domenica 1 marzo 2009

Lo Stato e le regole


1/3/2009
BARBARA SPINELLI

La maggior presenza dello Stato nell’economia, resa necessaria dalla rovina finanziaria, restituisce ai poteri pubblici molti spazi che essi avevano ceduto o perso nell’ultimo trentennio. Restituisce allo Stato una forza inaspettata, vasta, benefica nell’immediato ma anche colma di rischi perché potenzialmente invadente, minacciosa non solo per l’economia ma per gli equilibri della democrazia.

Il fatto è che mancano, in buona parte dell’Occidente, classi politiche all’altezza di una svolta così profonda, anche se temporanea. Se si esclude Obama, giunto al potere in coincidenza con il crollo finanziario, numerosi politici che oggi governano le democrazie son figli dell’epoca che ha visto gli spazi della politica restringersi, e quelli del mercato allargarsi smisuratamente. I pericoli di uno Stato prevaricatore non diminuiscono ma aumentano, se il delicato passaggio è gestito da una generazione che per decenni s’è fidata del mercato più che della politica,
abituandosi non a servire lo Stato ma a servirsi di esso, e mostrando un’acuta allergia alle regole. Nelle loro mani, lo Stato rinsaldato potrebbe divenire un Leviatano temibile.

Per tutti costoro, il Grande Crollo rischia di somigliare a quello che per Bush fu, nel 2001, la Grande Scossa dell’11 settembre.

Un’occasione non per consolidare la democrazia che si pretendeva tutelare, ma per accentrare il potere, per accentuare l’unilateralismo, per estendere l’ingerenza nel privato del cittadino, per distruggere l’equilibrio dei poteri sino a violare norme costituzionali come l’habeas corpus, che è il diritto di chi è arrestato a sapere perché il suo corpo viene sequestrato. Proprio dai neo-liberisti venne il più potente attacco alle libertà individuali: un’aggressione che la crisi economica può riprodurre, mescolando proditoriamente, come allora, politica dei valori, della paura, degli interessi particolari, del nazionalismo. Proprio da loro venne l’idolatria di una concorrenza sganciata dalla cooperazione. Dal caos d’un mercato senza briglie sono fuoriusciti governanti che hanno edificato la propria forza, oltre che sulla propria ricchezza, sul rifiuto esplicito delle leggi, costituzionali o internazionali. Che hanno spregiato la politica classica chiamandola inutile teatro. In Italia si parla di teatrino: i paesi feroci adorano i diminutivi.

In molti casi sarà questa generazione politica a gestire il ritorno dello Stato, e proprio questo turba. Dirigenti che aborrivano la politica e le istituzioni, che erano avvezzi a servirsene, che sono andati al potere da privati per privatizzare il pubblico, si trovano ora al volante di Stati dilatati, e tenderanno a comportarsi come ieri. Continueranno ad agire fuori dalle regole, a crearsi spazi dove gli spiriti animali del mercato non son temperati né dal senso razionale del limite, né dalla fiducia nel diverso. Con la politica dei valori e della paura si plasmerà la società. La guerra al Grande Crollo diverrebbe una variazione ben poco armoniosa della Guerra al Terrore.

Tale è infatti il potere, se non controbilanciato: cresce senza misura. Lord Acton diceva che naturalmente «tende a corrompere», e «quando è assoluto, corrompe assolutamente». Ciò è tanto più vero per chi lascia nel vago i fini che col governo della cosa pubblica vuol raggiungere, e tende a profittare del momento per accrescere un potere fatto di forza, muscoli, influenza sulle menti, sulla società, sull’informazione, addirittura sul comportamento etico di ciascuno. La vocazione ad accentrare e privatizzare il potere mal tollera le regole, i contropoteri, financo l’opposizione. In Italia si finge addirittura un’unità nazionale che nessun esito elettorale ha sancito. In Germania la Grande Coalizione è nata nelle urne. Da noi strega e corrode le menti, delegittimando chi vorrebbe, classicamente, fare opposizione.

Eppure solo uno spazio pubblico aperto a opinioni diverse permette di sventare i pericoli di uno Stato straripante: uno spazio nel quale a un potere si contrapponga un altro potere, alla maggioranza faccia fronte la minoranza, con la calma che nasce da una lunga storia della democrazia. A questo compito non sono preparate né le destre, influenzate per decenni dal fondamentalismo del mercato, né le sinistre immerse nello sforzo di tagliare le proprie radici stataliste. Ambedue sono figlie del neo-liberismo e del caos che ha generato. Ambedue dovranno affrontare la crisi ripensando il potere, i suoi fini, i suoi limiti.

C’è bisogno di un potere calmo, non rivoluzionario, per diminuire i rischi di uno Stato troppo forte, nocivo all’economia come ai cittadini. Chi sa i rischi dello strapotere non solo accetta ma favorisce la moltiplicazione di contropoteri, di controlli nazionali, europei, se possibile mondiali. Ma può farlo a due condizioni: deve dire i fini del potere politico, e sapere cosa significa senso dello Stato.

Un potere che si proponga fini alti non passa il tempo a criticare il politicamente corretto e gli ideali di giustizia sociale della sinistra. Attività simili perdono ogni senso: valevano quando si credeva che il mercato si regolasse da solo. Lottando contro il politicamente corretto, i fondamentalisti del mercato hanno scoperchiato tabù ma hanno anche finito con lo svilire i fini della politica: fini come la convivenza tra diversi, l’accoglienza dello straniero, la protezione dei bisognosi. Il potere - che dovrebbe essere un mezzo - è divenuto un fine in sé: nichilisticamente, sostiene Gustavo Zagrebelsky.

Non meno importante è la seconda condizione: che concerne il senso dello Stato, delle istituzioni. Un senso che non combacia sempre con lo Stato-nazione. Oggi, il senso dello Stato tocca averlo sia nazionalmente, sia in Europa: e non per ideologia sovrannazionale, come scrive sul Corriere della Sera Ernesto Galli della Loggia. L’Europa federale già esiste in numerosi campi (frontiere, moneta, commercio, concorrenza, agricoltura, spazi giuridici crescenti). Siccome nessuna mente, neanche la più fine, può dire il domani, nessuno può escludere che in futuro il senso delle istituzioni diventi senso dell’istituzione-Europa. Jean Monnet lo sosteneva agli esordi dell’unione: tutto sta a creare istituzioni comuni, perché «solo le istituzioni son capaci di divenire più sagge»: «Niente esiste senza le persone, niente dura senza le istituzioni». Nell’odierna crisi finanziaria è evidente: ogni Stato si difende da solo, minacciando col protezionismo l’Europa e se stesso contemporaneamente. Non esiste il sacrificio degli interessi «nazionali» sull’altare europeo, perché i due interessi coincidono più che mai. D’altronde gli europei lo intuiscono: molti irlandesi già si son pentiti del no al Trattato di Lisbona, molti Stati euroscettici sull’orlo della bancarotta riscoprono l’Unione.

In Italia cominciano a farsi sentire voci, anche a destra, che vogliono liberarsi dalla rivoluzione neo-liberista e neo-nazionalista contro le tavole delle leggi. Tremonti invoca regole mondiali e discipline europee, contro il caos del mercatismo. Gianfranco Fini si muove nello stesso senso. Giuseppe Pisanu, ex ministro dell’Interno, mette in guardia il governo, in un’intervista a Metropoli, contro una politica che ignora le regole, e contro lo Stato che si fa invadente, repressivo. Invita quest’ultimo a «governare con sapienza l’immigrazione», a non punirla attizzando cupi risentimenti negli immigrati, a non spezzare «l’unitarietà e l’efficienza del nostro sistema di sicurezza» con le ronde private.

Lo Stato diventa sempre più forte e proprio per questo sono importanti la costituzione, le regole, l’Europa. Solo custodendole si può dire, come Obama giovedì al Parlamento: lo Stato interverrà nell’economia senza danneggiarla ma non rinuncerà a dire la sua, e non mollerà: We are not quitters.

Seattle, sceriffo picchia 15enne detenuta


SEATTLE - Un vice sceriffo di Seattle, Paul Schene, 31 anni, è stato accusato di aggressione nei confronti di una ragazza quindicenne in carcere. A inchiodarlo, le immagini registrate da una videocamera, che lo mostrano mentre prende a calci l’adolescente, la scaraventa per terra afferrandola per i capelli e la colpisce ancora quando è stesa sul pavimento. All'aggressione era presente anche un secondo agente. L’incidente è avvenuto nel novembre del 2008, dopo che la giovane era stata arrestata con l’accusa di aver rubato un’auto. In realtà, come poi si è scoperto, l'auto era quella dei suoi genitori, e al volante c'era una sua amica, anche lei quindicenne. Schene, 31 anni, è stato accusato di un uso eccessivo della forza. Il video registrato dalla telecamera di sorveglianza è stato reso pubblico nonostante la strenua opposizione dell'avvocato difensore dello sceriffo, e ora è visibile anche su YouTube. Il giorno prima, l'uomo si era dichiarato innocente. Dopo la pubblicazione del video, il vice sceriffo è stato sospeso; ora rischia fino a un anno di carcere. E' il terzo sceriffo dal 2006 ad essere accusato di uso eccessivo della forza, e tutti e tre i casi sono avvenuti nel distretto di Burien.

L'ARRESTO
- Le due ragazzine sono state fermate il 29 novembre scorso, perché l'auto su cui viaggiavano aveva i fari spenti. Sono state portate alla centrale per l'identificazione, prima di essere inviate a un centro di detenzione minorile, con l'accusa di furto d'auto. Soltanto in un secondo tempo gli sceriffi hanno appurato che l'auto apparteneva ai genitori della quindicenne. La ragazza, a quanto ha riferito il secondo agente ripreso nel video, Travis Brunner, era «molto sfrontata» e al momento dell'arresto aveva apostrofato gli agenti chiamandoli «maiali». Quando Schene le ha chiesto di togliersi le scarpe da tennis, lei lo ha fatto con un calcio che poteva sembrare diretto verso le gambe dello sceriffo. A questo punto, come si vede nel video, l'uomo (alto 1.88 per 90 chili di peso) le è saltato addosso. Nel video si vede anche che, dopo l'aggressione, la ragazzina viene portata fuori dalla cella; poi lo sceriffo torna indietro e controlla che non ci siano segni dell'avvenuta colluttazione.

