sabato 19 luglio 2008

Giustizia, sale la tensione al Colle: «Amarezza, appelli inascoltati»



Marzio Breda
Il Corriere della Sera
19 luglio 2008
Fredda irritazione di Napolitano per la nuova sortita sui magistrati.

SAN PIETROBURGO — I cronisti in trasferta tra Mosca e l'ex Leningrado ancora non sanno della metafora scatologica sul «Csm-cloaca» frutto dell'esternazione via radio del capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri. Ma ci provano lo stesso, a sollecitare un'analisi del capo dello Stato sull'eterna prova di forza tra toghe e politica. Così, visto che non vuole parlare di affari interni all'estero, la prendono alla larga e gli buttano tra i piedi l'affaire Khodorkovskij, cioè la storia dell'oligarca incarcerato per il quale da queste parti alcuni recriminano l'esistenza di un «nichilismo giudiziario» da superare attribuendo un minimo di autonomia alla magistratura (l'opposto della situazione italiana, dunque).

Napolitano, invece, probabilmente sa bene ciò che è appena successo a Roma, ma evita di farne cenno, anche se si incupisce di colpo quando replica: «Io, francamente, dovendomi già occupare della giustizia in Italia non posso occuparmi della giustizia in Russia». Discorso interrotto. Sia per quanto riguarda le polemiche in corso nella Federazione russa, sia per quelle di casa nostra. E fino a notte rimane questa, per il quasi zero che fa trapelare lo staff del Colle (in corsa verso l'aeroporto di San Pietroburgo e poi in volo verso Ciampino), la risposta di Giorgio Napolitano a chi ha definito con un insulto l'organo istituzionale da lui presieduto. Risposta da intendere come una «diagnosi di estrema preoccupazione per un confronto-scontro in cui qualcuno butta ogni giorno nuova benzina sul fuoco». Una vertenza che, in un rilancio continuo di accuse e minacce, ha ormai raggiunto asprezze insopportabili. Non accennano all'umore del capo dello Stato, gli uomini dello staff. Ma il silenzio che ha deciso di opporre — almeno per il momento — al nuovo, scurrile capitolo del conflitto, tradisce l'ira fredda e lo sgomento dei giorni peggiori. Rientrato al Quirinale all'ora di cena, Napolitano ha un lungo colloquio con il suo vicario al Consiglio superiore della magistratura, Nicola Mancino, dipinto a sua volta come «amareggiatissimo».

Dopo vari contatti telefonici intercorsi nel pomeriggio, ascolta un dettagliato resoconto conclusivo della vicenda: dalla sortita di Gasparri che ha scatenato la bagarre alla sua parziale retromarcia, dalla frettolosa proclamazione berlusconiana del "caso chiuso" al mezzo contrattacco dall'ex radicale Capezzone ("la vera volgarità sta nella deriva ideologica dei magistrati"), appena traghettato nel centrodestra in veste di portavoce. Per il Quirinale e per Palazzo dei Marescialli si tratta adesso di decidere se, quando e in quale modo intervenire. Il che è tutt'altro che facile, dopo il recente sfogo nel quale il presidente della Repubblica ha dipinto se stesso alla stregua di un naufrago che lancia «messaggi in bottiglia» che non vengono raccolti. L'allusione era agli infiniti e inascoltati appelli per una comunicazione politico-istituzionale più civilizzata e meno barbarica. Inviti che, dalla sponda del Csm e in sinergia con il Colle, sono stati ripetuti più volte pure da Mancino, con la richiesta che la riforma della giustizia non si faccia «contro qualcuno» ma «con la ricerca costante e paziente di un dialogo». Ora, ripetere domani tali e quali i medesimi messaggi rischia di banalizzare la moral suasion presidenziale e di mortificare il ruolo dell'istituzione come quello di un'autorità impotente. Ed è questo pericolo che impone al capo dello Stato di trovare parole nuove per frenare un'escalation ormai sfociata nel peggiore trash.

COMMENTO

Mi riesce difficile credere che la Carta Costituzionale non fornisca al Capo dello Stato, nella sua veste di Garante della Costituzione, i mezzi e gli strumenti per frenare, anche se non bloccare, la deriva autoritaria messa in atto da Silvio Berlusconi.
100 costituzionalisti, fra i quali due ex presidenti della Corte Costituzionale, ha dichiarato che le due iniziative legislative del governo Berlusconi (la norma blocca-processi ed il lodo Alfano) sono incostituzionali.
Giorgio Napolitano eserciti la prerogativa di rifiutare la firma delle due norme, rinviandole al Parlamento per un loro riesame, meglio un accantonamento.
Qualora, come appare scontato, il Parlamento le riproponesse pari pari in secondo lettura, non ha scampo, le deve promulgare.
Però avrà raggiunto un duplice effetto, di tutelare il prestigio dell’organo costituzionale che è il Presidente della Repubblica (oltre quello suo personale di Presidente in carica), e di aaver fornito anche una sponda formidabile alla Corte Costituzionale per esaminare, ed eventualmente (ma a mio giudizio, molto probabilmente) cancellare le due norme perché incostituzionali, che saranno certamente sottoposte al suo esame.
Non dica, Presidente, che i suoi appelli sono come il lanciare del naufrago in mare messaggi in bottiglie nella speranza che qualcuno le raccolga.
Non può non rendersi conto che la sua franchezza suona ed è quasi una resa.
Non faccia come Vittorio Emanuele III negli anni venti.
Studi finché vuole, ma in fretta, molto in fretta, la caduta nell’abisso è ormai lì davanti, anzi un piede è già fuori verso l’abisso.

Nessun commento: