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mercoledì 13 aprile 2011

Quei deputati senza vergogna


di Eugenio Scalfari

Quando i parlamentari, in maggioranza, decidono che secondo Berlusconi Ruby era davvero la nipote di Mubarak, non difendono solo il loro capo: tolgono anche a tutti gli italiani la speranza di un Paese civile

(12 aprile 2011)

"Ho sotto gli occhi l'elenco dei membri della Commissione parlamentare inquirente sui procedimenti d'accusa, un nome in verità troppo lungo per il niente assoluto che questo importante organo del Parlamento ha fatto finora. Sono venti tra deputati e senatori e tra di essi, ne sono certo, non mancano le brave persone. Alcuni li conosco da tempo e sono disposto a giurare che nessuno di loro ha mai schiaffeggiato un bambino, depredato una vedova, approfittato d'un debole o commesso comunque atti in qualche modo riprovevoli. Eppure queste venti persone sono secondo me, dal punto di vista della moralità pubblica, tra coloro che si sono macchiati del più grave dei reati e cioè di spegnere nei cittadini di questo Paese ogni fiducia e ogni speranza nell'istituto parlamentare.

A questi deputati e senatori è stato affidato un compito delicatissimo. Spetta a loro infatti giudicare dei reati politici eventualmente commessi dai ministri e perfino, se del caso, dal presidente della Repubblica. Essi sono il giudice inquirente, il braccio inflessibile del Parlamento che tutela l'eguaglianza di tutti dinanzi alla legge.

In realtà questi deputati e questi senatori stanno facendo da anni mercato del potere a essi affidato e lo stanno facendo senza nemmeno il pudore di nascondere le loro intenzioni. Hanno fatto di tutto; hanno tolto dalle mani dei magistrati processi sui quali non avrebbero avuto, in base alla legge, alcuna competenza; hanno privato il giudice ordinario perfino della possibilità di trattenere presso di sé le copie degli atti; hanno rifiutato di restituirgli le istruttorie almeno per quanto riguardava gli imputati non coperti dalle prerogative istituzionali. Hanno avocato tutto e hanno insabbiato tutto.

Su di loro e sulla loro squallida commissione sono state coniate barzellette, gli sono stati affibbiati nomi d'arte, gli sono state dedicate vignette di scherno, ma a nulla è servito perché essi hanno proseguito imperterriti nel loro comportamento
".

I lettori che hanno letto fin qui queste righe che ho trascritto tra virgolette penseranno che mi sia stato suggerito dall'attualità del tema. La giunta delle autorizzazioni a procedere ha infatti sollevato il conflitto di attribuzione per bloccare il processo "Ruby" e trasferirlo al tribunale dei ministri. Se questo trasferimento dovesse avvenire quel tribunale prima di procedere dovrebbe avere il benestare della giunta che certamente glielo negherebbe.

Ebbene, le righe che fin qui avete letto io le ho scritte sulla "Repubblica" del 25 gennaio 1976, nel primo mese di vita del nostro quotidiano. Sembrano scritte oggi, non è vero?

In quell'articolo - che aveva come titolo "Venti nomi da ricordare" - davo anche l'elenco dei componenti della giunta. Potrei trascrivere qui i venti nomi dei membri attuali e dei gruppi parlamentari di appartenenza, ma a che cosa servirebbe? Sono passati 35 anni da allora e il problema è sempre lo stesso. Quasi tutti i problemi dell'etica pubblica nel nostro Paese sono gli stessi. A volte, rileggendo gli articoli che ho scritto sull'"Espresso" e su "Repubblica" nel corso di tanti anni, mi sorge un sentimento di disperazione. E' mai possibile? Speravamo in un Paese migliore e ci ritroviamo invece in una situazione peggiore di prima, con problemi aggravati ma non diversi.

Disperazione significa scomparsa della speranza. Appunto, è proprio questo che mi sta capitando.

lunedì 27 dicembre 2010

I tre voti che pesano sul futuro del paese


INIZIO questo articolo con un'ipotesi. So bene che l'ipotesi configura una realtà virtuale che spesso non coincide con quella reale ma ci aiuta spesso a capire meglio quello che è accaduto.

Facciamo dunque l'ipotesi che il 14 dicembre scorso il governo fosse stato battuto, sia pure per un solo voto, e che Berlusconi si fosse dimesso chiedendo al presidente della Repubblica lo scioglimento anticipato delle Camere.

Il Presidente - l'ha detto pochi giorni dopo parlando alle Alte Cariche dello Stato - è in linea di principio contrario allo scioglimento anticipato di una legislatura; perciò, prima di addivenire alla richiesta del premier dimissionario, avrebbe verificato l'esistenza di una maggioranza alternativa.

Quella maggioranza - contraria allo scioglimento anticipato ma tuttavia incapace di esprimere un governo coeso e di indicarne il premier - c'era come tuttora presumibilmente c'è. Che cosa avrebbe fatto Giorgio Napolitano di fronte ad un Parlamento che non vuole essere mandato a casa ma non riesce a indicare un nuovo premier?

Forse avrebbe risolto il problema affidando l'incarico di formare un governo ad un uomo al di fuori dei partiti, con una forte caratura economica e/o costituzionale, in grado di portare avanti la legislatura rafforzando e restaurando le istituzioni e riconciliando con la politica quella moltitudine di cittadini che è profondamente delusa dall'imbarbarimento istituzionale in atto.

Personaggi adeguati ad un tale incarico ce ne sono in abbondanza, a cominciare dal governatore della Banca d'Italia, dal presidente del Consiglio di Stato, dal presidente della Corte Costituzionale, da qualche "emerito" di quella medesima istituzione. Per salvare la continuità politica, il Capo dello Stato avrebbe potuto perfino affidare l'incarico ad un "eminente" della maggioranza berlusconiana, del tipo di Gianni Letta, di Pisanu, di Tremonti.

Un governo formato con questi criteri avrebbe probabilmente riscosso la fiducia del Parlamento anche perché, al di là delle appartenenze di partito, un'elevata percentuale di deputati e di senatori non ha nessuna voglia di ritornare ai propri lavori domestici e - in aggiunta - un'elevata percentuale di cittadini elettori non ha alcun desiderio di tornare anticipatamente al voto. Un'ultima considerazione: un voto fatto in questa fase e con la legge elettorale vigente darebbe probabilmente una maggioranza di un tipo alla Camera e una maggioranza di una diversa tipologia politica al Senato. Si avrebbe perciò una nuova legislatura con due Camere diversamente orientate tra di loro, e quindi con una situazione travagliata come e più di quella attuale.

Aggiungo dal canto mio che una campagna elettorale nella presente congiuntura economica non farebbe che esasperare lo scontro sociale già largamente in atto e rappresenterebbe una ghiotta occasione per incoraggiare la speculazione ad attaccare il nostro debito sovrano sui mercati finanziari. Questa del resto è anche l'opinione manifestata pubblicamente e più volte dal Capo dello Stato.

* * *

Tutto il ragionamento fin qui svolto si basa su ipotesi logiche che non prevedono alcuna forzatura costituzionale. Infatti, per quanto riguarda le prerogative del Quirinale, la Corte è chiarissima in proposito: il Capo dello Stato, sentiti i presidenti delle Camere e i gruppi parlamentari, nomina il presidente del Consiglio e, su sua proposta, i ministri. La medesima procedura è prevista per lo scioglimento delle Camere.

È perciò probabile che le cose sarebbero andate così, con largo vantaggio per le istituzioni, per i cittadini e quindi per il paese. Ma le ipotesi non sempre si verificano. Nel nostro caso, il 14 dicembre il premier ha avuto un'ampia maggioranza al Senato e la fiducia della Camera per tre voti di scarto. Le modalità di acquisizione di quei tre voti sono note ma ufficialmente non contestabili, salvo improbabili esiti dell'inchiesta giudiziaria in corso.

Il governo è quindi in carica nella piena legalità costituzionale e può benissimo proporsi di andare avanti fino al termine naturale della legislatura, varando un programma di riforme sociali, economiche e istituzionali. Non l'ha fatto prima, quando disponeva di una vasta maggioranza in entrambe le Camere. Potrà farlo ora con tre voti o magari con dieci di sostegno?

Berlusconi e soprattutto Bossi si sono dati la metà di gennaio come termine ultimo. Se a quella data la maggioranza si sarà rafforzata quantitativamente e politicamente, con un accordo con Casini, andrà avanti. In caso contrario Berlusconi andrà al Quirinale a dimettersi chiedendo le elezioni anticipate.
Che cosa farà a quel punto il Capo dello Stato?

* * *

I presupposti della sua azione non sono diversi da quelli precedenti al 14 dicembre scorso. Dovrà perciò verificare se in Parlamento emergerà una maggioranza contraria allo scioglimento oppure no.

In quest'ultimo caso la continuità da lui auspicata sarà interrotta e i pericoli per la stabilità economica si riproporranno tali e quali. Avremo dunque perso inutilmente un mese e ci ritroveremo nella stessa situazione dopo aver offerto purtroppo ai cittadini e alla pubblica opinione internazionale lo spettacolo del peggior trasformismo che si sia mai verificato in un paese democraticamente maturo dell'Occidente.

* * *

Avremo dunque la risposta tra tre settimane e ci sarà anche per quella data la sentenza della Corte sul "legittimo impedimento", che non è un elemento indifferente rispetto alle varie ipotesi sopra indicate.

Mi domando, e molti si domandano con me, quale sarà l'atteggiamento del centrosinistra nell'ipotesi di elezioni anticipate, oppure in quella di un accordo Berlusconi-Casini-Fini. Vediamo.

Accordo di Casini-Fini con Berlusconi: la legislatura procede fino al 2013 e tenta di fare le riforme tante volte promesse e mai effettuate: nuova legge elettorale, Senato federale, diminuzione del numero dei parlamentari, federalismo fiscale, riforma della giustizia per rendere il processo civile e quello penali più rapidi e il ruolo del Pubblico ministero più simile a quello di un avvocato di accusa. Infine, riforma fiscale che diminuisca il peso delle imposte sul reddito e introduca un prelievo sul patrimonio al di sopra di una certa soglia.

Il gruppo Casini-Fini cercherà di modellare quelle riforme nella prospettiva d'una nuova destra, "repubblicana", che si troverà di volta in volta in contrasto con il populismo berlusconiano o con la Lega o con tutti e due. Se Casini-Fini si appiattissero sui desideri del premier, non si capirebbe per quale motivo sia stata montata questa cagnara da quattro mesi a questa parte.

Sarà dunque un processo molto travagliato, quello sulle riforme, nel corso del quale il Partito democratico potrà essere determinante per far pendere la bilancia dall'uno o dall'altro lato. Ma proprio per questo travaglio è molto probabile che Berlusconi e Bossi manderanno al più presto tutto all'aria.

Se invece il percorso delle riforme proseguisse e con esso la legislatura, verrà anche il momento della scadenza del mandato di Bersani da segretario del Pd e ci sarà un nuovo congresso e nuove primarie di partito. Bersani presumibilmente si ricandiderà ed avrà quasi certamente Veltroni come concorrente. Di Pietro e Vendola saranno fuori da questa tenzone che riguarda soltanto il Pd. Se invece a gennaio Berlusconi e Bossi, non riuscendo a rafforzare la maggioranza, decideranno per la crisi e se Napolitano dovesse accettare lo scioglimento delle Camere, si verificherebbe l'ipotesi peggiore per il Pd, che si troverebbe alle prese con il Terzo Polo sulla sua destra e con Vendola e Di Pietro sulla sua sinistra.

Andare alle elezioni da solo significherà per il Pd esporsi dunque a perder voti sull'uno e sull'altro versante. Puntare su un'alleanza con Casini significherà un salasso a sinistra; puntare sull'alleanza con Vendola significherà affrontare le primarie di coalizione che vedranno molteplici candidati ai nastri di partenza. Non è immaginario pensare che oltre a Bersani e Vendola ci saranno anche Veltroni, probabilmente Bindi e D'Alema, per non parlare di Di Pietro. Una situazione che rischia di polverizzare l'intera sinistra.

Questo è il panorama che occorre evitare a tutti i costi, sperando nella saggezza e nell'umiltà dei vari interlocutori e in un accordo di tutte le opposizioni.

Se debbo dire la mia, questa dell'accordo generale mi sembra un'ipotesi cosiddetta di terzo grado, teoricamente la sola valida, praticamente impossibile da realizzare.

Come si vede, quei tre voti del 14 dicembre rischiano di avere come risultato la scomparsa della sinistra italiana e di consegnare il paese per altri dieci anni al berlusconismo populista, autoritario e leghista. Con la speculazione che spennerà il nostro debito sovrano a suo piacimento.

Chi volesse trovare un solo colpevole non riuscirebbe, lo sono tutti, nessuno escluso.

(27 dicembre 2010)

lunedì 13 dicembre 2010

Il governo galleggiante dei consensi comprati


di EUGENIO SCALFARI

CI SONO alcuni fatti che tengono banco in questa giornata che precede di 72 ore la conta del 14 dicembre (se conta ci sarà). Li enumero: il calcio-mercato e l'intervento della Procura di Roma che ha aperto un'inchiesta per reato di scambio di voti; la piazza di San Giovanni dove il Pd ha chiamato a raccolta i suoi militanti; la lettera diramata dalle cosiddette colombe del Pdl e dei finiani affinché "in extremis" si trovi un accordo tra i due partiti che eviti lo scontro sulla fiducia. Ma infine e soprattutto che cosa accadrà dal giorno dopo in poi, quando, superata in qualche modo quella scadenza, bisognerà affrontare il tema della strategia per quanto riguarda la coesione sociale, la tenuta finanziaria del debito e la crescita economica.

I protagonisti sono numerosi. Fin troppo numerosi e portatori di variabili che rendono difficile la quadra, per esprimersi nel lessico di Umberto Bossi. Facciamone i nomi: Berlusconi innanzitutto, Fini, Casini, Bersani (per dire il Partito democratico), Bossi. Al di fuori e al di sopra di questi giocatori in campo c'è Giorgio Napolitano, arbitro e tutore delle regole costituzionali. La funzione dell'arbitro non è mai marginale, ma può diventare assai più importante e addirittura decisiva quando la partita sia piena di brutti falli e di giocatori che mirino più alla rissa che al buon gioco. Ciò detto, dedico qualche parola alla
questione morale.

Può sembrare una questione teorica ed in parte lo è, ma è anche un punto di riferimento per tutte le persone alle quali sta a cuore la dignità del proprio Paese e di se stesse. Queste persone sono molte e di varia cultura e orientamento politico. Ci sono i laici e i cattolici, i giovani e gli anziani, i lavoratori e gli imprenditori, i moderati e i progressisti. La questione morale si pone perché molti, moltissimi cittadini di questo Paese sentono chiaramente che la morale è stata ed è apertamente calpestata. Quando le istituzioni che dovrebbero realizzare, ciascuna nel settore di sua competenza, il bene comune vengono invece piegate a favorire l'utile di chi ne determina l'attività, lì, in quel luogo e in quel momento la morale viene messa sotto i piedi.

Conosco l'obiezione a questa tesi: la politica ha una sua autonomia, Machiavelli insegna. Politica e morale sono due categorie mentali diverse, talvolta perfino contrapposte e comunque autonome l'una dall'altra. Personalmente concordo con la tesi dell'autonomia salvo che su un punto decisivo: i fini della politica debbono essere morali perché perseguono il bene di tutti. L'autonomia della politica riguarda soltanto i mezzi ma anche qui con un limite: i mezzi non possono mai essere contraddittori rispetto ai fini. Qualche esempio pratico. Se una pubblica istituzione viene usata per sistemarvi i parenti e gli amici di chi la dirige, questo mezzo contraddice palesemente la finalità. Se un uomo politico convince un suo collega a cambiar partito, la sua opera di convincimento è pienamente accettabile, ma se compra il consenso o lo mette in vendita, questa è una prassi vergognosa e inaccettabile. La questione morale e il rapporto tra morale e politica è tutto qui. I cittadini elettori possono trovare in questo semplice criterio lo strumento per utilizzare correttamente il loro voto sovrano.
* * *
La piazza di San Giovanni ieri era imponente. Il Partito democratico c'è, è una realtà politica, ha i suoi quadri centrali e locali, i suoi militanti, il suo programma riformatore. Non debbono piacere a tutti, anche all'interno ci sono critiche, a volte ben motivate altre volte demagogiche. Quelle demagogiche fanno chiasso e fanno spettacolo, ma servono solo a disgregare e non a migliorare. Comunque il partito c'è e gli ultimi sondaggi lo danno in recupero di consensi. Recupero modesto. Il bacino potenziale del Pd è stimato al 42 per cento dell'elettorato ma il consenso attuale è appena sopra al 25. Si vede a occhio che il primo compito di chi lo dirige è di recuperare quella zona di indecisi che potrebbero votarlo. Nei prossimi mesi (o settimane?) su questo terreno si misurerà la capacità del gruppo dirigente che dovrebbe muoversi compattamente e non in ordine sparso. Ci sono troppi galli nel pollaio democratico, in certe condizioni l'abbondanza dei galli può essere una risorsa, ma coi tempi che corrono non lo è. Galli e galletti dovrebbero fare squadra. La responsabilità è di ciascuno di loro e in prima istanza del segretario del partito.
* * *
Le colombe moderate del Pdl e di Futuro e Libertà vorrebbero una riconciliazione. I leader delle due formazioni si dicono in principio d'accordo, ma divergono sulle condizioni. Ciascuno pone le proprie. Fini è pronto all'accordo se tutta la sua gente ma anche i suoi alleati (Casini, Rutelli) rientreranno nell'alleanza di centrodestra in posizioni determinanti. Non più un'alleanza con due gambe (Berlusconi e Bossi) ma con quattro. Berlusconi fino all'altro ieri ha temporeggiato ma ieri è intervenuto approvando il documento delle colombe e promettendo una navigazione nuova dedicata alle riforme economiche e istituzionali. Perfino con un ritocchino alla legge elettorale.

Nel tardo pomeriggio è arrivata però la risposta di Fini, che sembra chiudere definitivamente ogni spiraglio alla trattativa. Evidentemente le promesse berlusconiane non sono più credibili, e il passaggio sulla votazione di sfiducia avrà comunque luogo. La lettera dei moderati era piuttosto un trappolone del Cavaliere, la favola sempre attuale del lupo e di Cappuccetto Rosso: il lupo travestito da vecchia nonna benevola, con le sembianze del premier, e Cappuccetto (ma non rosso) con le sembianze del presidente della Camera. Ma Fini non c'è cascato. Bisognerà vedere, adesso, in che modo si comporterà la Lega dopo il 14.

Bossi ha in mano la "golden share" del centrodestra. Dopo il voto di martedì prossimo, quale che ne sia l'esito, con una differenza di un paio di voti o per l'uno o per l'altro, il Senatur valuterà se il peso della Lega resta determinante nell'alleanza di centrodestra, oppure risulta diminuito. Se quest'ultima fosse la sua valutazione, il Carroccio staccherebbe rapidamente la spina. In queste condizioni, la funzione dell'arbitro può diventare decisiva. Il problema di Napolitano non è tanto quello delle riforme, giustizia, Senato federale o altre consimili, pur certamente importanti. Il Capo dello Stato ha già indicato l'assoluta priorità della situazione economica. La prima sua mossa fu quella di congelare la crisi politica per rendere possibile l'approvazione della Legge di Stabilità finanziaria.

Questo risultato, ormai raggiunto, non ha tuttavia esaurito il tema. I turbamenti prevedibili sul mercato finanziario, e la posizione della Germania e della Francia su regole più severe per quanto riguarda i debiti sovrani, rendono indispensabile un governo che abbia piena credibilità rispetto alle autorità monetarie europee e alle istituzioni sovra-nazionali. Un governo galleggiante, presieduto da chi ha già perso gran parte della sua credibilità internazionale, non è l'ideale per attuare una strategia oggettivamente difficile: coniugare crescita e rigore finanziario, far rientrare il debito nei parametri europei, destreggiarsi rispetto alle richieste della Merkel e di Sarkozy per politiche economiche più stringenti che rafforzino l'euro e, non ultimo, recuperare una coesione sociale che sembra aver toccato il livello peggiore da molti anni.

È questo il governo che può affrontare problemi di questa portata? Non dimentichiamo che il sogno di Berlusconi, nonostante tutto, resta quello di trasportare tra due anni Arcore e Palazzo Grazioli al Quirinale.
A questo punto credo davvero indispensabile un dibattito sulla questione morale; relatori Verdini, Dell'Utri e Bondi, moderatore il cardinale Bertone. Magari a casa di Vespa dove pare si mangi benissimo. Mi piacerebbe essere invitato.

(12 dicembre 2010)


domenica 5 dicembre 2010

Le esequie scomposte di un potere defunto


di EUGENIO SCALFARI

IL MIO tema di oggi è la crisi economica e finanziaria in Europa e in Italia e le sue ripercussioni sulla nostra crisi politica. Ma prima...
C'è sempre un "ma prima" di cui ci si deve occupare in questo Paese, perché siamo diventati un Paese imprevedibile e ogni giorno che passa lo diventiamo di più. I problemi di fondo sono sempre quelli perché nessuno si è dato la pena di risolverli, ma le increspature di superficie si sono ormai trasformate in ondate di tali dimensioni da aggiungere peso a peso rendendo l'orizzonte sempre più fosco ed incerto.
Perciò ecco il "ma prima" di oggi: il partito di Berlusconi se ne frega delle prerogative del Quirinale.
L'aveva già detto e ripetuto il "boss" in varie occasioni in modo esplicito, ai tempi del caso Englaro e ai tempi del lodo Alfano; ma il "me ne frego" di marca fascista e squadrista non era ancora stato usato. Adesso anche quel tabù è stato infranto da Denis Verdini, coordinatore nazionale del Pdl, pluri-inquisito per reati comuni di associazione per delinquere, riciclaggio, falso in bilancio e bancarotta. Un elenco che basterebbe ad imporre le sue dimissioni da ogni incarico politico, ma il "boss" è con lui e tanto basta.
Verdini ha fatto le sue scuse al Capo dello Stato con questa spiegazione:
il suo "me ne frego" era politico e non istituzionale. Una canzone che cantavano i fascisti di Salò diceva: "Ce ne freghiamo noi della galera". Verdini probabilmente se ne frega della galera politicamente, ma istituzionalmente no. Ammirabile sottigliezza.

Mettiamo insieme questo rigurgito squadrista con
i fondati sospetti di profitti privati che il "premier" avrebbe ricevuto dal suo sodale Putin piegando l'Eni a patti scellerati con Gazprom, con le intemperanze sessuali che lo rendono incapace di guidare un Paese nella tempesta d'una crisi di inconsueta vastità e durata e con lo sfaldamento in atto di quel che rimane della sua maggioranza ed avremo un cocktail esplosivo. "Nave senza nocchiero in gran tempesta" scriveva il poeta ed aggiungeva "non donna di province ma bordello". Chi potrebbe dir meglio?

In questi frangenti
Gianni Letta continua a tentare improbabili mediazioni. Casini dal canto suo rilancia il nome di Letta come possibile ed accettabile successore del "boss" a palazzo Chigi. Si tratta d'una proposta provocatoria perché Berlusconi non prevede in nessun caso successori a se stesso e men che meno Letta che disse all'attuale ambasciatore americano a Roma che Berlusconi era ammalato e in condizioni fisiche che non gli consentivano di governare. Letta ha smentito ma l'ambasciatore Thorne no perché il dispaccio che riferisce queste confidenze è firmato da lui.

Le ultime notizie di provenienza berlusconiana ci informano che il premier si aggrappa ora alle agenzie di rating che - secondo lui - abbasserebbero le loro valutazioni del nostro debito pubblico nel caso che il governo fosse messo in crisi. La verità è che la persona più inadatta a padroneggiare la crisi è proprio lui, come si vede da quando la crisi è nata e il governo ha negato perfino che esistesse. Chi sostiene che i veri problemi sono altri dice cosa giusta ma dimentica di aggiungere che l'allontanamento di Berlusconi è un preliminare in mancanza del quale i problemi veri non potranno mai essere risolti, come dieci anni di governo ampiamente dimostrano.

* * *

La crisi economica dell'Europa è semplice da spiegare ma difficile da curare: per cominciare vorrei fare chiarezza su un punto: le oscillazioni dell'euro nei confronti del dollaro non sono una causa di quanto avviene né sono l'obiettivo della speculazione. Quando l'euro fu creato dieci anni fa la sua parità fu fissata a 1,17 dollari per euro. Dopo poco scese sotto la parità arrivando a 78 centesimi di dollaro. Poi risalì e ridiscese varie volte. Appena sei mesi fa rimase per qualche settimana a 1,22, poi risalì fino a 1,50, adesso oscilla intorno a 1,30 ma nessuna di queste oscillazioni ha creato panico e contromisure. Il basso livello del cambio, semmai, incoraggia le esportazioni delle merci e servizi di tutta la zona euro verso l'area del dollaro. In particolare per il nostro turismo il cambio basso è una manna.
La speculazione dunque non ha il cambio dell'euro come obiettivo. Il vero obiettivo è
il debito sovrano degli Stati periferici dell'eurozona, Grecia, Irlanda, Portogallo, anche Belgio. Forse Spagna e forse anche Italia, qualora le regole europee sul rientro del debito entro il livello del 60 per cento rispetto al Pil sarà severamente rigido come la Germania vorrebbe.

Quindi al centro della speculazione c'è il problema dei debiti sovrani. Nei giorni scorsi la Banca centrale europea è intervenuta sul mercato a sostegno dei Paesi più esposti agli attacchi.
Ci sono vari modi di attaccare i debiti sovrani.
Un modo è di vendere titoli pubblici di quei Paesi per far crescere lo "spread" rispetto ai "bund" tedeschi. Un altro modo è quello di acquistare i "bund" tedeschi. Un altro ancora è di vendere i titoli delle principali banche del Paese attaccato.
Il fine della speculazione sta nel lucro che si ricava da queste oscillazioni. Vogliono anche, gli speculatori, attraverso queste destabilizzazioni far saltare l'intero sistema dell'euro? Non penso che l'obiettivo sia questo. La speculazione sa che le sarebbe contrapposta una difesa difficilmente superabile. La disarticolazione della struttura dell'euro potrebbe però esser frutto di errori compiuti dalle autorità europee, dalla loro incapacità di dar vita ad un governo europeo dotato di poteri economici incisivi, dalla tentazione della Germania di arroccarsi su un super-euro lasciando alla deriva chi non ce la fa a seguirla.

Questi errori sono possibili, alcuni sono già stati commessi e poi riparati. Perciò la vigilanza e l'iniziativa degli Stati membri per procedere nel modo giusto dovrebbe essere massima.
La presenza di Berlusconi non è un elemento di sicurezza. Se fosse sostituito da Tremonti o da Mario Monti o da Mario Draghi, in Europa non ci sarebbe alcuna preoccupazione. Quanto ai personaggi soprannominati le loro visioni sono diverse e in qualche caso dissimili, ma tutti e tre hanno una solida esperienza in quelle delicatissime materie.
I mercati dal canto loro continuerebbero a registrare lo scontro tra speculatori e debiti sovrani e questo è quanto.

* * *

La Banca centrale europea, imitando su scala ridotta la Federal Reserve americana, ha acquistato nei giorni scorsi titoli di debiti sovrani in difficoltà con operazioni sul mercato aperto eseguite direttamente o tramite le banche centrali che fanno parte del sistema. Questi acquisti producono anche effetti collaterali oltre all'effetto principale di sostenere le banche sotto attacco e di far diminuire lo "spread" rispetto ai "bund" tedeschi.
Uno degli effetti collaterali è quello di fare aumentare la liquidità, ma la Bce - a differenza della Fed americana - non desidera aumentare la liquidità complessiva e quindi sterilizza l'aumento di liquidità stringendo altri canali. Per esempio vendendo titoli di debiti sovrani forti o valute conservate nelle sue riserve.
La verità è che la Fed sta adottando consapevolmente una politica inflazionistica sperando di far ripartire la ripresa economica e l'occupazione; il rientro del debito pubblico americano è rinviato a ripresa consolidata. Viceversa la Bce ha scelto una politica di deflazione morbida e per questa ragione non vuole che la liquidità complessiva del sistema europeo aumenti e sterilizza gli effetti della difesa dei debiti sovrani pericolanti.
Questo panorama è molto chiaro e funziona sul breve periodo. Ma non affronta i problemi che abbiamo davanti e che stanno arrivando al pettine tutti insieme.

Il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, ha fornito alcune cifre molto significative in una sua comunicazione alla Facoltà di Economia di Ancona il 5 novembre scorso. Quelle cifre unite a i suoi commenti gettano luce proprio sui problemi che dovranno essere affrontati da subito.

* * *

"Secondo le stime del Fondo monetario internazionale la quota dell'eurozona nel Pil mondiale era pari al 18 per cento nel 2000. Nel 2015 scenderà al 13 per cento. Nello stesso periodo la quota dei Paesi emergenti asiatici raddoppierà dal 15 al 29 per cento". Questi dati descrivono a sufficienza il mutamento radicale dello scenario mondiale. La nostra economia, aggiunge Draghi, ne ha risentito molto più di altre. "Essa manifesta un'incapacità a crescere con tassi sostenuti. L'ultima recessione ha fatto diminuire il Pil italiano di 7 punti".
Sette punti, tanto per esser chiari, equivalgono a 120 miliardi di euro. "La crescita del prodotto per abitante in Italia si va riducendo da tre decenni. Siamo passati da un aumento annuo del 3,4 per cento negli anni Settanta a 2,5 negli anni Ottanta e all'1,4 negli anni Novanta. Nell'ultimo decennio 2000-2010 la crescita è stata zero".
Queste cifre riguardano i flussi di reddito, ma se spostiamo l'analisi dal reddito alla ricchezza patrimoniale, cioè al risparmio accumulato e investito in vari modi, la situazione appare capovolta. Scrive Draghi: "Secondo i dati dell'Ocse nel 2007, prima della recessione globale, l'Italia presentava pro capite il Pil più basso tra i Paesi del G7, pari al 69 per cento di quello degli Usa, ma la ricchezza pro capite delle famiglie italiane era l'88 per cento di quella delle famiglie americane e un valore superiore a quella della Francia, Germania, Giappone e Canada".

Il suggerimento implicito di queste cifre ci porta ad una conclusione da noi più volte suggerita ma mai adottata: i mezzi per stimolare la crescita esistono solo che si voglia trasformare una quota delle imposte sui redditi medio-bassi al patrimonio delle categorie sociali medio-alte.
La redistribuzione vista come fonte di maggior domanda e quindi di crescita del sistema-paese.
Per finire, Draghi propone l'istituzione di un fondo sovrano tra i Paesi dell'euro, che si alimenti con un'imposta sulle transazioni finanziarie e consenta di far rientrare i debiti entro il livello desiderato del 60 per cento. Analoghe proposte sono state formulate nei mesi scorsi da Vincenzo Visco e Mario Monti.
Vi sembra che il governo Berlusconi abbia la voglia, la fantasia e la volontà di adottare politiche economiche come quelle sopra indicate? Vi pare che
Verdini, Matteoli, La Russa, Scajola, Romani, Alfano, siano in grado di pensarle? Forse Santanché, Brambilla, Gelmini? Magari Carfagna? O la Mussolini, detta la baciona per via del bacio dato a Cosentino.
Robe e nomi da coprirsi il viso per la vergogna.

Post scriptum. Ho letto ieri un articolo sul "Foglio" di
Pietrangelo Buttafuoco, penna sottile e talento indipendente. Il titolo: "Meglio fottere che comandare". Buttafuoco dà una sua lettura - sboccata ma interessante - del berlusconismo. Lo cito perché non solo è acuto ma esilarante e qualche risata è pur necessaria per alleggerire la cupezza del clima.

"In quel grazioso palazzo, ossia Grazioli, le nubi delle accuse di corruzione, mafia, falso in bilancio, conflitto di interessi e perfino seduzione di minorenni, in un brevilineo come lui si diradano, anzi evaporano in virtù della sua euforia genitale. Al dottor Berlusconi piace la gnocca, solo la gnocca. Il dottor Berlusconi fa festini che sono il rimosso di tutti quelli che gli stanno intorno, compresi gli schiavi, i servi, i cortigiani e i ruffiani. Compresi poi gli italiani, perfettamente inutili da governare ma che alla fine hanno un preciso istinto per immedesimarsi con chi, sollevandoli dall'incombenza, copula in loro vece. L'italiano medio si immedesima col dottor Berlusconi in ragione del rimosso dei rimossi: ognuno, vincendo all'Enalotto, farebbe come fa lui nell'agio del suo smagliante patrimonio".
Secondo me questo è uno splendido "coccodrillo" di un potere defunto.

(05 dicembre 2010)

domenica 28 novembre 2010

Un gruppo d'infiltrati a Palazzo Chigi


di EUGENIO SCALFARI

L'IDEA d'un complotto anti-italiano è stupefacente ma non è nuova. Il più illustre predecessore fu Benito Mussolini che la lanciò nel 1935, all'epoca delle sanzioni che ci furono comminate dalla Società delle Nazioni per la nostra aggressione contro l'Abissinia. Motore del complotto era allora il blocco "demo-giudo-plutocratico" che secondo i fascisti dominava il mondo e voleva affondare l'Italia per impedirle di conquistare il "posto al sole" che ci spettava. Ma c'erano già stati altri precedenti altrettanto illustri: Vittorio Emanuele Orlando che aveva abbandonato il Congresso della pace di Versailles nel 1919 perché le potenze alleate non volevano riconoscerci l'Istria e, subito dopo, D'Annunzio a Fiume innalzando la bandiera della "vittoria tradita".

Tra le qualità e i vizi degli italiani uno dei tratti ricorrenti è quello del vittimismo.
Silvio Berlusconi è un asso in materia.
Nel caso attuale mancano tuttavia del tutto gli appigli, sia pur pretestuosi, che giustifichino la tesi del complotto. Mettono
insieme il crollo di Pompei, i rifiuti di Napoli, il processo alla Finmeccanica e le imminenti rivelazioni del sito WikiLeaks. Sembra il frutto d'un gruppo di matti che si sia infiltrato a Palazzo Chigi nella sala del Consiglio dei ministri o invece di una abilissima sceneggiata da usare per riguadagnare un consenso perduto e prepararsi alla campagna elettorale con un alibi che faccia presa appunto sul vittimismo nazionale.

