicità. Come ogni slogan, anche quello conobbe i suoi eccessi di zelo, pretese di abolire il confine fra il riserbo e la messa in piazza, com'è inevitabile quando si deve abbattere un muro più spesso di quello di Berlino, e dunque meritò d'essere attenuato strada facendo: il personale è anche, a suo modo, politico. Non merita però di essere cancellato. Si scoprì a un certo punto, o si riscoprì, che le relazioni sessuali erano il cuore delle relazioni culturali e politiche. Per esempio, pensammo un tempo che la prostituzione potesse essere abolita: come ogni sfruttamento, del resto. Era una utopia, per dirla con indulgenza. E prepotente, anche.

Dimenticava per giunta che lo sfruttamento del corpo della donna da parte dell'uomo è una manifestazione assai peculiare dell'universale sfruttamento dell'uomo sull'uomo. A distanza di qualche decennio, e a rivoluzione sessuale data per avvenuta, si constata un successo spettacoloso della prostituzione, domanda e offerta (prima la domanda e poi l'offerta, benché sembrino rincorrersi come l'uovo e la gallina). Ma la prostituzione non era anche il paradigma, il centro stesso della condizione sociale della donna - dunque dell'uomo? E non era vero che gli uomini fossero acquirenti di potere, più che di disposizione sessuale? (Prima che nei verbali baresi, la "disponibilità", ammirevolmente rinfacciata da Rosi Bindi, figurava così in Kate Millet, 1973). Il potere che si acquista nella prostituta è il potere di disposizione sessuale sull'altra: ancora più grottesco quando si illuda d'essere gratuito, e pretenda di passare per "conquista" riportata grazie al proprio fascino... I "potenti", si dice: titolo doppio. Ecco qui la volontà di potenza nel suo senso letterale - la smentita ostentata dell'impotenza, a prova di querela. Ma con le prostitute, "il re è nudo". E pressoché ogni uomo vuole un suo posticino in cui regnare - o essere consolato, perché "il re è solo", poveretto.

Gli uomini, proteggendosi con le debite eccezioni, non pensavano che le donne facessero le puttane: pensavano che lo fossero. Il matrimonio doveva tenere quelle di loro proprietà al riparo. L'Amore - la sua convenzione - è concreto, e il matrimonio imprime addirittura un nuovo nome alla donna, quello del marito. Il Piacere è astratto: di qui la paura maschile del piacere femminile, del suo anonimato, della sua astrazione. Nel piacere si annida la minaccia del tradimento, dello spodestamento. Le prostitute erano le portatrici del piacere astratto. Se la rivoluzione sessuale, data per avvenuta, non fosse soprattutto una parodia, non crescerebbe a dismisura il rapporto mercenario, e la sua indipendenza dal "bisogno" - dal lato della domanda, specialmente. Per l'uomo, prima del femminismo, c'è la moglie che non deve provare piacere e la puttana che deve provarlo, ed è il contrasto che fa della moglie una donna onesta e della puttana una puttana. Dopo, agli occhi dell'uomo la puttana che prova piacere mostra che anche la donna onesta lo prova, e la smaschera: non ce ne sono più. Adesso per l'uomo, salvo che faccia tesoro della lezione, meglio squagliarsela, cercare altrove: in altri sessi, in altre nazionalità. Il campo socialista dichiarava reato la prostituzione, e la lasciava dilagare: proprio come lo sfruttamento in generale. Calze di nylon e jeans per il nostro turismo maschile. L'eredità più rivelatrice del socialismo reale è quella: la prostituzione allargata, genere di esportazione. Quella letterale - la distinzione è sempre necessaria, si tratta dell'habeas corpus - e quella metaforica. E una società simile, con campioni simili, aveva appena esibito l'intenzione governativa di castigare lucciole e clienti. L'ipocrisia rimpianta dai lodatori del tempo democristiano (che conobbe la sera di Capocotta) sarebbe un passabile rimedio al peggio, purché non passi il segno.

Certo che è politica. Si ha ragione a chiamarla arcaica: a condizione di accorgersi che è anche modernissima. L'ultimo grido.

(3 novembre 2009)

sabato 31 ottobre 2009

Il calvario di Stefano


di ADRIANO SOFRI


PRIMA di tutto riguardiamo le fotografie di Stefano Cucchi. Quelle di un giovane magro, un geometra, che ha avuto a che fare con la droga e sa che gli potrà succedere ancora, e intanto vive, sorride, lavora, abbraccia sua madre, scherza con sua sorella. I giornali in genere hanno preferito pubblicare queste. E quelle di un morto, scheletrito, tumefatto, infranto, il viso che eclissa quello del grido di Munch e delle mummie che lo ispirarono, il corpo di una settimana di Passione dell'ottobre 2009. La famiglia di Stefano ha deciso di diffondere quelle fotografie.

Nessuno è tenuto a guardarle. Ma nessuno è autorizzato a parlare di questa morte, senza guardarle.
Per una volta, sembra che tutti (quasi) ne provino orrore e sdegno, e vogliano la verità e la punizione. È consolante che sia così. Ma è difficile rassegnarsi alle frasi generiche, anche le più belle e sentite. C'è un andamento provato delle cose, e le parole devono almeno partire da lì. Certo, le parole possono osare l'inosabile. Possono, l'hanno fatto perfino questa volta, dire e ripetere che Stefano Cucchi "è caduto dalle scale".

Non è nemmeno una provocazione, sapete: è una battuta proverbiale. Se incontrate uno gonfio di botte in galera, lo salutate così: "Sei caduto dalle scale". Hanno un gran senso dell'humour, in galera. Lo si può anche mettere per iscritto e firmare. Sembra che anche Stefano l'abbia messo a verbale presso il medico del carcere: "Sono caduto dalle scale". È un modo per evitare di cadere di nuovo dalle scale. Il meritorio dossier Morire in carcere curato da "Ristretti orizzonti" certifica che le morti per "cause da accertare" sono più numerose di quelle per "malattia".

Tuttavia bisogna guardarsi dall'assegnare senz'altro il calvario di Stefano al capitolo carcerario. Per due ragioni, già documentate a sufficienza. La prima: che fra la persona integra arrestata col suo piccolo gruzzolo di sostanze proibite e la persona cui vengono certificate nell'ambulatorio del tribunale "lesioni ecchimodiche in regione palpebrale inferiore bilateralmente", e che lamenta "lesioni alla regione sacrale e agli arti inferiori" (i medici del carcere le preciseranno come "ecchimosi sacrale coccigea, tumefazione del volto bilaterale orbitaria, algia della deambulazione", e quelli dell'ospedale come "frattura del corpo vertebrale L3 dell'emisoma sinistra e frattura della vertebra coccigea") fra quelle due condizioni c'è stata solo una notte trascorsa in una caserma di carabinieri.

Il ministro della Difesa - un avvocato penalista - pur declinando ogni competenza nel caso, ha creduto ieri di dichiarare: "Di una cosa sono certo: del comportamento assolutamente corretto da parte dei carabinieri in questa occasione". Non so come abbia fatto. So che qualcuno vorrà ammonirmi: "Ci risiamo". Infatti: ci risiamo. I medici e la polizia penitenziaria che dichiarano che Stefano "è arrivato in carcere così" hanno dalla loro una sequenza temporale interamente vidimata.

Questa era la prima ragione. La seconda è che nell'agonia di Stefano - di questo si è trattato, questo sono stati i suoi ultimi sette giorni - sono intervenute tante di quelle autorità costituite da far rabbrividire. Carabinieri, dall'arresto fino al trasporto al processo e alla consegna al carcere. Magistrati, uno dell'accusa e uno giudicante, che in un processo per direttissima per un reato irrisorio e con un giovane imputato così palesemente malmesso da suggerire la visita medica nei locali stessi del tribunale, rinviano l'udienza al 13 novembre e lo rimandano in carcere ammanettato.

Agenti di polizia penitenziaria, che piantonano così rigorosamente il pericoloso detenuto nell'(orrendo) reparto carcerario dell'ospedale intitolato a quel gran detenuto che fu Sandro Pertini, al punto di impedire ai famigliari del giovane di chiederne una qualche notizia ai medici, facendo intendere che occorra un'autorizzazione del magistrato: espediente indecente, perché per parlare col personale sanitario non occorre l'autorizzazione di nessuno. (Sono stato moribondo e piantonato in un ospedale, e nessuno si sognò di dire ai miei che non potevano interpellare i medici: e vale per chiunque). Espediente, oltretutto, che costringe a chiedersi quale movente lo ispirasse.

Una sovrintendente e, a suo dire, un medico di turno, che, anche ammesso che non abbiano saputo delle visite ripetute e trepidanti dei famigliari, hanno dichiarato di non aver notato i segni delle lesioni sul volto di Stefano, "in quanto si teneva costantemente il lenzuolo sulla faccia"! Frase che insegue l'altra sulla caduta dalle scale: un detenuto malconcio al punto di essere tradotto in ospedale non viene visto da chi lo sorveglia e da chi lo cura perché si tiene il lenzuolo sulla faccia.

Non hanno visto "il volto devastato, quasi completamente tumefatto, l'occhio destro rientrato a fondo nell'orbita, l'arcata sopraccigliare sinistra gonfia in modo abnorme, la mascella destra con un solco verticale, a segnalare una frattura, la dentatura rovinata"... Non era un lenzuolo: era l'anticipazione di un sudario. Questo non ha impedito a un medico di turno di stilare un certificato in cui si legge che Stefano è morto "di presunta morte naturale".

Infine, c'è l'autopsia eseguita sul cadavere straziato, nel corso della quale si proibisce al consulente di parte di eseguire delle foto. (Quelle che guardiamo oggi, chi ne ha la forza, sono state prese per la famiglia dal personale delle pompe funebri). È stata, la settimana di agonia di Stefano, una breve marcia attraverso le istituzioni. Questo sono infatti, al dunque, le istituzioni: persone che per conto di tutti si trovano a turno ad avere in balia dei loro simili: persone delle forze dell'ordine, giudici, medici, e anche politici e giornalisti...

Tutti (quasi) chiedono giustizia e verità. Bene. Un pubblico ministero ha già imputato di omicidio preterintenzionale degli ignoti, ieri. I colpevoli non sono certo noti, e non lo saranno fino a prova provata: ma gli imputati sono noti. Quanto al preterintenzionale, è un segno di garantismo notevole, venendo da una magistratura che quando l'aria tira imputa di omicidio volontario lo sciagurato che abbia travolto qualcuno con l'automobile.

(31 ottobre 2009)

sabato 29 agosto 2009

L'artiglieria pesante del Cavaliere


di ADRIANO SOFRI


Il sito del nuovissimo Giornale registrava ieri come "il più letto" l'articolo intitolato "Boffo, il supercensore condannato per molestie". L'ho letto anch'io. E ho letto anche, come tutti i giorni da molti anni, l'Avvenire.

Alla fine mi sono chiesto se le "rivelazioni" su Dino Boffo, direttore dell'Avvenire, anche a prescindere dalla loro dubbia accuratezza (e in assenza della versione dell'imputato) avessero influito sulla mia lettura del quotidiano, tirando addosso ai suoi argomenti un sospetto di ricatto o di coda di paglia. Mi sono risposto francamente di no. Ci ho letto, con il solito interesse, una pagina dedicata a Timor dieci anni dopo: infatti l'Avvenire è fra i quotidiani più attenti ai problemi internazionali, e fa tesoro delle fonti peculiari di comunità e missioni cattoliche. Ho letto gli articoli che ogni giorno trattano di questioni cosiddette bioetiche, e come ogni giorno ne ho tratto argomenti al mio dissenso. Ho letto con riconoscenza le pagine sull'umanità immigrata e sull'umanità incarcerata. Ho letto gli articoli sulla Perdonanza di Celestino, che piuttosto vistosamente eludevano la cena fra Bertone e Berlusconi, andata poi felicemente di traverso. Ho letto le pagine culturali di Agorà e quella delle lettere, fino alla rubrica quotidiana di Rosso Malpelo, che mi pizzica ogni tanto, ripizzicato.

Stando così le cose, che le "rivelazioni" del nuovissimo Giornale siano vere o false o, peggio ancora, mezzo vere o mezzo false, non mi importa niente. La vita sessuale di Boffo, sulla quale non a caso non mi sarei mai interrogato, non ha alcun rilievo per me - e per qualunque altra persona seria- se non quando si provasse che inficia la sua lealtà e serenità professionale. In questo l'alibi dell'aggressione giornalistica contro di lui è del tutto fittizio: "Voi frugate nel letto di Berlusconi, e noi facciamo altrettanto nei vostri". Boffo non è il capo del governo, e nemmeno un sottocapo: non ha barattato le proprie relazioni private con prebende pubbliche. I suoi fatti sono fatti suoi.

I suoi aggressori perfezionano l'alibi della ritorsione con la pretesa di una magnanima campagna contro "il moralismo". Il moralismo è uno di quei gomitoli di cui si è perso il capo, a furia di ingarbugliare. Ha un fondo da tenere fermo: che, con pochissime patologiche eccezioni, le persone di una società sanno che cosa è bene e che cosa è male. Che lo sappiano, non assicura affatto che seguano il bene e si astengano dal male. "Non bisogna giudicare gli uomini dalle loro azioni. Tutti possono dire come Medea: video meliora proboque, deteriora sequor". Vedo bene che cosa è il meglio, ma poi vado dietro al peggio. (Ho citato Diderot che cita la Medea innamorata di Ovidio: un po' di sbieco illuminista fa bene, ai nostri giorni. Ma bastava l'evangelista Giovanni).

Tuttavia, reciprocamente, che le persone agiscano male non significa affatto che ignorino che cosa è bene, e addirittura lo proclamino. Quando lo proclamano troppo stentoreamente, dimenticandosi di allegare la propria incoerenza, allora il moralismo diventa una disgustosa ipocrisia. E' avvenuto platealmente nelle manifestazioni sull'indissolubilità sacra delle famiglie guidate da poligami ferventi, o sull'inesorabilità della punizione di prostitute e clienti da parte di puttanieri e cortigiane (scortum impudens satis - una escort davvero svergognata: così il cronista Liutprando a proposito di Marozia, concubina di papi e papessa lei stessa, in quel secolo X che si chiamò pornocrazia ). Ora l'equivoco cui Berlusconi (d'ora in poi B.: ragioni di spazio) e i suoi difensori si aggrappano è appunto quello dell'invasione moralista nei suoi vizi privati, a scapito delle sue pubbliche virtù. E dunque la rappresaglia - almeno dieci per uno, come nelle migliori rappresaglie- affidata alla Grande Berta del nuovissimo Giornale. Ma io, per esempio (che sono ufficialmente pregiudicato, e personalmente peccatore in congedo, per effetto se non altro delle stesse vicissitudini cliniche che hanno dotato altri più fortunati del premio della satiriasi senile, che i desideri avanza) non mi sarei mai piegato a rovistare nei costumi e nelle pratiche sessuali di B. o di altri, qualunque piega avessero. Come me, direi, questo intero giornale. E non mi sarei mai augurato una pubblica campagna che approdasse a un'invadenza e una persecuzione delle scelte sessuali di adulti capaci, o supposti capaci, di intendere e di volere. Ma si è trattato d'altro, fin dall'inizio: intanto, dall'inizio, dell'allusione diretta a frequentazioni di minori, a una condizione patologica, all'usanza invalsa e contagiosa di fare di incontri sessuali ossessivi, grossolanamente e ridicolmente maschilisti e per giunta mercenari l'introduzione, metà elargita metà estorta, a pubbliche carriere elettorali, governative, spettacolari. E di un contraccolpo irreparabile di discredito e di ricattabilità.
B. non governa più, benché dia in certi momenti più inconsulti l'impressione di spadroneggiare, che è altra cosa. E' lì - sia detto a proposito del 25 luglio - per questo: perché altri sgovernano e spadroneggiano assai più licenziosamente alle sue spalle, e di quegli altri bisognerebbe tenere ogni conto già mentre lo sgombero è incompiuto, e minaccia di travolgere tutti.

