Winspeare però, che firma la sceneggiatura con Alessandro Valenti e Andrea Piva, per buona parte del film evita con cura di raccontare i suoi personaggi attraverso la lente dei sentimenti o delle passioni, piuttosto chiede allo spettatore di scoprire (intuire) come persone e terra sono cambiati, mostrando le diverse strade che hanno percorso: quella tragica e tragicamente irresponsabile del drogato Fabio (commovente nella scena-sogno del suo ultimo viaggio dalla vita alla morte); quella aggressiva e proterva di Infantino che nelle scelte malavitose sembra trovare l’ambiente perfetto per il suo carattere violento e survoltato; quella regolare e ordinata del magistrato, convinto di poter controllare i propri sentimenti così come gli atti delle inchieste che gli sottopongono; e quella nascosta e taciturna di Lucia, che cresce nell’organizzazione malavitosa capeggiata da Carmine Za’ (Giorgio Colangeli) come controvoglia, quasi si trattasse di dover affrontare l’ennesimo problema quotidiano, che solo casualmente riguarda il contrabbando di armi e la guerra tra bande e non piuttosto il bilancio famigliare o l’educazione del figlio...
Con loro e dietro di loro cambia anche il territorio salentino, che in quegli anni (l’ultimo decennio del secolo scorso), si trasformava da terra di «passaggio» per i trafficanti di armi e droga, che partivano dal Montenegro per arrivare in Calabria, in terra di conquista e di scontro per la neonata Sacra Corona Unita. Trascinando inevitabilmente tutti lungo una discesa di sangue e di violenza che non si fermerà più.
Ecco, Winspeare lascia parlare i fatti. O meglio: filma i fatti per far capire allo spettatore l’impossibilità di ritrovare nel cuore dei suoi protagonisti quell’innocenza e quella dolcezza che gli anni della gioventù avevano fatto supporre.
Dal punto di vista della messa in scena è una scelta coraggiosa e non scontata, che chiede allo spettatore di riflettere sul legame strettissimo che si innesca tra gli atti degli uomini e i condizionamenti materiali, tra sogni e bisogni.
Con un rischio nascosto: che abituato a una narrazione più superficiale e prevedibile, lo spettatore si faccia «fuorviare» dal racconto delle geste malavitose e confonda il film per l’ennesimo mafia-movie, dove l’azione la fa da padrone e i sentimenti ne sono l’inevitabile corollario.
Invece la trovata di utilizzare un regolamento di conti tra bande e soprattutto la scoperta da parte di Lucia della paura e della perdita di protezione (è l’unica, fortunosa superstite di uno scontro armato tra fazioni nemiche) per far riaffiorare in lei il bisogno di un sentimento di protezione se non proprio di affetto, è una scelta perfettamente coerente con l’ambizione di raccontare un melodramma moderno, dove amore, cronaca nera e trasformazioni antropologiche si legassero indissolubilmente una con l’altra.
Un melodramma che riunirà nella passione dei corpi chi si era inseguito fin dalla gioventù,ma che naturalmente non potrà evolvere come prevedono le regole del genere, regole che Winspeare ha infranto dall’inizio del film e che non può certo rispettare alla fine.
Paolo Mereghetti



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