Personalmente propendo per entrambe queste ipotesi:
gli autori della sceneggiata sono abilissimi proprio perché sono matti, hanno perso il controllo delle proprie menti e affidano a comunicati ufficiali la loro impazzita creatività propagandistica.
Ma l'aspetto più stupefacente e inquietante non è che quel comunicato del governo sia scaturito dalla mente di Berlusconi e che il ministro degli Esteri,
Franco Frattini, abbia accettato di farsene protagonista. L'aspetto stupefacente è che il comunicato sia stato diramato con la firma di Gianni Letta. Un uomo prudentissimo, consapevole del danno d'immagine e di sostanza che un documento di quel genere avrebbe causato al governo e al paese. Questo è veramente il segno che siamo alla frutta. In queste condizioni la permanenza di quel governo e di quel premier fa venire in mente la "nave dei folli" e costituisce il più preoccupante motivo d'insicurezza che pesa sul destino dell'Italia.

* * *

Il Presidente della Repubblica, sia venerdì sia di nuovo ieri, ha attirato l'attenzione delle forze politiche e della pubblica opinione sui pericoli che minacciano l'euro e la stessa Unione europea. La crisi irlandese non è affatto superata, si attende col fiato sospeso la riunione di domani dell'Ecofin e le reazioni dei mercati.
La speculazione ha messo sotto tiro anche il Portogallo e la Spagna. I debiti sovrani di quei paesi sono sotto la lente delle agenzie di "rating" e così pure le banche di mezza Europa che hanno largamente investito in titoli spagnoli.
Il debito italiano parrebbe al sicuro e così pure il nostro sistema bancario, ma è comunque
il debito più alto del mondo
. Questa situazione giustifica ampiamente gli appelli al senso di responsabilità lanciati da Giorgio Napolitano.

Quegli appelli sono rivolti a tutte le forze politiche ma non indicano quale sia il percorso auspicabile da seguire né si può chiedere al Capo dello Stato di indicarlo. La più alta carica istituzionale non può gestire una crisi politica che s'incrocia con una crisi economica di questa fatta prima che essa sia stata formalmente aperta.

Conosciamo tuttavia i dati di fatto che possono guidare le decisioni di Napolitano quando sarà lui a doverle prendere.
Elenchiamoli quei dati di fatto.
1. Il 14 dicembre il Parlamento deciderà sulla fiducia al governo. Se le Camere voteranno in suo favore, Napolitano non avrà ragione di intervenire; si limiterà a vigilare stimolando il governo ad attuare una politica economica in sintonia con l'Europa e riforme equilibrate della giustizia e del federalismo.
Purtroppo non pare che quella della giustizia, che sarà presentata martedì prossimo al Consiglio dei ministri, abbia i requisiti di equilibrio che sarebbero necessari per riscuotere il consenso di un'ampia maggioranza. Il federalismo si trova purtroppo in analoghe condizioni.

2. Se il governo sarà sfiduciato anche in una sola Camera, Berlusconi dovrà dimettersi né il Capo dello Stato potrà rinviarlo in Parlamento per verificare quello che è già stato verificato. A quel punto il Quirinale dovrà accertare se esistono le condizioni per formare un nuovo governo.

3. L'appello alla gravità della situazione economica - se ha un senso e certamente ce l'ha - porta ad escludere che Napolitano sciolga le Camere se avrà la fondata speranza di poter insediare un nuovo governo capace di ottenere la fiducia del Parlamento.
La via delle elezioni significa nel caso migliore tre mesi di una barca con un timoniere azzoppato in un mare in tempesta; tre mesi di mercati sottoposti ad una speculazione micidiale.
Da questo punto di vista l'appello del Quirinale al senso di responsabilità sembra rivolto al fronte berlusconiano affinché accetti ed eventualmente appoggi il nuovo governo e al fronte opposto affinché si metta in grado di offrire una piattaforma il più possibile coesa.

4. Qualora il fronte delle opposizioni non sia in grado di esprimere una volontà all'altezza della situazione, si aprirebbe una subordinata: un governo di minoranza che si regga sull'astensione dei finiani e dei centristi ma abbia però al primo punto del programma la revisione sostanziale della legge elettorale oltre ovviamente ad una tenuta coerente della politica economica.

5. Se nessuna di queste ipotesi si verificasse e la sola via restasse quella dello scioglimento delle Camere, la nave Italia entrerebbe nella tempesta, che è appunto l'ipotesi che il Capo dello Stato, con ragione, teme di più. O almeno: così sembra a noi ragionando sui dati di fatto e sulla logica che ne consegue.

* * *

Ma quanto durerà la tempesta economica e con quali possibili sbocchi? Purtroppo durerà. Certamente per tutto il 2011, probabilmente ancora nel 2012 con effetti sperabilmente attenuati ma non ancora scomparsi nel 2013.
Almeno per quanto riguarda l'Italia il calendario è questo (ma il governo dava per tutto finito già nel 2009).
Queste previsioni poggiano purtroppo su un esame nient'affatto fantasioso ma realistico della nostra situazione economica. Siamo un paese a crescita zero da almeno dieci anni, con una disoccupazione media che, considerando anche la cassa integrazione in deroga, viaggia sopra al 10 per cento come media nazionale, con una media vicina al 20 nelle regioni meridionali.

La disoccupazione dei giovani nella media nazionale è al 20 per cento, nel Mezzogiorno al 30. Tra i giovani con lauree umanistiche e professionali il tasso nel Sud si colloca sul 50 e gli occupati di solito fanno i lavapiatti o i camerieri. Vivono a carico dei genitori e dei nonni, per cui la famiglia è diventata il principale ammortizzatore sociale esistente.

In questa situazione si colloca un debito pubblico che si trova al 118 per cento e raggiungerà il 120 l'anno prossimo con la prospettiva che l'Unione europea, sotto la spinta della Germania e della Francia, prescriva l'obbligo di rientrare entro il 2013 nel limite del 60 per cento rispetto al Pil.
Queste sono le dimensioni del problema che dovrà essere affrontato dall'Ecofin, dalla Commissione di Bruxelles e dalla Banca centrale europea entro il prossimo febbraio. Se fosse accettata la proposta della Commissione sul rientro del debito entro la soglia del 60 per cento, l'Italia dovrebbe compiere tra il 2011 e il 2013 una manovra complessiva che, per quanto riguarda il solo debito, ammonterebbe a
45 mila miliardi annui. Cifra stratosferica e sicuramente negoziabile. Ma di quanto negoziabile? La speranza è d'un rientro fino all'80 per cento del Pil o di una rateizzazione decennale. La previsione più probabile è quella di un accordo dell'ordine di 30 miliardi in tre anni o di 15 miliardi in dieci anni. Una parte di questa cifra può essere reperita dalla graduale diminuzione degli oneri che stiamo attualmente pagando sul debito. Il resto è un esborso netto che non può certo provenire da ulteriori aumenti del fabbisogno finanziario.

Tutto questo ragionamento significa che non ci sarà posto per provvedimenti di crescita perché, a legislazione vigente, mancano le risorse, la spesa corrente continua a crescere nonostante i tagli, le entrate diminuiscono a causa del rallentamento della produzione e dell'aumento dell'evasione.
Lo scenario è dunque quello di una deflazione allarmante. A meno che l'Unione europea non decida di far crescere l'inflazione per diminuire il peso reale dei debiti.

Sarebbe una via di fuga che scaricherebbe il peso dell'imposta-inflazione sui redditi fissi. Ma c'è da escludere che la Germania accetti una politica di questo genere che penalizzerebbe le esportazioni.
Dunque deflazione per almeno tre anni, a meno che....
A meno che non si faccia una riforma fiscale che tassi il patrimonio in favore dei redditi medio-bassi, dei consumi, del lavoro e delle imprese. Basta enumerare queste necessità per capire che non è certo un governo Berlusconi- Tremonti a poter effettuare scelte di questo tipo.

* * *

La presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, ha fatto parlare di sé la scorsa settimana con la proposta di un federalismo a doppia velocità: subito nelle regioni più ricche a cominciare dalla Lombardia, dal Veneto e dal Piemonte, rinviandolo invece per le regioni povere. Questa proposta è stata lanciata in un'assemblea di industriali a Milano e ripetuta dalla Marcegaglia a Treviso e diffusa ampiamente dai giornali e dalle televisioni. Gli industriali delle zone interessate hanno applaudito con ovazioni da stadio il loro presidente.

Ebbene, a nostro avviso, si tratta d'una proposta totalmente sbagliata che avrebbe nefasti effetti politici, sociali ed economici.
Politici. Si statuisce di fatto una secessione lenta della Padania dal resto del paese provocando nel sud reazioni politiche e sociali di dimensioni non valutabili. Il Sud vedrebbe sancita la sua condizione di territorio assistito con fondi provenienti dallo Stato, cioè dai contribuenti di tutto il resto d'Italia: una regressione non tollerabile e fonte di reazioni molto accese.
Economici. La spaccatura in due del mercato con tutto quello di imprevedibile che ne consegue a cominciare da un sistema bancario sottoposto ad una torsione radicale nella raccolta dei depositi e nel loro impiego "territoriale".
Sociali. La fine d'ogni coesione e di ogni omogeneità contrattuale.
La stessa Marcegaglia ha successivamente tentato di limitare la sua proposta alla sburocratizzazione del Nord.

