giovedì 22 gennaio 2009

Eastwood, il giustiziere pentito

IL CORRIERE DELLA SERA

PARK CITY (Utah) — «Vedo troppi soldati o poliziotti estremi al cinema, super-armati nelle lotte tra minoranze. Il mio Gran Torino, senza pallottole per alcuni, è un film sulle guerre tra le minoranze del nostro tempo». Clint Eastwood è soddisfatto del suo primo posto al box office ed è in attesa delle nomination agli Oscar. Infiamma con l'ultimo film da lui diretto e interpretato anche gli animi del Sundance. Perché nel Festival di Redford si vedono molte pellicole sugli immigrati e altrettanti sui poliziotti e giustizieri. Tutti sembrano attingere in qualche modo ai suoi lontani ritratti. E in Gran Torino tornano i temi da Eastwood come autore: il razzismo, la religione, i pregiudizi, le sfide al politicamente corretto, i rapporti genitori/ figli.

Il suo anziano immigrato polacco Walt Kowalski è un meccanico in pensione con più di cinquant'anni di lavoro alla Ford (ed è innamorato della sua auto, la «Gran Torino ») e ha una medaglia nel cassetto come reduce dalla Guerra in Corea. Nel quartiere dove vive detesta gli asiatici. Ma il complesso, malinconico personaggio, nell'ultimo capitolo della sua vita rappresenta la redenzione del ruolo di Ispettore Callaghan. Ossia di quell'ispettore Callaghan che, armato come un giustiziere per molti «fascista» negli anni Settanta, rese Clint una superstar quando ancora la sua carriera di grande regista non era iniziata.

Questa «redenzione» politicamente corretta di Walt Kowalski ha sfidato quanti vorrebbero tanti giustizieri contro le gang Usa e rimpiangono Callaghan. Ha soddisfatto altri e, però, ha deluso coloro che da Clint aspettano, come fece per l'eutanasia in Million Dollar Baby,
prese di posizione non concilianti. I critici dei massimi giornali (dal New York Times al Los Angeles Times) hanno valutato il film tra i migliori dell'anno. Tuttavia non mancano polemiche. Alcuni critici, soprattutto i più giovani del web, ma anche il San Francisco Chronicle e il New York Post (che comunque hanno dato tre stelle al film) non hanno apprezzato il ritratto da gangster di una parte della comunità asiatica degli Hmong: proteste con decine di lettere a quotidiani e blog sul web da parte delle minoranze razziali, specie di quella degli Hmong, arrivati come emigrati o rifugiati dal Laos, dal Vietnam, dalla Thailandia e da altre località asiatiche. Ma fanno discutere soprattutto i toni «folcloristici e inadatti» del personaggio interpretato da Eastwood e il suo percorso di ripudio del razzismo. Una banda di asiatici, aiutata da un vicino di casa, tenta di rubare la «Gran Torino» al meccanico solitario (vedovo, con cane e un barbiere come unici amici, pieno di pregiudizi). Lui inizia a frequentare la famiglia del ragazzo, e qui comincia la svolta «buonista».

Controverso anche il tema della religione, per come vengono descritti gli eventi religiosi della comunità e perché Walt, vedovo, non accetta di soddisfare l'ultimo desiderio della moglie, ossia confessarsi, malgrado le sollecitazioni del giovane sacerdote della diocesi del quartiere di Detroit. Walt all'inizio lo dileggia: «Sei un invadente seminarista disposto al dialogo con tutti, stranieri compresi». Eppure, alla fine, Walt si confessa prima di attuare una sorta di suicidio-omicidio, senza pallottole. E' la sequenza è chiave della sua redenzione e gli permetterà di salvare chi ha imparato a conoscere con umiltà.

Senza rispondere ad alcune critiche, con l'abituale ironia Clint suggerisce di ascoltare la canzone «Gran Torino» da lui composta, e in cui si raccontano le perdite, i sogni e la nuova e faticosa verità di un uomo qualsiasi. «Ho voluto nel cast veri membri della comunità Hmong e ho imparato molte cose con questo film, il mio più piccolo, importante, personale. Vedo troppi poliziotti estremi sugli schermi e ho ricordato, girando la sequenza in cui la sorellina del mio vicino di casa Thao viene sequestrata da una banda, una battuta del mio Callaghan: "Quando un maschio adulto aggredisce una donna per violentarla, io l'ammazzo. Chiaro?". Non è tempo di ammazzare però, è tempo di pene appropriate, sistemi educativi e coraggio nella comprensione degli altri».

Giovanna Grassi
18 gennaio 2009

Nessun commento: