

MATTIA FELTRI
Nel settembre 2009, Fini salì a Todi, alla scuola di politica di Bondi, per dire tutto quello che pensava (o quasi) di Berlusconi.
E per esprimere la sua opinione sul modo del Cavaliere di condurre il partito.
Il sugo era: io qui dentro non conto più nulla, decide tutto lui, ci vorrebbe più dibattito. Aggiunse qualche sostanziosa questione sulle allarmistiche politiche dell’immigrazione e della sicurezza, qualche squisita rivendicazione morale, qualche perplessità sul varo di leggi di molto circoscritto interesse. Ripeté le stesse cose, grosso modo, nella primaverile giornata in cui puntò il dito. «Sennò che fai, mi cacci?», disse al premier che lo invitava alle dimissioni da presidente della Camera, se voleva riprendere a far politica.
Ci sarebbe da ragionare - valutata l’indole di Berlusconi, e paragonata a quella di Fini, e ai sistemi spicci con cui Fini tenne il Movimento sociale e Alleanza nazionale - su quanto ci fosse di sostanzioso, già allora, e quanto di personale. Oggi collaboratori vicini e lontani compilano il quaderno delle memorie e, su una ricchissima aneddotica, fondano la teoria di un odio profondo e antico, e a lungo dissimulato. Ora i due gareggiano sfacciatamente a chi sa tenere il petto più in fuori, a chi è il galletto con la migliore crestina. Del resto, a parte qualche momento di ambizione istituzionale, per esempio ieri in alcune parti del discorso di Berlusconi, il grosso è stato scazzottata di cortile.
E infatti da mesi non si discute di altro che del famelico presidente del Consiglio e delle fameliche parentele del presidente della Camera. Ora, bisogna essere sciocchi per ignorare le implicazione pubbliche e politiche delle frequentazioni serali di Berlusconi, delle sue telefonate con bugia alla Questura di Milano, o dei criteri di vendita del patrimonio immobiliare di An, con miracoloso rientro in famiglia della casa venduta sottocosto. Ma bisogna essere altrettanto sciocchi per non capire che i due si sono sentiti sbirciati, perquisiti, violentati nel privato, vilipesi negli affetti. Senza contare il gusto non sempre guascone con il quale sono state sollevate le sottane e con la quale è stata messa in dubbio la tenuta morale dei protagonisti. Così più va avanti questa storia, più i contendenti troveranno buono ogni pretesto per dimostrare l’intima abiezione dell’altro. Vengono in mente, più che i duellanti di Conrad, i coniugi Roses, che si innamorarono per combinazione in una notte a caso, e finirono con l’accopparsi al termine di una spettacolare sequela di rancori e vendette.
Da quanto, seriamente, i due non parlano di politica? Da quanto non cercano di ricongiungere le divergenze con una franca discussione che non sia invece ripicca, misero calcolo, tattica buona fino a domattina o, appunto, disprezzo per gli affari casalinghi? Anche quando si mettono sul piatto altissimi principi, per esempio sulla giustizia, si sente sempre un sapore di rappresaglia, con Berlusconi persuaso che Fini voglia soltanto abbatterlo, e con Fini persuaso che Berlusconi voglia soltanto salvarsi, e forse hanno ragione entrambi. E persino ieri, all’Altare della Patria, dopo minuti di gelido imbarazzo, Berlusconi e Fini sono riusciti a scambiare qualche parola, e il meticoloso lavoro dei lettori di labiale ha tirato fuori una conversazione di non elevatissima implicazione sociale, e cioè sull’età delle delegate alla distensione notturna del premier, se i convocanti avessero verificato la carta d’identità delle convocate.
Non è un caso se

Nessun commento:
Posta un commento