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giovedì 11 agosto 2011

L'incertezza non risparmia nessuno

L' indice Vix, che misura le attese degli investitori sulla volatilità della Borsa di New York nei prossimi 30 giorni, è salito martedì a 48, tre volte il valore di inizio luglio. Non è l'80 dei giorni del fallimento della Lehman, ma a parte quell'episodio è il valore più elevato da anni. Nulla meglio di questo numero spiega ciò che sta accadendo nei mercati: un improvviso aumento dell'incertezza. Che cosa è cambiato in quattro settimane?

Che dopo una crisi finanziaria la ripresa fosse lenta non è una novità. Lo abbiamo imparato dal libro di Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart («This time is different», Princeton University Press, 2009) o semplicemente osservando il Giappone dopo la crisi della fine degli anni Ottanta. Che la ripresa lenta di Europa e Stati Uniti fosse in parte compensata dalla grande vitalità delle economie dei Paesi emergenti, continua a essere vero.

Le imprese, soprattutto quelle americane, macinano profitti e raramente sono state tanto liquide: se non investono è per via dell'incertezza sull'economia, non perché manchino le risorse per finanziare nuovi progetti. Né è una novità che l'invecchiamento della popolazione metta a rischio nel mondo occidentale i conti pubblici. E neppure è una novità che da oltre un decennio la nostra economia non cresca e che ciò sia la maggior preoccupazione di chi ha prestato denaro al Tesoro italiano.
E allora perché improvvisamente tanta incertezza? A mio parere il motivo lo ha spiegato Alberto Alesina sul Corriere dell'8 agosto:
la percezione che non vi sia una chiara leadership politica. Ciò che manca è «il riconoscimento della gravità della situazione e la dimostrazione di voler e saper affrontare i problemi con urgenza e non rimandarli, ovvero un atteggiamento di lungimiranza al di là delle scadenze elettorali».

Pesa l'assurda discussione americana sul tetto al debito, e in Europa, il non aver ancora dato seguito alle decisioni del vertice di Bruxelles di luglio, in particolare non aver ancora modificato le regole operative del Fondo europeo per la stabilità finanziaria (EFSF). E così il peso di evitare un collasso cade tutto sulle spalle delle banche centrali: la Fed e la Bce.

Anche nell'autunno del 2008, dopo Lehman, furono le banche centrali a «salvare il mondo». Ma i loro interventi furono presto accompagnati da una risposta politica forte, disegnata negli incontri del G7 di Washington e del G20 di Londra.

I mercati sanno bene che le banche centrali possono offrire un sollievo solo temporaneo. Non possono risolvere né i problemi della crescita, né quelli dell'invecchiamento. E rispetto a tre anni fa le loro armi oggi sono spuntate. La crisi è quindi nelle mani dei governi. Se non intervengono rapidamente e in modo credibile, a questi livelli del Vix le economie occidentali entrano in stallo.
Francesco Giavazzi

Francesco Giavazzi
11 agosto 2011

domenica 24 luglio 2011

Il credito c'è e anche morale

La signora Merkel doveva scegliere: difendere l'indipendenza della Banca centrale europea, o usare il bilancio della Bce per mascherare i costi degli interventi fiscali che si sono resi necessari per salvare l'euro. Fedele alla tradizione tedesca, ha scelto l'indipendenza della Bce. Se si vuole riassumere con un'immagine il risultato del vertice europeo di giovedì, questo produrrà rigore monetario e una politica fiscale austera, ma non inflessibile. Ciò significa tassi di interesse che ritorneranno alla normalità (i tassi al netto dell'inflazione sono negativi da tempo) e un euro rafforzato.

La Bce ha ottenuto tre risultati importanti: 1) i rischi che in questi mesi la Banca si è assunta acquistando titoli pubblici per sostenere i Paesi in difficoltà vengono garantiti dal Fondo europeo per la stabilità finanziaria (Fesf o Efsf, European Financial Stability Facility), quindi dai contribuenti degli Stati forti. Per ora questa garanzia si applica solo ai titoli greci acquistati dalla Bce, ma, accettato il principio, sarà difficile non applicarlo in futuro ad altri Paesi. Di una garanzia simile godono peraltro la Federal Reserve americana e la Banca d'Inghilterra: finora in Europa non era stato possibile per l'assenza di un'autorità fiscale federale; 2) le risorse del Fesf potranno essere utilizzate per ricapitalizzare le banche. Da tempo la Bce sostiene che dalla crisi non si esce se non si rafforza il capitale delle banche, mettendole nelle condizioni di non temere l'insolvenza di uno Stato sovrano. Considerando che fino al giorno prima del vertice il presidente Sarkozy proponeva il contrario, cioè di tassare le banche, il risultato è una vittoria significativa per la Bce; 3) il Fesf potrà acquistare sul mercato titoli pubblici di qualunque Paese dell'area dell'euro. Finora non lo poteva fare, e ciò lasciava la Bce sola a fronteggiare improvvise crisi di fiducia nel debito di un Paese (è accaduto 10 giorni fa con i titoli italiani).

A fronte di questi risultati Jean-Claude Trichet ha pagato comunque un prezzo: ha dovuto accettare l'insolvenza della Grecia e, pur garantito dal Fesf, impegnarsi a non escludere le banche greche dai finanziamenti della Bce. In altre parole accettare una realtà che per molti mesi aveva negato: quando si presta denaro ad uno Stato, anche europeo, c'è il rischio di non essere ripagati. Fino a ieri questo pericolo non c'era, da oggi è un fattore del quale gli investitori dovranno tener conto.
L'architrave degli accordi di giovedì è l'aumento delle risorse del Fesf tramite l'emissione di titoli garantiti dagli Stati forti. I capi di Stato non hanno voluto impegnarsi con una cifra, ma se vogliono che l'accordo sia credibile non potranno attendere a lungo. Inoltre, finora il Fondo decideva all'unanimità, con il rischio che un singolo Paese (è accaduto con la Finlandia) bloccasse tutto. Il testo di giovedì evita la parola unanimità e parla di mutual agreement, un concetto meno impegnativo che prevede l'unanimità solo di chi è presente alle riunioni.

Al rigore monetario si accompagna maggiore flessibilità nelle regole di bilancio. Dopo non aver fatto quasi nulla per due anni, ed aver speso i 110 miliardi di euro ricevuti un anno fa, la Grecia ottiene altri 109 miliardi ad un tasso da Paese virtuoso, il 3,5%. Ottiene anche che le banche le condonino (di fatto) debiti per altri 106 miliardi nei prossimi 8 anni, un terzo di tutto il suo debito. Non c'era altra via, a meno di accettare che Atene uscisse dall'euro mettendo a rischio la costruzione monetaria europea. Ma il segnale ai Paesi indebitati è che bisogna fare sacrifici, ma senza dannarsi.