B., come succede, vuole vendere cara la pelle. E siccome è molto ricco, la venderà molto cara. L'inversione della sua politica degli ingaggi all'indomani della rotta - fuori Kakà, dentro Feltri - lo proclama. E già un solo giorno ha visto scattare la controffensiva così a lungo dilazionata del nuovo attacco. Gran colpi, combinati: la denuncia delle dieci domande di Repubblica alla magistratura, l'assalto molto sotto la cintura a Boffo, e con lui alla Chiesa cattolica romana, che dopotutto non aveva lesinato indulgenze ed elusioni nei confronti dello scandalo politico e civico, oltre che morale, del capo del governo. L'ostentata persuasione di poter forzare un qualche tribunale all'intimidazione della stampa libera, se non la pura disperazione, hanno ispirato la denuncia contro Repubblica: la quale non avrebbe desiderato di meglio che di discutere ovunque, e anche in un tribunale, di quelle domande senza risposta - o con la più nitida delle risposte- ripetute non a caso ostinatamente, in bilico fra una frustrazione e una determinazione catoniana. E insieme la scelta di distruggere in effigie il direttore del giornale dei vescovi italiani e di far intendere alla suocera vaticana che, quando si spingesse ad applicare a B. un centesimo della severità con cui maneggia le comuni presunte peccatrici, la guerra diventerebbe senza quartiere. A questa, chiamiamola così, strategia, presiede il principio secondo cui non c'è maschio, credente o no, laico o chierico, che non si possa prendere con le mani nel sacco di qualche magagna sessuale. (Maschio, dico, perché negli strateghi della controffensiva la guerra resta guerra fra maschi, e le digressioni servono tutt'al più a insultare le donne altrui o a sfregiare le proprie sospette di intelligenza col nemico). La Grande Berta, l'ho chiamata. Vi ricordate, la scena di artiglieria pesante all'inizio del Grande Dittatore. Naturalmente, possono fare molto male i tiri pesanti ad alzo zero. Possono davvero umiliare le persone e devastare le famiglie. B. non può rinfacciare a nessuno di aver attentato alla sua famiglia. Possono fare molto male, ma è difficile che possano prevalere, direi. Le due cannonate strategiche di giovedì, per esempio, denuncia contro Repubblica ed esecuzione sommaria di Boffo, all'una di venerdì avevano già fatto cancellare la famosa cena della Perdonanza. Alle 13,40 di ieri ci si chiedeva se Gheddafi non volesse togliersi lo sfizio - se ne toglie parecchi, avete visto- di disdire il pranzo con B., e tenersi graziosamente le Frecce tricolori. Nel tardo pomeriggio poi B. si è dissociato dal Giornale, cioè da se stesso. E domani è un altro giorno.

Le guerre, tanto più quelle senza quartiere, non fanno bene a nessuno. B. ha una mossa vincente: dimettersi, e piantarla una volta per tutte con l'incubo del potere. Che gusto c'è ormai? Non può più invitare i capi di Stato stranieri a Villa Certosa. Nemmeno cenare all'Aquila con un Segretario di Stato straniero. Non ha da perdere che qualcuna delle sue catene televisive. Ha un'intera vita privata da riconquistare.

(29 agosto 2009)