domenica 2 gennaio 2011

“È UN VERO CRIMINALE”



Il procuratore di Milano, Spataro, spiega: Battisti si è politicizzato dentro al carcere

di Armando Spataro*

Catturato a metà del 1979, a Milano, in una base dei Proletari Armati per il Comunismo piena di mitra, pistole, fucili e documenti falsi, Cesare Battisti evase nell’ottobre del 1981 dal carcere di Fossombrone. Fu catturato di nuovo a Parigi, nel febbraio del 2004 dopo quasi 23 anni di latitanza dorata. A giugno dello stesso anno la Francia concesse l’estradizione chiesta dall’Italia, ma in modo e con esiti farseschi: Battisti era già stato posto in libertà a marzo e si era reso di nuovo latitante. Veniva però a Rio de Janeiro, nel marzo del 2007 e molti pensarono che, finalmente, quell’assassino sarebbe stato riconsegnato all’Italia. Invece accadeva l’incredibile. Mentre era in corso la procedura per l’estradizione, Battisti rilasciava un’intervista dichiarando che se fosse stato trasferito in Italia sarebbe stato ucciso.

E MOLTI politici brasiliani gli diedero credito: il 14 gennaio del 2009, il ministro della Giustizia Tarso Genro gli concedeva l’asilo politico mentre a febbraio il senatore Edoardo Suplicy dava lettura in Senato di una lettera di 19 pagine dell’assassino italiano che proclamava la sua innocenza e denunciava l’Italia per avere utilizzato “correntemente” il sistema della tortura durante i processi degli anni di piombo. Dopo una serie estenuante di rinvii, però, la Corte Suprema brasiliana, con cinque giudici favorevoli su nove, votava a favore della estradizione di Battisti in Italia, sconfessava il ministro Tarso Genro, ma affermava che l’ultima parola sarebbe spettata al presidente Lula che avrebbe potuto diversamente decidere in base a ragioni politiche. Questi, dal canto suo, dichiarava: “adesso la palla è nel mio campo e sarò io a decidere come calciarla”. Cerchiamo di capire ora perché, utilizzando la stessa metafora calcistica cara a Lula, si può affermare che egli non si sia limitato a calciar male la palla, ma se ne sia impossessato, portandosela via dal campo e lasciando arbitro, giocatori e spettatori attoniti. Partiamo dalla fine, cioè dal comunicato letto dal Ministro degli esteri Celso Amorim che, citando la norma della Convenzione tra Italia e Brasile posta a base della decisione di Lula, ha spiegato che questa si fonderebbe sul rischio di aggravamento della condizione personale di Battisti ove fosse trasferito in Italia. In attesa di leggere il testo completo del provvedimento, sono i fatti a dimostrare subito come si tratti di una tesi priva di fondamento giuridico e come siano false le affermazioni propalate in Francia e Brasile dai fans dell’assassino:

1) Battisti non è un estremista perseguitato in Italia per le sue idee politiche, ma un criminale comune per motivi di lucro personale, che si è politicizzato in carcere, commettendo poi rapine, ferimenti ed omicidi.

2) Battisti è stato poi condannato all'ergastolo per molti gravi reati, tra cui anche 4 omicidi: in due di essi, omicidi del maresciallo Santoro (Udine 6.6.1978) e del poliziotto A. Campagna (Milano 19.4.1979), egli sparò materialmente alle vittime; in un terzo (L.Sabbadin, macellaio, ucciso a Mestre il 16.2.1979) svolse il ruolo di “palo” in aiuto dei killer; per il quarto (P. Torregiani, Milano 16.2.1979) partecipò alla decisione ed organizzazione del fatto.

3) Non è vero che a Battisti sia stata negata la possibilità di difendersi in quanto assente durante i processi. Nel 2006, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha respinto il ricorso di Battisti contro la concessione dell’estradizione da parte della Francia, giudicandolo per questa ragione «manifestamente infondato» ed affermando che in tutti i processi egli era stato sempre assistito dai suoi avvocati, con cui era rimasto in stretto rapporto durante la latitanza.

4) E’ falso che l’Italia ed il suo sistema giudiziario non siano stati in grado di garantire i diritti delle persone accusate di terrorismo negli “anni di piombo”. E’ un’affermazione che ci ferisce. Sono tanti i magistrati, gli uomini delle istituzioni, i poliziotti che sono stati vilmente uccisi, da persone come Battisti, solo perché applicavano la legge. L’Italia, invece, non ha conosciuto derive antidemocratiche nella lotta al terrorismo.

PER FINIRE: molti accusano il Governo di non essersi sufficientemente adoperato per ottenere l’estradizione di Battisti. Il Governo, dal canto suo, afferma di essersi mosso con ogni possibile energia e determinazione.

Vedremo in futuro come stanno i fatti. Ma forse è stato trascurato un altro possibile rilievo, quello sulla coerenza degli atteggiamenti diplomatici che, per essere autorevoli, hanno bisogno di essere omogenei di fronte a situazioni simili. Allora, occorrerebbe forse una buona dose di autocritica con riferimento all’atteggiamento inspiegabilmente passivo tenuto nell’ottobre del 2008 dal Governo italiano quando il Presidente francese Sarkozy negò l’estradizione della brigatista Marina Petrella per “ragioni umanitarie”, non molto dissimili dalle “condizioni personali” di cui oggi parla il Presidente Lula. Per ora non resta che condividere l’amarezza del Presidente Napolitano, sperare nel possibile accoglimento di future nuove istanze del nostro Governo e stringersi attorno ai congiunti delle vittime del terrorismo. È certo che la decisione del presidente brasiliano non appare compatibile con i principi su cui si fonda la collaborazione internazionale contro ogni forma di criminalità. Anzi, li incrina profondamente.

*Procuratore aggiunto a Milano, Coordinatore del Dipartimento antiterrorismo

“Una guerra di muscoli”


LA CARICA ideologica con cui il nostro governo, fin dall’inizio, ha affrontato la questione Battisti ha purtroppo generato una reazione uguale e contraria da parte del Brasile”. Secondo Lucia Annunziata, editorialista del La Stampa e conduttrice del programma In Mezz’ora su Raitre, il governo Berlusconi non è stato affatto latitante, anzi.

Dunque ha ragione Umberto Bossi, che ha liquidato la vicenda della mancata estradizione di Cesare Battisti da parte di Lula con uno sprezzante “Un presidente di sinistra che ha salvato un uomo di sinistra”?

“Purtroppo non è da escludere - risponde Annunziata - forse con un governo di centrosinistra le cose sarebbero andate diversamente. E questa volta, lo dico con amarezza, non sto dalla parte di Lula. Quella del Brasile è stata una reazione sciocca, per non dire altro. Ma fin dall’inizio, quando ancora era una questione italo-francese, il centrodestra (La Russa in primis) aveva messo su Cesare Battisti un carico da novanta, con toni sbagliati del tipo ‘Ora ve la facciamo vedere...’. I risultati, purtroppo sono questi”. C’è stata una latitanza della diplomazia e del ministro degli Esteri, definito “fattorino” in un cablo di Wikileaks? “Frattini è stato definito ‘messenger’, che non vuol dire fattorino, ma messaggero. E i ministri degli esteri, oggi, non possono che essere quello, non hanno potere. Quanto alla diplomazia, oggi ha l’unico scopo di far fare brutta figura agli altri. Cosa francamente un po’ avvilente”. Quando ci sono di mezzo i diritti umani (vedi rapporti privilegiati con Russia e Libia e la deferenza verso la Cina) B. non sembra cavarsela molto bene: “Non credo - conclude Annunziata - la politica estera di Berlusconi non è che la prosecuzione di camini già intrapresi in precedenza. L’unica virata netta è stato il marcato filoamericanismo con cui il nostro governo si è accostato alle questioni mediorentali”.

“Nessuno ci dà più retta”


“L’ITALIA, purtroppo,all’estero gode del massimo discredito internazionale, nessuno prende mai sul serio quest’armata brancaleone al governo. Se invece che italiano Battisti fosse stato tedesco o inglese, la diplomazia avrebbe sicuramente pesato diversamente”. Secondo Pino Corrias, giornalista e scrittore, la mancata estradizione dell’ex killer dei Proletari armati per il comunismo può essere annoverata tra gli insuccessi - o le figuracce - del governo Berlusconi, per quanto le possibilità che il Brasile accogliesse le richieste del nostro Paese fossero remote: “Si sapeva - dichiara Corrias - nessuno, in Brasile, avrebbe pronosticato un esito diverso. Non dimentichiamoci che stiamo parlando dello stesso Paese che per anni - fino alla morte nel 2006 - ha ospitato l’ex dittatore paraguayano Alfredo Snoesser, condannato nel 1997 per crimini contro l’umanità. Ma lo scarso peso internazionale del nostro premier, per usare un eufemismo, non ha certo giovato alla causa”.

E Frattini? “Frattini ha dimostrato ancora una volta che non esiste - è il commento di Corrias - sono d’accordo con chi sostiene che il caso Battisti sia la migliore dimostrazione di come la politica delle pacche sulle spalle tanto amata dal nostro presidente del Consiglio, quella rete di relazioni personali che consentirebbe di ottenere risultati altrimenti preclusi alle vecchie burocrazie diplomatiche, è un bluff totale. Ma più in generale è tutta la nostra politica estera ad essere incomprensibile. Siamo contemporaneamente il Paese più filoisraeliano e filopalestinese del mondo e i rapporti ambigui tra Berlusconi, Putin e Gheddafi, più una serie indefinita di satrapi delle repubbliche ex sovietiche, godono del più totale discredito nelle ambasciate di mezzo mondo, a partire da Stai Uniti e Israele. Ecco perché dico che se Battisti fosse stato inglese o tedesco le cose, forse, sarebbero andate diversamente. Sicuramente non ci sarebbe stato di mezzo il ministro La Russa”.

TUTTI GLI SMACCHI AL GOVERNO DEL CUCÙ



Dall’ex terrorista al grande flop nella Ue

di Giampiero Gramaglia

Il no del Brasile all’estradizione di Cesare Battisti, terrorista ed omicida conclamato e mai pentito, è una decisione grave e profondamente sbagliata ed è l’ultimo di una serie di smacchi subiti dall’Italia sulla scena internazionale negli ultimi trenta mesi, al di là delle rodomontate del Cavaliere che - dice lui - frenò la guerra tra Russia e Georgia, contribuì al ‘reset’ delle relazioni tra Washington e Mosca, convinse la Turchia ad accettare l’ex premier danese Anders Fogh Rasmussen a capo della Nato e via vantando.

In realtà, di concreto, la politica estera italiana ha poco da esibire dal 2008 a oggi, a parte qualche bella foto di Mr B con i Grandi della Terra ‘rubata’ nei tempi morti di qualche Vertice: il premier, questo gli va riconosciuto, è abilissimo a inserirsi nel crocchio giusto al momento dello scatto che conta, al G8 o al G20 o in qualsiasi altro consesso internazionale; così com’è recidivo nel giungere fuori tempo massimo a un Vertice, bloccato sulla soglia da una telefonata irrinunciabile (da ultimo gli accadde a metà novembre, a Lisbona, quando l’ira neppur troppo funesta di Mara Carfagna lo fece arrivare in ritardo alla riunione dei leader dell’Alleanza atlantica).

Lasciamo da parte gli imbarazzi di Wikileaks, almeno quelli ‘stile gossip’, perché lì Berlusconi sta in solida e larga compagnia. E tiriamo pure una croce sopra la litania di baci e abbracci a oligarchi e dittatori, dal russo Vladimir Putin al libico Muhammar Gheddafi, passando per i pre e post-sovietici - che pari sono - Aleksander Lukashenko, bielorusso, e Nursultan Nazarbayev, kazako (ma non c’è un pizzico di contraddizione a fare l’elogio democratico di quei due puri prodotti stalinisti, quando in patria si colpiscono con l’anatema ‘comunisti’ oppositori che possono al massimo vantare come esperienza di sinistra l’infanzia all’oratorio?).

IL PROBLEMA non è quanto poco l’Italia conti non nel Mondo, che, in fondo, ci può anche stare: non siamo un grande Paese in termini demografici e non siamo fra i primissimi in termini di ricchezza né assoluta né pro capite; non sediamo in modo stabile nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu e non abbiamo – è storia vecchia – un record immacolato, in termini di credibilità internazionale, anche se non siamo mai venuti meno finora alla lealtà atlantica ed europea.

La misura della mancanza di peso dell’Italia la dà proprio l’Ue, dove pure avremmo tutti i motivi per sentirci grandi: le dimensioni, l’economia, l’essere nel nucleo fondatore. E, invece, nelle corse ai posti che contano dell’Unione del Trattato di Lisbona, l’Italia non ce l’ha mai fatta.

Puntava alla presidenza del Parlamento europeo, che – si badi – non ha mai avuto da quando l’Assemblea è eletta a suffragio universale, cioè dal 1979, 31 anni e 13 presidenti fa, perché ce ne sono due a legislatura; ma il gruppo del Ppe, proprio quello di cui fa parte il Pdl del premier, ha preferito il polacco Jerzy Bozek al degnissimo candidato italiano Mario Mauro.

HA POI PROVATO, con scarsa convinzione e molta goffaggine, a ottenere per Massimo D’Alema il posto di ‘ministro degli esteri’ europeo, subendo il gioco dai socialisti, cui il posto spettava e che avevano un altro candidato. E, infine, è stata esclusa da tutti i posti che contano della nuova diplomazia europea gestita da Lady Ashton, che non ha nessun italiano nel suo ‘inner circle’ e che ha mandato ambasciatori italiani in Albania, dove non avevamo certo bisogno di contare di più di quel che già contiamo, e in Uganda, dove, comunque, non conteremo nulla. E quando, recentemente, un italiano ha ottenuto un incarico di prestigio – Giovanni Kessler è stato nominato alla guida dell’agenzia europea anti-corruzione decisione è parsa quasi rispondere alla legge del contrappasso: mettere la lotta alla corruzione in mano a un italiano, proprio nei giorni in cui la fiducia al governo, a Roma, ruotava intorno alla compravendita di una manciata di voti.

La poca credibilità dell’Italia berlusconiana nuoce ai candidati migliori. Il governatore di BankItalia Mario Draghi ha le carte in regola per ambire alla guida della Banca centrale europea, ma non è affatto sicuro di riuscire a succedere a Jean-Claude Trichet (e non solo perché la Germania vuole quel posto). E non è solo questione di poltrone: la vicenda del brevetto europeo, dove l’Italia s’è fatta sbattere dietro la lavagna della classe di europeismo, beffata persino dalla Gran Bretagna, dimostra un’imbarazzante incapacità di costruire alleanze e di cucire rapporti. La prossima volta che vede Sarkozy, o la Merkel, Mr B, invece di raccontargli barzellette o di farle cucù, provi a condividere con loro una strategia e degli obiettivi.

Fantascienza e IdV


di Bruno Tinti

Secondo me politica è soprattutto opposizione. L’idea che ministri, sottosegretari, presidenti di commissione etc debbano per forza far parte della maggioranza, anche se non capiscono niente di quello che dovrebbero amministrare, mi pare drammatica: Castelli e Mastella ministri della Giustizia (ma almeno Castelli era intelligente) sono un monumento ad una concezione politica propria delle fazioni e non dei partiti.

Così m’immagino che, in un panorama politico in cui le idee dell’avversario non sono sempre sbagliate e quelle dell’alleato sempre giuste, fare opposizione permetterebbe a persone preparate, intelligenti e laiche di decidere in base ai valori e ai contenuti; e al diavolo gli schieramenti.

Nell’arcinota lettera che De Magistris, Alfano e Cavalli hanno scritto a Di Pietro c’è una frase che mi ha fatto pensare: “ … Chi spera che l’Idv torni un partito del 4 % per poterlo amministrare come meglio crede…”

Delle insinuazioni sull’amministrazione del partito ho già scritto.

Ma è la storia del 4 % che mi ha fatto riflettere. Dunque, Idv deve diventare un grande partito, 25, 30 % e forse più. Sarebbe bellissimo, li facciamo tutti a strisce. Come si fa? Con tanti voti. E come si fa ad avere tanti voti? Qui cominciano i problemi.

Nei miei giri per convegni mi trovo spesso a dividere la scena con altri oratori.

Qualche volta professionisti, giornalisti, divulgatori di conoscenze specialistiche, elaboratori di opinioni, giuste o sbagliate, ma motivate con intelligenza e pacatezza.

Sovente però c’è gente che mi lascia perplesso: sanno poco, esperienze professionali modeste, cultura approssimativa. In compenso grande attivismo, luoghi comuni, tono di voce elevato, slogan di una superficialità irritante. Riscuotono grande successo: parlano alle pance, non alle teste. E naturalmente è proprio per questo che sono un po’ dappertutto, perché portano consenso. Così la prima categoria di candidati che potrebbe portare Idv sopra la soglia del 4 % è costituita da persone come queste.

Poi c’è un’altra categoria: i professionisti della politica, gente che ne ha fatto un mestiere e che, in vari modi, spesso con promesse illecite o più direttamente con denaro, ha accumulato pacchetti di voti. Per loro un partito vale l’altro: esibiscono la loro dote e si offrono, come al mercato. Anche questi servono molto per raggiungere soglie di consenso elevate.

Non c’è dubbio che, imbarcando gli uni e gli altri, Idv potrebbe diventare un partito che “conta” e aspirare a posti di governo. Insomma potrebbe entrare nel giro grosso.

La domanda è: poi, di questa gente, che cosa ne fa? Nella migliore delle ipotesi è inutile, nella peggiore (ma probabile) pericolosa. Così mi è venuto in mente che, se Idv “torna un partito del 4 %”, non è che poi sia necessariamente un male. Niente alleanze, niente schieramenti, oggi si vota con il Pd, domani si appoggia B&C (mi viene in mente solo la legge sullo stalking). Ma insomma, un partito di gente che fa politica come servizio (lo so mi ripeto ma tutto comincia da qui) non è proprio quello che serve al paese?

Solo che qui cominciano altri problemi. Perché, se cambia la legge elettorale e riprende vigore il sistema delle preferenze, le persone di cui ho parlato (male) andranno a nozze; egemonizzeranno qualsiasi partito.

Chi non voterà gente che fa promesse illecite (e magari le mantiene) di appalti, modifiche ai piani regolatori, case e lavoro?

E chi non voterà persone che straparlano di precariato, lotta alla mafia, aumento delle pensioni, banche responsabili della crisi?

Che poi lo straparlatore non abbia la minima idea di quello che dice purtroppo per molti cittadini è irrilevante.

A questa gente si aggiungeranno i big dei partiti, quelli dall’elezione sicura per via del voto di bandiera.

Con questo sistema, di persone serie ai partiti ne arriveranno poche.

Allora meglio il “porcellum”?

È difficile decidere, le implicazioni negative sono tante, soprattutto per gli abusi che permette: l’era delle veline in Parlamento è cominciata così.

Certo che un partito con una classe dirigente seria, onesta e preparata, che riempia le sue liste di “gente che fa politica come servizio” (non trovo un altro modo di dirlo), allora … Però il problema a questo punto diventa: e chi lo vota?