Francesco Giavazzi
23 luglio 2011

sabato 16 luglio 2011

Non coltiviamo troppe illusioni

I mercati non si sono tranquillizzati. Martedì pareva che si fossero un po' calmati, ma solo perché la caduta dei prezzi era stata arrestata dall'intervento della Banca centrale europea che ha acquistato molti titoli pubblici italiani. Ma c'è un limite a quanto anche la Bce possa fare. Un'alternativa è che sia il Fondo europeo per la stabilità finanziaria ad acquistare titoli italiani, ma ciò significherebbe rendere ancor più trasparente il trasferimento fiscale dai contribuenti tedeschi a quelli italiani. Ma la riluttanza della Germania a farsi carico dei problemi di altri Paesi è sempre più evidente. Ecco perché gli investitori si stanno chiedendo se l'Italia possa farcela da sola.
Da lunedì scorso la nostra posizione è cambiata: ora non stiamo più con Francia e Germania nel gruppo dei Paesi «sicuri», ma con la Spagna: il rendimento dei Btp italiani è ormai uguale a quello dei titoli spagnoli e lontano trecento punti dagli analoghi Bund tedeschi e dagli Oat francesi.
Ciò significa che gli investitori non pensano più che un default dell'Italia (l'incapacità cioè di rimborsare i titoli di Stato) sia un evento con possibilità pressoché nulla. A questi prezzi, sui mercati si calcola che, in un orizzonte di cinque anni, la probabilità che l'Italia possa restituire solo 50 centesimi per ogni euro avuto in prestito è pari al 20%.
Un default italiano rimane comunque una possibilità molto remota, ma ciò che si sta facendo per evitarlo non basta. È per questo che la nuova manovra finanziaria non ha convinto i mercati. Per due motivi: le misure sono ancora troppo sbilanciate sul 2013 e 2014, cioè dopo le prossime elezioni. Nel 2011 la manovra sarà di tre miliardi, di sei nel 2012 su una dimensione totale di 79 miliardi. Si deve anticiparne e di molto l'impatto. È per di più troppo sbilanciata sul lato delle entrate e fa poco sul taglio delle spese.
L'annuncio che ripartiranno le privatizzazioni «nel 2013», cioè quando ci sarà un nuovo governo, anziché tranquillizzare i mercati li ha probabilmente preoccupati ancor di più, perché rende evidente che considerazioni elettorali prevalgono sulla gravità della situazione. Inoltre l'Italia paga il fatto che misure per la crescita, deregolamentazione di certe professioni, miglioramenti nel campo della giustizia civile e nei costi burocratici per le imprese, vengono annunciati all'ultima ora sull'orlo del tracollo invece che costruite con calma anni orsono. E anche questo i mercati lo capiscono benissimo: danno cioè l'impressione di essere scelte preterintenzionali e non meditate.
L'esperienza di altre crisi finanziarie insegna che la metà di agosto è un momento propizio per gli attacchi: i mercati sono poco liquidi e le decisioni di un piccolo numero di investitori sono facilmente amplificate. È accaduto nell'agosto del 1998 con il default della Russia e nell'agosto del 2007 quando scoppiò la crisi dei subprime americani.
Il governo ha poche settimane di tempo per evitarlo. Ma ciò non significa concentrarsi su misure contabili di breve periodo che aumentano una pressione fiscale già alta. Bisogna anche annunciare riforme credibili che accelerino la crescita. È vero che queste riforme strutturali non daranno risultati sullo sviluppo immediati, ma in questo momento l'effetto annuncio, se credibile, può molto aiutare. I mercati devono convincersi che l'Italia sta cambiando passo. Altrimenti chi vorrà continuare a investire in un Paese che non cresce?
Illudersi di avercela fatta solo perché stiamo per approvare questa manovra sarebbe un errore gravissimo.

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi
15 luglio 2011

lunedì 6 giugno 2011

Giustizia lenta, imprese piccole

ALBERTO ALESINA
FRANCESCO GIAVAZZI

Nelle sue «Considerazioni finali» il Governatore della Banca d'Italia, riflettendo sulle ragioni per cui da un decennio l'Italia ha smesso di crescere, ha detto due cose, apparentemente non collegate. La prima è che «le imprese italiane sono in media il 40 per cento più piccole di quelle degli altri Paesi nell'area dell'euro... e i passaggi da una classe dimensionale a quella superiore sono rari». La seconda affermazione riguarda la lentezza della giustizia civile: «La durata dei processi ordinari di primo grado supera i mille giorni e colloca l'Italia al 157esimo posto su 183 nelle graduatorie stilate dalla Banca Mondiale».

Queste due osservazioni sono invece strettamente collegate. Difficilmente una piccola impresa riesce a diventare media senza ricorrere a risorse finanziarie esterne, siano queste il credito da parte di una banca, o l'ingresso di nuovi soci nel capitale. Perché il patrimonio dell'imprenditore che la guida, o della sua famiglia, raramente consentono di fare il salto dimensionale.

Ma una banca, o nuovi soci, saranno disposti a finanziare l'azienda, e ad assumerne i rischi, solo in presenza di un sistema giudiziario sul quale possono fare affidamento. Cioè solo se, nel caso di una controversia con l'imprenditore che guida l'azienda, potranno far valere i loro diritti di fronte ad un giudice ottenendo una sentenza equa in tempi ragionevoli.

Se invece i tribunali sono lenti e opachi, intrattenere rapporti creditizi o contrattuali con controparti poco conosciute, come lo è una piccola impresa che sta cercando di crescere, diventa molto rischioso. Ecco allora che credito e capitali affluiscono a chi già ha una storia ed è conosciuto nel mercato. Alle imprese giovani e relativamente piccole vengono richieste garanzie reali di cui spesso non dispongono. Questo limita l'espansione delle aziende. Se poi, come spesso accade, i nuovi imprenditori sono anche i più giovani, ecco un altro motivo della difficoltà che i giovani incontrano ad inserirsi nel sistema produttivo, un argomento di cui ci siamo occupati sul Corriere del 10 maggio scorso.

Insomma, la lentezza e la scarsa affidabilità della giustizia civile sono tra le ragioni, e le più importanti, del «nanismo» delle aziende italiane. La giustizia civile in Italia non solo è lenta: i suoi tempi si stanno ancor più allungando. Negli anni Ottanta una procedura fallimentare durava, in media, poco più di 4 anni, ora ne dura più di 9 (dati Istat). E così le aziende trovano sempre maggiori ostacoli alla crescita. Che fare? Scartiamo subito la risposta ovvia e sbagliata: che si dovrebbe spendere di più per la giustizia. La Commissione europea sull'efficienza della giustizia (un organo del Consiglio d'Europa) calcola che lo Stato italiano spende per la giustizia 70 euro per abitante (dati relativi al 2008). La spesa in Francia è 58 euro per abitante. E non perché la Francia abbia molti meno giudici e cancellieri. I numeri sono simili: i giudici sono 9 per 100mila abitanti in Francia e 10 in Italia; i dipendenti dei tribunali con qualifica diversa da giudice sono 4 per ciascun giudice in Italia, 3 in Francia. Ciononostante la lunghezza media di un procedimento civile è la metà in Francia che in Italia. I giudici italiani sono anche pagati un po' meglio: lo stipendio base è superiore del 20% circa al corrispondente stipendio francese.

Una ragione della lentezza della nostra giustizia civile è lo straordinario numero di avvocati (vedi i numerosi articoli di Daniela Marchesi su www.lavoce.info). Gli avvocati italiani sono circa 200mila, 332 ogni 100mila abitanti. In Francia sono 48mila, 76 per 100mila abitanti. Il rapporto giudici/avvocati è 32,4 avvocati per ogni giudice in Italia, solo 8,2 in Francia. L'elevato numero di avvocati, e il modo in cui sono strutturate le loro parcelle, è un incentivo a moltiplicare le cause e a prolungarne la durata, altrimenti non ci sarebbe lavoro per questa armata.
In Germania gli avvocati sono remunerati a forfait: questo evidentemente li incentiva a chiudere le controversie il più rapidamente possibile. Non solo sono più veloci, i loro compensi sono anche più elevati di quelli dei loro colleghi italiani. Nessun ministro della Giustizia ha finora avuto il coraggio di introdurre un sistema forfettario di retribuzione dei nostri avvocati. E tuttavia, nonostante un sistema che incentiva la moltiplicazione e la lunghezza delle cause, molti, soprattutto gli avvocati più giovani, non hanno lavoro: come scrive Fabiano Schivardi su www.lavoce.info «basta leggere un romanzo di Gianrico Carofiglio o di Diego Da Silva per comprendere la condizione di sottoccupazione di molti giovani avvocati italiani».

E allora perché tanti giovani continuano ad iscriversi alla facoltà di giurisprudenza? Quest'anno gli iscritti al primo anno di corso sono 41mila, poco meno degli iscritti a medicina o ingegneria (rispettivamente 45 e 48mila). Il fenomeno è particolarmente accentuato nel Mezzogiorno: a Bari gli iscritti al primo anno di giurisprudenza sono 1.218, contro 283 a medicina, 238 a ingegneria. Con il numero chiuso a medicina abbiamo ridotto il numero di medici (e forse si è esagerato perché ora i medici cominciano a scarseggiare). Invece il numero chiuso a giurisprudenza non c'e, né alcuno propone di introdurlo. Forse per l'illusione, soprattutto nel Mezzogiorno, che una laurea in giurisprudenza apra le porte di un impiego pubblico o, più probabilmente, perché un'armata di giovani avvocati alla ricerca di un lavoro tiene bassi i loro stipendi avvantaggiando gli avvocati più anziani e i grandi studi legali.

Fortunatamente per abbreviare la durata media delle cause civili esistono modi che non costano nulla al contribuente. In una serie di importanti lavori scientifici tre economisti (Decio Coviello, Andrea Ichino e Nicola Persico) ci hanno spiegato come. Si tratta innanzitutto di riorganizzare il lavoro dei giudici. Invece di iniziare tante cause tutte insieme, e poi portarle avanti in parallelo, è meglio aprirne poche alla volta e finirle prima di aprirne di nuove. Un esempio: supponiamo che due cause richiedano dieci giorni di lavoro l'una. Se un giudice lavora un giorno su una e un giorno sull'altra, le due cause finiscono dopo venti giorni (per la precisione una in 19 ed una in 20, con durata media di 19,5 giorni). Se invece si comincia una causa e si termina il lavoro in 10 giorni, e poi si apre la seconda, la durata media è 15 giorni perché la prima causa finisce in 10 giorni e la seconda in 20. Ovviamente vi sono altre considerazioni da tener presente, come il fatto che vi siano tempi morti (il che spingerebbe ad aver più cause attive tutte insieme) ed il fatto che concentrandosi su poche cause il giudice potrebbe essere più produttivo (il che spingerebbe nella direzione opposta).