I PRECEDENTI - La versione dello sceriffo è che la ragazza gli abbia tirato una scarpa causandogli lesioni alla gamba, ma dal video appare chiaramente che è invece andato a sbattere contro il water mentre malmenava la quindicenne. Il curriculum di Paul Schene non è dei migliori: nel 2006 è stato processato (e assolto) per aver ucciso con 11 colpi di pistola un disabile psichico che l'aveva aggredito, e nel periodo di licenza seguente all'incidente è stato fermato per guida in stato di ebbrezza.

01 marzo 2009

Gli ex-voto del Pd esuli in Italia


di ILVO DIAMANTI

SCOMPARSI. Molti elettori che un anno fa avevano votato per il Pd: chissà dove sono finiti. I sondaggi condotti dai maggiori istituti demoscopici, infatti, oggi stimano il voto al Pd fra il 22 e il 24%. Alcuni anche di meno. L'IdV di Antonio di Pietro, parallelamente, ha pressoché raddoppiato i consensi e si attesta intorno al 9%. Le diverse formazioni riunite un anno fa nella Sinistra Arcobaleno, infine, hanno risalito la china, ma di poco. Nell'insieme, queste stime di voto non danno risposta al quesito. Anzi: lo rilanciano. Dove sono finiti gli elettori che avevano votato per il Pd nel 2008?

Rispetto ad allora mancano circa 10 punti percentuali. L'IdV ne ha recuperato qualcuno. Ma non più di 2 o 3, secondo i flussi rilevati dai sondaggi. E gli altri 7-8? Quasi 3 milioni di elettori: svaniti. O meglio: invisibili a coloro che fanno sondaggi. Perché si nascondono. Non rispondono o si dichiarano astensionisti. Oppure, ancora, non dicono per chi voterebbero: perché non lo sanno.

Certamente, non si tratta di una novità. L'incertezza è una condizione normale, per gli elettori. D'altronde, è da tempo che non si vota più per atto di fede. Inoltre, non si è ancora in campagna elettorale. E di fronte non ci sono elezioni politiche, ma altre consultazioni, nelle quali gli elettori si sentono più liberi dalle appartenenze. Come dimenticare, d'altronde, che il centrodestra ha perduto tutte le elezioni successive al 2001? Amministrative, europee, regionali. Fino al 2006: tutte. Forza Italia, in particolare.

Nei mesi seguenti alle regionali del 2005 i sondaggi la stimavano sotto il 20%. Dieci punti in meno rispetto al 2001. Come il Pd oggi. Ridotto al rango del Pds nel 1994. Sappiamo tutti cosa sia successo in seguito. Parte degli elettori di FI sono rientrati a casa, trascinati dal loro leader. Mobilitati dal richiamo anticomunista. Dalla paura del ritorno di Prodi, Visco e D'Alema.

Se ne potrebbe desumere che qualcosa del genere possa avvenire, in futuro, anche nella base elettorale del Pd. Ma ne dubitiamo. Non solo perché un richiamo simmetrico, in nome dell'antiberlusconismo, oggi è già largamente espresso - urlato - da altri attori politici. Primo fra tutti: Di Pietro. Non solo perché le elezioni europee - come abbiamo detto - non sono percepite come una sfida decisiva. Visto che sono, appunto, europee. Ma perché la defezione dichiarata nei confronti del Pd ha un significato diverso da quella che colpiva il centrodestra negli anni del precedente governo Berlusconi.

Allora, gli astenuti reali (rilevati alle elezioni) e potenziali (stimati dai sondaggi), tra gli elettori di FI, erano semplicemente "delusi". Insoddisfatti dell'andamento dell'economia e dell'azione del governo. Il quale aveva alimentato troppe promesse in campagna elettorale. Difficili da mantenere anche in tempi di crescita globale. Mentre, dopo l'11 settembre del 2001, quindi subito dopo l'insediamento, era esplosa una crisi epocale, destinata in seguito ad aggravarsi. Si trattava, perlopiù, di elettori senza passione. Moderati oppure estranei alla politica. Non antipolitici. Semplicemente impolitici. Non era impossibile risvegliarli. Spingerli ad uscire di nuovo allo scoperto. Il caso degli elettori del Pd è molto diverso, come si ricava da alcuni sondaggi recenti di Demos.

Coloro che, dopo averlo votato un anno fa, oggi si dicono astensionisti, agnostici o molto incerti (circa il 30% della base PD) appaiono elettori consapevoli, istruiti, politicamente coinvolti. Rispetto agli elettori fedeli del PD, si collocano più a sinistra. Si riconoscono nei valori della Costituzione. Sono laici e tolleranti. Ça va sans dire. Oggi nutrono una sfiducia totale nei confronti della politica e dei partiti. Anzitutto verso il Pd, per cui hanno votato. Per questo, non si sentono traditori, ma semmai traditi. Perché hanno creduto molto in questo soggetto politico. Per cui hanno votato: alle elezioni e alle primarie. E oggi non riescono a guardare altrove, a cercare alternative.

La loro sfiducia, d'altronde, si rivolge oltre il partito di riferimento. Anzi: oltre i partiti. Oltre la politica. Si allarga al resto della società. Agli altri cittadini. Con-cittadini. Rispetto ai quali, più che delusi, si sentono estranei. Gli ex-democratici. Guardano insofferenti gli italiani che votano per Berlusconi e per Bossi. Quelli che approvano le ronde e vorrebbero che gli immigrati se ne tornassero tutti a casa loro. La sera. Dopo aver lavorato il resto del giorno nei nostri cantieri. Gli ex-democratici. Provano fastidio - neppure indignazione - per gli italiani. Che preferiscono il maggiordomo di Berlusconi a Soru. Che guardano Amici e il Festival di Sanremo, il Grande Fratello. Che non si indignano per le interferenze della Chiesa. Né per gli interventi del governo sulla vicenda di Eluana Englaro.

Non sono semplicemente delusi e insoddisfatti, come gli azzurri che, per qualche anno, si allontanarono da Berlusconi. Ma risposero al suo richiamo nel momento della sfida finale. Questi ex-democratici. Vivono da "esuli" nel loro stesso paese. Lo guardano con distacco. Anzi, non lo guardano nemmeno. Per soffrire di meno, per sopire il disgusto: si sono creati un mondo parallelo. Non leggono quasi più i giornali. In tivù evitano i programmi di approfondimento politico, ma anche i tiggì (tutti di regime). Meglio, semmai, le inchieste di denuncia, i programmi di satira. Che ne rafforzano i sentimenti: il disprezzo e l'indignazione.

Questa raffigurazione, un po' caricata (ma non troppo), potrebbe essere estesa a molti altri elettori di sinistra (cosiddetta "radicale"). Scomparsi anch'essi nel 2008 (2 milioni e mezzo in meno del 2006: chi li ha visti?). Non sarà facile recuperarli. Per Franceschini, Bersani, D'Alema, Letta. Né per Ferrero, Vendola, lo stesso Di Pietro. Perché non si tratta di risvegliare gli indifferenti o di scuotere i delusi. Ma di restituire fiducia nella politica e negli altri. Di far tornare gli esuli. Che vivono da stranieri nella loro stessa patria.

(1 marzo 2009)

Carinzia, il trionfo dell'ultradestra il partito di Haider vola oltre il 45%


di ANDREA TARQUINI

BERLINO - Fortissima e clamorosa svolta a destra alle elezioni tenutesi oggi in due Bundeslaender (Stati) in Austria. In Carinzia, la terra natale del defunto leader della destra nazionalpopulista europea, Joerg Haider, la Bzoe, cioè il partito che Haider guidò fino alla sua tragica morte in un incidente stradale in ottobre, vola nelle proiezioni al 45,8 per cento. Mentre il partito socialdemocratico (Spoe) del cancelliere federale Werner Faymann crolla al 28,5 per cento perdendo ben il dieci per cento dei consensi, e i democristiani-popolari (Oevp) si attestano al 15 per cento.

Anche nell'altro test elettorale nella Repubblica alpina, a Salisburgo, si annuncia in proiezioni ed exit polls una disfatta della sinistra: i socialdemocratici perdono il 7,7 per cento dei consensi scendendo al 37,7, i democristiani sono al 36,1, la Fpoe, guidata da Hans Christian Strache, cioè il partito rivale della Bzoe orfana di Haider nel campo della destra radicale, va al 13,9 per cento.

Per il governatore della Carinzia, Gerhard Doerfler, il trionfo di queste ore è un enorme successo politico e personale. Tanto più che è ancora viva l'emozione per la tragica morte di Haider in autunno, e che questo è l'anno delle elezioni europee. La Bzoe (la sigla vuol dire Bund fuer die Zukunft Oesterreichs, cioè Lega per il futuro dell'Austria) era sempre forte in Carinzia vista la carismatica personalità di Haider, ma ora il partito si rafforza persino di ben 3,4 punti rispetto ai migliori risultati mai ottenuti da Haider stesso finché era vivo, e aveva tutto in pugno come popolarissimo governatore.

Il segnale austriaco può essere un forte incoraggiamento a livello europeo ai movimenti di destra radicale, euroscettici e favorevoli a una linea dura su temi come immigrazione e criminalità, sia sullo sfondo della crisi economica e finanziaria internazionale e dei problemi e angosce sociali che essa produce, sia in vista delle elezioni europee. Per l'uomo nuovo della Psoe (socialdemocrazia), appunto il cancelliere Faymann, il test è pessimo.

Joerg Haider era stato per oltre dieci anni il personaggio più famoso, brillante e controverso nella galassia della destra radicale europea. Aveva elogiato in pubblico la politica sociale del Terzo Reich, sulla crisi mediorientale era strenuamente filoarabo, andò a Bagdad a incontrare Saddam, chiedeva linea dura su immigrati e crimine, aveva causato tensioni con la vicina Slovenia. Ma al tempo stesso governava la Carinzia ponendo fortemente l'accento su welfare e politica sociale in generale.

La sua morte, spettacolare come la sua vita, fu uno shock. Haider al volante della sua potentissima Audi A8 aveva tentato un sorpasso su una strada di campagna, era sbandato, e la grossa berlina si ridusse a un ammasso di macerie. Esplosero polemiche, vennero rivelazioni: prima dell'incidente mortale Haider sarebbe stato in un locale notturno e avrebbe abbondantemente bevuto. E poi il suo segretario personale, Paetzgen, rivelò la loro relazione omosessuale definendo Haider (sposato da sempre e con due figlie) l'uomo della sua vita.

(1 marzo 2009)

"Auschwitz cade a pezzi il mondo salvi la memoria"


di ANDREA TARQUINI

BERLINO - La drammatica lettera aperta del premier liberal ed europeista polacco, Donald Tusk, ha scosso il mondo: Auschwitz cade a pezzi, servono soldi per salvare il più grande tra i campi di sterminio dell'Olocausto, costruiti e gestiti nell'Europa occupata con spietata precisione industriale dal regime nazista per attuare la "Soluzione finale", il genocidio del popolo ebraico.

Il governo tedesco è stato il primo a reagire: offre subito un mlione di euro. Ma se non si riuscirà a trovare al più presto una somma di almeno 120 milioni di euro, più poi tra i 6 e i 7 milioni di euro l'anno, non sarà possibile restaurare e tenere in piedi le famigerate baracche della morte, i forni crematori, la tristemente famosa rampa da cui migliaia di deportati, giunti su treni merci trasportati come bestie da ogni angolo dell'Europa occupata, arrivavano spintonati e percossi dalle Ss e spesso subito prescelti, tra chi era più forte e poteva essere un utile schiavo dell'industria militare, e i deboli, come donne vecchi e bambini, che non di rado finivano subito nelle "docce", le camere a gas dove il Zyklone-B, il gas prodotto dalla IG Farben, li uccideva.

"È in gioco la memoria del mondo, è in gioco il ricordo che sapremo o non sapremo trasmettere alle giovani generazioni e a quelle che verranno, è in gioco il rispetto dei milioni e milioni di persone che finirono là, subirono i maltrattamenti più bestiali e furono bestialmente assassinati. Salvare la Memoria è dovere e responsabilità dell'intera Europa", aggiunge il giovane premier che vincendo le elezioni nel 2007 salvò la Polonia dal nazionalpopulismo dei gemelli Kaczynski e la riportò nell'ambito dei paesi più impegnati e importanti nell'Unione europea.

Il suo ministro degli Esteri, Radoslaw "Radek" Sikorski, aggiunge: "Mi appello anch'io ai miei colleghi europei, è una scelta dovuta per tramandare il ricordo alle prossime generazioni". E pochi giorni fa Serge Klarsfeld, il noto cacciatore di nazisti, ha dichiarato al Figaro che salvare Auschwitz come memoriale e monito è un dovere per la Memoria: se sparisse, sarebbe solo un regalo per i negazionisti, per chi nega cioè che l'Olocausto sia mai avvenuto.

Auschwitz, o meglio Auschtiwz-1, la parte più vecchia e più piccola col portale d'ingresso sormontato dalla sinistra scritta Arbeit macht frei, il lavoro rende liberi, e poi Auschwitz-2 o Birkenau, che sembra un'enorme industria, la catena di montaggio della morte, furono il più grande complesso costruito e gestito dai nazisti per eseguire l'Olocausto. Oltre 1,1 milioni di ebrei vi furono assassinati, insieme a soldati sovietici, rom, omosessuali, resistenti polacchi e d'ogni dove, e oppositori.

(1 marzo 2009)

Usa: "In Iran materiale sufficiente per costruire una bomba atomica"


WASHINGTON - L'Iran ha abbastanza materiale per realizzare una bomba atomica. Lo ha detto il comandante dello Stato Maggiore interforze statunitense, ammiraglio Mike Mullen. "Penso, francamente, che siano in grado di farla - ha detto in un'intervista alla Cnn - e un Iran con l'atomica, ne sono convinto da tempo è una notizia molto, molto brutta, per la regione e per il mondo". Stando a un rapporto stilato due settimane fa dall'Aiea, l'Agenzia internazionale per l'energia atomica, l'Iran ha accumulato una riserva di combustibile nucleare di cui - secondo le diplomazie occidentali - ha dato conto alla comunita internazionale solo per un terzo.

Lo scorso 25 febbraio sono iniziati i test per l'entrata in funzione della prima centrale nucleare iraniana, costruita dalla Russia. Teheran ha annunciato che non rallenterà il suo programma atomico, e in particolare l'arricchimento dell'uranio. "Una cattiva notizia" per il mondo intero, l'ha definita Israele, che accusa l'Iran di nascondere un programma atomico militare dietro a quello civile per la produzione di energia.

Il capo dell'Organizzazione iraniana per l'energia atomica, Gholamreza Aqazadeh, ha detto che i test dovrebbero durare ancora fra i quattro e i sette mesi. L'avvio dell'impianto, con un reattore da 1.000 megawatt che i tecnici russi hanno realizzato in base a un contratto stipulato nel 1995, è stato più volte rinviato negli ultimi anni. Mosca ha giustificato i ritardi con problemi tecnici o di pagamenti da parte iraniana. Secondo molti osservatori, sui rinvii avrebbe pesato il braccio di ferro fra Teheran e la comunità internazionale, in particolare l'Occidente, sul programma nucleare della repubblica islamica, che rifiuta di sospendere l'arricchimento dell'uranio, come chiesto dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu.

Quanto all'arricchimento dell'uranio nell'impianto iraniano di Natanz, Aqazadeh ha detto che questa attività continua senza variazioni, nonostante nel suo ultimo rapporto l'Aiea abbia rilevato un rallentamento nel numero delle centrifughe supersoniche aggiunte negli mesi recenti. Al momento, ha detto Aqazadeh, a Natanz sono in funzione seimila centrifughe, che Teheran intende aumentare a 50 mila entro i prossimi cinque anni, per alimentare una serie di altre centrali che prevede di costruire.

Pochi giorni fa, alle Nazioni Unite, l'ultimo botta e risposta fra Stati Uniti e Iran. L'ambasciatore Usa al Palazzo di Vetro, Susan Rice, durante un dibattito sull'Iraq al Consiglio di sicurezza, aveva detto che Washington cercherà di porre fine alle "ambizioni nucleari" della repubblica islamica. Secca la risposta in una lettera del suo collega iraniano, l'ambasciatore Mohammad Khazaee, che si lamentava perché il "formato della riunione" non aveva permesso alla sua delegazione di parlare al Consiglio e aveva respinto le "accuse senza fondamento" pronunciate dalla Rice.

Il programma nucleare della repubblica islamica, ha scritto Khazaee, "è stato, è e rimane assolutamente pacifico", l'Iran "non ha mai provato e non proverà mai ad acquisire armi nucleari", quelle della Rice sono "accuse già usate in maniera futile e ingiustificata dalla precedente amministrazione Bush" e Teheran, ha concluso, "ha sempre condannato il terrorismo, in tutte i suoi aspetti e manifestazioni".

(1 marzo 2009)

Niente strappi su Russia e Iran. Berlusconi all'esame degli Usa

di MARIO CALABRESI


WASHINGTON - La fortuna di Silvio Berlusconi è che Barack Obama è un uomo pragmatico. Il problema di Silvio Berlusconi è che Barack Obama è un uomo pragmatico. Questa volta l'amicizia, le battute, le promesse mirabolanti non avranno nessun effetto, né in positivo né in negativo: a Washington misureranno il Cavaliere sulle cose che fa realmente e soprattutto sulla capacità di essere un partner responsabile che non esce dal coro e non mette le sue amicizie personali prima della solidarietà tra i partner occidentali.

Oggi gli uomini dell'Amministrazione che accettano di parlare, in via confidenziale e riservata, raccontano come nei palazzi del potere americano nessuno abbia dimenticato le affermazioni di Berlusconi sull'"aggressione georgiana", la sua rottura della linea della Nato in favore dell'"amicizia fraterna" con Putin. Posizioni che l'altra amicizia fraterna, quella con George Bush, avevano poi fatto passare in secondo piano. Ma da Washington adesso sottolineano che fughe in avanti di questo tipo, nei confronti della Russia o dell'Iran, non saranno più tollerate. Ed è stato fatto notare che proprio l'ambasciatore Holbrooke, uomo di punta della diplomazia di Obama con cui si è incontrato giovedì scorso Franco Frattini, fu il primo a correre in Georgia durante l'invasione russa.

Se si volesse stilare un elenco delle condizioni che il nuovo governo degli Stati Uniti chiede all'Italia di rispettare, per continuare ad essere un alleato affidabile e di primo piano, bisognerebbe partire da tre punti: il più sensibile è il rapporto con la Russia di Putin, poi c'è l'Afghanistan e infine l'Iran. In tutti e tre i casi si chiede a Berlusconi di non portare avanti politiche personali, ma di lavorare all'interno delle linee comuni, e si sottolinea come un maggiore impegno in termini di investimenti e soldati nelle aree di crisi è la carta migliore per dimostrare leadership.

Sono passate cinque settimane dall'insediamento della nuova Amministrazione democratica, un tempo sufficiente perché sulle due sponde dell'Atlantico ci si facesse un'idea chiara del futuro delle relazioni tra l'Italia e gli Stati Uniti. E a Washington, finalmente, si ottengono risposte quando si chiede un giudizio sul governo italiano.

Per lungo tempo, soprattutto nella fase della transizione, nessuno voleva sbilanciarsi, dare giudizi o fare previsioni. La partenza era stata indiscutibilmente problematica: la battuta sull'abbronzatura non rientra nello stile "politicamente corretto" degli americani, ma sollecitati più volte gli uomini della cerchia stretta di Obama non avevano voluto commentare. David Axelrod, il guru del nuovo presidente, alzava gli occhi al cielo e faceva battute su quanto è bella l'Italia e su come gli manca una vacanza nel nostro "meraviglioso" Paese. Il portavoce Robert Gibbs spiegava invece che avevano deciso di non dire una sola parola su Berlusconi, e così è stato. Oggi invece si racconta che Obama pensa che non valga la pena di occuparsi di piccole cose, ma che si debba lavorare sulla base degli interessi nazionali e sulle convergenze internazionali.

Obama non vuole dividere l'Europa come fece Bush, questa volta nessuno sarà messo in castigo come accadde con la Spagna di Zapatero: la situazione economica mondiale è grave, la guerra in Afghanistan in una fase difficilissima, così - si sottolinea - tutti saranno benvenuti al tavolo comune di lavoro e la nuova Casa Bianca cercherà di essere bipartisan nel mondo così come lo è a Washington, per trovare più alleati possibili. Ma al tavolo comune - si sottolinea - si accettano le decisioni comuni e si parla con una voce soltanto, e non esistono amicizie o rapporti personali che possano giustificare mosse indipendenti o strappi: non saranno accettate mediazioni improvvisate o linee autonome che possono creare fratture o addirittura rappresentare un pericolo. Questi concetti sono stati ripetuti questa settimana a Frattini, nei suoi colloqui con i massimi livelli della diplomazia americana, tanto che il ministro degli Esteri italiano, dopo aver annunciato l'apertura di un canale di mediazione con Teheran, si è affrettato a sottolineare come questo riguarda solo l'opportunità di stabilizzare il lungo confine tra l'Iran e l'Afghanistan e verrà fatto in vista di una conferenza regionale che si terrà a Trieste a giugno, e non ha nulla a che fare con il dossier nucleare.

Subito dopo l'insediamento di Obama la nostra diplomazia era preoccupata, cosciente del fatto che a Washington, negli anni di Berlusconi, siamo stati tra i migliori amici dei repubblicani. Non è un mistero che l'ambasciatore Castellaneta fosse molto vicino a Condolezza Rice, tanto da organizzarle una serata di addio al potere, così dopo la vittoria dei democratici si è messo subito a lavorare per cercare di evitare un isolamento italiano. La carta principale che ha giocato per ricucire i rapporti con il Partito democratico si chiama Nancy Pelosi, che proprio all'ambasciata italiana aveva festeggiato la sua elezione a presidente della Camera. Con non poco affanno, nelle ultime settimane, gli italiani hanno dovuto usare tutto il loro credito per sollecitare il Dipartimento di Stato affinché Frattini venisse ricevuto subito da Hillary Clinton. Nel suo lavoro per recuperare terreno, l'ambasciatore ha puntato sull'italianità, così giovedì sera è riuscito a mettere a tavola con Frattini tre figure potentissime della cerchia stretta di Obama: la responsabile della Sicurezza interna Janet Napolitano, il nuovo capo della Cia Leon Panetta e il vice capo dello staff della Casa Bianca, quel Jim Messina che viene chiamato dal presidente "The fixer", l'uomo che gli risolve i problemi. Si potrebbe dire che ora la partita è stata riportata in situazione di pareggio e che l'Italia adesso è sullo stesso piano degli altri alleati.

Obama è completamente post-ideologico e non ha nessun interesse né vocazione a costruire alleanze e riferimenti internazionali come fecero Bill Clinton o Tony Blair in quella stagione che in Italia venne chiamata dell'"Ulivo mondiale". Lavora con i primi ministri che ci sono e se li fa andare bene, e se Berlusconi è stato più bushiano di Bush, questo non è un problema. Ma bisogna stare alle regole e non si può pensare che un partner responsabile che guida un Paese pilastro dell'Europa come l'Italia possa mettere una amicizia personale davanti alla solidarietà tra i Paesi occidentali. Temi come l'integrità territoriale della Georgia, spiegano, sono fondamentali e non si possono prendere le parti dei russi, se questo danneggia una linea comune.

Così con l'Iran. La strategia del "doppio binario" di cui ha parlato anche Frattini va presa alla lettera: se è vero che ora gli Usa sono per l'apertura di un dialogo diretto, resta in piedi la politica delle sanzioni e così ci è stato chiesto di non provare a fare passi sul dossier nucleare. Per il dialogo, gli americani hanno messo in campo Dennis Ross, c'è Hillary Clinton e poi l'organismo internazionale chiamato "cinque più uno"; non c'è bisogno che qualcun altro si improvvisi e che a Teheran arrivino messaggi contrastanti. Ma restano le sanzioni e anche su queste bisogna collaborare, per esempio viene spiegato che sarebbe apprezzato un gesto simbolico come la chiusura di una banca iraniana a Roma, che da oltre un anno non fa affari, ma continua a restare aperta. Questo, sottolineano gli interlocutori dell'Amministrazione, sarebbe una dimostrazione di leadership e un messaggio forte.

Perché la leadership è benvenuta, ma è fatta di cose pratiche, di gesti effettivi: chi vuole contare nell'allenza con Obama lo deve aiutare. Mandate più soldati, più soldi, e ingrandite il programma di addestramento di polizia in Afghanistan, ha suggerito la Clinton a Frattini. Assumentevi maggiori responsabilità e ciò verrà riconosciuto.

Berlusconi ora non ha il problema di correre alla Casa Bianca, il G8 alla Maddalena porterà Obama in Italia e il presidente americano ha promesso alla moglie Michelle una visita a Roma e una a Firenze, la loro città preferita.

Ma pragmatismo significa che non si fanno regali, che non esiste più un'amicizia "speciale": lo dimostra la vicenda degli elicotteri per la Casa Bianca, i MarineOne prodotti dalla Locked Martin insieme alla Agusta Westland del gruppo Finmeccanica. Molti blog americani insinuano che la commessa fosse un regalo di Bush per ripagare dell'appoggio dato sull'Iraq, la verità è che oggi alla Casa Bianca ne fanno solo una questione di costi, ma il messaggio è chiaro: d'ora in poi ogni cosa costerà lavoro, attenzione e fatica. L'amico americano va conquistato con i fatti, non con i panorami della Sardegna.

(1 marzo 2009)

L'Australia estrema e selvaggia


di Lorena Zanette

Il 22 febbraio è una soleggiata giornata di fine estate in Australia ed il giorno del lutto nazionale per le vittime degli incendi dello Stato del Victoria, che ancora brucia pericolosamente. Alla Rod Laver Arena di Melbourne, dove solo qualche settimana fa si sfidavano Federer e Nadal, il pubblico che assiste alla cerimonia è forse meno numeroso di quello che ci aspettava, ma altre persone, negli ippodromi, nelle piazze, nelle case, guardano commossi la celebrazione in memoria delle 210 vittime attestate fino ad oggi. L’interno dell’arena è buio, nonostante sia mattino inoltrato, perché il tetto è stato chiuso e la bandiera nazionale blu fa da telone, la Croce del Sud al centro.

Qualcuno alla tv ha detto che la tragedia ha mostrato il peggior volto distruttivo della natura, ma il lato migliore della natura umana. Gli Australiani hanno risposto infatti in modo immediato e straordinario con donazioni di denaro, alimenti, vestiti e tutto quanto era necessario chi non ha più nulla. E’ stato preparato un piano per aiutare finanziariamente i commercianti che hanno distribuito gratuitamente i loro prodotti ed i veterinari che hanno curato pro bono gli animali domestici e quelli selvaggi. In queste settimane il paese ha trovato una ragione in più per sentirsi unito.

L’Australia è famosa per la sua natura incontaminata, gli spazi infiniti e la simpatia della sua gente, luoghi comuni che sono ancora validi, sebbene questo continente sia molto di più. Perché a fianco delle origini inglesi rimarcate in modo evidente nella bandiera vi è la vergogna dello sterminio degli aborigeni. Sopra le popolate spiagge immortalate nel libro fotografico di Ronnie Ellis ‘Life is a beach’ c’è il buco dell’azono che ogni anno è la causa di migliaia di tumori alla pelle. Oltre all’orgoglio di abitare nel continente più giovane al mondo c’è un vago sentimento di lontananza da quel resto del mondo.

Il 26 gennaio è ‘Australia day’, l’anniversario della scoperta di questo continente nel 1788. La giornata viene spesa tra barbecue e concerti, bandiere orgogliosamente esposte ovunque e fiumi di birra. Questo paese, che per stile di vita è parte dell’occidente, non ha quasi storia se si usano i parametri degli altri paesi occidentali per misurarlo, mentre la storia millenaria degli aborigeni è stata in parte distrutta o accantonata e solo recentemente si sta cercando di fare ammenda. Solo un anno fa il neoeletto primo ministro ha chiesto scusa per le ‘generazioni rubate’ di figli di padre bianco e madre aborigena, bambini che fino agli anni Settanta venivano rinchiusi in istituti religiosi e dati in adozione a famiglie di bianchi per cancellarne l’origine aborigena. Solo pochi mesi fa alla tv è andato in onda il documentario ‘First Australians’ sulla storia di queste popolazioni. In occasione della festa quest’anno è stato nominato ‘Australiano dell’anno’ un aborigeno, uno degli avvocati più impegnati nella difesa dei diritti della propria gente. Mick Dodson ha meditato a lungo prima di accettare l’onorificenza ed ha poi deciso di farlo per poter usare la visibilità di questo titolo per diffondere la propria causa. Gli aborigeni chiedono da anni di spostare la data dell’ ‘Australia day’, poiché per loro il 26 gennaio è il giorno del dolore. "Un’altra festa per la quale sentirci in colpa" commenta mestamente qualcuno.

Lontano delle celebrazioni ufficiali gli Australiani festeggiano con barbecue e pic-nic sulle spiagge, nelle case, nei parchi. I giornali pubblicano con immancabile ironia l’elenco delle cose da fare il 27: al primo posto ‘bruciacchiare qualsiasi tipo di carne su dei barbecue non proprio puliti’, all’ultimo ‘fare qualcosa di culturale, come andare a vedere i fuochi d’artificio’. Non a caso sono attività all’aperto, perché questa è una delle caratteristiche questo paese: il contatto con la natura, lo sport in ogni sua forma e per tutte le forme, dove le spiagge sono percorse fin dalle sei del mattino da chi va a correre prima di andare in ufficio ed i parchi sono il terreno perfetto per il cricket.

Descrivere la natura australiana è impresa lunga e ricca di aggettivi quali imponente, straordinario, incontaminato e via di questo passo, il rischio è di banalizzare ciò che non lo è. I parchi di Melbourne sono gremiti di persone che siedono sull’erba, mentre quelli più interni, dove la terra è rossa ed i serpenti sono nascosti ovunque così come i canguri, sono invece percorsi da piccole comitive attente a non perdersi lungo i percorsi della foresta pluviale o nei boschi. La campagna australiana nel Victoria, nel sud-est del paese, è martoriata dalla peggiore siccità degli ultimi settant’anni, i torrenti sono in secca, l’erba è gialla e gli alberi della gomma offrono ben poco riparo alle mandrie al pascolo.

Eppure dietro questa catastrofe si nascondono decine di cantine dove si degustano dei bianchi dolcissimi ed il più famoso shiraz. Inaspettatamente la campagna australiana riserva mille sorprese per la gentilezza delle persone, le strade infinite e la tranquillità di chi non ha fretta e si fida degli altri. Forse la simpatia ed il quieto vivere degli Australiani vengono un po’ dal dover fare i conti con una natura estrema, o forse è solo il fatto di essere così lontani dal resto del mondo che li rende capaci di vedere le cose in modo più ironico e diverso.I cani di un vicino escono di casa correndo e mi tagliano la strada, lui cerca di tenerli al guinzaglio come meglio può. "Mi scusi - dice voltandosi - mi stanno portando a fare la passeggiata".

28 febbraio 2009

INCHIESTA SULL'UDEUR IN CAMPANIA

di ROBERTO ORMANNI
LA GENTE D'ITALIA
27 febbraio 2009

Si chiude l’inchiesta sulla “gestione della politica” dell’Udeur in Campania. L’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella e altre 23 persone tra le quali la moglie dell’ex Guardasigilli, Sandra Lonardo, si “avvicinano” alla richiesta di rinvio a giudizio. Il procuratore di Napoli Giovandomenico Lepore ha infatti firmato gli “avvisi di chiusura indagine” nell’inchiesta che all’inizio del 2008 rappresentò il “colpo di grazia” per il governo Prodi. Nei confronti dei coniugi Mastella (Sandra Lonardo in qualità di ex presidente del consiglio regionale della Campania) vengono ipotizzati i reati di concorso in concussione e abuso d’ufficio. Sono invece cadute le accuse di concorso esterno in associazione per delinquere contestate quando l’indagine era ancora affidata al procuratore di Santa Maria Capua Vetere Mariano Maffei (andato in pensione pochi giorni dopo “l’esplosione” dell’inchiesta).
Gli indagati, come prevede la legge, hanno ora 20 giorni di tempo per presentare memorie o rendere dichiarazioni al pm. Poi, nei 30 giorni successivi, la procura può presentare la richieste di rinvio a giudizio oppure – se dagli interrogatori dovessero emergere fatti nuovi – di archiviazione. Il 15 gennaio 2008 il gip di Santa Maria Capuia Vetere Francesco Chiaromonte firmò 19 ordinanze di custodia agli arresti domiciliari che “colpirono”, tra gli altri, la moglie di Mastella, Sandra Lonardo, due assessori e il capogruppo dell’Udeur e il sindaco di Benevento.
In carcere finirono il consuocero di Mastella, l’ingegnere Carlo Camilleri, il difensore civico della Campania, Vincenzo Lucariello, e due professori universitari. Interdetti dalla professione altre tre persone tra cui il prefetto di Benevento, Giuseppe Urbano, e un magistrato del Tar, Ugo De Maio. Poi gli atti, il 25 gennaio successivo, vennero trasferiti a Napoli per competenza territoriale. Il nodo centrale dell’inchiesta è rappresentato dalle pressioni che l’Udeur avrebbe esercitato in Campania per ottnere nomine in aziende sanitarie e enti locali e, perfino, per “costringere” Bassolino a cedere alle richieste dell’Udeur.
Questa la ricostruzione dell’attività del partito in Campania secondo i pm di Santa Maria Capua Vetere negli atti notificati all’epoca: “Un tessuto fatto di trame fitte, di connivenze e di complicità così forti tanto che molti enti pubblici regionali e molti enti locali campani hanno conformato le loro scelte non già improntando ogni valutazione al perseguimento di interessi pubblici, bensì asservendo il bene della cosa pubblica agli interessi di un gruppo ristretto di persone coordinate dall’ingegnere Carlo Camilleri (consuocero di Mastella, segretario generale dell’Autorità di bacino del fiume Sele e finito in carcere, nd.r.) che facendosi forte del potere politico amministrato dal partito Udeur orienta di fatto ogni scelta e ogni decisione di enti locali in cui sia presente uno schieramento politico di tale partito”.
“I primari ospedalieri – scrive sempre la procura casertana – non venivano nominati dai direttori generali della Asl sulla base delle loro capacità professionali, bensì sulla base delle indicazioni fornite loro da esponenti politici di rilievo”. Ma l’influenza degli amministratori della “holding” Mastella, secondo l’accusa, non si fermava alle nomine nella Sanità: “le gare di appalto per il conferimento di incarichi di progettazione – proseguono i pubblici ministeri – non venivano affidate ai professionisti che garantissero economicità, qualità ed efficienza nelle loro prestazioni verso l'ente pubblico, ma sulla base del fatto che il partito politico si sarebbe attivato, con i suoi esponenti regionali per far pervenire all'ente locale che li ha illecitamente nominati, finanziamenti pubblici erogati per realizzare le opere per le quali gli incarichi sono stati conferiti, che altrimenti le amministrazioni non avrebbero potuto mai ottenere”.
Un blocco di potere che, disse la procura sammaritana, avrebbe avuto nel ministro della Giustizia un elemento di riferimento e, allo stesso tempo, di copertura politica. E i pm di Santa Maria, sempre incompetenti per territorio, nel corso delle indagini hanno interrogato pure Bassolino, che però ha nega di aver preso decisioni a causa delle pressioni dell’Udeur. Pressioni che, secondo l’accusa, hanno invece portato, ad esempio, alla nomina di Gino Abbate alla guida del consorzio Asi (Aree di sviluppo industriale) di Benevento. E alla nomina di un assessore al comune di Cerreto Sannita ottenuta facendo capire al sindaco (che però è finito anche lui agli arresti domiciliari) che in caso contrario sarebbero stati congelati i finanziamenti regionali. Per finire con la tentata concussione contestata a Sandra Lonardo, la signora Mastella, che si è infuriata – con l’appoggio (la complicità, dicono i pm) dell’assessore all’Ambiente e del capogruppo Udeur in consiglio regionale – quando il dirigente della Asl di Caserta ha nominato alcuni primari senza tener conto dei desideri dei mastelliani. Quando da Santa Maria Capua Vetere gli atti passarono a Napoli, i pm napoletani chiesero a loro volta la conferma di gran parte delle ordinanze agli arresti domiciliari, tra le quali anche quella riguadrante Sandra Lonardo. Nel corso delle indagini successive tutti gli indagati sono tornati liberi.
Tra le frecce all'arco dell'accusa ce n'è una d'eccezione: il nipote di Mariano Maffei, ex procuratore di Santa Maria Capua Vetere. La ricostruzione del sistema di potere e di controllo è stata offerta infatti ai magistrati anche dall’ex presidente della provincia di Caserta, Sandro De Franciscis, nipote del procuratore che ha condotto l'indagine, fino al 2006 in quota Udeur, poi passato alla Margherita. Le dichiarazioni di De Franciscis sono riportate tra le fonti di prova nelle ordinanze di custodia. A queste si affiancano le intercettazioni sul telefonino del difensore civico regionale, Lucariello, e gli elementi raccolti spulciando tra gli atti di appalti e servizi pubblici della provincia di Caserta.
E’ proprio da Caserta che parte, oltre un anno fa, l’indagine che ha decimato l’Udeur e il partito di Mastella nel suo paese natale (anche il prefetto Urbano è accusato in qualità di ex viceprefetto di Caserta) e che prima di approdare sulle mastelliane sponde nel giugno del 2007 portò all’arresto dell'ex direttore generale della Provincia di Caserta Antony Acconcia e di due consiglieri provinciali, Giacomo Caterino e Domenico Bove, con le accuse di associazione per delinquere, corruzione, concussione, turbativa d'asta e falso in atti pubblici.
“Un tessuto illecito stabilmente radicato nell'area politica, amministrativa e giudiziaria della Campania”, scrive l’accusa, “espressione dell'esistenza di un sistema che travalica le conoscenze individuali e le competenze specifiche e che si pone come strumento di controllo e di potere della vita pubblica campana e non solo”. Il sistema, dicono gli inquirenti, sarebbe stato “ben fortificato” anche presso le autorità giudiziarie amministrative, in particolare il Tar Campania, che avevano il compito di esaminare i ricorsi presentati da “amici” per ottenere nomine nonostante il diverso orientamento degli enti locali, oppure di respingere le opposizioni avanzate da chi era stato escluso.
Sandra Lonardi Mastella, in particolare, risponde di tentata concussione per aver cercato di convincere il direttore generale dell’ospedale di Caserta, Luigi Annunziata, “colpevole” di aver nominato un primario che non era “gradito” al gruppo politico. Una vicenda sulla quale l’avvocato del presidente del consiglio regionale ha affermato che non si sarebbe trattato di un tentativo di imporre una nomina, ma di una “sfuriata” per un “contrasto politico” sul nome del prescelto.
Oltre al consuocero di Mastella, Carlo Camilleri, e all’avvocato Lucariello difensore civico regionale, le altre due ordinanze di custodia in carcere emesse sempre lo scorso anno riguardavano un collaboratore di Camilleri, l'ingegnere Antonello Scocca e il professore universitario di ingegneria idraulica e ambientale Domenico Pianese.
Nel gennaio 2008 agli arresti domiciliari, oltre Sandra Lonardi Mastella, sono finiti, con alcuni imprenditori, il sindaco di Benevento Fausto Pepe, gli assessori regionali all’Ambiente Luigi Nocera e al Personale Andrea Abbamonte (noto avvocato amministrativista e figlio dell'ex presidente del tribunale di Benevento), il capogruppo dell’Udeur al consiglio regionale Ferdinando Errico, il presidente della commissione regionale di vigilanza sulla trasparenza, Nicola Ferraro, i consiglieri Carlo Banco, Erminia Florenzano, Francesco Cardone, Vincenzo Liguori, il presidente della comunità montana del Titerno, in provincia di Benevento, Nino Lombardi, il sindaco di Cerreto Sannita, Antonio Barbieri e l’ingegnere Letizio Napoletano.
Ora si avvicina il processo ma Clemente Mastella si dice fiducioso che
“la magistratura ancora una volta dimostrerà che si tratta di accuse tutte infondate”.
Roberto Ormanni

GIOACCHINO GENCHI

di ROBERTO ORMANNI
LA GENTE D'ITALIA
6 febbraio 2009

L’Italia è ancora una volta alle prese con un “caso intercettazioni”. Siamo il paese che intercetta di più eppure siamo anche quello che vorrebbe intercettare di meno. L’ultimo capitolo di questa soap opera che va avanti da anni ruota attorno ad un nome: Gioacchino Genchi, poliziotto non in servizio, al quale negli ultimi anni molti pubblici ministeri hanno affidato il compito di analizzare e “incrociare” i dati contenuti in migliaia di pagine di intercettazioni e tabulati (quegli elenchi cioè dove compaiono le telefonate partite e ricevute da un determinato numero ma non i contenuti delle conversazioni).
Ripercorriamo la trama delle ultime puntate cominciando dalla fine.

