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lunedì 16 marzo 2009

Chi si ricorda del golpe in Bankitalia?



Giorgio Frasca Polara
13-03-2009

Sono passati esattamente non tre secoli ma appena trent’anni, eppure chi ricorda – in questo Paese senza memoria storica – che nel marzo del 1979 un ciclone investì la Banca d’Italia, portando all’incriminazione del governatore Paolo Baffi (un galantuomo cui il carcere fu risparmiato solo per l’avanzata età) e all’arresto del suo braccio destro, vicedirettore generale e capo della Vigilanza Mario Sarcinelli? Le accuse erano pesantissime: favoreggiamento e interesse privato in atti d’ufficio per mancato esercizio di uno dei fondamentali compiti dell’istituto di emissione: addirittura la vigilanza sul sistema bancario. In realtà si trattava di un gioco violento, manifestamente strumentale (e politicamente targato) di quei settori della magistratura romana che avevano fatto del Palazzaccio “il porto delle nebbie” e che usò come braccio armato dell’operazione il giudice istruttore Antonio Alibrandi e il sostituto procuratore Luciano Infelisi.
Ebbero partita vinta per due anni, costoro, ma alla fine dovettero arrendersi all’evidenza che avevano voluto ignorare, e il proscioglimento totale di Baffi e Sarcinelli (nel frattempo scarcerato, ma fino all’ultimo umiliato) restituì pur tardivamente la dovuta onorabilità a due rispettati servitori dello Stato. E tuttavia enorme fu il danno personale e istituzionale di quella malvagia operazione, che aveva suscitato in Italia e all’estero un’ondata di indignazione quasi generale: solo il presidente del Consiglio dell’epoca, Giulio Andreotti, tacque sempre, e ostinatamente. Mentre lo scomparso sen. Nino Andreatta, allora responsabile dell’ufficio credito della Dc, non solo difese energicamente i due dirigenti della Banca ma non si trasse indietro quando Alibrandi e Infelisi, quasi per intimidirlo, lo convocarono d’imperio in procura perché “giustificasse” la solidarietà sua e di altri 146 docenti di economia nei confronti degli inquisiti.
Danno comunque enorme, dicevo: con insolita dignità il governatore si era quasi subito dimesso (e al suo posto s’insediò qualche mese dopo Carlo Azeglio Ciampi, destinato più tardi ad essere eletto presidente della Repubblica); la credibilità dell’Istituto fu per un lungo momento scossa sul piano internazionale; e soprattutto molti anni dopo potè accadere che qualcuno – il successore di Ciampi, Antonio Fazio – provasse a contare sul restituito prestigio di Bankitalia per coinvolgere se stesso, la moglie e i “furbetti del quartierino” in un traffico (stavolta sì uno scandalo vero), che costrinse lo stesso Fazio ad abbandonare il governatorato in fretta e furia.
Torniamo ai fatti. Formalmente l’accusa nei confronti dei due economisti era di non aver inviato ai giudici una relazione degli ispettori di Bankitalia sull’attività del Cis (Credito industriale sardo) per quanto riguardava certi finanziamenti in cui aveva goduto l’industriale Nino Rovelli. Accusa pretestuosa, dimostreranno i documenti. In realtà la molla che aveva fatto scattare l’accusa a Baffi e le manette a Sarcinelli era un'altra, ben altra. Era che Sarcinelli, con la totale copertura di Baffi, era diventato in quegli ultimi anni uno dei più ferrei (e odiati) controllori delle banche italiane. Due esempi per tutti, e non casuali: era stato lui, Sarcinelli, ad aver disposto lo scioglimento del consiglio d’amministrazione dell’Italcasse (il coordinamento di tutte le Casse di risparmio del Paese), cioè di quello che era allora il più importante centro di potere creditizio, naturalmente controllato dalla Dc. Ed era ancora lui ad aver spedito alla magistratura un rapporto ispettivo, su questo carrozzone, da cui emergevano pesanti ipotesi di reato (in primo luogo peculato: non era ancora la stagione di Tangentopoli e di Mani Pulite) a carico dei segretari dei quattro partiti del centrosinistra. E d’altra parte era stato Baffi in persona a nominare l’avv. Ambrosoli liquidatore della Banca Privata Italiana, la banca di Michele Sindona, protetto sin che fu possibile da Andreotti. Quel Sindona che, prima di essere avvelenato in carcere perché non svelasse i misteri delle sue fortune, aveva ordinato e fatto eseguire da un killer italo-americano l’assassinio dell’avv. Ambrosoli.
La riprova dell’effettiva natura persecutoria dell’iniziativa dei giudici romani? Fu fornita proprio dal giudice Alibrandi, forse senza neppure rendersi conto dell’enormità delle sue stesse parole. Accadde che un giorno (21 aprile, appena un mese e mezzo dopo il mandato di cattura spiccato nei confronti di Sarcinelli), chiacchierando con il redattore giudiziario del “Messaggero” ed altri cronisti, rivelò – e mai smentì di aver rivelato – che il vicedirettore Sarcinelli era stato così duramente colpito perché, proprio in quanto capo della Vigilanza, sembrava aver preso particolarmente di mira istituti bancari in Trentino, Veneto e Sicilia, “cioè in quelle località notoriamente note come feudi democristiani”. Scrisse il redattore del quotidiano romano: “Sorpresi di tanta franchezza, i giornalisti hanno chiesto ad Alibrandi come mai si sia fatto paladino della Dc nei confronti della presunta ‘persecuzione’ della Banca d’Italia”. Ed ecco la risposta del giudice: “Qui non si tratta di ideologie politiche ma di amministrare la giustizia ed io, come giudice, non posso non rilevare questa mancanza d’obbiettività da parte della Banca d’Italia. C’è da augurarsi che Sarcinelli impari la lezione, se un giorno o l’altro riprenderà il suo posto”.
Commentò “Repubblica” in una noticina attribuita a Eugenio Scalfari: “Siamo dunque in presenza d’un magistrato il quale applica la legge per dare a un cittadino veri e propri ‘avvertimenti mafiosi’ per conto del partito di governo e lo perseguita, lo mette in carcere, lo sospende dall’incarico (la sospensione fu, con sfacciato ricatto, la condizione posta dai due magistrati per la scarcerazione di Sarcinelli, ndr), incurante delle conseguenze che questo modo di procedere potrà avere su una delle principali istituzioni dello Stato, nella speranza che quel cittadino ‘impari la lezione’ e la smetta dunque di fare il dover suo. Dichiarazioni del genere gettano una luce sinistra su una delle più delicate vicende giudiziarie di questi anni e sui legami sotterranei tra gli uffici giudiziari romani e il partito democristiano”.
Come finì? Che mentre Baffi e Sarcinelli erano ancora sotto inchiesta (inchiesta che finì letteralmente in una bolla di sapone, ma dovettero passare due anni) il Consiglio superiore di Bankitalia a settembre si riunì, rese “omaggio e gratitudine” a Baffi che aveva operato “in condizioni oggettivamente difficili e talora dolorose”, e mentre nominava il dimissionario governatore presidente onorario della Banca, chiamò Ciampi (che era direttore generale) alla massima responsabilità, e confermò Sarcinelli non solo vicedirettore generale dell’istituto ma anche capo della Vigilanza. La loro irriducibile autonomia era premiata.

giovedì 26 febbraio 2009

Tabacci: Berlusconi ha sventrato la Costituzione

testo raccolto da Olga Piscitelli
23-02-2009

Quella che segue è la trascrizione dell'intervista che Sandra Bonsanti ha fatto a Bruno Tabacci, vicepresidente della commissione bilancio alla Camera, ospite della scuola di formazione politica di LeG a Pavia, sabato 21 febbraio.

Sandra Bonsanti: Cosa ne pensi di Franceschini nuovo segretario Pd?
Non dobbiamo usare perifrasi, dice Sandra. Intanto vi ringrazio per l’invito e per impegnare un sabato sera in queste conversazioni.
Ho parlato con Franceschini questa sera, per fargli gli auguri di buon lavoro. La sua elezione è un fatto assolutamente transitorio. La fusione a freddo non è riuscita, non ha portato i rusìltati attesi da quelli che si credevano, io non ci ho mai creduto fin dall’inizio, tanto che ho fatto una distinzione molto forte nei confronti di un amico come Marco Follini, quando ha fatto la scelta di passare al pd. Il problema politico dell’Italia è quello di trovare una sua normalità, non siamo certo dentro una situazione normale. Un problema, che si prolunga ormai da tre lustri, con l’affermarsi di Berlusconi. Non ne voglio parlare male per definizione, do per scontato che ci sia un comune sentire… Ma la cosa che è preoccupane è che sul pensiero del liberismo, della fuoriuscita dalla Costituzione e sull’equilibrio faticosamente trovato dopo la guerra anche la sinistra ha dato un duro colpo. Oggi ci troviamo come dice il vostro presidente onorario, Gustavo Zagrebelsky, di fronte a una Costituzione mutilata, che mantiene un impianto parlamentare ma di fatto ha percorso una deriva presidenzialista senza avere i contrappesi propri delle democrazie presidenziali.
Berlusconi che è stato eletto con una legge che prevede premio di maggioranza, con il 47 per cento dei voti, e controlla un parlamento come mai a nessuno è capitato, in più ha concentrazione di potere enorme, grazie alla totale acquiescenza dei poteri forti.
Disponendo appunto di un potere illimitato, si lamenta di non avere potere sufficiente, cioè la butta in politica.
Di fronte alla crisi così rilevante che attraversa tutto il mondo occidentale dice di non avere poteri sufficienti. Ad oggi, ha operato con 35 decreti leggi su cui ha posto voti di fiducia. Credo che la Costituzione l’abbia sventrata al punto di trasformare i criteri di urgenza e straordinarietà propri dei decreti legge in criteri di ordinarietà. Cioè il Parlamento si riunisce ogni venerdì, e fa decreti. C’è un inseguimento dei problemi, non una ricerca delle soluzioni. Un dispiegamento di annunci: stupri, ronde, ecc. Il fatto che lo Stato si ritragga per usare queste forme surrettizie dà conto di un’idea preoccupante, non è buon segno. Però Berlusconi è stato scelto da chi lo ha votato, non posso fare sconti a nessuno. Possiamo ricostruire la storia dal ’94 ad oggi per fare il punto sui furbetti che hanno cercato di cavalcare la storia, immaginando che anche i principi potessero essere calpestati. Il problema è che quando si tratta di principi, e si crede di fare i furbi, di saper portare anche la distorsione a normale sentire, non si sa come può finire.
Mi era capitato di andare a trovare Veltroni in Campidoglio, pochi giorni dopo la sua primaria, per dirgli che il primo problema era riportare la legge elettorale entro l’alveo di una struttura costituzionale di tipo parlamentare, perché tutto quanto era accaduto fin lì, compresa l’elezione diretta dei governatori, era di stampo presidenziale, anche la commissione bicamerale di D’Alema era presidenzialista e che siccome era difficile trovare un equilibrio, si sposava la leadership. Berlusconi su questi terreni è più capace di altri.
Dissi a Veltroni, guarda che se insisti sulla storia del Sindaco d’Italia, il sindaco d’Italia lo farà lui.
Lo ritengo responsabile di aver promosso sul campo uno che in piazza San Babila a Milano era considerato matto quando aveva annunciato dal predellino la costruzione di un nuovo partito
, unificando quelli che c’erano – era settembre – ottobre 2008. Ora risalire la china è cosa complicata. E’ macabro anche tutto questo approfittare della durezza della crisi.

Già, approfittiamo della crisi, dicono in molti. Che vuol dire?
Qualcuno pensa che siccome Berlusconi non è in grado di governare la crisi, allora si deve approfittarne, immaginando che la crisi possa darci una mano. Questo discorso è complesso e interpella le modalità di vita dell’occidente. La situazione della leva finanziaria applicata alla cosiddetta finanza creativa credo abbia prodotto una quantità enorme di titoli tossici in circolazione, sul modello delle catene di Sant’Antonio di una volta. Sole che le catene si rompono e quando si rompono, si spezzano a metà. Gli americani in particolare, ma anche noi non abbiamo scherzato, abbiamo tutti vissuto al di sopra delle nostre possibilità, negli ultimi 15 anni, continuando a indebitarci. L’idea che potessero essere i cinesi votati a mantenere gli occidentali, oggi non regge più.
Si tratta di ripensare il nostro modello di sviluppo: questo comporta di ritornare alle riflessioni che facevano i nostri genitori. Forse occorre pensare alle dinamiche demografiche: quanti siamo, e come viviamo.

Non ha creduto fin dall’inizio nel progetto Pd, ma adesso prevedi che questi riusciranno prima o poi a mantenere la fisionomia del pd o vedi un nuovo dividersi, uno staccarsi di una parte che magari può avvicinarsi a voi?
Non credo che la crisi del partito democratico sia superabile, perché l’impostazione è su modello bipartitico un po’ ereditato dai modelli anglosassoni che non si addicono alle nostre tradizioni. Avere spinte in quella direzione è stato un errore. Il partito a vocazione maggioritaria voleva dire questo: ma la vocazione maggioritaria è stata più forte nel partito che Berlusconi ha costruito in quattro e quattr'otto.
Senza una riarticolazione non può cambiare nulla. Tanto che oggi c’è una crescita di valore della Lega, come forza di contestazione all’interno dell’equilibrio berlusconiano, su tematiche inaccettabili, neppure riconducibili a un disegno di una qualche anche modesta cultura di governo. Eppure c’è chi pensa di poter cavalcare quei temi, da qui tutta una serie di ambiguità, come quelle sul federalismo. Invece di andare in profondità, si preferisce lisciare il pelo in direzione del gatto.
Nel nostro paese ci dono quattro o cinque aree politiche che devono poter vivere e non dobbiamo lasciarle soffocare. Con Bersani non ho difficoltà a trovare punti d’incontro, ma non posso accettare che Bersani faccia il mio capo. E se non può fare il mio capo non può fare neppure quello di Letta. Tolti Franceschini che ha avuto esperienza con i cristiano-sociali che lo rende più duttile o Rosy Bindi, non è che incorpori la storia democristiana e te la mangi… Ci vogliono provare e ci provassero, però non andranno da nessuna parte.
Berlusconi che è molto più rude e per esempio in casi come quello Englaro riesce a catturare in modo strumentale anche cose sulle quali la cultura laica, anche se cristianamente ispirata, dovrebbe essere prudente e più rispettosa, dice che lui ha capacità di movimento e di stumentalizzazione che è enorme, rispetto alle quali l’idea di rispondere da questa parte con il partito unico, è del tutto velleitaria. Poi possono darsi tutte le vocazioni maggioritarie che vogliono, ma fanno il gioco di Berlusconi, tanto che Berlusconi ritiene di scegliersi anche gli avversari di comodo: Di Pietro e Travaglio è quello che serve a lui per dire ecco, volete affidare l’Italia a loro? Questo nasconde l’enormità delle sue contraddizioni e dei suoi conflitti, ma lo fa con abilità enorme. Non per nulla l’unico che lo ha battuto in questi anni e per ben due volte è il professor Romano Prodi che non mi pare venga da una tradizione diversa da quella che ho calpestato io, ci sarà pure una qualche ragione…

Il federalismo è da sempre uno dei tuoi cavalli di battaglia, a che punto siamo, pensi che la situazione sia raddrizzabile o che si vada verso lo sfascio del Paese, anche dal punto di vista finanziario?
Giovedì sono intervenuto, si è aperta la discussione generale. Questo è disegno di legge che origina dal governo fatto da Calderoli e Bossi e dal ministro dell’economia Tremonti. Ha avuto un primo voto al Senato ora arriva al Senato. L’altro giorno si è avviato il dibattito in commissione. Il mio intervento che è stato il primo ha tentato di smontare l’impianto di questo federalismo, perché poi io sono un sostenitore dell’autonomia e il mio pensiero politico e la mia esperienza personale si riconosce nell’intuizione di Sturzo. Ma questo federalismo è un manifesto politico, per la Lega è il terzo tempo dopo la secessione e la cosiddetta devoluzione di alcune materie alle regioni, della rottura dello schema unitario. Io sono un federalista, ma europeo. Penso che l’unico federalismo cui si deve guardare è quello degli stati uniti d’Europa, non lo sminuzzamento della realtà italiana. Questo è manifesto ideologico della Lega, utile per le elezioni europee, Si basa su un presupposto: che al Nord si pagano più tasse rispetto ai servizi che si anno e che il grave sarebbe che noi manteniamo i “terroni”. Dagli studi fatti, si deduce che il muoversi della spesa procapite è del tutto diverso e che con 5 regioni a statuto speciale si può controllare il livello della spesa procapite regione per regione: la regione che spende di più è il Trentino, regione del Nord, se non sbaglio, poi c’è il Friuli e poi la Valle d’Aosta che unisce ai contributi degli italiani anche le attività del casinò. Non c’è una funzione virtuosa al nord e una viziosa al sud. Ci sono regioni al sud dove le cose vanno molto male e la qualità della spesa è pessima, penso alla Calabria, ma questo non è il modo di risolvere il problema, piantando bandierine su slogan vuoti, ma andando in profondità. Una volta c’era l’imposta di famiglia che rappresentava dfino al ’74 l’imposta principe dei comuni. Veniva concordata attraverso serie di segnali che andavano per esempio sul tenore di vita. L’applicazione era scaricata sulle spalle degli impiegati comunali. Con l’introduzione di decreti a favore della spesa storica (decreti Stammati), dal ’75 si preferì un’altra strada. Ma fino ad allora c’era un confronto diretto tra interesse dell’amministrazione e difesa del cittadino, del capofamiglia che voleva spendere sempre meno. C’era anche allora evasione, ma non ai livelli di oggi. Abbiamo centralizzato la spesa e ridotto i controlli. L’autonomia non è libertà di spendere, l’autonomia è complessiva se c’è anche controllo delle entrate. Nell’ottica di Calderoli si pensa di fare arrivare un po’ di soldi in più alle regioni del Nord conservando i vantaggi del cosiddetto riequilibro alle regioni del sud, mantenendo i vantaggi delle regioni a statuto speciale. Guardate, i conti non tornano, delle due l’una: o questo è un manifesto ideologico, oppure se è vera, devono aumentare le tasse.

Ci sono due voci su cui riflettere: il 28-29 per cento dell’economia italiana è in nero; per l’Istat il 18,5 per cento è economia non censita, irregolare. Se considerate 1600 miliardi di euro il dato complessivo del pil, il 18,5 è una somma vicino ai 300. Poi l’Istat aggiunge di non aver indagato l’economia informale, quella minuta, che sfugge ad ogni controllo che dovrebbe essere, secondo me, quella parte tollerata della nostra economia, quasi un elemento di flessibilità, e che sono altri 90, in più ci sono quasi 100-120 miliardi che è il fatturato della malavita spa. Se sommate queste tre voci, trovate che tutti gli anni c’è una riduzione della base imponibile enorme, per cui chi paga le tasse trova le aliquote insopportabili e chi non le paga, non gliene frega niente.
In più ci sono 3 milioni di lavoratori irregolari, in nero, prevalentemente extracomunitari e concorrono a fare il Pil, senza esistere. Ora il federalismo vuole fare emergere queste due voci? Se sì, probabilmente si troverebbero risorse per spalmare su scala nazionale, si può fare un patto nuovo, ma se l’obiettivo non è questo, se si deve inventare la storia dei terroni, badate che a Milano sono 160 mila i lavoratori in nero.. Non puoi pensare di fare la morale, quando nelle valli bergamasche hai il padroncino che ha sfruttato un po’ di lavoratori di colore a pochi euro e poi pensa che alla sera li deve nascondere perché danno fastidio alla vista…
Sotto di noi ci sono un miliardo di africani premono. Vivono con 80 centesimi al giorno quando noi spendiamo due euro per ogni capo di bestiame in Europa. Questi che passano il deserto libico e s’imbarcano scommettendo sulla loro vita e noi dovremmo pagare Gheddafi sperando che fermi la tratta di disperati di questa proporzione. Ma come? Coi fucili?
Quello che viene disconosciuto nelle condizioni della crisi di oggi è che noi negli ultimi 35 anni abbiamo avuto un raddoppio demografico mondiale. Siamo passati dai tre miliardi a sei e 100. La serie storica per i demografi è questa: ai tempi di Cristo c’erano 300 milioni di persone; nell’anno 1000 poco più di 300 milioni, il primo miliardo scatta nel 1800. Nel 1970 la terra ha tre miliardi di abitanti, nel 2005 ne ha sei miliardi e 100 milioni. Nel 2030 sono attesi otto miliardi. Dei 6 e 100 di oggi, tre sono concentrati in Asia, India e Cina e penisola indocinese. Poi c’è un’altra considerazione da fare: il cittadino cinese consuma un centesimo dell’energia di un cittadino americano, in termini di metri cubi di gas e barili di petrolio. Se il cinese volesse fare l’americano, ci vorrebbero quattro pianeti per reggere alla domanda di energia. Qui sta il problema della crisi. Altro che titoli tossici. Cosa è successo? Poiché i cinesi producevano molto di più di quel che consumavano, hanno utilizzato quei guadagni per sostenere i debiti degli americani. I mutui subprime li tiravano dietro ai cittadini americani. E così forse scopriremo per le carte di credito. Ma l’operazione non regge più. Non possiamo più vivere al di sopra delle nostre possibilità.
Per fare un discorso di questa natura, che nessuno vorrebbe sentirsi dire, ci vuole un’autorità morale indubbia, non solo politica. Berlusconi non può farlo. Sostiene anzi che il problema della crisi è legata a come i giornalisti hanno informato. E che se gli italiani cambiano il loro modello di consumo invece di aiutare l’uscita della crisi s’ingabbiano ancora di più. E’ il principio del venditore di almanacchi di Leopardi. Il venditore incontra il passante e tenta di piazzargli l’amanacco nuovo. Perché dice quello? Perché l’anno che viene è migliore di quello che è passato. Però il 2009 è peggiore del 2008. E come faccio a comprare gli almanacchi di Berlusconi?

venerdì 20 febbraio 2009

Il testo del disegno di legge su fine vita e testamento biologico

Relatore: Raffaele Calabrò, Pdl, Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato e di dichiarazioni anticipate di trattamento"


