MARIO RIVA
Nell'inerzia delle parti in causa è silenziosamente trascorso il termine del 31 dicembre 2008, entro il quale la proprietà della Banca d'Italia avrebbe dovuto passare allo Stato ovvero a enti pubblici dal medesimo controllati. Così stabilisce una legge datata 28 dicembre 2005. Non è la prima volta che qualche scadenza importante viene ignorata: le vicende politiche del paese sono fitte di impegni disattesi, soprattutto quando tali comportamenti non implichino alcuna forma di sanzione. Del resto l'Italia - fertile culla di azzeccagarbugli - è forse l'unico Stato al mondo nel quale si è escogitato che un termine di legge non debba essere per definizione perentorio, ma possa essere considerato meramente ordinatorio o indicativo: vale a dire, evanescente.
Rischia così di trascinarsi ancora per chissà quanto tempo una questione di tenore istituzionale non trascurabile, tanto più alla luce delle pesanti disavventure che hanno scosso di recente il sistema bancario domestico sull'onda della grave crisi finanziaria internazionale. Proprio tali eventi hanno reso - per unanime giudizio - indispensabile un rafforzamento del ruolo di vigilanza che l'istituto centrale esercita sulla stabilità del mercato del credito e, in particolare, sulla gestione dei singoli istituti. Compito diventato ormai il più rilevante fra quelli rimasti a Via Nazionale dopo il passaggio alla Banca europea di Francoforte del potere di determinare il costo del denaro.
Il punto cruciale è che proprio un esercizio rigoroso e penetrante dei controlli di Banca d'Italia sugli istituti di credito rende ancora più ineludibile il nodo del conflitto d'interessi in cui opera Via Nazionale, essendo il suo capitale posseduto da una nutrita schiera di quelle stesse banche che sono oggetto della vigilanza. Ciò configura una non sostenibile commistione di ruoli fra controllore e controllati. Si obietta che, in realtà, questo intreccio pone un problema più teorico che pratico perché la Banca d'Italia gode di un'autorevolezza non condizionabile dagli istituti vigilati, siano o non siano essi suoi azionisti. L'infelice esperienza del governatorato di Antonio Fazio insegna che così non è o non è sempre stato.
In ogni caso, l'esistenza di un conflitto d'interessi di tal fatta non può essere esorcizzata solo fidando nelle qualità soggettive del governatore e della sua squadra. Ecco perché, molto opportunamente, la legge del dicembre 2005 aveva imposto che il nodo fosse tagliato una volta per tutte, entro tre anni. Termine più che congruo per venire a capo del problema più intricato in materia: quello della valutazione del patrimonio di Via Nazionale, che le banche azioniste hanno registrato nei loro bilanci con stime fortemente divaricate. Ma i tre anni sono trascorsi invano e ora la questione si sta confusamente sovrapponendo a quella dell'emergenza finanziaria in cui versa il mondo bancario. Intanto il ministro Tremonti, invece di chiudere questa partita, si diletta a lanciare frecciate goliardiche contro il governatore Draghi. Evidentemente, in età berlusconiana, occuparsi di conflitti d'interessi è parlare di corda in casa dell'impiccato.
(09 gennaio 2009)
Rischia così di trascinarsi ancora per chissà quanto tempo una questione di tenore istituzionale non trascurabile, tanto più alla luce delle pesanti disavventure che hanno scosso di recente il sistema bancario domestico sull'onda della grave crisi finanziaria internazionale. Proprio tali eventi hanno reso - per unanime giudizio - indispensabile un rafforzamento del ruolo di vigilanza che l'istituto centrale esercita sulla stabilità del mercato del credito e, in particolare, sulla gestione dei singoli istituti. Compito diventato ormai il più rilevante fra quelli rimasti a Via Nazionale dopo il passaggio alla Banca europea di Francoforte del potere di determinare il costo del denaro.
Il punto cruciale è che proprio un esercizio rigoroso e penetrante dei controlli di Banca d'Italia sugli istituti di credito rende ancora più ineludibile il nodo del conflitto d'interessi in cui opera Via Nazionale, essendo il suo capitale posseduto da una nutrita schiera di quelle stesse banche che sono oggetto della vigilanza. Ciò configura una non sostenibile commistione di ruoli fra controllore e controllati. Si obietta che, in realtà, questo intreccio pone un problema più teorico che pratico perché la Banca d'Italia gode di un'autorevolezza non condizionabile dagli istituti vigilati, siano o non siano essi suoi azionisti. L'infelice esperienza del governatorato di Antonio Fazio insegna che così non è o non è sempre stato.
In ogni caso, l'esistenza di un conflitto d'interessi di tal fatta non può essere esorcizzata solo fidando nelle qualità soggettive del governatore e della sua squadra. Ecco perché, molto opportunamente, la legge del dicembre 2005 aveva imposto che il nodo fosse tagliato una volta per tutte, entro tre anni. Termine più che congruo per venire a capo del problema più intricato in materia: quello della valutazione del patrimonio di Via Nazionale, che le banche azioniste hanno registrato nei loro bilanci con stime fortemente divaricate. Ma i tre anni sono trascorsi invano e ora la questione si sta confusamente sovrapponendo a quella dell'emergenza finanziaria in cui versa il mondo bancario. Intanto il ministro Tremonti, invece di chiudere questa partita, si diletta a lanciare frecciate goliardiche contro il governatore Draghi. Evidentemente, in età berlusconiana, occuparsi di conflitti d'interessi è parlare di corda in casa dell'impiccato.
(09 gennaio 2009)


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