GENCHI L’ANALISTA
Il tecnico Gioacchino Genchi, “analista” di intercettazioni, è indagato per abuso d’ufficio e violazione della legge sulla privacy. Il procuratore della Repubblica di Roma Giovanni Ferrara ha infatti “trasferito” il fascicolo aperto nei giorni scorsi sul “caso Genchi” dal “modello 44” (il registro della Procura destinato alle indagini conoscitive), al modello 21 (quello riservato alle notizie di reato “associate” ai nomi dei presunti responsabili). L’accusa di abuso d’ufficio si riferisce all’attività di “pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio” che Genchi ha svolto in qualità di consulente di vari pubblici ministeri, tra i quali l’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris. L’indagine avviata a Roma riguarda, al momento, proprio i 570 mila “contatti” (schede anagrafiche degli intestatari dei numeri e trascrizioni di conversazioni telefoniche) che Genchi ha “trattato” per conto del pm De Magistris nell’ambito delle indagini Why Not e Poseidone e nell’inchiesta sulla fuga di notizie. Genchi non eseguiva intercettazioni e non acquisiva direttamente notizie illecite, ma nel corso degli anni ha accumulato, e conservato, tutte le informazioni riguardanti milioni di intercettazioni che gli sono state di volta in volta affidate da ciascuno dei diversi pm che lo hanno avuto come consulente. E’ questo il punto che viene contestato dai pm di Roma. Nella relazione consegnata da Genchi a De Magistris relativa alle “analisi” dei dati sulla fuga di notizie per l’inchiesta Poseidone, ad esempio, il consulente ha “incrociato” alcuni dei dati provenienti dagli atti ricevuti da De Magistris con altre notizie riguardanti inchieste di diversi anni prima che gli erano state affidate da altri pm. Ed è proprio l’accumulo e la conservazione di questi dati “eterogenei e provenienti da attività investigative non connesse tra loro” che costituirebbe anzitutto un abuso del proprio ufficio di consulente e in secondo luogo una violazione delle norme che regolano il trattamento di “dati sensibili”. In questa prima parte dell’“archivio Genchi” compaiono anche tabulati e “anagrafiche” di parlamentari e funzionari dei Servizi segreti. Rispetto a questi ultimi, la procura ha “aperto” un canale procedurale per la trasmissione degli atti al Copasir, il comitato parlamentare sui servizi, come previsto dalle norme in materia.

IL PENTOLONE
Un “raccoglitore”: ecco cos’è, di fatto, il cosiddetto archivio. Una sorta di “memoria storica” che ha accumulato nel corso degli anni i risultati delle intercettazioni e i tabulati che diversi pubblici ministeri avevano legittimamente acquisito nel corso di differenti indagini. Questo, in sintesi, è l’archivio Genchi. Il dipendente della Polizia di Stato (senza stipendio ma con copertura contributiva perché distaccato per motivi sindacali) dichiara però che “non esiste alcun archivio”. Allora chiamiamolo “pentolone” oppure – più correttamente – disco fisso esterno. In ogni caso, come si evince chiaramente dalla sua relazione intitolata “Consulenza relativa alle indagini sulla rivelazione di segreti d’ufficio collegati al procedimento penale 1217/05”, ossia l’inchiesta Poseidone, depositata all’allora pm di Catanzaro Luigi De Magistris, il consulente Genchi ha svolto un’opera di “analista delle intercettazioni” che andava al di là dei singoli incarichi ricevuti.È infatti successo che negli ultimi dieci anni circa diversi uffici inquirenti abbiano incaricato la società che Genchi ha costituito insieme con la sorella di analizzare e confrontare tutti i dati, i nomi, i numeri di telefono, le circostanze, contenute nelle centinaia o migliaia (a seconda delle inchieste) di intercettazioni e copie di tabulati telefonici raccolte nel corso delle diverse indagini di ciascun ufficio. Un lavoro difficile, che aveva l’obiettivo di far emergere analogie, contatti, amicizie, frequentazioni, collegamenti: quando i materiali investigativi sono tanti il pubblico ministero, da solo, non riesce a fare luce in tutti gli angoli. E allora si rivolgevano, i pm, al tecnico che più di ogni altro aveva messo a punto un software per “incrociare” tutti i dati e tirare fuori le “coincidenze” (come diceva Agatha Christie: una coincidenza è una coincidenza, due coincidenze sono due coincidenze, ma tre coincidenze sono una prova).

I COLLEGAMENTI ESTERNI
Dunque, anzitutto va chiarito che Gioacchino Genchi non ha mai eseguito materialmente alcuna intercettazione. Il consulente si limitava a ricevere il materiale, il “prodotto finito”, per l’analisi. Era per questo che veniva pagato, secondo tariffe ufficiali, per il suo lavoro di consulente. Si trattava dunque di materiale, di volta in volta, legittimo. E in ogni caso se non fosse legittimo, la colpa sarebbe del pubblico ministero inquirente, non di Genchi. Il “nodo” della questione è che di questo materiale di volta in volta legittimamente ricevuto, il consulente ne conservava memoria. Migliaia di “record” che passavano dagli uffici del pm a quelli dello studio Genchi e che, naturalmente, per essere elaborati e confrontati, di volta in volta, finivano per essere trasferiti su altri supporti digitali.
Andando avanti nel tempo Genchi ha scoperto che il signor X le cui telefonate erano state registrate, ad esempio, nell’indagine della procura di Palermo, era comparso anche nelle telefonate – sempre per esempio – di un’altra inchiesta, diversa, della procura di Reggio Calabria di cui sempre lui si era occupato come consulente. Tra le due indagini non c’è nessun collegamento “processuale”, ma Genchi nella sua relazione al pm di Palermo sottolinea la “coincidenza”. Intendiamoci: sul piano processuale non significa nulla. Il pm di Palermo non avrebbe mai potuto adoperare questo dato nella sua indagine perché la legge lo dichiara “inutilizzabile”. Se ne poteva però servire per uno “spunto investigativo”, un aspetto da approfondire. Hai visto mai che usciva fuori qualcosa di interessante? Qui casca l’asino (si fa per dire): perché, è lecito chiedersi, Genchi conservava tutto? Non avrebbe dovuto restituire tutto man mano? Certo, il consulente restituiva gli originali, ma come si evince dalla relazione consegnata a De Magistris, conservava “memoria”.
In realtà non c’è alcuna legge che lo impedisca, ad eccezione delle norme sulla privacy che non consentono a chiunque di creare archivi con i cosiddetti “dati sensibili” senza autorizzazione e senza varie formalità. E allora, almeno in parte, la responsabilità di questa “bulimia archivistica” va spostata anche su quei pubblici ministeri, se ve ne sono, che pur avendo capito, dalle relazioni che Genchi consegnava, che l’analisi e il confronto non si limitavano ai dati che loro stessi avevano fornito, ma spaziavano su dati e notizie provenienti da altre e diverse indagini di differenti uffici, non gli hanno mai spiegato che forse era meglio lasciar perdere. Come ci dicevano a scuola: non uscite fuori tema. Il problema è che, invece, alcuni investigatori sono innamorati della “lotta contro i poteri occulti”, contro il “villaggio globale del male”. Certo, i poteri occulti possono anche esistere, ma il codice di procedura penale ci insegna che è impossibile processarli in un’aula di giustizia. Lasciamoli ai sociologi. E ai romanzieri, come Agatha Christie.

IL RITMO DI LAVORO
Cinquanta telefonate al giorno: questo il “ritmo” di lavoro, in media, del consulente Gioacchino Genchi. Il dato proviene da una delle sue relazioni, quella commissionata dall’allora pm Luigi De Magistris nell’indagine sulla fuga di notizie relativa all’inchiesta Poseidone. Un “assaggio” di quell’archivio che il Copasir sta esaminando (limitatamente alle telefonate relative a esponenti dei servizi). In oltre 600 pagine, consegnate al pm De Magistris il 12 marzo 2007, Genchi elenca le registrazioni di 414 telefonate in 8 giorni. E tra gli intercettati figurano tre parlamentari (Giancarlo Pittelli, Giuseppe Galati e Jole Santelli), numerosi magistrati, carabinieri e anche i colloqui tra ufficiali e sottufficiali dell’Arma e il Comando generale. In quell’occasione Genchi era stato incaricato dal pm di esaminare le intercettazioni eseguite nella settimana dal 10 al 18 maggio 2005 per individuare gli autori della fuga di notizie relativa all’inchiesta Poseidone (una di quelle oggetto della guerra tra gli uffici giudiziari di Salerno e Catanzaro). Un lavoro che, già durante le audizioni del Csm nell’ambito della “guerra” tra i magistrati della Procura di Salerno e quelli di Catanzaro, era stato definito “fondato su molti elementi acquisiti in modo illegittimo”.

I PARLAMENTARI
Le 414 telefonate raccolte in 8 giorni sono una piccola fetta rispetto alle 578.000 registrazioni che costituiscono l’archivio globale dei procedimenti Why Not e Poseidon, alle quali si aggiungono 1.402 tabulati per un totale di un milione circa di contatti telefonici. Una fetta tuttavia emblematica soprattutto per le “premesse metodologiche” che lo stesso Genchi chiarisce nell’introduzione. La relazione infatti teorizza la supremazia delle intercettazioni su qualunque altro mezzo d’indagine. Nelle 600 pagine sono raccolte telefonate di Giancarlo Pittelli, avvocato penalista calabrese, all’epoca deputato e oggi senatore, del deputato Giuseppe Galati, allora sottosegretario alle Attività Produttive, e di Jole Santelli, anche lei deputato.
La Santelli compare in una sola telefonata, il 10 maggio 2005 alle 20.19, con Pittelli. Le 414 telefonate in 8 giorni comprendono quelle dell’allora procuratore di Catanzaro e (allora) capo di De Magistris, Mariano Lombardi, una dell’ex procuratore generale della Corte d’appello Domenico Pudia, decine di telefonate partite dalla segreteria dello stesso Pudia (da dove chiamava un carabiniere, Mario Russo, coinvolto nell’inchiesta sulla fuga di notizie), una telefonata tra lo stesso Pittelli e l’ex senatore di An Emilio Nicola Buccico, anche lui avvocato, sindaco di Matera ed ex componente del Csm (sempre il 10 maggio, alle 18.24), decine di telefonate dell’ex presidente della Regione Calabria Giuseppe Chiaravalloti, eletto nel maggio 2005 alla vicepresidenza dell’Autorità garante della Privacy, di sua figlia Caterina, anche lei magistrato a Catanzaro.

LA FORZA DEL MICROCHIPS
Nel lunghissimo elenco compaiono poi decine di telefonate tra imprenditori e funzionari locali coinvolti a vario titolo nelle inchieste di De Magistris e diverse chiamate del partite dal Comando generale dell’Arma dei carabinieri e dirette a ufficiali o sottufficiali finiti nella rete delle intercettazioni. “Il consulente – scrive Genchi nella perizia - non può non considerare una circostanza costante, che si rileva in quasi tutte le indagini dove si è costretti, gioco forza, a mettere in discussione la buona fede degli operatori di polizia giudiziaria che hanno eseguito le intercettazioni. Non è la prima volta, e anzi l’attività di questo consulente è precipuamente finalizzata a tale scopo, che l’analisi e la riconsiderazione complessiva del compendio probatorio acquisito nel corso delle indagini, assistito da opportune tecnologie informatiche, porti all’evidenziazione di elementi decisivi all’accertamento della verità, talvolta anche in favore dell’indagato, o dell’imputato”.
Ma per raggiungere l’obiettivo non basta l’uomo: per Genchi ci vuole il computer. “I processi logici e di analisi seguiti normalmente dal cervello umano – dice il perito – nella considerazione degli elementi cognitivi posti alla base del processo logico-deduttivo, non riescono mai a eguagliare le potenzialità elaborative e di connessione relazionale fornite da un calcolatore elettronico”. In un passaggio il consulente si richiama perfino ad Aristotele: “E' essenziale assistere e seguire il corretto inserimento nel sistema informatico della totalità delle 'premesse' (costituite dalle fonti di prova e dai dati a contenuto oggettivo), per giungere a delle 'deduzioni' che, seguendo i procedimenti della logica di Peirce e di Aristotele, ci accompagnano nel processo valutativo”.
Gioacchino Genchi ha lavorato negli anni, come abbiamo detto, per moltissimi uffici inquirenti e per questo conserva “memoria” di migliaia di intercettazioni, esaminate per conto di diverse procure. E secondo il manuale del buon intercettatore, Genchi collega nelle sue relazioni anche le notizie che gli provengono da altri incarichi di consulenza. Nella relazione per De Magistris, ad esempio, racconta di un’inchiesta su un duplice omicidio avvenuto nel 2002 nel vibonese, nell’ambito della quale vennero controllate le chiamate partite dalla scheda telefonica di uno dei killer e anche in quel caso, annota Genchi, erano dirette all’avvocato Pittelli. A questo proposito il perito spiega anche che lui non sapeva, quando ha acquisito le intercettazioni di Pittelli, Galati, Santelli, che si trattava di parlamentari.

LA FILOSOFIA GENCHI
Il consulente tecnico offre anche degli spunti di riflessione al pm: “Non è solo della lente di ingrandimento di Sherlock Holmes di cui bisogna disporre, ma bisogna sapere alternare allo zoom di un particolare dell’indagine il grandangolo sugli aspetti complessivi che spesso si sottovalutano. Questo non vuol dire – conclude sul punto - abbandonare o comprimere l’istinto dell’investigatore che, unito a discrete dosi di fantasia, contemperata da altrettanta estroversione, deve sempre lasciarsi guidare dal proprio intuito quando va a scandagliare tutte le ipotesi che gli si pongono innanzi, anche le più remote”.

I COMPITI DEL CONSULENTE
Un primo giudizio sulla legittimità dell'archivio Genchi arriverà probabilmente dal Consiglio superiore della magistratura. Dopo quasi dieci mesi, infatti, dalla richiesta di azione disciplinare contro l'ex piemme Luigi De Magistris, promossa dall'allora procuratore generale della Cassazione Mario Delli Priscoli, su richiesta dell'ex Guardasigilli Clemente Mastella, il Consiglio superiore della magistratura affronterà l'intera questione il 20 febbraio prossimo. Il magistrato sarà "processato" dalla Sezione disciplinare: è accusato questa volta di aver concesso un mandato troppo ampio al suo consulente Gioacchino Genchi. Avrebbe conferito a Genchi, secondo l'incolpazione della procuratore generale, l'incarico di valutare e accertare tabulati telefonici acquisiti nel corso dell'inchiesta Why not, una mansione più da magistrato che da consulente. A De Magistris (difeso dal piemme palermitano Antonio Ingroia che per le sue inchieste giudiziarie si è più volte avvalso della collaborazione tecnica di Gioacchino Genchi) la procura generale della Suprema corte contesta, soprattutto, le deleghe affidate al consulente tecnico il 21 marzo del 2007. Un incarico vastissimo. Si legge fra i documenti che fanno parte del fascicolo De Magistris che a Genchi fu affidato l'incarico:
1) "di procedere, con procedimento analitico-relazionale, all'indicizzazione, alla digitalizzazione e all'informatizzazione della documentazione investigativa e processuale agli atti del procedimento, rendendone possibile la consultazione protetta con sistema Web al pubblico ministero, alla polizia giudiziaria delegata e ai Ctu nominati, oltre che ulteriore inserimento ed estrazione dei dati;
2) di procedere all’acquisizione ed elaborazione analitico-relazionale dei dati di traffico delle utenze e delle codificazioni degli apparati Imei, per i periodi che sono stati e saranno indicati dall'ufficio con separati provvedimenti, sulla base delle risultanze in atti, secondo le esigenze del procedimento, anche sulla base delle anticipazioni del consulente tecnico;
3) di procedere il consulente all'esame delle apparecchiature informatiche, dei cellulari, delle Sim card e degli altri eventuali reperti elettronici che dovessero essere sottoposti a sequestro, oltre a quelli già acquisiti agli atti del procedimento, ivi compresa la documentazione cartacea (agende,appunti, rubriche telefoniche, estratti conti, ecc.) contenente riferimenti individualizzanti a utenze telefoniche, conti correnti, soggetti, società e altro;
4) di eseguire ogni altra attività connessa all'incarico, incrociando i dati acquisiti, anche nel corso delle intercettazioni telefoniche e ambientali, con le risultanze del traffico telefonico elaborato e con le ulteriori risultanze emerse nel corso di indagini e dalla attività elaborativa di cui ai punti precedenti;
5) di approntare i dispositivi hardware e i software necessari all'acquisizione, al trattamento e all'analisi dei dati come sopra indicati, secondo le specifiche che in dettaglio saranno fornite dall'ufficio sulla scorta delle risultanze in atti, anche per le correlate esigenze di consultazione da parte dell'Ufficio del pubblico ministero, dei consulenti e della polizia giudiziaria delegata alle indagini;
6) di realizzare le elaborazioni grafiche dei dati acquisiti, eseguendo altresì la digitalizzazione su supporto Cd Rom per le esigenze di consultazione e allegazione agli atti del procedimento;
7) di relazionare sullo svolgimento dell'incarico e su quant'altro utile ai fini delle indagini".
Inoltre, "il consulente veniva autorizzato, come da richiesta, al prelievo dei reperti elettronici e della documentazione del fascicolo delle indagini preliminari utile all'espletamento dell'incarico; ad avvalersi permanentemente dei collaboratori e delle attrezzature hardware e software di un Centro servizi informatici di fiducia per l'acquisizione, la registrazione, l'elaborazione e la stampa dei dati oggetto della consulenza, nonché per l'approntamento dei programmi che saranno necessari per la specifica analisi investigativa; all'uso del mezzo proprio e, ove occorra, anche del mezzo aereo, dei servizi alberghieri e di ristorazione, del mezzo taxi ed al noleggio di eventuali autovetture; all'accesso e alla consultazione diretta, in ambito nazionale - anche opera di collaboratori specializzati dei sistemi informativi delle Aziende telefoniche Telecom Italia spa, Telecom Italia Mobile spa, Infostrada SpA., Omnitel SpA, Wind, Blu, H3G ecc, e delle banche dati del Centro Elaborazione Dati del Ministero dell'lnterno, dell' Anagrafe Tributaria, delle Camere di Commercio, delle anagrafi comunali, all'archivio Slater, ecc.".

I DUBBI DEL PROCURATORE GENERALE
Un incarico che il procuratore generale della Cassazione ritiene quanto meno "eccessivo" e sul quale la "disciplinare" del Consiglio superiore della magistratura dovrà emettere la propria "sentenza". Nel frattempo dovrebbe iniziare l'esame dei tabulati relativi alle autenze di 350 mila persone da parte dei parlamentari del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica. Non tutti i file sono ancora a disposizione, ma entro domani dovrebbero iniziare le verifiche per consentire ai senatori e deputati che ne fanno parte di intervenire con cognizione nel corso delle audizioni, soprattutto di quella di Genchi, che inizieranno venerdì. Una fase moto delicata perché dalle prime indiscrezioni si apprende che le utenze di alcuni giornalisti sarebbero state incrociate con quelle di parlamentari e di esponenti delle istituzioni anche se nessuno di loro è mai stato indagato.
Roberto Ormanni

CALCIOPOLI ATTO SECONDO


di ROBERTO ORMANNI
LA GENTE D'ITALIA
13 febbraio 2009

Calciopoli atto secondo: è di scena Napoli. Davanti ai giudici partenopei sta andando “in onda” il… processo del lunedì, ma anche del giovedì e del venerdì: il secondo processo al “sistema Moggi”. Il primo, quello di Roma, vedeva imputati, oltre all’ex dg della Juve, i vertici della società Gea che curava gli ingaggi dei calciatori, e si è risolto con la condanna dei soli Moggi padre e figlio ma con l’assoluzione degli altri imputati. Moggi e la Gea non erano, per i giudici del tribunale di Roma (bisognerà vedere in appello) un “sistema” illecito. Anche se Moggi, per conto suo, qualcosa che non andava l’ha fatta anche a Roma. Ma il “piatto” forte di Calciopoli è quello alla napoletana: “una delle imprese illegali più straordinarie della storia”. Parola del pubblico ministero Giuseppe Narducci. E per dimostrare le accuse a Napoli sono disponibili, oltre ai testimoni e agli atti d’indagine, circa 35mila telefonate. Divise nei due procedimenti: quello che si sta celebrando davanti al giudice dell’udienza preliminare Eduardo De Gregorio, nei confronti degli 11 imputati che hanno chiesto il giudizio abbreviato, e quello in corso in tribunale per gli altri 24 accusati.
Partiamo dal giudizio abbreviato davanti al gup.
In questo caso sono circa 2.500 le telefonate che saranno utilizzate come elementi di prova. Lo ha sottolineato il pm Filippo Beatrice, a margine della requisitoria che sta svolgendo insieme con il pm Giuseppe Narducci nell'ambito del processo con ''rito abbreviato'' contro 11 dei 35 imputati (a carico degli altri imputati, tra cui l'ex dg della Juve Luciano Moggi, si procede con rito ordinario). Le telefonate, le cui trascrizioni integrali saranno depositate nel corso del processo, rappresentano solo una parte delle circa centomila intercettazioni che sono state eseguite negli anni scorsi durante l'indagine. Nella requisitoria - che riprenderà il 9 marzo prossimo - il pm Beatrice si e' inoltre soffermato su uno dei capitoli principali dell'inchiesta, le schede sim segrete acquistate in Svizzera e consegnate, secondo l'accusa, da Moggi a arbitri e designatori per conversazioni riservate.
Beatrice ha ricostruito la genesi delle indagini sulle utenze svizzere, scoperte dopo una telefonata tra Bergamo e Moggi, quando l'ex dg juventino si mostrò preoccupato per l'imprudenza del designatore da lui rimproverato per essere stato chiamato sull'utenza riservata. Il magistrato ha sottolineato che le schede venivano adoperate per trattare argomenti riservati, ed ha ricordato alcune dichiarazioni fatte dall'altro designatore Pierluigi Pairetto, che ai pm ammise di aver ricevuto la ''sim'' segreta da Moggi che non gli avrebbe dato però, a suo dire, spiegazioni particolari sui motivi. ''Pairetto - ha commentato il pm - accettò senza nulla obiettare, gli andava bene così...''. Una vicenda, quella delle schede segrete, sulla quale hanno offerto importanti dichiarazioni i rivenditori del negozio di Chiasso dove furono acquistate (da Moggi, dall'ex dg del Messina Fabiani e da un dirigente bianconero, Giancarlo Bertolini, il quale ammise di averle comprate per conto di Moggi). Altre dichiarazioni ritenute rilevanti dall'accusa sono giunte dall'arbitro Gianluca Paparesta che, tra l'altro, da un numero riservato chiamò Moggi dopo quanto accaduto nello spogliatoio di Reggio Calabria, dove l'arbitro fu chiuso a chiave dal dirigente juventino infuriato per la direzione di gara.
In questo quadro, hanno ricordato i pm, i dirigenti della Fiorentina si erano proposti come ''rinnovatori del sistema calcio'' adoperandosi per sostenere una candidatura contrapposta a quella di Carraro ai vertici della Federcalcio. Ma quando la situazione in classifica della squadra viola divenne drammatica, decisero di ''andare a Canossa e chiedere aiuto a questa organizzazione (la cosiddetta cupola governata da Moggi) contro cui sembravano essersi imbattuti''. Cosi' il pm Giuseppe Narducci ricostruisce uno dei passaggi fondamentali dell'inchiesta sugli illeciti che avrebbero condizionato negli anni scorsi l'esito dei campionati di calcio. Per il magistrato il sodalizio che avrebbe governato il calcio, riusciva ''a determinare l'esito di incontri anche nell'interesse e a favore delle squadre 'alleate'''. L'operazione di salvataggio della società viola, rappresenta ''un'operazione sfacciatamente illegale''. Anzi ''una delle imprese illegali piu' straordinarie della storia del calcio''.
Il pm ricorda in particolare il ruolo dei ''due dirigenti Diego e Andrea Della Valle che si sono accreditati e proposti come figure nuove del calcio rispetto a una consolidata situazione, come rinnovatori del sistema calcio e si sono molto adoperati per sostenere la candidatura di Abete in contrapposizione alla candidatura di Carraro ai vertici della Federcalcio''. Una iniziativa che evidentemente non appare gradita agli assetti che governano il mondo del calcio e in particolare a quelli che l'accusa ritiene i vertici della presunta associazione per delinquere definita ''cupola''. ''Qualcuno si adopera - spiega il magistrato - per dossier e campagne di stampa per screditare agli occhi dell'opinione pubblica i dirigenti della Fiorentina, un'operazione di potere che però non verrà portata a termine''. E si arriva, nella primavera 2005, al pareggio interno con il Messina, alla situazione critica per il concreto rischio di retrocedere in B, e all'inizio del ciclo terribile delle ultime sei partite. ''Il momento - chiosa il pm - in cui si gettano le basi che condurranno a una operazione sfacciatamente illegale''. L' ''operazione di salvataggio della Fiorentina e' resa possibile solo quando i Della Valle e l'ex amministratore delegato della Fiorentina Sandro Mencucci decidono pertanto ''di andare a Canossa''. Il magistrato ha ricostruito la fitta serie di telefonate a cominciare dal post partita col Messina, che vedono in prima linea, tra gli altri, i dirigenti viola, i dirigenti juventini Luciano Moggi e Antonio Giraudo, l'ex designatore Paolo Bergamo, l'ex vicepresidente della Federazione Innocenzo Mazzini. Narducci ha citato i passaggi più significativi delle conversazioni. Come quando Mazzini rassicura Mencucci sulla designazione come arbitro del prossimo incontro di Paolo Bertini (''un grande amico!''), o come il commento, con toni anche scherzosi, utilizzati da Bergamo con l'altro designatore Pierluigi Pairetto quando gli riferisce di una incontro al ristorante del 14 maggio con Mazzini e Della Valle (''ero a lavorare per te, buffone! la Fiorentina nostra, la nostra Fiorentina, ti parlo dopo...). Telefonate che registrano anche le reazioni alla clamorosa svista arbitrale di Lazio-Fiorentina quando un difensore della squadra biancoceleste devio' con le mani un tiro in porta senza che l'azione irregolare venisse sanzionata con il rigore e l'espulsione (Bergamo si rammarica con Mazzini: ''Era tutto sistemato, pilotato!''). La fase clou e' rappresentata dalla presunta ''sistemazione'' all'ultima giornata quando per salvare la Fiorentina non bastava la sola vittoria dei viola ma occorreva la concomitanza di una serie di risultati. Come la necessità di un pareggio tra Lecce e Parma. Per tale ''aggiustamento'' sarebbe stato coinvolto l'arbitro Massimo De Santis al quale telefonò Bergamo anche poco prima del match. Anche per tale partita sono state evidenziate una serie di frasi intercettate. ''De Santis ha fatto cose inenarrabili'', ha detto il pm a conclusione della ricostruzione di quella partita che, finita tre a tre, fece registrare il compiaciuto commento di Mazzini: ''e' stata un'operazione chirurgica perfetta...un'operazione chirurgica d'equipe''.
In attesa delle prossima udienza… abbreviata, diamo uno sguardo all’altra fetta del processo napoletano, quella che è andata al dibattimento ordinario.
Il processo si è aperto nelle scorse settimane davanti ai giudici della nona sezione del tribunale napoletano, con un rinvio al 24 marzo a causa di un difetto di notifica dell’avviso dell’udienza a 18 dei 24 imputati (l’avviso è stato consegnato agli avvocati difensori ma non anche direttamente agli imputati). Il tribunale dovrà stabilire se davvero ci sia stata una ''cupola'' retta da Moggi e costituita da arbitri, designatori, dirigenti, giornalisti, impegnati a favorire la Juventus e non solo. Un sistema di cui avrebbero beneficiato anche altre squadre, sia le presunte ''satelliti'' come la Reggina, sia alcune tra le più titolate del calcio italiano come, Lazio, Milan e Fiorentina. Gli avvocati di Luciano Moggi, Paolo Trofino e Maurilio Prioreschi, si sono detti ''del tutto sicuri dell'assoluzione di Moggi dall'associazione a delinquere, accusa già smontata nel processo alla Gea a Roma''. Hanno poi ricordato le telefonate intercettate e non trascritte a cui aveva fatto riferimento lo stesso Moggi parlando nelle scorse settimane del suo ''dossier''. ''Ci sono 31.000 telefonate intercettate ma soltanto una piccola parte e' stata trascritta – ha detto Paolo Trofino – e chiederemo la trascrizione completa delle intercettazioni''. I legali dell'ex dg juventino chiederanno anche lo spostamento del processo, verosimilmente a Roma o Torino, per incompetenza territoriale.
Diverse le richieste di costituzione di parte civile arrivate in aula che saranno completate il 24 marzo: tra queste risultano oltre alla Federazione Italiana Gioco Calcio anche le società Brescia, Bologna (sia quella attuale, sia la società dichiarata fallita negli anni scorsi), Atalanta, Lecce, Roma e la società fallita della Salernitana. Tra le richieste spicca quella per il fallimento del Bologna in seguito alla retrocessione in B nella stagione 2005-6: gli avvocati indicati dal curatore hanno avanzato richiesta di risarcimento di 10 milioni di euro nei confronti della Juventus e di ben 32 milioni di euro contro la Fiorentina. Si sono costituite parte civile anche alcune associazioni di consumatori e la Edigamma, una società editrice che aveva stampato, su concessione della Juventus, un milione di figurine celebrative dello scudetto 2005/06 poi andate al macero. Sono tre le società di calcio citate come responsabili civili nel processo, quelle società cioè che dovranno pagare i risarcimenti in caso di condanna degli imputati: la Juventus, la Fiorentina e la Lazio. Anche la Figc, che pure è tra le parti civili – ossia le parti lese – che hanno fatto richiesta di costituzione, è però allo stesso tempo stata citata dalle altre parti civili come responsabile civile. In pratica, in caso di condanna dovrà essere risarcita e risarcire contemporaneamente. Infine, il tribunale dovrà decidere, alle prossime udienze, quanti e quali testimoni citare in aula tra i 498 indicati da Moggi e i 108 dei pm.
Roberto Ormanni