Magari c’è una terza soluzione. Che è stata immaginata da uno scrittore di fantascienza, Robert Heinlein. Possono votare e assumere incarichi pubblici di alto livello (si chiama elettorato attivo e passivo) solo le persone che hanno lavorato gratuitamente (e onestamente) per un certo numero di anni al servizio dello Stato. Gli altri, liberi di godersi la vita; ma non si impiccino di politica. Fantascienza, appunto. Però…

La fine dell’imbonitore


di Giampiero Gramaglia

Ecco dove ci porta la politica dell’amicone, del prendere sottobraccio l’interlocutore convinti che una pacca sulle spalle e una barzelletta siano il modo vincente di fare politica estera. Dietro il no di Lula all’estradizione del terrorista omicida Cesare Battisti c’è la storia di un Paese e ci sono le vicende umane dell’ormai ex presidente brasiliano e del suo successore Dilma Roussef: il risultato è una decisione sbagliata e inaccettabile, ma in alcun modo inattesa o sorprendente. Eppure quando, a fine giugno, Silvio Berlusconi compì in Brasile una missione in pompa magna – 60 imprenditori al seguito, un giro d’affari da 10 miliardi di euro – la questione non fu praticamente evocata, quasi che la cosa importante fra i due paesi fossero gli affari e l’intesa personale di Mr B e Lula: “Ci siamo capiti bene subito fin dall’inizio” assicurò il Cavaliere, come se davvero lui e uno con la storia del brasiliano possano essere fatti “allo stesso modo”. La vicenda Battisti restò sullo sfondo della visita. Allora, la diplomazia italiana raccontava che Lula non avrebbe deciso e avrebbe lasciato il responso alla Rousseff, una ex guerrigliera, che – chissà mai perché – avrebbe avuto meno remore all’estradizione. E, invece, non avevamo capito un bel nulla.

Adesso, il governo protesta, mette in forse accordi e trattati conclusi da poco senza garanzia alcuna, soprattutto manifesta sdegno e stupore perché le autorità brasiliane esprimono dubbi sull’affidabilità della giustizia italiana. Ma chi è che, giorno dopo giorno, piccona la credibilità della magistratura? E chi è che mette alla berlina la serietà delle istituzioni repubblicane? E siamo proprio sicuri che certi discorsi, risaputi all’estero (mica solo attraverso Wikileaks) giovino all’immagine del Paese? Lula il brasiliano tratta l’Italia da repubblica delle banane. In un gioco degli stereotipi, è il mondo al contrario. Ma è la sorte che ci tocca, andando in giro per il mondo a fare gli imbonitori da fiera.

Gerovitalia


di Marco Travaglio

I sopravvissuti ai veglioni, ai cenoni, ma soprattutto alla torrenziale conferenza stampa di B. e al letale messaggio ipnotico di Napolitano avranno forse notato il paradosso di un signore di 85 anni che potrebbe un bel giorno lasciare il posto a un ometto di 75 (che ne avrà 78 quando si libera la sedia) e intanto firma la cosiddetta legge Gelmini che toglie ogni speranza ai giovani, poi li esorta a non perdere la speranza (l’espatrio).

Già ci pare di sentire le obiezioni di quirinalisti e corazzieri di complemento, secondo i quali il Presidente sarebbe, in gran segreto, un roccioso baluardo contro le leggi vergogna: infatti l’altro giorno ha, sì, firmato pure la Gelmini, ma segnalando coraggiosamente “alcune criticità”.

Purtroppo anche Rodotà, su Repubblica, ha tentato di gabellare la promulgazione della controriforma universitaria come un trionfo del dialogo presidenziale con gli studenti e un altolà al governo: il Colle ha firmato la Gelmini, ma gliele ha cantate chiare.

La tesi ricorda quel pugile che, messo al tappeto dal suo avversario e portato in ospedale più morto che vivo, biascicava prima di entrare in coma: “Ne ho prese tante, ma gliene ho dette quattro”.

La verità nuda e cruda è che ha stravinto un’altra volta B. e hanno perso un’altra volta gli italiani. Le chiacchiere stanno a zero, la Gelmini è legge, farà danni irreparabili per decenni (anche perché il centrosinistra, ove mai tornasse al governo, si guarderebbe bene dall’abrogarla) e delle “criticità” segnalate dal Quirinale il governo farà l’uso che Bossi fa del tricolore per celebrare degnamente l’Unità d’Italia. Oltretutto questa cosa di firmare le leggi dicendo che non vanno tanto bene è un controsenso e una presa in giro.

La Costituzione dice che il presidente, quando gli arriva una legge dal Parlamento, ha due opzioni: se gli piace, firma; se non gli piace, respinge al mittente con messaggio motivato alle Camere.

La firma con monito, con criticità, con faccia scura, con naso storto, con ditino alzato, con mano sinistra o su una gamba sola non è prevista. E in ogni caso, una volta promulgata, la legge va sulla Gazzetta Ufficiale ed entra in vigore.

Come, e soprattutto perché, il governo dovrebbe correggerla dopo “ampio confronto” con gli studenti ignorati per tre anni, soprattutto ora che il Quirinale ha scaricato l’unica arma in suo possesso per imporglielo?

Naturalmente, come si fa col nonnetto che raccomanda di coprirsi bene, la Gelmini ha assicurato che “terrà conto” delle osservazioni. Tanto domani nessuno se ne ricorda più.

Illazioni? Malignità? No, memoria storica.

Il 2 luglio 2009, con la solita fiducia, diventava legge l’ennesimo “pacchetto sicurezza” di questa banda di magliari che si fa chiamare governo: la legge 15.7.2009 n. 94, piena di norme razziste e incostituzionali, tipo il reato di immigrazione clandestina e il via libera alle ronde. La penna più veloce del west la firmò il 15 luglio, ma lo stesso giorno scrisse al premier e ai ministri Maroni e Alfano che alcune “rilevanti criticità” suscitavano in lui “perplessità e preoccupazioni”: la legge era mal fatta (3 articoli per modificare quasi 200 norme), malscritta (il solito ostrogoto) e addirittura viziata da scarsa “coerenza con i principi dell’ordinamento” e da “dubbi di irragionevolezza e insostenibilità”.

Anche allora, vivi applausi al Colle dai corazzieri della penna: che monito, perbacco, gliele ha cantate chiare!

Immancabilmente Maroni, Alfano & C. si impegnarono “tener conto delle osservazioni del capo dello Stato”, di cui sentitamente lo ringraziarono. Poi se ne infischiarono: infatti, in un anno e mezzo, di quella legge non han modificato un punto e virgola. Le uniche variazioni le ha imposte la Consulta, stabilendo che la legge firmata (ma con monito) da Napolitano era incostituzionale in più punti.

Ora, con la Gelmini, il copione si ripete. Eppure qualcuno ancora ci casca.

A Napoli si dice “‘ccà nisciuno è fesso”. Nisciuno, o quasi.

sabato 1 gennaio 2011

Ravel, Piano concerto in G - II Adagio assai (L. Bernstein)

L’anno in chiaroscuro di Barack Obama



Dalla riforma sanitaria alla batosta elettorale del due novembre passando per il disastro del Goflo del Messico e la pubblicazione dei cables di Wikileaks

“Mele Kalikimaka”. Buon Natale, in hawaiano. Barack Obama ha pronunciato l’augurio appena sceso dalla scaletta dell’aereo che l’ha portato alle Hawaii, dove il presidente ha trascorso, con la famiglia e alcuni vecchi amici dei tempi di Chicago, le vacanze di fine anno. E’ stato un2010 tormentato, per lui, arrivato alla Casa Bianca sull’onda di uno dei più clamorosi fenomeni di fascinazione collettiva degli ultimi decenni, e ben presto scontratosi con la realtà del governo, dell’opposizione repubblicana, del groviglio di poteri e interessi di una società complessa.

Il 2010 è stato l’anno della rottura dell’incantesimo tra Obama e la sua base (il presidente ha perso l’appoggio di gran parte dell’elettorato più liberal), della “batosta” delle elezioni di midterm, ma anche di riforme fondamentali e attese da decenni. Apertosi con il nuovo allarme terrorismo, scatenato dal kamikaze in volo tra Amsterdam e Detroit, l’anno si chiude con la ratifica del New Start, con i tagli fiscali e la legge sui gay nell’esercito. Se non è quel ribaltamento del “sistema America” che molti nel 2008 speravano, è comunque una agenda politica notevolissima che merita di essere ripercorsa.

SCOTT BROWN. L’anno si apre nel peggiore dei modi per Barack Obama. Alle elezioni del 19 gennaio in Massachussetts, per assegnare il seggio vacante dopo la morte del senatore Ted Kennedy, la spunta un repubblicano, Scott Brown. I democratici perdono in una delle roccaforti del liberalismo. Giocano, a loro sfavore, la rabbia popolare contro il salvataggio delle grandi banche, il deficit federale, tassi di disoccupazione al 9,7%. E’ un presagio di quello che capiterà più tardi, alle elezioni di midterm. E’ un dato politico importante, oltre che simbolico. I democratici perdono infatti i 60 voti necessari in per vincere l’ostruzionismo repubblicano in Senato.

BIPARTISANSHIP. E’ una tra le parole più spesso evocate nel 2010. A febbraio, mentre Washington e la East Coast sono messe alle strette dalla più copiosa nevicata degli ultimi anni, il clima politico si fa incandescente. Il presidente invoca la collaborazione tra le parti ma fa molto poco per realizzarla. I repubblicani vengono invitati alla Casa Bianca, per la prima volta, proprio a febbraio. “Essere bipartisan non può voler dire rinuncia dei democratici ai loro valori”, spiega Obama. “Essere bipartisan non significa scrivere le leggi e poi pretendere l’appoggio repubblicano”, gli risponde John Boenher, leader repubblicano della Camera. La bipartisanship sarà comunque una necessità quando, il 5 gennaio, si riunirà il nuovo Congresso. Con la nuova maggioranza repubblicana della Camera, Obama dovrà trovare qualche forma di collaborazione (se non vuole fare la fine di Bill Clinton, dimezzato dopo la “Rivoluzione repubblicana” del 1994).

BIG THINGS. “Siamo stati capaci di fare grandi cose”, esclama un giubilante Obama il 21 marzo. Dopo mesi di urla, proteste, manovre di Palazzo, la Camera approva il “Patient Protection and Affordable Care Act”, la riforma della sanità USA. Se Obama deve rinunciare all’opzione pubblica, la nuova legge estende l’assistenza a oltre 30 milioni di americani. Dotarsi di un’assicurazione sanitaria diventa un obbligo. Sovvenzioni statali per i meno abbienti e limiti più stringenti per le compagnie di assicurazioni completano una riforma che dà a Obama un posto nella storia. Al presidente riesce quello che non era riuscito a Teddy Roosevelt, Franklin Roosevelt, Harry Truman e Bill Clinton. La legge compatta però anche l’opposizione di tutti i nemici della Casa Bianca. E’ in questi mesi che il Tea Party diventa, da movimento di protesta, forza politica nazionale. E’ in questi mesi che l’America liberista, libertaria, anarchica, capitalista, conservatrice, reazionaria, approfondisce la sua critica al “socialista” e statalista Obama. “Vogliono la guerra? L’avranno”, risponde Obama. La guerra continua, e non è detto che sia Obama a vincerla. Un giudice della Virginia, lo scorso 13 dicembre, ha giudicato “incostituzionale” l’obbligo di dotarsi di un’assicurazione. L’impulso americano a tenere lo Stato fuori dalla propria vita è forse più profondo di quanto lo stesso Obama avesse calcolato.

LA FALLA. Il 20 aprile un’esplosione devasta la Deepwater Horizon. Muoiono 17 persone. La piattaforma si inabissa tra le fiamme nel Golfo del Messico. Quattro giorni dopo, il greggio che fuoriesce dalla struttura copre un’area di un circa un miglio. La macchia si allarga velocemente. Termini come blowout preventer, top kill, static kill, diventano familiari per l’americano medio. E’ un disastro ambientale di dimensioni incalcolabili. E’ un’ulteriore manifestazione di incompetenza e avidità di una grande corporation. E’ un ulteriore macigno sulla strada del presidente. Obama cerca di apparire il più possibile assertivo. Minaccia i dirigenti di BP di “prenderli a calci nel sedere”. Passa le sue vacanze in Louisiana, per dimostrare che le spiagge sono pulite e sicure. Non serve a molto. Un sondaggio AP/GfK rivela che per gli americani Obama ha gestito il disastro nel Golfo come George W. Bush ha gestito Katrina. Quando, a fine agosto, la falla è chiusa, un pezzo ulteriore della sua credibilità è andato in pezzi. “Ha iniziato camminando sulle acque. Ha finito trascinandosi nel greggio”, dicono i suoi nemici. Più probabilmente, “sono gli ostacoli che Obama si è trovato di fronte, a essere intrattabili”, spiega Fred Greenstein, storico dei presidenti USA.

QUALE RIPRESA? Durante tutto il 2010, il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti si mantiene pericolosamente vicino al 10%. Inferiori alle attese sono gli effetti del pacchetto da 814 miliardi di incentivi economici. Eppure qualcosa si muove. GM e Crysler, destinatari di decine di miliardi di salvataggio pubblico, tornano a registrare utili e ad assumere. Il tono complessivo resta però particolarmente tetro. Migliaia di persone continuano a vedersi requisite le case. E la disoccupazione, il vero filo rosso di questo 2010, continua a segnare la vita di troppi. Quando, a luglio, Obama proclama “l’estate della ripresa”, molti si chiedono: “Quale ripresa?”.

IL COMANDANTE IN CAPO. Obama non ha mai destato particolare entusiasmo tra i militari del Pentagono. Il disprezzo, in un certo senso l’aperto scherno, emergono con l’intervista del generale Stanley McCrystal a “Rolling Stone”. Il comandante delle truppe americane in Afghanistan dipinge una Casa Bianca fatta di civili velleitari e litigiosi. L’intervista gli vale il licenziamento e la sostituzione con l’idolo dei neocon David Petraeus. La strategia di Obama in Afghanistan continua però ad apparire incerta, oscillante tra volontà di ritiro e necessità della guerra in corso (30 mila nuovi soldati partono per l’Afghanistan, mentre altre migliaia tornano dall’Iraq). Alla fine Obama perde l’appoggio della sua base più liberal e pacifista, senza guadagnare il consenso dei falchi. A maggio, in Afghanistan, muore il millesimo soldato americano, dall’inizio dell’operazione “Enduring Freedom”.

LA BATOSTA. Il 2 novembre 2010, verrà ricordato negli annali della politica americana come il giorno della “batosta”. E’ lo stesso Obama a definire così la sconfitta democratica alle elezioni dimidterm. Sospinti da disoccupazione, crisi economica, furore populistico, i repubblicani conquistano la Camera e avanzano al Senato. Il Tea Party, il cavallo vincente che fa da catalizzatore di tutti i conservatori d’America, conquista i seggi senatoriali di Florida, Kentucky eUtah. Obama dice di “aver imparato la lezione”. Per tutta la campagna elettorale, conscio della propria popolarità in picchiata, il presidente si fa vedere solo nelle aree urbane. Nell’America rurale e profonda, manda i vecchi leoni Joe Biden e Bill Clinton.

HAPPY END? E’ un altro incidente a inaugurare le ultime settimane dell’anno di Barack Obama. La pubblicazione, da parte di Wikileaks, di 250 mila dispacci del Dipartimento di Stato, rilancia le accuse di ingenuità politica rivolte all’amministrazione. Ma Obama va avanti e dimostra che, sotto il politico spesso amletico ed evasivo, si cela un combattente deciso a vender cara la pelle. Il presidente si mette d’accordo con i repubblicani, per far passare tagli alle tasse per i più ricchi e classe media (altri 900 miliardi da aggiungere al debito pubblico). Ottiene il voto del Congresso per il New Start, il trattato di disarmo nucleare con la Russia, strappando il sì a un manipolo di senatori repubblicani e risollevando la sua credibilità internazionale. Fa qualcosa che piace alla base di sinistra, eliminando dopo 17 anni il bando agli omosessuali nell’esercito (anche simbolicamente, una gran cosa: lui, il primo presidente nero, che elimina un baluardo di oppressione e pregiudizio).

E’, questo happy end, il “grande successo” sbandierato dalla Casa Bianca, che risolleva le sorti di una presidenza in difficoltà? Non proprio. E’, più realisticamente, una boccata d’ossigeno politico, che consente a Obama di andare avanti, prepararsi alle prossime sfide (immigrazione, ambiente, riduzione del debito), costruire la candidatura per le presidenziali 2012. Sapendo, lui e noi, che “l’uomo del destino” non esiste più. E che il sogno è stato, irrimediabilmente, intaccato dalla realtà.

di Roberto Festa

Vincono le slot: la multa è sparita


FERRUCCIO SANSA

Una sentenza cancella la penale dal 7 milioni di euro per le aziende del gioco. Il cavillo usato potrebbe annullare anche le maxi-sanzioni da 98 miliardi

Una sentenza del Consiglio di Stato che annulla una penale da 7 milioni di euro. È passata quasi inosservata nel mare di decisioni prese dalla magistratura amministrativa. Ma potrebbe cancellare i 98 miliardi che la Procura della Corte dei Conti ha richiesto alle società concessionarie delle slot machine.

La decisione sulla penale più grande mai richiesta dalla magistratura contabile italiana arriverà dopo l’estate. L’opinione pubblica ha seguito tutta la vicenda sulle pagine del Fatto, del Secolo XIX, nelle inchieste di Striscia la notizia e sul blog di Beppe Grillo dove sono piovuti migliaia di messaggi. Ma la sentenza del Consiglio di Stato è stata salutata come un trionfo dai padroni delle slot.

Per capire perché bisogna leggere tutte le 25 pagine. I magistrati hanno accolto il ricorso di BPlus Gioco Legale Ltd e hanno annullato le penali delle nuove slot irrogate dai Monopoli di Stato nel 2008.

Tutto parte dal ritardo contestato nell’avvio della rete delle slot che avrebbe provocato, secondo l’accusa, un danno ai Monopoli. Una vicenda complessa, che si è divisa in una miriade di giudizi, ricorsi e controricorsi, dal Tar fino alla Corte dei Conti. La sentenza del Consiglio di Stato, come ricorda l’agenzia specializzata Agicos, “riguarda solamente le penali, per la precisione il secondo conteggio, quello basato sugli atti integrativi delle convenzioni di concessione siglati nella primavera del 2008 che hanno reso più favorevoli i parametri per il conteggio delle penali”. BPlus (una volta si chiamava Atlantis) è la compagnia con il maggior numero di apparecchi installati. Ad essa i Monopoli avevano contestato penali per circa 7 milioni di euro (ma la Corte dei Conti aveva parlato di 31 miliardi).

Il Tar aveva confermato le penali. Ma ecco la decisione di appello del Consiglio di Stato. Il passaggio chiave: “Con riferimento alle violazioni più gravi imputate” alle società concessionarie, “cioè al mancato collegamento di apparecchi entro il 31 dicembre 2004, va condivisa la tesi… secondo cui occorre tener conto delle modifiche alla Convenzione (tra concessionari e Monopoli, ndr)” intervenute successivamente.

È il nodo della questione: la nuova Convenzione. Quella che per le concessionarie è l’ancora di salvezza e che per i critici invece è sempre parsa un colpo di spugna voluto da tutti, partiti compresi, per cancellare decine di miliardi di penali previste per le concessionarie. La nuova disciplina deve essere applicata anche a violazioni precedenti? In materia penale le leggi più favorevoli sono retroattive. Ma qui siamo in un ambito completamente diverso, parliamo di contratti e convenzioni. I legali delle concessionarie cantano vittoria: “Una sentenza ottima che chiude in maniera tombale la questione. Il Consiglio di Stato afferma che i ritardi non hanno causato danni alla pubblica amministrazione. Una sentenza destinata ad avere ripercussioni anche sul procedimento della Corte dei Conti’’.

Ma è davvero il preannuncio che le casse pubbliche devono dimenticarsi i famosi 98 miliardi? No, perché il giudizio della Corte dei Conti si basa anche su altri atti e perizie, non sempre favorevoli alle concessionarie. Certo, però, che la sentenza del Consiglio di Stato offre una via di uscita che i magistrati contabili potrebbero scegliere di seguire.

Alitalia, Idv: “Berlusconi indagato a Lecce”


PIERLUIGI GIORDANO CARDONE

La bufera Alitalia torna ad abbattersi sul Governo. Anzi, sul suo capo. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, sarebbe stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura della Repubblica di Lecce per l’operazione di privatizzazione di Alitalia – controllata fino al 2008 dal Tesoro – e gli atti dell’inchiesta sarebbero già stati inviati, per competenza, alla Procura di Roma.

Le ipotesi di reato a carico del premier consistono nella violazione di norme previste dal TUIF, il testo unico in materia di intermediazione finanziaria. La notizia è stata diffusa nella serata di ieri da Giovanni D’Agata, componente del dipartimento tematico “Tutela del consumatore” dell’Idv e fondatore dello “Sportello dei diritti”. Secondo l’esponente del partito di
Antonio Di Pietro, il premier sarebbe indagato con numero di registro generale 13360/2010 sin dal 17 dicembre scorso. Il tutto partirebbe da un dettagliato esposto presentato il 9 dicembre da un azionista di minoranza di Alitalia, l’avvocato leccese Francesco Toto, per denunciare – si legge nella nota – “la sciagurata operazione che aveva riguardato l’ex compagnia di Stato e la condotta tenuta dall’onorevole Berlusconi, allora candidato in pectore, e dal ministro dell’Economia e Finanze”. L’azione legale, spiega Toto, è nata per tutelare l’interesse suo (che tra il 2007 e il 2008 aveva acquistato 380.000 azione della compagni aerea di Stato e per quest’operazione al momento ha perso 500mila euro), degli altri azionisti di minoranza, degli obbligazionisti, dei creditori e di tutti quei soggetti danneggiati dalla vicenda Alitalia.

La teoria del legale salentino è chiara: nel 2008 Silvio Berlusconi avrebbe tenuto un comportamento che, facendo saltare l’accordo Alitalia-Air France, ha danneggiato fortemente chi nel frattempo, convinto prima dall’azione di risanamento del governo Prodi e poi dalla promessa dello stesso numero uno del Pdl sulla presenza di una nuova cordata tutta italiana in grado di migliorare l’offerta dei francesi, aveva investito il suo denaro acquistando le azioni della compagnia aerea nazionale. Un’intromissione indebita, insomma, a cui sarebbero seguite altre prese di posizione che avrebbero a loro volta peggiorato la situazione dei piccoli azionisti e dei creditori, il cui investimento è stato pressoché azzerato da una dichiarazione di B., che ha portato ad una dolorosa decisione della Consob.

Quest’ultima, si ricorderà, a metà 2008 sottrasse dalla contrattazione di borsa il titolo Alitalia, guarda caso dopo una esternazione pubblica del premier, che ad inizio aprile dichiarò testualmente: “Non avere tolto Alitalia dalla borsa è una cosa folle, un errore madornale”. La Consob fu costretta ad intervenire e da allora le azioni acquistate dagli azionisti di minoranza divennero carta straccia. In un sol colpo, ad esempio, l’avvocato Francesco Toto perse mezzo milione. Un danno non di poco conto per i risparmiatori che avevano investito in Alitalia, peraltro successivamente penalizzati da rimborsi esigui e tardivi. E tutto per un unico motivo, è la tesi: si sono fidati di Silvio Berlusconi, della sua statura imprenditoriale, della sua promessa di non regalare Alitalia ai francesi (che pure avevano presentato l’offerta migliore).

Da qui si dipana una matassa legale che per il premier potrebbe significare un nuovo processo. La storia, del resto, è partita agli inizi del novembre 2009, quando l’avvocato Francesco Toto ha presentato al Tribunale di Lecce un’azione civile di risarcimento a cui, in brevissimo tempo, avrebbero aderito tanti altri azionisti di minoranza della compagnia. Le cifre della causa in sede civile: in tutto si parla di oltre 30 azionisti, per un totale di 4milioni di euro di valore nominale. Il procedimento, però, a sentire l’avvocato Francesco D’Agata – che difende Toto – sarebbe proseguito in maniera anomala, con uno spacchettamento dello stesso e con l’estromissione degli altri azionisti di minoranza dal procedimento. Quest’ultimi, a loro volta, hanno fatto ricorso alla Corte d’Appello di Lecce e il giudizio è previsto addirittura nel 2012. Agli inizi di questo mese, tuttavia, Francesco Toto ha presentato un’azione penale contro l’allora candidato Silvio Berlusconi e contro il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Le accuse contenute nell’esposto di Francesco Toto sono pesantissime: si parla di insider trading, aggiotaggio, truffa e tutta un’altra serie di ipotesi di reato. Ieri la svolta, con la notizia dell’iscrizione di Berlusconi nel registro degli indagati diffusa da Giovanni D’Agata. Nella giornata di oggi, invece, l’esponente dell’Italia dei Valori ha confermato e precisato le ipotesi di reato che hanno portato all’iscrizione del Presidente del Consiglio nel registro degli indagati: su di lui, a quanto pare, peserebbero alcune violazioni di leggi previste dal TUIF, il testo unico in materia di intermediazione finanziaria.

Contattato sulla vicenda, il Procuratore Generale della Dda di Lecce, Cataldo Motta, si è limitato ad “no comment”. Per il legale del premier,
Niccolò Ghedini, si tratta invece di notizia “totalmente infondata: se mai tale iscrizione dovesse esserci in conseguenza di una denuncia, sarebbe semmai a Roma o Milano e, soprattutto, sarebbe immediatamente archiviata”. Secondo Ghedini, infatti, “tutti i comportamenti del premier nella vicenda sono stati impeccabili, pubblici e conosciuti dal mondo della finanza, della politica e della stampa, che ha seguito con grandissima attenzione l’intera trattativa: è semplicemente ridicolo ipotizzare che il premier possa essere messo sotto accusa per aver salvato un’azienda italiana”. Durissimo, invece, Antonio Di Pietro: “Morale della favola: ancora una volta Berlusconi ha venduto lucciole per lanterne. Ha fatto credere che quello di Alitalia fosse un affare per il Paese, in realtà lo è stato sempre e solo per lui e per i suoi amici”.

da il Fatto Quotidiano del 31-12-2010

Caro anno ti scrivo


GIANNI BARBACETTO

Caro 2011, portaci:

Una destra normale, che non abbia l’unico fine di salvare il satrapo anziano che la possiede.
Una sinistra normale, che chieda diritti, uguaglianza, lavoro.
Un presidente della Repubblica che posi la penna ogni tanto.
L’opzione “termina chiamata” quando un certo Silvio telefona in tv.
Una conferenza stampa in cui metà dei giornalisti non siano suoi dipendenti.
Il nome di quello che ha pagato la casa di Claudio Scajola.
Un ente pubblico in cui non ci siano amici e parenti di Alemanno.
Una posizione del Pd. Una qualunque, ma su cui siano quasi tutti d’accordo.
Un amaro Giuliani. E il conto, grazie.