Onorevoli senatori -. I notevoli progressi nelle conoscenze scientifiche in campo medico e l’utilizzo sempre più avanzato di sofisticate biotecnologie hanno reso possibile la cura, il miglioramento ed il controllo di molte e gravi patologie o disabilità. Tali nuove possibilità hanno sollevato problematiche e dubbi di difficile soluzione riguardanti l’equità dell’allocazione di risorse sempre più limitate, la definizione del limite terapeutico e della sua proporzione rispetto al risultato atteso, il riconoscimento ed il significato delle disabilità particolarmente avanzate, il limite della libertà e bontà della ricerca scientifica e dell’applicazione delle sue conquiste.
Tutto ciò, come hanno evidenziato le recenti cronache giudiziarie, ha anche sollevato nell’uomo contemporaneo ulteriori dubbi di ordine etico attinenti al trattamento sanitario cui sottoporsi nella fase di fine vita. Ma se l’impatto della scienza e della tecnica nella nostra vita ha destato nuovi interrogativi cui non è facile dare soluzioni, è pur vero che una storia millenaria ci insegna che il diritto alla vita, in quanto espressione del diritto naturale, è sempre stato garantito in tutte le società, trattandosi di un principio profondamente laico, comune a tutte le tradizioni e civiltà.
Si ravvisa, dunque, la necessità di elaborare una legge che contemperi il rispetto dell’esercizio della libertà del soggetto con la tutela della dignità di ogni uomo e del valore dell’inviolabilità della vita.
In ossequio a quanto sancito nella Costituzione italiana che riconosce al principio di autodeterminazione del paziente il valore di diritto fondamentale, si vuole riconoscere al cittadino siffatto potere decisionale anche per il momento in cui dovrebbe eventualmente trovarsi privo della capacità di intendere e di volere, attraverso le Dichiarazioni Anticipate di Trattamento. Ma come già avviene nella stesura del consenso informato, quando il soggetto decide in piena scienza, si ritiene che anche nella redazione delle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento, debba in qualche forma sussistere quel rapporto di fiducia tra medico e paziente, che determina una vera e propria alleanza terapeutica tra i due. E questo soprattutto perché si vuole in tal modo recuperare idealmente il rapporto medico-paziente anche in una situazione estrema, in cui il soggetto non è più in grado di esprimersi. In tal modo quel rapporto di fiducia che fin dalla nascita lega direttamente o indirettamente il paziente al medico, continua anche davanti all’impossibilità del malato di interagire, concretizzandosi nel dovere del medico di prestare tutte le cure di fine vita, agendo sempre nell’interesse esclusivo del bene del paziente. Non si può inoltre non tenere in debita considerazione che le dichiarazioni anticipate sono sì espressione della libertà del soggetto di esprimere i propri orientamenti circa i trattamenti sanitari e di fine vita cui essere sottoposto, nell’eventualità di trovarsi in condizioni di incapacità di intendere e di volere, ma di contro lo privano della possibilità di contestualizzare e attualizzare la sua scelta, in virtù di eventuali cambiamenti scientifici intervenuti. Il diritto di autodeterminazione per non divenire costrizione tirannica che può esplicare i suoi effetti contro gli interessi della persona stessa, deve sempre lasciare uno spiraglio alla revisione e persino alla contraddizione. In caso contrario, esso si trasforma nella "presunzione fatale" di poter determinare il proprio destino una volta per tutte, senza tener conto dei mutamenti, delle trasformazioni, delle sorprese che la vita sa riservare ogni giorno. Questa concezione di libertà aperta all'empiria, e per questo mai perfetta e assoluta, interpreta un'idea della laicità comune a credenti e non credenti che s'ispirano a princìpi di autentico liberalismo. Si è ritenuto, dunque, che il concetto di "alleanza terapeutica" al fondamento di questo disegno di legge rappresenti la possibile traduzione di tale concezione della libertà, conferendo al paziente l'autonomia di orientare le scelte terapeutiche in un contesto - di fatto e psciologico - per lui ignoto; e al medico la responsabilità , nella situazione data, di attualizzarne le indicazioni. In questo contesto, il medico può assumere in maniera corretta le decisioni più opportune per il paziente, tenendo conto attentamente della sua volontà, alla luce delle nuove circostanze venutesi a creare e sempre in applicazione del principio della tutela della salute e della vita umana, secondo i principi di precauzione, proporzionalità e prudenza.
Ciò premesso, il presente disegno di legge intende nel pieno rispetto del diritto positivo e in primis della Costituzione italiana, riaffermare il valore inviolabile dell’indisponibilità della vita. Si ritiene, infatti, che il soggetto nella Dichiarazione anticipata di trattamento non possa in alcun modo esprimere desideri che siano contrari alle norme giuridiche vigenti nel nostro Paese, chiedendo ed ottenendo interventi eutanasici o che possano configurarsi come suicidio assistito. Allo stesso modo si intende vietare ogni forma di accanimento terapeutico, sottoponendo il soggetto a trattamenti futili, sproporzionati, rischiosi o invasivi. A tal proposito non appare pleonastico sottolineare che siffatti divieti sono già enunciati in diverse norme nazionali ed europee in materia di bioetica. Così all’art. 9 la Convenzione europea sui diritti umani e la biomedicina, nota come Convenzione di Oviedo, sancisce che nel caso in cui il paziente non sia in grado di esprimere i propri desideri, si deve tener conto di quelli espressi precedentemente. Principio già recepito dal Codice di deontologia medica italiano, il quale inoltre precisa all’art. 36 che il medico, anche se su richiesta del malato, non deve effettuare o favorire trattamenti diretti a provocarne la morte, riferimenti normativi non a caso ripresi dal Comitato Nazionale per la Bioetica nel documento del 2003 intitolato “Dichiarazioni anticipate di Trattamento”
In questo documento, il CNB, riprendendo la Convenzione di Oviedo e le norme di deontologia medica, ribadisce che mediante le dichiarazioni anticipate di trattamento, non si intende in alcun modo riconoscere, al paziente - una volta divenuto incapace – il diritto all’eutanasia. La funzione giuridica delle DAT è invece quella di garantire al malato esclusivamente l’esercizio della libertà di decidere circa quei trattamenti sanitari che, se fosse capace, avrebbe il diritto morale e giuridico di scegliere. Ne consegue che l’alimentazione e l’idratazione artificiale non possono essere oggetto di Dichiarazione Anticipata di Trattamento, trattandosi di atti eticamente e deontologicamente dovuti, in quanto forme di sostegno vitale, necessari e fisiologicamente indirizzati ad alleviare le sofferenze del soggetto in stato terminale e la cui sospensione configurerebbero un’ipotesi di eutanasia passiva.
Inoltre è opportuno specificare ancora una volta che una legge che voglia disciplinare in maniera esauriente le dichiarazioni anticipate di trattamento debba prendere in considerazione la distanza psicologica e temporale tra il momento in cui il soggetto esprime la sua volontà circa i trattamenti sanitari cui vorrà essere sottoposto nella fase di fine vita e il momento in cui realmente verranno attuati. Non è superfluo notare la difficoltà di dare attuazione a decisioni assunte ora per allora, considerato che la visione della vita potrebbe mutare a seconda che il soggetto goda o meno di ottima salute fisica e psichica allorché esprime la sua volontà. Né va tralasciato che dal momento della redazione delle DAT, possono essere nel frattempo intervenuti nuovi progressi scientifici che renderebbero inattuali i desideri precedentemente manifestati dal paziente. Per queste ragioni, il CNB ha sottolineato che il carattere non assolutamente vincolante, ma non per questo meramente orientativo delle dichiarazioni, non viola in nessun modo l’autonomia del soggetto, presumendo che nessun paziente si priverebbe della possibilità di beneficiare di quei trattamenti che si rendessero disponibili in un periodo successivo alla manifestazione della sua volontà. Ed è esattamente in questo ambito che deve essere inquadrato il ruolo del medico, che non deve limitarsi a eseguire meccanicamente, come un burocrate, i desideri del paziente, ma ha l’obbligo morale di valutarne l’attualità in relazione alla situazione clinica e ai nuovi sviluppi scientifici. Un’interpretazione conforme al più volte citato art. 9 della Convenzione di Oviedo, così come chiarito dal punto 62 del Rapporto esplicativo, il quale dopo aver ribadito che: “i desideri manifestati precedentemente dal paziente devono essere tenuti in considerazione, ma se sono stati espressi molto tempo prima dell’intervento e la scienza ha da allora fatto progressi, potrebbero esserci le basi per non essere presi in considerazione dal medico. Il medico dovrebbe, per quanto possibile, essere convinto che i desideri del malato si applicano alla situazione presente e sono ancora validi”. E’ opportuno allora che le Dichiarazioni anticipate, prevedano anche la presenza di una persona di fiducia, che sappia nella fase attuativa valutare, insieme al medico, la volontà del malato impossibilitato ad esprimersi, attualizzando i desideri alla luce dei mutamenti intervenuti.
Ciò a cui si deve mirare è un’alleanza terapeutica tra medico e paziente, in cui il malato sia considerato come un attore attivo e responsabile del trattamento terapeutico, rispettando la sua libertà decisionale, senza dimenticare i rischi insiti nell’esaltazione acritica dell’autonomia dell'individuo. Mentre al medico è richiesto di mirare sempre al bene vero del paziente, ricordando che ogni malato porta con sé un valore incondizionato, fondamento di ogni agire medico.

Illustrazione degli articoli
Nei primi tre articoli, si delineano in maniera chiara le finalità della proposta di legge che vuole garantire l’inviolabilità e l’indisponibilità della vita umana, nonché la tutela della salute, come fondamentale diritto del cittadino e della collettività, garantendo la partecipazione del paziente all’identificazione delle cure mediche nell’ambito dell’alleanza terapeutica tra medico e paziente. Agli art. 2 e 3 si precisa infatti, il divieto di ogni forma di eutanasia attiva e di suicidio assistito, nonché il divieto di forme di accanimento terapeutico. All’art. 4 si disciplina il consenso informato, prevedendo che il dichiarante debba essere informato in maniera completa e comprensibile su diagnosi, prognosi, natura, rischi e benefici del trattamento proposto. Il consenso può essere sempre revocato, anche solo parzialmente.
L’art. 5 disciplina i contenuti e i limiti delle Dichiarazioni Anticipate di trattamento, (DAT) attraverso le quali il dichiarante esprime il proprio orientamento circa i trattamenti medico-sanitari e di fine vita, in previsione di una futura perdita della capacità di intendere e di volere. Si chiarisce, inoltre, che il redattore può rendere manifesta la propria volontà su quei trattamenti terapeutico-sanitari, che egli, in stato di piena capacità di intendere e dopo compiuta informazione clinica, è legittimato dalla legge a sottoporre al proprio medico curante. Ne deriva che nel testo non possono essere inserite indicazioni finalizzate all’eutanasia attiva od omissiva. Si specifica, quindi, che l’idratazione e l’alimentazione artificiale, in quanto forme di sostegno vitale, non possono formare oggetto di dichiarazioni anticipate. Si determina altresì che la DAT acquista efficacia dal momento in cui, il paziente in stato neurovegetativo sia incapace di intendere e di volere. La valutazione dello stato clinico spetta a un collegio formato da cinque medici (neurologo, neurofisiologo, neuroradiologo, medico curante e medico specialista della patologia).
Agli art. 6, 7 e 8, si afferma che la DAT debba essere redatta in forma scritta, da persona maggiorenne, in piena capacità di intendere e di volere, accolta da un notaio a titolo gratuito. La DAT, sempre revocabile e modificabile, ha validità di tre anni, termine oltre il quale perde ogni efficacia. L’art. 7 prevede la nomina di un fiduciario che, in collaborazione con il medico curante, si impegna a far si che si tenga conto delle indicazioni sottoscritte dal paziente. L’art 8 garantisce al medico la possibilità di disattendere le DAT, sentito il fiduciario, qualora non siano più corrispondenti agli sviluppi delle conoscenze tecnico-scientifiche e terapeutiche, motivando la decisone nella cartella clinica. Si stabilisce inoltre che nel caso di controversia tra il fiduciario ed il medico curante, la questione sia sottoposta alla valutazione di un collegio di medici: medico legale, neurofisiologo, neuroradiologo, medico curante e medico specialista della patologia, designati dalla direzione sanitaria della struttura di ricovero. Tale parere non è vincolante per il medico curante, il quale non sarà tenuto a porre in essere personalmente prestazioni contrarie alle sue convinzioni di carattere scientifico e deontologico.
Agli art 9 e 10, si disciplina l’ipotesi di contrasto tra soggetti parimenti legittimati ad esprimere il consenso al trattamento sanitario, stabilendo che la decisione è assunta, su istanza del pubblico ministero, dal giudice tutelare o, in caso di urgenza, da quest’ultimo sentito il medico curante. Nelle disposizioni finali è prevista l’istituzione di un registro delle dichiarazioni anticipate di trattamento nell’ambito di un archivio unico nazionale informatico presso il Consiglio nazionale del notariato. consultabile, in via telematica, unicamente dai notai, dall’autorità giudiziaria, dai dirigenti sanitari e dai medici responsabili del trattamento sanitario di soggetti in caso di incapacità.

Art. 1

(TUTELA DELLA VITA E DELLA SALUTE)

1.La Repubblica tutela la vita umana fino alla morte, accertata ai sensi della legge 29 dicembre 1993, n. 578

2.La Repubblica, in attuazione degli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione, tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività e garantisce la dignità della persona umana riguardo alle applicazioni della biologia e della medicina.

3.La Repubblica riconosce come prioritaria rispetto all'interesse della società e della scienza la salvaguardia della persona umana.

4. La Repubblica riconosce il diritto alla vita inviolabile ed indisponibile, garantito anche nella fase terminale dell'esistenza e nell’ipotesi in cui il titolare non sia più in grado di intendere e di volere.

5.La Repubblica, nel riconoscere la tutela della salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, garantisce la partecipazione del paziente all'identificazione delle cure mediche più appropriate, riconoscendo come prioritaria l'alleanza terapeutica tra il medico e il paziente, che acquista peculiare valore proprio nella fase di fine vita.

Art. 2

(DIVIETO DI EUTANASIA E DI SUICIDIO ASSISTITO)

1.Ogni forma di eutanasia, anche attraverso condotte omissive, e ogni forma di assistenza o di aiuto al suicidio sono vietate ai sensi degli articoli 575, 579, 580 del codice penale.

2. L'attività medica, in quanto esclusivamente finalizzata alla tutela della vita e della salute, nonché all'alleviamento della sofferenza non può in nessun caso essere orientata al prodursi o consentirsi della morte del paziente, attraverso la non attivazione o disattivazione di trattamenti sanitari ordinari e proporzionati alla salvaguardia della sua vita o della sua salute, da cui in scienza e coscienza si possa fondatamente attendere un beneficio per il paziente.

Art. 3

(DIVIETO DI ACCANIMENTO TERAPEUTICO)

1.Soprattutto in condizioni di morte prevista come imminente, il medico deve astenersi da trattamenti sanitari straordinari, non proporzionati, non efficaci o non tecnicamente adeguati rispetto alle condizioni cliniche del paziente o agli obiettivi di cura e/o di sostegno vitale del medesimo.

2.Il divieto di accanimento terapeutico non può legittimare attività che direttamente o indirettamente, per loro natura o nelle intenzioni di chi li richiede o li pone in essere, configurino pratiche di carattere eutanasico o di abbandono terapeutico.

Art. 4

(CONSENSO INFORMATO)

1.Salvo i casi previsti dalla legge, ogni trattamento sanitario è attivato previo consenso esplicito ed attuale del paziente prestato in modo libero e consapevole.

2.L'espressione del consenso è preceduta da accurate informazioni rese in maniera completa e comprensibile circa diagnosi, prognosi, scopo e natura del trattamento sanitario proposto, benefici e rischi prospettabili, eventuali effetti collaterali, nonchè circa le possibili alternative e le conseguenze del rifiuto del trattamento.

3. L'alleanza terapeutica così costituitasi all'interno della relazione medico paziente è rappresentata da un documento di consenso, firmato dal paziente, che diventa parte integrante della cartella clinica.
4.E' fatto salvo il diritto del soggetto interessato che presti o non presti il consenso al trattamento sanitario, di rifiutare in tutto o in parte le informazioni che gli competono. Il rifiuto può intervenire in qualunque momento e deve essere adeguatamente documentato.

5.Il consenso al trattamento sanitario può essere sempre revocato, anche parzialmente.

6.In caso di interdizione ai sensi dell’articolo 414 del codice civile, il consenso è prestato dal tutore che appone la firma in calce al documento. In caso di inabilitazione, ai sensi dell’art.415 del codice civile, si applicano le disposizioni di cui all’art.349, comma 3 del codice civile relative agli atti eccedenti l’ordinaria amministrazione. Qualora vi sia un amministratore di sostegno ai sensi dell'articolo 404 del codice civile e il decreto di nomina preveda l'assistenza in ordine alle situazioni di carattere sanitario, il consenso è prestato dall'amministratore di sostegno. La decisione di tali soggetti è adottata avendo come scopo esclusivo la salvaguardia della salute dell’incapace e non può pertanto riguardare trattamenti sanitari in pregiudizio della vita dell’incapace stesso.

7.Il consenso al trattamento medico del minore è accordato o rifiutato dagli esercenti la potestà parentale o la tutela; la decisione di tali soggetti è adottata avendo come scopo esclusivo la salvaguardia della salute psico-fisica del minore e non può pertanto riguardare trattamenti sanitari in pregiudizio della vita del minore.

8.Qualora il soggetto sia minore o incapace di intendere e di volere e l’urgenza della situazione non consenta di acquisire il consenso così come indicato nei commi precedenti, il medico agisce in scienza e coscienza, conformemente ai principi dell’etica e della deontologia medica.

Art. 5

(CONTENUTI E LIMITI DELLE DICHIARAZIONI ANTICIPATE DI TRATTAMENTO)

1.Nella Dichiarazione Anticipata di Trattamento il dichiarante esprime il proprio orientamento in merito ai trattamenti sanitari e di fine vita in previsione di una eventuale futura perdita della propria capacità di intendere e di volere

2.Nella Dichiarazione Anticipata di Trattamento il soggetto dichiara il proprio orientamento circa l'attivazione e non attivazione di specifici trattamenti sanitari, che egli, in stato di piena capacità di intendere e di volere e in situazione di compiuta informazione medico-clinica, è legittimato dalla legge e dal codice di deontologia medica a sottoporre al proprio medico curante.

3.Il soggetto può, in stato di piena capacità di intendere e di volere e in situazione di compiuta informazione medico-clinica, dichiarare di accettare o meno di essere sottoposto a trattamenti sanitari sperimentali invasivi o ad alta rischiosità, che il medico ritenga possano essergli di giovamento, può altresì dichiarare di accettare o meno trattamenti sanitari che, anche a giudizio del medico avessero potenziale, ma non sicuro carattere di accanimento terapeutico.

4.Nella DAT può essere esplicitata la rinuncia da parte del soggetto ad ogni o ad alcune forme particolari di trattamenti sanitari in quanto di carattere sproporzionato, futili, sperimentali, altamente invasive e invalidanti. Possono essere altresì inserite indicazioni da parte del redattore favorevoli o contrarie all'assistenza religiosa e alla donazione post mortem di tutti o di alcuni suoi organi.

5.Nella DAT il soggetto non può inserire indicazioni finalizzate all'eutanasia attiva o omissiva.

6.Alimentazione ed idratazione, nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, sono forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze e non possono formare oggetto di Dichiarazione Anticipata di Trattamento.

7.La DAT assume rilievo nel momento in cui è accertato che il soggetto in stato vegetativo non è più in grado di comprendere le informazioni circa il trattamento sanitario e le sue conseguenze e per questo motivo non può assumere decisioni che lo riguardano. La valutazione dello stato clinico va formulata da un collegio medico formato da cinque medici (neurologo, neurofisiologo, neuroradiologo, medico curante e medico specialista della patologia) designati dalla direzione sanitaria della struttura di ricovero.

Art. 6

(FORMA E DURATA DELLA DICHIARAZIONE ANTICIPATA DI TRATTAMENTO)

1 .Le Dichiarazioni Anticipate di trattamento (DAT) non sono obbligatorie né vincolanti, sono redatte in forma scritta con atto avente data certa e firma del soggetto interessato maggiorenne, in piena capacità di intendere e di volere dopo una compiuta e puntuale informazione medico clinica, e sono raccolte esclusivamente da un notaio a titolo gratuito. Alla redazione della dichiarazione interviene un medico abilitato all'esercizio della professione che sottoscrive la Dichiarazione Anticipata di Trattamento.

2. Il notaio ne certifica l’autenticità ed attesta che il medico abbia informato con chiarezza il paziente delle possibili situazioni cliniche e dei possibili trattamenti di fine vita, al fine di rendere pienamente consapevole la dichiarazione di questi.

3. Le Dichiarazioni Anticipate di Trattamento devono essere formulate in modo chiaro, libero e consapevole, manoscritte o dattiloscritte, nonché sottoscritte con firma autografa.

4. Salvo che il soggetto sia divenuto incapace, la Dichiarazione ha validità di tre anni, termine oltre il quale perde ogni efficacia. La DAT può essere indefinitivamente rinnovata, con la forma prescritta nei commi precedenti.

5. La DAT può essere revocata o modificata in ogni momento dal soggetto interessato. La revoca, anche parziale, della dichiarazione deve essere sottoscritta dal soggetto interessato

6. La DAT deve essere inserita nella cartella clinica dal momento in cui assume rilievo dal punto di vista clinico

7. In condizioni di urgenza, la DAT non si applica ove non ne sia possibile una immediata acquisizione.

Art. 7

(FIDUCIARIO)

1.Nella DAT è possibile la nomina di un fiduciario, maggiorenne, capace di intendere e di volere, che opera sempre e solo secondo le intenzioni legittimamente esplicitate dal soggetto nelle dichiarazioni anticipate, per farle conoscere e contribuire a realizzarne le volontà.

2.Il fiduciario appone la propria firma autografa al testo contenente le dichiarazioni anticipate.

3.Il fiduciario si impegna ad agire nell'esclusivo e migliore interesse del paziente.

4.Il fiduciario, in stretta collaborazione con il medico curante con il quale realizza l'alleanza terapeutica, si impegna a garantire che si tenga conto delle indicazioni sottoscritte dalla persona nella Dichiarazione Anticipata di Trattamento.

5.Il fiduciario si impegna a vigilare perché al paziente vengano somministrate le migliori terapie palliative disponibili, evitando che si creino situazioni sia di accanimento terapeutico, sia di abbandono terapeutico.

6.Il fiduciario si impegna a verificare attentamente che il paziente non sia sottoposto a nessuna forma di eutanasia esplicita o surrettizia.

7.Il fiduciario può rinunciare per iscritto all'incarico, comunicandolo direttamente al dichiarante o, ove quest'ultimo fosse incapace di intendere e di volere, al medico responsabile del trattamento sanitario.

Art. 8

(RUOLO DEL MEDICO)

1. La volontà espressa dal soggetto nella sua Dichiarazione Anticipata di Trattamento è attentamente presa in considerazione dal medico curante che, sentito il fiduciario, annoterà nella cartella clinica le motivazioni per le quali ritiene di seguirle.

2. Il medico non può prendere in considerazione indicazioni orientate a cagionare la morte del paziente o comunque in contrasto con le norme giuridiche o la deontologia medica. Le indicazioni sono valutate dal medico, sentito il fiduciario, in scienza e coscienza, in applicazione del principio dell'inviolabilità della vita umana e della tutela della salute, secondo i principi di precauzione, proporzionalità e prudenza.

3. Il medico, nel caso di situazioni d'urgenza, sentito ove possibile il fiduciario, assume le decisioni di carattere terapeutico, in scienza e coscienza, secondo la propria competenza scientifico-professionale

4. Nel caso in cui le DAT non siano più corrispondenti agli sviluppi delle conoscenze tecnico-scientifiche e terapeutiche, il medico, sentito il fiduciario, può disattenderle, motivando la decisone nella cartella clinica.

5. Nel caso di controversia tra fiduciario ed il medico curante, la questione è sottoposta alla
valutazione di un collegio di medici: medico legale, neurofisiologo, neuroradiologo, medico curante e medico specialista della patologia, designati dalla direzione sanitaria della struttura di ricovero. Tale parere non è vincolante per il medico curante, il quale non sarà tenuto a porre in essere prestazioni contrarie alle sue convinzioni di carattere scientifico e deontologico.

Art . 9

(AUTORIZZAZIONE GIUDIZIARIA)

1. In caso di contrasto tra soggetti parimenti legittimati ad esprimere il consenso al trattamento sanitario, la decisione è assunta, su istanza del pubblico ministero o da chiunque vi abbia interesse, dal giudice tutelare o, in caso di urgenza, da quest’ultimo sentito il medico curante.

2. L’autorizzazione giudiziaria è necessaria anche in caso di inadempimento o di rifiuto ingiustificato di prestazione del consenso o del dissenso ad un trattamento sanitario da parte di soggetti legittimati ad esprimerlo nei confronti di incapaci.

3. Nei casi di cui ai comma precedenti, il medico è tenuto a darne immediata segnalazione al pubblico ministero.


Art. 10

(DISPOSIZIONI FINALI)

1. Il contenuto della Dichiarazione Anticipata di Trattamento non configura, ai fini della presente legge, dato sensibile ai sensi del codice in materia di protezione dei dati personali di
cui al decreto legislativo 30 giugno 2003 n. 196.

2. E` istituito il registro delle dichiarazioni anticipate di trattamento nell’ambito di un archivio unico nazionale informatico presso il Consiglio nazionale del notariato.

3. L’archivio unico nazionale informatico e` consultabile, in via telematica, unicamente dai notai, dall’autorità giudiziaria, dai dirigenti sanitari e dai medici responsabili del trattamento sanitario di soggetti in caso di incapacità.

4. Con decreto del Ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali e d’intesa con il presidente del consiglio del notariato, (da adottare entro tre mesi dalla data di entrata in vigore
della presente legge) sono stabilite le regole tecniche e le modalità di tenuta e consultazione del registro di cui al comma 2.

5. La Dichiarazione Anticipata di Trattamento, le copie degli stessi, le formalità, le certificazioni, e qualsiasi altro documento sia cartaceo sia elettronico ad essi connessi e da essi dipendenti non sono soggetti all’obbligo di registrazione e sono esenti dall’imposta di bollo e da qualunque altro tributo.

(12 febbraio 2009)

giovedì 19 febbraio 2009

Il curioso caso del Pd

di Pierfranco Pellizzetti
da il Secolo XIX

Siamo proprio sicuri che tutto il Partito Democratico sia in lacrime dopo la tremenda batosta alle regionali sarde?
Di certo non lo sono i dirigenti locali interessati a qualche affaruccio edilizio sulla costa, cui il Governatore uscente - Renatu Soru - aveva creato un po’ di fastidi con la sua politica delle aree e dei vincoli. Un braccio di ferro che mandò in tilt la maggioranza che lo appoggiava. Tanto da costringerlo ad andare alla conta elettorale anticipata proprio per vincere tali resistenze sottotraccia. Il primo avversario occulto contro cui l’imprenditore prestato alla politica ha dovuto combattere la sua battaglia finita male. Ma anche riprova che il partito non tiene sotto controllo gli interessi affaristici periferici. Per i quali - in Sardegna - è meglio Silvio Berlusconi e il suo guardaspalle Ugo Cappellacci, molto meglio il modello di sviluppo fondato su centri fitness e cemento a tutto spiano, del troppo poco accomodante compagno di partito.

Probabilmente neppure i dirigenti nazionali si strappano i capelli (al di là della sceneggiata di Veltroni che “rimette il mandato” per farselo riconfermare: chi si prenderebbe un partito allo sbando a tre mesi dalle elezioni europee?): in fondo l’emergere di un nuovo aspirante alla leadership - quale sarebbe stato il Soru vincitore nello scontro con il Golia Berlusconi - non era certo una prospettiva che attizzasse la già sovraffollata plancia di comando del PD. La vasta schiera di capi, capetti e sottocapi che bivaccano a Roma attorno ai resti di un partito che sembra Brad Pitt ne “Il curioso caso di Benjamin Button”: nato con il corpo da ottuagenario e vissuto regredendo allo stato infantile. Infantilismo politico di cui già si intravede la crescita patologica nel bel regalo fatto dalla dirigenza centrale al candidato sardo, quando si è pensato bene di fare fuori dalla Commissione Sanità del Senato un personaggio simbolo e di garanzia - quale Ignazio Marino - per mettere al suo posto la solita beghina teocon, la papista Dorina Bianchi. Una tipetta che qualche giorno fa aveva dichiarato: «nonostante l’orientamento del mio partito avrei votato sì al decreto del governo sul caso Englaro». Il laicismo sardo, componente significativa nella cultura politica di un’isola che fu patria di Emilio Lussu, non sembra proprio aver gradito. Di certo non sono queste le mosse che frenano l’ingrossarsi di un non-voto o di un voto annullato che ormai - come osserva Luca Ricolfi - sta diventando la posizione maggiormente connotata in senso politico. E difatti voto di totale diniego e astensionismo sono cresciuti al punto di corrispondere all’orientamento del trenta per cento della cittadinanza sarda: il primo partito dell’isola (probabile battistrada di quello che andremo a vedere l’aprile prossimo alle consultazioni per il parlamento europeo).

Poi ci sono le conferme per i vincitori: quando c’è da catturare un voto il piazzista-Berlusconi non lo tiene proprio nessuno (specie se il partito avversario si dedica all’autolesionismo), il blocco sociale aggregato dalla Casa delle Libertà continua a tenere alla grande; nonostante la crisi economica in aggravamento e le patenti inadeguatezze del governo in carica. Cose ormai risapute. Come risaputa e ulteriormente confermata è l’incapacità dell’opposizione di attrezzare contromosse minimamente efficaci, di evitare almeno gli autogol.
Mentre dall’America arrivano zefiri che potrebbero ritendere le vele delle navicelle progressiste (come è stato per il primo centro-sinistra quando alla Casa Bianca sedeva John Kennedy, o per le varie Terze Vie imperante Bill Clinton), qui siamo ancora ai puri movimenti di organigramma interno. Con i “margheriti” che insidiano, grazie a una maggiore compattezza di cordata e l’età anagrafica più bassa, il numero pur ancora prevalente dei cinquantenni invecchiati di provenienza post-comunista, tra loro l’un contro l’altro armati. Anche in questo caso ne abbiamo una recentissima avvisaglia:
la vittoria alle primarie fiorentine per il sindaco di Matteo Renzi, nonostante (o grazie a) la dichiarata ostilità dei Veltroni e dei Dalema.

(18 febbraio 2009)

De Mauro, l'ultima pista caccia all'uomo che lo tradì

Attilio Bolzoni
la Repubblica
19-02-2009

ROMA - Nel suo taccuino l´aveva scritto: «Colpo di Stato». L´aveva scritto ma nessuno, fra i magistrati di Palermo che indagavano sulla sua morte o fra i poliziotti e i carabinieri che inseguivano il suo fantasma, si era incuriosito per quell´appunto. E mai, negli anni a venire, qualcuno aveva provato a capirne qualcosa di più. Eppure lui aveva annotato quelle tre parole - Colpo di Stato - dopo un incontro con l´uomo che al tempo era considerato il più potente e inquietante di tutta la Sicilia: l´avevano chiamato Mister X, era stato la testa di ponte fra mafia e americani per lo sbarco sull´isola nel ‘43, il suo nome era Vito Guarrasi. Tutti lessero allora, trentanove anni fa, quelle tre parole. E tutti le dimenticarono.
L´appunto di un giornalista scomparso per mano di mafia e tanto altro di una Palermo lontana è finito in un libro che ha un titolo che annuncia tutto: «Mauro De Mauro, la verità scomoda». L´ha scritto Francesco Viviano, il cronista che ha ritrovato anche quel documento che si era «perduto» fra migliaia di carte e paludose istruttorie. Un foglio ricopiato su carta intestata - «L´Ora, il redattore capo» - tre righe prese dall´agenda di De Mauro da un collega e consegnate agli investigatori palermitani. Era già tutto lì il mistero del rapimento di Mauro, avvenuto la sera del 16 settembre 1970 in via delle Magnolie, una delle strade eleganti di Palermo. Era stato lui, la vittima, a lasciare la prima traccia che tutti avrebbero ignorato: «Colpo di Stato». Più giù, su quell´appunto, c´era anche scritto:
«... colpo di stato continuato, uomini anche mediocri ma di rottura, la guerra è un anacronismo».
Il nuovo libro di Viviano ricostruisce, partendo da quella nota e mettendo insieme gli atti dell´ultima inchiesta giudiziaria - è soltanto qualche anno fa e dopo mille depistaggi sbirreschi che il sostituto procuratore Antonio Ingroia ha riaperto il caso, individuato gli assassini del giornalista e portato a giudizio come mandante Salvatore Riina - perché Mauro De Mauro è stato condannato a morte dai boss. Sapeva del colpo di Stato, sapeva che l´ex comandante della Decima Mas, il principe Junio Valerio Borghese - il suo capo di una volta, De Mauro in gioventù era stato un «repubblichino» - stava organizzando un golpe per l´8 dicembre di quell´anno: il 1970. Al colpo di stato avevano aderito anche alcuni fascisti palermitani. E i capi della Cupola. Di quel piano era venuto a conoscenza in qualche modo Mister X, Vito Guarrasi. Ne parlò lui con Mauro De Mauro. I mafiosi si insospettirono e il giornalista svanì per sempre.
Le indagini più recenti del pm Ingroia hanno scoperto come il reporter, il più famoso del quotidiano della sera di Palermo, scivolò nella trappola. Fu fermato sotto casa da Emanuele D´Agostino, uomo d´onore della famiglia di Santa Maria di Gesù. Era accompagnato da altri due boss: uno era Stefano Giaconia, l´altro Bernardo Provenzano. Era stato Totò Riina a dare l´ordine di prelevarlo per poi ucciderlo con il metodo della lupara bianca. Quello che ancora non era noto - ma che il libro di Viviano rivela - è che nel tragitto dalla sua casa al luogo dove il suo cadavere è stato seppellito (probabilmente alla foce del fiume Oreto), il giornalista è stato obbligato a far visita «presso un suo conoscente». L´ipotesi sullo sfondo di una pista investigativa ancora tutta da percorrere: un «giuda» avrebbe tradito De Mauro. Uno che l´avrebbe invitato a confessare tutto ciò che sapeva sul golpe del principe Borghese, uno che gli avrebbe garantito che sarebbe tornato a casa dopo aver detto tutto. Questo personaggio - intorno al quale a Palermo s´indaga - sarebbe ancora vivo.
Il resto del libro è sull´avventurosa esistenza di un uomo nato a Foggia nel 1921, figlio di un chimico e di un´insegnante di matematica, un ragazzo reclutato nelle file dei fascisti «decisi a tutto», l´accusa e il successivo proscioglimento per aver partecipato alla strage delle Fosse Ardeatine, una fuga verso la Sicilia sotto falso nome. Dopo tante vite, l´ultima: quella di giornalista a L´Ora, il quotidiano delle grandi battaglie siciliane, una voce libera nella Palermo soffocata dai mafiosi. Sono firmate da Mauro De Mauro molte delle inchieste più «dure» di quegli anni. Sul traffico di stupefacenti. Sul «sacco» edilizio della città. Sulle contiguità fra mafia e politica. Fu lui il primo a pubblicare già nel 1962 anche l´organigramma di Cosa Nostra - decine, famiglie, mandamenti - la stessa mappa che 22 anni dopo rivelerà il pentito Tommaso Buscetta al giudice Falcone. Uno scoop dopo l´altro fino a quella notizia che fu la causa della sua morte. Le indagini che seguirono e gli investigatori che le orientarono - unica eccezione il commissario di polizia Boris Giuliano che nove anni dopo la scomparsa di Mauro fu ucciso anche lui dai sicari di Riina - sono finite per tre decenni negli archivi polverosi del Palazzo di Giustizia di Palermo. Fu però Leonardo Sciascia a spiegare con una sola frase perché era morto davvero Mauro: «Ha detto la cosa giusta all´uomo sbagliato e la cosa sbagliata all´uomo giusto».

domenica 8 febbraio 2009

Appello di "Libertà e Giustizia": "La democrazia è in bilico: salviamola"


ROMA - "La democrazia è in bilico": l'allarme arriva da "Libertà e Giustizia", l'associazione nata nel 2002 a Milano per far fronte alla crescente insoddisfazione dei cittadini nei confronti della classe politica, cittadini che "non trovano gli strumenti culturali per unirsi e cambiarlo, per contare insieme, per far valere il loro impegno civile". "Libertà e Giustizia" ha pubblicato su Repubblica un appello per la difesa della democrazia, dal titolo "Rompiamo il silenzio". L'associazione invita chi intende aderire all'appello, che reca le firme di Gustavo Zagrebelsky, Gae Aulenti, Giovanni Bachelet, Sandra Bonsanti, Umberto Eco, Giunio Luzzatto, Claudio Magrisi, Simona Peverelli, Guido Rossi, Elisabetta Rubini e Salvatore Veca, a sottoscriverlo sul suo sito.

"Assistiamo a segni inequivocabili di disfacimento sociale: - si legge nel testo pubblicato su Repubblica - perdita di senso civico, corruzione pubblica e privata, disprezzo della legalità e dell'uguaglianza, impunità per i forti e costrizione per i deboli, libertà come privilegi e non come diritti".

I promotori dell'appello denunciano "il decadimento etico e istituzionale" del Paese, rispetto al quale la crisi economica è un'aggravante. La democrazia rischia di diventare demagogia, "l'investitura da parte di monarchie o oligarche di partito si mette al posto dell'elezione". Questo avviene in Italia, dove la selezione della classe politica è diventata "una cooptazione chiusa", il Parlamento "è in via di esautoramento", "la separazione dei poteri è gravemente minacciata".


Libertà e Giustizia" denuncia i conflitti d'interesse, le commistioni sempre più pericolose: il risultato è "un regime chiuso di oligarchie rapaci, che succhia dall'alto, impone disuguaglianza, vuole avere a che fare con clienti-consumatori ignari o imboniti".

Che fare? La strada suggerita dai firmatari dell'appello è quella di "contrastare le proposte di stravolgimento della Costituzione, come il presidenzialismo e l'attrazione della giurisdizione nella sfera d'influenza dell'esecutivo", e di "difendere la legalità contro il lassimo e la corruzione". E infine, "promuovere la cultura politica, il pensiero critico, una rete di relazioni tra persone ugualmente interessate alla convivenza civile e all'attività politica, nel segno dei valori costituzionali".


(7 febbraio 2009)

sabato 7 febbraio 2009

Rompiamo il silenzio


LeG, 07-02-2009
Firma l'appello

“Il cammino della democrazia non è un cammino facile. Per questo bisogna essere continuamente vigilanti, non rassegnarsi al peggio, ma neppure abbandonarsi ad una tranquilla fiducia nelle sorti fatalmente progressive dell’umanità… La differenza tra la mia generazione e quella dei nostri padri è che loro erano democratici ottimisti. Noi siamo, dobbiamo essere, democratici sempre in allarme”.Norberto Bobbio

Primi firmatari: Gustavo Zagrebelsky, Gae Aulenti, Umberto Eco, Claudio Magris, Guido Rossi, Sandra Bonsanti, Giunio Luzzatto, Simona Peverelli, Elisabetta Rubini, Salvatore Veca.

Rompiamo il silenzio. Mai come ora è giustificato l’allarme. Assistiamo a segni inequivocabili di disfacimento sociale: perdita di senso civico, corruzione pubblica e privata, disprezzo della legalità e dell’uguaglianza, impunità per i forti e costrizione per i deboli, libertà come privilegi e non come diritti. Quando i legami sociali sono messi a rischio, non stupiscono le idee secessioniste, le pulsioni razziste e xenofobe, la volgarità, l’arroganza e la violenza nei rapporti tra gli individui e i gruppi. Preoccupa soprattutto l’accettazione passiva che penetra nella cultura. Una nuova incipiente legittimità è all’opera per avvilire quella costituzionale. Non sono difetti o deviazioni occasionali, ma segni premonitori su cui si cerca di stendere un velo di silenzio, un velo che forse un giorno sarà sollevato e mostrerà che cosa nasconde, ma sarà troppo tardi.

Non vedere è non voler vedere. Non conosciamo gli esiti, ma avvertiamo che la democrazia è in bilico.

Pochi Paesi al mondo affrontano l’attuale crisi economica e sociale in un decadimento etico e istituzionale così esteso e avanzato, con regole deboli e contestate, punti di riferimento comuni cancellati e gruppi dirigenti inadeguati. La democrazia non si è mai giovata di crisi come quella attuale. Questa può sì essere occasione di riflessione e rinnovamento, ma può anche essere facilmente il terreno di coltura della demagogia, ciò da cui il nostro Paese, particolarmente, non è immune.

La demagogia è il rovesciamento del rapporto democratico tra governanti e governati. La sua massima è: il potere scende dall’alto e il consenso si fa salire dal basso. ll primo suo segnale è la caduta di rappresentatività del Parlamento. Regole elettorali artificiose, pensate più nell’interesse dei partiti che dei cittadini, l’assenza di strumenti di scelta delle candidature (elezioni primarie) e dei candidati (preferenze) capovolgono la rappresentanza. L’investitura da parte di monarchie o oligarchie di partito si mette al posto dell’elezione. La selezione della classe politica diventa una cooptazione chiusa. L’esautoramento del Parlamento da parte del governo, dove siedono monarchi e oligarchi di partito, è una conseguenza, di cui i decreti-legge e le questioni di fiducia a ripetizione sono a loro volta conseguenza.

La separazione dei poteri è fondamento di ogni regime che teme il dispotismo, ma la demagogia le è nemica, perché per essa il potere deve scorrere senza limiti dall’alto al basso. Così, l’autonomia della funzione giudiziaria è minacciata; così il presidenzialismo all’italiana, cioè senza contrappesi e controlli, è oggetto di desiderio.

Ci sono però altre separazioni, anche più importanti, che sono travolte: tra politica, economia, cultura, e informazione; tra pubblico e privato; tra Stato e Chiesa. L’intreccio tra questi fattori della vita collettiva, da cui nascono collusioni e concentrazioni di potere, spesso invisibili e sempre inconfessabili, è la vera, grande anomalia del nostro Paese. Economia, politica, informazione, cultura, religione si alimentano reciprocamente: crescono, si compromettono e si corrompono l’una con l’altra. I grandi temi delle incompatibilità, dei conflitti d’interesse, dell’etica pubblica, della laicità riguardano queste separazioni di potere e sono tanto meno presenti nell’agenda politica quanto più se ne parla a vanvera.

Soprattutto, il risultato che ci sta dinnanzi spaventoso è un regime chiuso di oligarchie rapaci, che succhia dall’alto, impone disuguaglianza, vuole avere a che fare con clienti-consumatori ignari o imboniti, respinge chi, per difendere la propria dignità, non vuole asservirsi, mortifica le energie fresche e allontana i migliori. È materia di giustizia, ma anche di declino del nostro Paese, tutto intero.

Guardiamo la realtà, per quanto preoccupante sia. Rivendichiamo i nostri diritti di cittadini. Consideriamo ogni giorno un punto d’inizio, invece che un punto d’arrivo. Cioè: sconfiggiamo la rassegnazione e cerchiamo di dare esiti allo sdegno.

Che cosa possiamo fare dunque noi, soci e amici di Libertà e Giustizia? Possiamo far crescere le nostre forze per unirle alle intelligenze, alle culture e alle energie di coloro che rendono vivo il nostro Paese e, per amor di sé e dei propri figli, non si rassegnano al suo declino. Con questi obiettivi primari.

Innanzitutto, contrastare le proposte di stravolgimento della Costituzione, come il presidenzialismo e l’attrazione della giurisdizione nella sfera d’influenza dell’esecutivo. Nelle condizioni politiche attuali del nostro Paese, esse sarebbero non strumenti di efficienza della democrazia ma espressione e consolidamento di oligarchie demagogiche.

Difendere la legalità contro il lassismo e la corruzione, chiedendo ai partiti che aspirano a rappresentarci di non tollerare al proprio interno faccendieri e corrotti, ancorché portatori di voti. Non usare le candidature nelle elezioni come risorse improprie per risolvere problemi interni, per ripescare personaggi, per pagare conti, per cedere a ricatti. Promuovere, anche così, l’obbligatorio ricambio della classe dirigente.

Non lasciar morire il tema delle incompatibilità e dei conflitti d’interesse, un tema cruciale, che non si può ridurre ad argomento della polemica politica contingente, un tema che destra e sinistra hanno lasciato cadere. Riaffermare la linea di confine, cioè la laicità senza aggettivi, nel rapporto tra lo Stato e la Chiesa cattolica, indipendenti e sovrani “ciascuno nel proprio ordine”, non appartenendo la legislazione civile, se non negli stati teocratici, all’ordine della Chiesa.

Promuovere la cultura politica, il pensiero critico, una rete di relazioni tra persone ugualmente interessate alla convivenza civile e all’attività politica, nel segno dei valori costituzionali.

Sono obiettivi ambiziosi ma non irrealistici se la voce collettiva di Libertà e Giustizia potrà pesare e farsi ascoltare. Per questo chiediamo la tua adesione.

COMMENTO

Care amiche, cari amici blogger, non era quello che aspettavamo ?

Io ho aderito, fatelo anche voi e linkate questo appello sui vostri bog.

Grazie.

Luigi Morsello