Proposta più accettabile che però può per essere effettuata senza bisogno di tirare in ballo il federalismo.
Uno Stato federale non può che estendersi all'intero territorio nazionale. Federare solo le regioni ricche tra loro è una contraddizione in termini. Significa semplicemente affidare ad esse l'egemonia economica e politica degradando le regioni povere ad un rango coloniale. L'India fu decolonizzata dall'Inghilterra nel 1945. Degradare a rango di colonia l'Italia peninsulare da Firenze in giù nel 2010 significa camminare con i paraocchi come i cavalli.

(28 novembre 2010)

domenica 21 novembre 2010

L'insostenibile leggerezza della manovra di Tremonti


di EUGENIO SCALFARI

SE IL 14 dicembre ci sarà la crisi di governo e che cosa accadrà dopo è ancora terreno incognito, non lo sanno né Fini né Casini né Bersani né Veltroni né Vendola e non lo sanno neppure Berlusconi e Bossi. Un tempo si diceva che il futuro è sulle ginocchia di Giove e questa è appunto la situazione attuale, solo che non si sa chi sia Giove e ci sono anche forti dubbi sulla sua esistenza.

Ma in attesa che si sollevino le nebbie su quanto accadrà tra una ventina di giorni, parliamo di questioni più certe e più concrete che interessano da vicino quella moltitudine di italiani che debbono tutti i giorni guadagnarsi una vita decente e spesso non ci riescono. Parliamo delle risorse che non si trovano, del lavoro che scarseggia, dei salari e delle pensioni che scendono al di sotto dei livelli di sussistenza; parliamo delle tasse e del potere d'acquisto, delle diseguaglianze paurose, di giovani che a trent'anni cercano ancora un lavoro e anzi non lo cercano più. Parliamo della legge di stabilità finanziaria all'esame del Parlamento. Anzi cominciamo proprio di lì: la legge di stabilità 2011 che porta il sigillo di Giulio Tremonti, ministro dell'Economia, anzi dittatore dell'Economia e possibile successore del Cavaliere.

* * *

Il presidente della Repubblica ha ottenuto, con l'accordo dei presidenti delle Camere, che le forze politiche si impegnino ad approvare la legge finanziaria entro il 10 dicembre rinviando al 13 l'esame della crisi
politica e al 14 la votazione delle mozioni di fiducia e sfiducia nei due rami del Parlamento. La stessa questione si era presentata sedici anni fa, nel novembre del 1994, all'epoca del primo governo Berlusconi messo in crisi dalla Lega e il presidente Oscar Luigi Scalfaro l'aveva risolta nello stesso modo. Sembra preistoria, ma i problemi erano i medesimi allora ed oggi. Che cosa ha spinto lo Scalfaro di allora e il Napolitano di oggi ad entrare a gamba tesa nella zona riservata al Parlamento e ai partiti? Non certo la bontà d'una legge, sul cui merito essi non hanno alcun titolo per intervenire, ma il fondato timore che una crisi di governo eccitasse la speculazione e provocasse una crisi finanziaria e valutaria di tale gravità da scardinare l'economia italiana la cui fragilità era evidente allora e lo è ancor di più oggi.


Sedici anni fa c'era ancora la lira, moneta debole e sballottata da continue svalutazioni; oggi c'è l'euro e da questo punto di vista la situazione è certamente migliore nonostante che anche l'euro ondeggi sull'ottovolante di una depressione mondiale che è la più grave dal 1929 ai giorni nostri. Ma la fragilità della nostra economia reale è nel frattempo aumentata: abbiamo perso competitività, siamo agli ultimi posti nella crescita, ai primi posti nell'evasione fiscale e nel debito pubblico, la domanda interna registra un diagramma piatto, la disoccupazione effettiva è arrivata all'11 per cento, quella giovanile al 20 con punte oltre il 30 nel Mezzogiorno. Una speculazione agguerrita potrebbe utilizzare una crisi di governo di difficile soluzione come un trampolino di lancio ideale per travolgere i titoli di Stato italiani e metterci nella condizione della Grecia, dell'Irlanda e del Portogallo.

Questa è stata la preoccupazione che ha travagliato il Capo dello Stato e lo ha indotto ad intervenire. Il suo intervento ha avuto successo, la crisi politica è stata rinviata di un mese, nel frattempo la legge Tremonti procede speditamente e senza intoppi. Ma c'è un risvolto negativo: la legge Tremonti è una cattiva soluzione della situazione finanziaria ed economica del paese. Anzi: non è affatto una soluzione. Non risolve nulla, semmai aggrava. Non elimina gli sprechi perché i tagli lineari abbassano indiscriminatamente le spese correnti e quelle destinate agli investimenti con effetti deflazionistici sull'intera situazione. Non migliora le prestazioni dei servizi pubblici, anzi le rende ancora più fatiscenti. Non rilancia le infrastrutture, anzi le deprime ulteriormente. Non stimola le imprese. Rinvia a tempo indefinito la riforma fiscale. Fa lievitare le imposte locali. Non aiuta la competitività e l'innovazione. Accresce le diseguaglianze. Mortifica la ricerca e la cultura.

Questa è la legge Tremonti. Il risvolto negativo della "moral suasion" del Capo dello Stato consiste nell'aver attenuato le critiche che questa pessima legge avrebbe meritato nella sede appropriata del dibattito parlamentare. Ha impedito, quella "moral suasion", che la speculazione si scatenasse e questo è un risultato prezioso; ma ha spianato la strada ad una politica economica che avrebbe dovuto mettere la crescita allo stesso livello di priorità dei saldi contabili ma non l'ha mai fatto da quando il ministro Tremonti guida il super ministero dell'Economia, cioè da quasi nove anni con il breve intervallo di due anni durante il travagliatissimo governo Prodi del 2006/2008.

* * *

Giulio Tremonti ha perfettamente ragione quando, a proposito della crisi irlandese, ha detto che l'Italia non è il problema ma è parte della soluzione del problema. Nel caso specifico le cose stanno così. Ha dimenticato però di dire che in altri casi l'Italia non è parte della soluzione del problema ma è il problema di cui l'Europa si deve far carico. Ne indico due di rilevantissime dimensioni. Il primo è quello della criminalità organizzata. Un aspetto riguarda l'ordine pubblico e non è di competenza del ministro dell'Economia, ma l'altro aspetto, di gran lunga più rilevante, lo riguarda invece direttamente e consiste nel riciclaggio dei fondi di origine mafiosa e nell'infiltrazione delle mafie nel tessuto economico nazionale ed europeo. Il contrasto dello Stato all'espandersi di questo fenomeno è stato finora debolissimo e inefficiente. Il secondo problema è il debito pubblico italiano che si è attestato al 118 per cento del Pil nel 2010 ed è previsto al 120 per cento nel 2011.

Il debito pubblico italiano fa parte integrante del debito pubblico dell'Unione europea, come tutti i debiti pubblici espressi in euro. La Germania e la Francia hanno fatto approvare in Commissione l'obbligo di rientro dei debiti eccedenti il 60 per cento del Pil entro due anni a partire dal 2012. Questa delibera della Commissione dovrà essere approvata dal Parlamento di Strasburgo. Potrà forse essere attenuata ma non di molto. Se fosse integralmente ratificata comporterebbe per noi una manovra nel 2012 di 45 miliardi solo per ottemperare a quell'obbligo e altrettanti per l'anno successivo. Se sarà attenuata dal Parlamento europeo potrebbe scendere a 30 miliardi, 60 nei due anni, ma non certo al di sotto. Credo di non dover spiegare che cosa rappresentino manovre di queste dimensioni per un paese già stremato da una stasi nella crescita che dura da vent'anni. In questi due casi specifici noi siamo il problema dell'Europa, ma il governo si è finora guardato bene dall'informarne il Parlamento e il paese.

Che il 14 dicembre ci sia la crisi del governo o non ci sia e che ad essa segua un governo alternativo o le elezioni è certamente importante. Resta però il fatto che - indipendentemente dalle vicende strettamente politiche - i due problemi sopraindicati pesano come macigni su tutti gli altri sopraelencati, quelli che riguardano le famiglie, i lavoratori, gli imprenditori, i consumatori, i giovani. Sarebbe necessario che l'opposizione sollevasse queste questioni di fondo e che il governo ne rispondesse al Parlamento e al paese. In fondo si tratta della nostra vita quotidiana. Vi sembra poco?

(21 novembre 2010)

sabato 20 novembre 2010

Ma che fa l'uomo del fare?


di Eugenio Scalfari

Silvio dice di lavorare dalle 7 della mattina alle due di notte (poi si svaga...). Ma si occupa solo dei problemi suoi e delle sue aziende e di tenere compatta la cricca degli amici

(19 novembre 2010)

Il ribaltone non si può fare. Se una delle Camere vota una mozione di sfiducia venga sciolta e l'altra se invece voterà in favore del governo resti in carica. Un governo diverso dall'attuale che porti avanti la legislatura sarebbe un tradimento. Tali questioni sono comunque astruse, la gente non le capisce e dietro a esse c'è un gioco di palazzo per far fuori Berlusconi senza andare alla via maestra che è quella delle elezioni".
Queste affermazioni non le fanno soltanto il Presidente del Consiglio e i suoi ministri attaccati al potere come l'ostrica allo scoglio, ma le scrivono anche giornali e giornalisti cosiddetti imparziali e cosiddetti al di sopra delle parti. Sono questioni alle quali la gente (ma meglio sarebbe dire il popolo sovrano) non si appassiona, sono effettivamente astruse e di tecnica costituzionale.

La gente vorrebbe che si parlasse di altro e cioè di quelli che vengono definiti i veri problemi del paese: la disoccupazione, il costo della vita, il precariato, l'avvenire dei giovani, i consumi, le imprese in difficoltà, le tasse che aumentano invece di diminuire. Debbo dire: la gente ha perfettamente ragione ma non mi sembra che dei problemi che più le stanno a cuore non si parli. Se ne parla, eccome. Se ne parla tutti i giorni sui giornali, nelle trasmissioni televisive (quelle non asservite al potere), ne parla di continuo l'opposizione. Ma è anche vero (e questo molti tendono a dimenticarlo) che se questi problemi sono tuttora drammaticamente aperti la responsabilità incombe sul governo che nulla ha fatto per affrontarli e risolverli.
Il problema del governo è dunque preliminare rispetto agli altri. La macchina propagandistica guidata da Berlusconi lo definisce (e lui così si autodefinisce) "l'uomo del fare". Lavora dalle sette della mattina alle due di notte. Qualche volta sente il bisogno di rilassarsi (è lui che lo dice) e invita a cena una camionata di belle ragazze, racconta barzellette, ci fa un paio di balli e le rimanda a casa con qualche regalino di cortesia.

Bene. Lui lo dice e noi gli crediamo, sebbene qualche prova del contrario non manchi. Noi gli crediamo ma, domando io: che lavoro fa dalle sette del mattino alle due di notte se quei famosi problemi che interessano la gente sono ancora tutti lì, aperti, irrisolti e semmai aggravati?

Nel 1994 - ve lo ricordate? - fece un contratto con gli italiani. Nel salotto televisivo di Bruno Vespa, che aveva fornito scrivania, lavagna e gesso affinché il contratto fosse stipulato sotto gli occhi di milioni di spettatori, Berlusconi fece appunto l'elenco di quei problemi e soprattuto l'elenco delle opere pubbliche necessarie per modernizzare il paese. Poi aggiunse: se questo contratto non sarà adempiuto io darò le dimissioni, lo giuro sui miei figli.
Governò per pochi mesi perché la Lega fece un gigantesco ribaltone (adesso ha cambiato idea ma allora lo fece). Nel 2001 tornò al potere con una formidabile maggioranza e governò per cinque anni. Poi fu per la seconda volta battuto da Prodi, ma tornò di nuovo in sella nel 2008 e governa da due anni e mezzo. Però quei famosi problemi sono ancora tutti lì. Come mai? Sicché ripeto la domanda: che lavoro fa il nostro beneamato capo del governo dalle sette della mattina alle due della notte?

Io credo di sapere che cosa fa (barzellette e cene rilassanti a parte). Si occupa dei suoi problemi personali e di quelli delle sue aziende e si occupa di blindare il suo potere ed anzi rafforzarlo in tutti i campi, da quello della sua influenza sulle banche, sul sistema finanziario ma soprattutto sui "media" con speciale attenzione alla televisione. Deve inoltre tener compatta la cricca dei suoi più stretti amici, cosa nient'affatto semplice perché si tratta di voraci ed ambiziosissimi compagni di merende.
Quindi lavora molto. Naturalmente per sé. Per la gente e per i problemi della gente c'è poco spazio ma lui sa come tener la gente contenta, non ci vuole molto, gli italiani sono assai adattabili ed anche molto ingenui. Se trovano uno che ci sa fare gli vanno appresso. Se qualcuno scaltro di lingua gli propone di vendergli il Colosseo, la gente si lascia infinocchiare.

La gente imita chi la guida, vi ricordate Pinocchio alle prese con il gatto e la volpe? È un gran libro il Pinocchio di Collodi. È la metafora di una triste realtà. Il burattino di legno è la metafora della gente. Il gatto e la volpe sono la metafora del potere. Voi mi direte: i politici sono tutti eguali, non è solo Berlusconi ad infinocchiarci, i suoi avversari sono come lui. Personalmente non penso che siano come lui. Certo però come infinocchiatore e pifferaio lui è il più bravo di tutti perciò lui è il più pericoloso di tutti.

Secondo me è venuto il momento di mandarlo a casa. Lui ne ha venti di case. Come avrà fatto ad averne tante? Anche questa è una domanda che dovrebbe essergli fatta. La magistratura gliel'ha fatta molte volte ma lui non ha mai risposto perché - dalle sette della mattina alle due di notte - lavora anche per impedire che i processi a suo carico si svolgano e col passar del tempo cadano in prescrizione.

domenica 7 novembre 2010

L'ultima partita a scacchi del Cavaliere


di EUGENIO SCALFARI

MA ADESSO che succede? Questa domanda se la rimpallano tutti, è addirittura diventata una domanda da bar, perfino tra persone che di solito non si occupano di politica e discutono semmai, ai bar dello sport, sulla formazione delle squadre e di Totti o di Cassano. Segno che qualche cosa di nuovo è accaduto, qualche cosa che è fuoriuscita dalla bolla del politichese ed ha raggiunto l'uomo comune, cioè la pancia del Paese.

A conferma di quanto scrivo ci sono i più recenti sondaggi sugli umori del "popolo sovrano": il livello delle astensioni, quelli che non hanno alcuna intenzione di votare, oscilla tra il 15 e il 20 per cento come è sempre stato.
Aumenta invece il numero degli indecisi che viaggia al di sopra del 30 per cento. Gli indecisi sono appunto quelli che ti chiedono: "E adesso che succede?".

La domanda viene da sinistra, dal centro, da destra. Soprattutto da destra, dove è sempre più diffusa la sensazione che il ciclo berlusconiano sia concluso. È un ciclo che dura da almeno 25 anni, perciò è sbagliato pensare che sia cominciato nel '94, con il primo governo del Cavaliere. È cominciato molto prima, quando ebbe inizio l'ascesa televisiva della Fininvest e l'incubazione del berlusconismo nelle vene della nazione. Naturalmente anche altri fatti concorsero a cambiare radicalmente il profilo antropologico degli italiani: il ristagno dell'economia, la caduta della competitività nell'industria pubblica e privata, la corruzione diventata sistema di governo, il crescente distacco tra Nord e Sud, l'implosione del comunismo e la caduta del Muro di Berlino.

In una società frastornata da questi traumi e dai conseguenti disagi, il berlusconismo arrivò con un'irruenza imprevista guidando quella
mutazione antropologica che ha assunto le dimensioni d'una vera e propria metamorfosi. Scomparvero le classi tradizionali, crollò il modello Iri, la grande industria si ridusse a pochissime nicchie senza più forza propulsiva, aumentarono le diseguaglianze. Tra i ricchissimi e i poveri si frappose un ceto medio gelatinoso con una tendenza all'impoverimento, dominato dalla paura di retrocedere e bisognoso di appoggiarsi alla speranza del miracolo e a qualcuno che su quella speranza costruisse il suo mito. Appoggiati cioè alla favola che ogni sera veniva messa in onda sugli schermi della televisione.

Quel ciclo è finito lasciando un paese pieno di
guai materiali e di rovine morali, al punto che la parola "morale" è ormai oggetto di lazzi e sberleffi. Ogni discorso pubblico, da qualunque parte provenga, comincia sempre con la frase: "Non farò del moralismo", o con l'insulto: "Sei un moralista". Se si vuole una misura del degrado, sta tutta nell'impronunciabilità di quella parola. E adesso che succede?

* * *

Il cambiamento morale, culturale ed economico passa - piaccia o non piaccia - per l'imbuto della politica e si svolge intorno a due nomi, al massimo tre:
Berlusconi, Fini, Bossi. Sullo sfondo naturalmente c'è tutta l'opposizione da Casini fino a Di Pietro. Senza l'opposizione nulla si potrà fare ma il suo comportamento è obbligato. Vendola per il momento sta fuori dal perimetro della partita, come pure i vari Chiamparino e Renzi. Entreranno semmai in campo quando si andrà a votare perché nell'agone parlamentare, dove per ora la partita si svolge, loro non ci sono.

Berlusconi è finito, la coscienza nazionale che si sta lentamente risvegliando gli ha già notificato il cartellino giallo, ma il rosso dell'espulsione immediata ancora no; quindi è ancora in campo e giocherà molto duro proprio perché è consapevole che sarà fuori nei prossimi match.

Se volessimo adottare a mo' d'esempio il gioco degli scacchi, direi che lui è il re che lotta per evitare lo scacco matto, Fini è la regina avversaria che può muovere in molte direzioni, Bossi gioca con una torre in difesa del re. Alfieri e cavalli distribuiteli come vi pare tra gli altri comprimari della partita, tenendo presente che molti di quei pezzi sono stati eliminati dalla scacchiera.

Berlusconi tenta di riagganciare Fini proponendogli un patto di legislatura. Se Fini accettasse, Casini dovrebbe seguirlo perché da solo al centro non ha prospettive. Ma io credo che Fini non accetterà e la ragione è semplice: se rientrasse nell'alleanza lascerebbe al suo avversario due anni di tempo, spunterebbero altri delfini e soprattutto, con questa legge elettorale, nel 2013 Berlusconi potrebbe ancora sperare di scalare il Quirinale. Allora il cartellino rosso non verrebbe mai più.

Fini parlerà oggi a Perugia. Per quello che penso io, e per ciò che abbiamo appreso ieri dalle parole durissime di
Italo Bocchino, direi che tra lui e il presidente del Consiglio non c'è più terreno comune. Il nuovo partito finiano voterà i provvedimenti che riterrà utili al Paese e voterà contro per quelli che riterrà dannosi e quando venisse posto il problema della fiducia i finiani decideranno sul merito del provvedimento e non della fiducia. Questo io penso che Fini debba fare e credo che lo farà. Ma potrebbe anche cedere alle lusinghe e alla pressione di quelli dei suoi che non vogliono rompere. Se questo dovesse avvenire, Fini entrerà in un tritacarne e nel 2013 ne uscirà ridotto a una polpetta.

Bossi. Poiché gioca con una torre, può andare soltanto in verticale o in orizzontale sulla scacchiera. Tradotto in termini politici: può sopportare a tempo indefinito che Fini faccia cuocere Berlusconi a fuoco lento e insieme con lui anche la Lega oppure può esser lui a staccare la spina tra gennaio e febbraio. La mia sensazione è che staccherà la spina o obbligherà Berlusconi a farlo. A quel punto (cioè tra tre mesi) che succede?

* * *

A quel punto il gioco si sposta nella mani del presidente della Repubblica che ha un diritto-dovere: prima di sciogliere le Camere deve verificare se esista una maggioranza alternativa. Si può star certi che Napolitano quella verifica la farà, crollasse il mondo. Ma esiste una maggioranza alternativa? C'è sicuramente alla Camera se Fini è pronto a dar vita insieme a Casini ad un governo che comprenda ovviamente anche il Pd e l'Italia dei valori. Al Senato questo schieramento non raggiunge la maggioranza ma è più che probabile che parecchi senatori del Pdl passino al centro di Fini-Casini. Questo sarà il punto più difficile della verifica di Napolitano. Molto dipenderà da chi sarà la persona incaricata di sondare i vari gruppi e gruppetti di Palazzo Madama. L'altra volta il sondaggio lo fece Marini e rispose negativamente, la maggioranza alternativa non c'era. Questa volta l'incaricato della verifica dovrebbe essere una personalità del centrodestra che riscuota anche la fiducia di Fini-Casini e dell'opposizione di sinistra affinché il Quirinale e le parti in causa siano sicuri dell'obiettività della verifica.

Se la risposta sarà negativa Napolitano dovrà sciogliere le Camere, se sarà positiva si farà il nuovo governo con il centro e la sinistra. Domenica scorsa scrissi che il presidente di questo governo avrebbe dovuto essere una personalità al di sopra delle parti e dotata del massimo di autorevolezza e lo chiamai "Mister X". Ma potrebbe anche essere una personalità di centrodestra autorevole e accettata da tutti. Noi possiamo fare previsioni ma ad un certo punto dobbiamo fermarci quando entrano in gioco le prerogative del Capo dello Stato e qui siamo arrivati a quel punto e infatti ci fermiamo.

* * *

Possiamo però ipotizzare che quel nuovo governo si faccia e la legislatura non venga sciolta. Per quanto tempo? Con quale programma?
Walter Veltroni, nella sua intervista a "Repubblica" di qualche giorno fa, ha ricordato il governo Ciampi quando in piena Tangentopoli il presidente Oscar Luigi Scalfaro incaricò il Governatore della Banca d'Italia di guidare la legislatura fuori dalle secche morali e politiche nelle quali era incappata.

Il ricordo è pertinente, l'emergenza che stiamo attraversando è anche maggiore di quella di allora per la semplice ragione che allora al governo c'era una uomo di notevoli capacità,
Giuliano Amato, il quale fu il primo a indicare Ciampi al Capo dello Stato. Oggi a Palazzo Chigi c'è un populista di pessimo conio che per di più da qualche tempo sembra anche piuttosto frastornato di testa. L'ultima uscita sugli omosessuali, se si pensa ai casi specifici, lo dimostra con evidenza.

Un Ciampi è molto difficile trovarlo ma non impossibile. Oppure, come s'è detto, un personaggio del centrodestra che dia garanzie a tutti. È evidente che il Presidente della Repubblica ha l'interesse, anzi l'obbligo costituzionale di fare un governo senza limiti di tempo. L'ipotesi di un Ministero di cento giorni è fuori dal quadro. Quindi il programma. Non può che essere
una nuova legge elettorale, un federalismo che rafforzi e non indebolisca l'unità nazionale, una gestione intelligentemente rigorosa della pubblica finanza, una nuova struttura del welfare che tuteli tutti i lavoratori e i giovani e le famiglie in particolare.

Poi, quando si andrà alle elezioni politiche, avremo un centrodestra repubblicano e costituzionale il quale si opporrà ad un centrosinistra riformatore. Il primo batterà sul binomio libertà-eguaglianza e il secondo sul binomio eguaglianza-libertà. La fraternità va bene per tutti e due. Mi direte che questi sono sogni. Rispondo anzitutto che un po' di sogno ci vuole. E poi rispondo che una nazione è sempre lo specchio della sua classe dirigente. Se il presidente del Consiglio e i ministri si comportano sulla base d'una visione etico-politica del bene comune, anche la nazione non considererà più la morale come una parolaccia.

Post scriptum. Molti lettori mi chiedono che cosa penso di Lupi e di Ghedini che molti di loro hanno visto nei vari salotti televisivi. Che cosa penso di loro e del racconto che fanno di quanto avviene. Io penso così: Ghedini è l'avvocato del presidente del Consiglio, Lupi è un esponente di primo piano del Pdl ed in più è anche un militante cattolico della cattolicissima Comunione e Liberazione.

Ghedini è diventato patetico nelle sue performance televisive. Ripete costantemente: "Non è vero" anche quando gli leggono un verbale firmato dal questore o da un magistrato inquirente. Sull'aspetto morale delle azioni del suo cliente si limita a dire: "Non è reato". Del resto è lui l'inventore dell'"utilizzatore finale" una frase che da anni è entrata nel gergo comune.

Il caso di Lupi è più complesso per via della sua militanza cattolica e della sua fede che lui dichiara (e noi gli crediamo) intensa e attuata nella pratica della sua vita. La sua narrazione dei fatti non differisce da quella di Ghedini e fin qui problema loro, anche se contrasta vistosamente con la realtà documentata. Ma ad un cattolico è lecito chiedere anche un giudizio morale
. Ebbene, Lupi si rifiuta di darlo. Pubblicamente. Sostiene che il problema non è quello. Il problema non è morale ma di efficienza e lui sostiene che l'efficienza (di Berlusconi) c'è e questo basta perché la morale non ha ingresso nella politica.

Questo non lo diceva neppure Machiavelli che da buon fiorentino era un anti-papista per eccellenza. Non lo diceva neppure il cardinale Mazarino. Lupi invece lo dice:
l'efficienza per lui cattolico fa premio sulla morale. Mi pare il massimo. In realtà sia Lupi sia Ghedini sanno che quando Berlusconi uscirà di scena anche loro usciranno è dunque in gioco la loro sopravvivenza come uomini di potere. Perciò sono pronti a dire che l'asino vola e che Berlusconi riceve le "escort" perché ha buon cuore. La sopravvivenza è la sopravvivenza. La morale l'hanno smarrita da tempo, ma io ho scritto qualche anno fa un libro intitolato "Alla ricerca della morale perduta" perciò li perdono sperando che la ritrovino.

(07 novembre 2010)