domenica 27 marzo 2011

L'Europa senza classe dirigente


GIAN ENRICO RUSCONI

L’Europa non ha una solida e autorevole classe politica dirigente, ma leader nazionali in competizione tra loro. La loro preoccupazione principale è il timore della perdita di consenso elettorale interno, non l’elaborazione di una grande strategia unitaria nei confronti dei processi rivoluzionari in Nord Africa e in Medio oriente. Le incertezze e le inquietudini delle opinioni pubbliche in Europa sono così forti che i governi lungi dal saperle orientare, ne sembrano solo condizionati.

Francia e Germania hanno preso due strade opposte - interventista, decisionista, conflittuale quella francese al punto da metter in difficoltà la Nato. Reticente, assenteista, ripiegata su se stessa quella tedesca. E l’Italia si trova spiazzata. L’oscillazione della sua politica ufficiale l’ha fatta ricadere in una impasse che riproduce un destino che colpisce l’Italia da oltre cent’anni in circostanze simili. E’ una fatale eredità storica, addirittura post-unitaria.

Ma adesso si rischia di toccare il fondo, se la preoccupazione dominante è quella di rimandare a casa i profughi. E’ questa la grande politica mediterranea del governo italiano?
Il risentimento anti-francese che in queste ore contraddistingue non solo il governo ma anche parte dell’opinione pubblica, fa velo sul comportamento tedesco che viene presentato come saggio neutralismo, che si sarebbe potuto imitare. Ma non è esattamente così.
Anche quella tedesca è una stretta considerazione degli interessi nazionali.

Da tempo ormai «la Grande Germania» è diventata un po’ «piccina». Giustamente combatte strenuamente per una politica finanziaria e monetaria comune, con atteggiamenti severi verso chi trasgredisce o non si impegna seriamente. Vuole evitare che i costi di sostegno di un gravoso interesse comune ricadano in modo sproporzionale sui tedeschi. Ma per il resto il governo di Berlino è interamente assorbito dai suoi problemi interni - anche di alto valore, come il progressivo abbandono dell’energia nucleare. Questo è al momento il problema che più interessa in assoluto l’opinione pubblica tedesca che segue con apprensione quanto sta accadendo in Giappone.

In questa ottica, il Mediterraneo è lontano, molto lontano. Il drammatico sbarco sulle coste italiane di masse di giovani uomini in fuga è menzionato dai media tedeschi per parlare delle disastrose condizioni logistiche, alimentari e igieniche. Sulla sostanza del problema non c’è dibattito.

La Germania non ha rilevanti interessi né energetici né strategici nell’area mediterranea. Ma a suo tempo aveva guardato con irritazione l’ambizioso piano di Sarkozy per una Unione mediterranea, riuscendo a boicottarlo per evitare che facesse ombra all’Unione europea come tale. Il Presidente francese non se l’è presa più di tanto. Ma probabilmente ora Sarkozy è contento che l’amica Angela Merkel (con la quale giorni fa nella riunione intergovernativa ha scambiato i rituali bacetti) si sia messa in disparte nella faccenda libica e più in generale di fronte al rilancio di una grande «politica araba» francese. Non è infatti facile per Sarkozy tenere testa alla cancelliera quando questa si impunta. Ma non si può quindi escludere che l’atteggiamento astensionista della Merkel sia dovuto anche al desiderio di non scontrarsi con le ambizioni del presidente francese, di cui ha bisogno per portare avanti la sua politica finanziaria europea. Ancora una volta, entra in gioco l’interesse nazionale tedesco.

A questo vanno aggiunte le preoccupazioni elettorali. Da tempo ormai la Merkel è in difficoltà. Per un tipo riservato come lei, lasciarsi scappare in pubblico la frase di «essere molto triste» per le critiche ricevute per il suo atteggiamento verso il caso libico, segnala un disagio reale. Probabilmente i suoi sensibili sensori verso l’opinione pubblica le trasmettono segnali contraddittori che la inquietano. Proprio oggi registrerà una risposta importante, forse decisiva, con le elezioni nei Länder del Baden-Württemberg e Rheinland-Pfalz.
Ma la questione chiave della consultazione elettorale odierna non è la Libia o il Mediterraneo bensì la prosecuzione o meno della politica energica governativa che punta sulle centrali nucleari.

In proposito nei giorni scorsi c’è stato un piccolo incidente molto significativo. Il ministro (liberale) dell’Economia in una riunione riservata con la Confindustria tedesca avrebbe detto - a quanto risulta dai verbali - che
«non è razionale» impegnarsi nel dibattito sulla politica energetica nucleare in clima di elezioni. Come dire che i discorsi sull’abbandono dell’atomo avanzati dal governo sono soltanto una manovra elettorale. Naturalmente il ministro ha smentito d’aver detto quella frase, costringendo un alto dirigente della Confindustria, responsabile dei verbali, alle dimissioni. Un gesto nobile ma sospetto.

Tornando alla politica nel Mediterraneo, il ministro degli Esteri tedesco l’altro giorno si è limitato a dire in Parlamento, con il tono stentoreo che lo caratterizza, che «nessun soldato tedesco andrà combattere in Libia». In compenso la Germania darà una mano agli alleati occidentali su un altro fronte, inviando uomini e mezzi in Afghanistan. Ieri una vignetta su un giornale rappresentava un gruppo di ribelli libici: uno chiede «Dove sono i tedeschi?». L’altro risponde. «In Afghanistan a combattere per la nostra libertà».

La preoccupazione del ministro tedesco è quella di mostrare «lealtà» verso gli alleati occidentali più che impegnarsi nella soluzione del problema libico o mediterraneo. Delle grandi parole care ai tedeschi negli anni scorsi sull’interventismo per i diritti umani calpestati, non c’è più traccia. Non mi pare una posizione esemplare da «Grande Germania».

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