E non è solo teoria, i tre economisti hanno esaminato l'esperienza delle Sezioni Lavoro dei Tribunali di Torino e Milano. Nel primo caso i tempi di risoluzione delle cause sono molto più veloci che nel secondo: i processi a Torino durano in media 174 giorni, contro 324 a Milano. Il motivo è proprio una diversa organizzazione del lavoro dei giudici. E non si tratta solo del Nord. Un'esperienza simile, alla Sezione Lavoro del Tribunale di Napoli, in pochi anni ha ridotto la durata media dei processi del 20 per cento. A questo risultato ha contribuito anche una pratica quasi banale: quando un giudice è assente, ad esempio per una gravidanza, i suoi processi, anziché venir rimandati di un anno, sono attribuiti agli altri giudici del Tribunale, incluso, se necessario, il presidente.

Per migliorare il funzionamento della giustizia non servono grandi riforme. Basterebbero presidenti di Tribunale intelligenti e non impigriti e un governo che introducesse il numero chiuso a giurisprudenza e avesse il coraggio di liberalizzare le tariffe degli avvocati.

Alberto Alesina
e Francesco Giavazzi
05 giugno 2011

martedì 1 febbraio 2011

La Merkel decide (anche per noi)


Il futuro dell'euro si deciderà nel Consiglio europeo del 24 marzo. Quella riunione potrebbe cambiare il nostro ordinamento economico in modo più profondo delle blande norme sul federalismo che il Parlamento discuterà la prossima settimana.
La posta in gioco sono le condizioni che la Germania chiede per salvare l'unione monetaria. O meglio: le condizioni che la signora Merkel ritiene necessarie per convincere i suoi cittadini a farlo.
Da molti anni la Germania ha un eccesso di risparmio, cioè spende meno di quanto non produca e investe una parte del suo reddito all'estero.
Nel 2011 l'eccesso di risparmio ammonterà a oltre 120 miliardi di euro.

Diversamente dalla Germania, altri Paesi dell'eurozona hanno un deficit di risparmio, cioè spendono più di quanto non producano. La somma dei loro deficit è identica al surplus tedesco: 40 miliardi circa Spagna e Italia, 20 circa Portogallo e Grecia, 120 miliardi in tutto.

Per un decennio l'equilibrio dell'unione monetaria è stato garantito dal fatto che i tedeschi investivano il loro eccesso di risparmio nei Paesi in deficit. Era evidentemente una libera scelta, dettata dall'aspettativa che quei Paesi sarebbero cresciuti e avrebbero garantito rendimenti più elevati che in Germania.

Oggi tuttavia gli investitori tedeschi si chiedono se investire nella periferia dell'euro sia ancora prudente. Se non sarebbe meglio acquistare attività cinesi, brasiliane o indiane. Il risparmio destinato ai Paesi della periferia ha sempre più il sapore di un sussidio anziché di un investimento interessante.

Che cosa accadrebbe se quel flusso di risparmio s'interrompesse? È un fenomeno ben noto nell'esperienza latinoamericana, che va sotto il nome di sudden stop, un brusco arresto. Il Paese che non riesce più a finanziare il suo eccesso di spesa deve tagliare consumi e investimenti e precipita in una recessione profonda. Il brusco arresto è amplificato dal fatto che il Paese non solo non riesce più a finanziare i flussi, ma neppure il debito in scadenza. In America Latina ciò che a quel punto di solito accade è una grande svalutazione che dà fiato alle esportazioni e attenua la recessione. Ma poiché nell'unione monetaria ciò non è possibile, un sudden stop finirebbe per indurre il Paese che lo subisce a uscire dall'euro.

Che condizioni pone la Germania per continuare a finanziare la periferia? Essenzialmente tre.

Che la Grecia accetti la ristrutturazione del proprio debito e quindi l'evidenza di non riuscire a sostenerlo, con la conseguenza di dover rivedere interessi e tempi di rimborso. Una lezione per chi, come Atene, ha raccontato bugie sui propri conti pubblici.

In secondo luogo che ogni trasferimento fiscale - come quelli di cui lo scorso anno hanno goduto Grecia e Irlanda - sia d'ora in poi soggetto al veto tedesco.

Infine (come confermato l'altro ieri dal viceministro delle Finanze, Jörg Asmussen) che ogni Paese appartenente all'eurozona modifichi la propria Costituzione, introducendovi la regola del pareggio di bilancio, come ha fatto la Germania due anni fa. È una regola che non consente di usare la politica di bilancio come strumento per stabilizzare l'economia, e che è particolarmente dura per i Paesi con molto debito. L'Italia sarebbe costretta a compensare con maggiori tasse o tagli alle spese ogni fluttuazione nei tassi di interesse.

Se queste sono le condizioni per salvare l'euro, siamo pronti a sottoscriverle?

Francesco Giavazzi
29 gennaio 2011

venerdì 21 gennaio 2011

La ricchezza non ci salverà


La Banca centrale europea è sempre più in difficoltà. La crescita dell'economia tedesca, più 3,6% nel 2010, consiglierebbe di porre fine a due anni di tassi di interesse straordinariamente bassi e tornare alla normalità. Invece le difficoltà dei Paesi della periferia impongono alla Bce di continuare a creare moneta: vuoi per sostenere quelle banche spagnole che non riescono più a finanziarsi sul mercato, vuoi acquistando titoli pubblici portoghesi, spagnoli, irlandesi, per evitare che un'asta vada male e si rischi un'insolvenza.

Con il trascorrere delle settimane il numero dei Paesi in difficoltà cresce: «A dicembre e agli inizi di gennaio - scriveva ieri la Bce - le tensioni sul debito sovrano non si sono manifestate solo in Grecia, Irlanda e Portogallo, ma anche in altri Paesi dell'area dell'euro quali Spagna, Italia e Belgio».
È giusto che la Bce continui a intervenire? Ciò che preoccupa non sono tanto gli acquisti di titoli pubblici (gli importi sono ancora relativamente modesti) ma il fatto che la banca non sia più nella possibilità di scegliere la politica monetaria che ritiene adatta alle condizioni macroeconomiche dell'eurozona.

I cittadini tedeschi hanno capito che la Bce non è la banca centrale della Germania, e che quindi deve tener conto delle condizioni medie della zona. Accettano che il rialzo dei tassi di interesse avvenga più gradualmente di quanto sarebbe desiderabile per il loro Paese. Ma non che la banca sia costretta ad abbandonare i suoi obiettivi per evitare il rischio che qualche Stato risulti insolvente. Il maggior pericolo che corre l'euro non è l'uscita della Grecia o del Portogallo dall'unione monetaria, ma la possibilità che se ne vada la Germania.

Per salvare l'euro è quindi necessario che la Bce sia sollevata da compiti che non le sono propri e gli aiuti agli Stati in difficoltà siano presi in carico direttamente dai governi.
Così facendo, tuttavia, i trasferimenti dalla Germania ai Paesi della periferia diverrebbero trasparenti. I contribuenti tedeschi giustamente chiedono delle garanzie, cioè vogliono essere rassicurati sul fatto che i debitori siano in grado di ripagare.

Ma non illudiamoci che per tranquillizzare la Germania basti sottoscrivere qualche nuova regola, un altro Patto di stabilità che tutti firmano per poi violarlo. Essere solventi significa una cosa molto semplice: crescere, perché un'economia che non si sviluppa non ha le risorse per pagare i propri debiti.

«Perché è tanto importante crescere?», si chiedono alcuni. Spagna e Italia cresceranno poco, ma sono Paesi ricchi, tra i più ricchi al mondo. La nostra ricchezza privata è la miglior garanzia del debito pubblico italiano.
Compiacersi della propria ricchezza è pericoloso. Di rendita si può vivere anche a lungo, ma impoverendosi.

Un mese fa il governatore Draghi ha ricordato uno scritto preveggente di Carlo Cipolla, I decenni del declino, 1620-1680, in Storia facile dell'economia italiana (Mondadori, 1995): «All'inizio del Seicento la ricchezza italiana era seconda solo all'Olanda. Tre generazioni più tardi l'Italia era un Paese sottosviluppato. Le cause: salari non coerenti con la produttività, un elevato carico fiscale e il potere delle corporazioni che bloccarono l'innovazione».

Francesco Giavazzi
21 gennaio 2011