Caro 2010, portati via:

Tutti i politici di professione: tutti a casa, a fare altre cose più utili a loro e a noi.
Tutti i giornalisti servi.
I plastici del salotto di Vespa.
Gli editoriali di Libero.
Il fango di carta.
Le nipoti di Mubarak.
Le sedute del Senato con Rosy Mauro presidente. E portati via anche Rosy Mauro.
Le espressioni affrante di Bondi in tv.

E adesso, cari amici, continuate voi

Vogliamo i colonnelli


BRUNO TINTI

Da quando è arrivato B. si parla di berlusconismo: un uomo solo al comando, pragmatismo efficiente, volontà del fare contrapposta a indecisioni paranormative. Caratteristiche che, per gente come B, sono qualità: un uomo illuminato pronto ad accettare poteri rilevanti e ad utilizzarli con la spregiudicatezza necessaria. Tutto sbagliato. Se mai un uomo è stato lontano da questa figura di dittatore classico (tipo Pericle, diciamo) questi è stato B. Uomo meschino, legato ai suoi interessi personali, ha utilizzato il potere improvvidamente conferitogli solo per evitare la prigione, come un lucido Confalonieri aveva commentato all’inizio della sua avventura politica. Sicché, parlare di berlusconismo come definizione teorica della sua gestione è fuor di luogo. Abuso d’ufficio (o interesse privato in atti d’ufficio se il reato esistesse ancora), questa è stata l’era berlusconiana.

Tuttavia il berlusconismo ha caratterizzato molti politici, non necessariamente meschini, avidi, disonesti. Uno di questi è stato D’Alema.
Come tutti ricordiamo l’ex ministro degli esteri ha spiegato all’ambasciatore Usa in Italia che “la magistratura italiana è la più grande minaccia per lo Stato”. Non credo esista chi presta fede alla sua smentita. E quindi, dato per scontato che questa frase fu effettivamente pronunciata, vediamo cosa essa presuppone.

Tutti sanno che compito della magistratura è garantire l’osservanza della legge, attribuendo torti e ragioni e condannando chi la vìola. In una parola, la magistratura presiede all’osservanza delle regole. In uno Stato democratico, caratteristica delle regole è la loro validità universale. Al di là dell’art. 3 della Costituzione, è insito nel concetto di regola che essa si applica a tutti. Se così non avviene, non si è in democrazia.

Persone con una visione miope della storia e della politica hanno ceduto spesso al fascino dell’eccezione: il fine giustifica i mezzi; questa volta, e solo per questa volta, la regola può essere violata; l’interesse dello Stato richiede un atto coraggioso; etc etc. Visione miope, perché inquinata dalla soggettività della valutazione. Chi lo ha detto che questo fine è degno di essere perseguito a qualsiasi costo? Chi ha stabilito che, questa volta e solo questa volta, c’è un interesse primario da tutelare anche violando le regole? E quando qualcun altro applicherà questi stessi metodi a fini e interessi che non condividiamo, che facciamo?

Non sto leggendo nell’animo di D’Alema; sto deducendo dalle sue azioni. Tra tutte, l’appoggio a Ricucci per la scalata a Bnl. Il ministro degli esteri della Repubblica poteva avere le sue buone ragioni per appoggiare una scalata bancaria illegale: il vantaggio economico dell’operazione non solo per Ricucci ma, dal suo punto di vista, per il Paese, potrebbe averlo indotto ad una sponsorizzazione inopportuna e anche al riconoscimento, per improbabili alleati, di “contropartite” di cui mai ha voluto rivelare la natura. Ma tutto questo è, appunto, fuori delle regole ed è normale che la magistratura sia intervenuta.
Non una minaccia per lo Stato ma per chi ne viola le regole.

Il Fatto Quotidiano, 31 dicembre 2010

Battisti, Napolitano: “Esprimo amarezza. Decisione incomprensibile e infondata”


Il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha voluto esprimere “la sua amarezza” per la mancata estradizione dell’ex terrorista Cesare Battisti dal Brasile. Il presidente della Repubblica ha aggiunto: “E’ una decisione incomprensibile e infondata”. Napolitano poi precisa: “A Lula avevo scritto nel gennaio 2009, illustrandogli ampiamente le circostanze di fatto, e gli argomenti giuridici e politici, che chiaramente militavano per la concessione dell’estradizione di Cesare Battisti; gli riproposi tutti i termini della questione – si legge nella nota del Quirinale – incontrandolo a L’Aquila in occasione del G8 e ricavai da quell’incontro motivi di fiducia nella comprensione, da parte brasiliana, delle ragioni dell’Italia”. Osserva il presidente: “A maggior ragione, mi appare incomprensibile la decisione, le cui motivazioni appaiono tanto infondate quanto insensibili alle garanzie dell’ordinamento giuridico e alla tradizione democratica del nostro paese. Non mi resta che confidare in una seria considerazione, nelle competenti sedi brasiliane, delle nuove istanze che saranno prodotte dalle autorità italiane; e rivolgere un pensiero addolorato – conclude il capo dello Stato – alle vittime dei crimini di Battisti come di tutte le vittime del terrorismo”.

Grazie


ANTONIO PADELLARO

Per noi del Fatto è stato un anno straordinario. E non soltanto perché, tra edicola e abbonamenti abbiamo costantemente superato le centomila copie giornaliere, con un numero complessivo di lettori che ci colloca stabilmente nella classifica dei quotidiani più diffusi (così come è avvenuto con Ilfattoquotidiano.it, tra i siti più visti in assoluto). Non è un dato puramente commerciale. E’ il segno di un rapporto con i lettori che si è andato rafforzando nel corso del 2010.

Avevamo fatto un patto. Noi difenderemo la nostra autonomia di giornalisti che scrivono i loro articoli senza dover chiedere permesso a nessuno. Voi sosteneteci versando ogni mattina quell’euro e venti che rappresenta (con un po’ di pubblicità) l’unico vero introito del nostro bilancio. Un patto che ha funzionato perché certe inchieste e certi titoli li abbiamo pubblicati solo noi. Dall’indagine della procura di Trani sul telebavaglio imposto da Berlusconi, ai trascorsi siciliani di Schifani, ai retroscena della trattativa Stato-mafia, al caso Ruby, la “nipote di Mubarak” adottata dal premier. E poi, le pagine sui misfatti della cricca, sulla vergogna dei terremotati abruzzesi abbandonati al loro destino, sulla scuola italiana di Adro diventata “padana”. E ancora: quel titolo “Viva la Costituzione” dedicato agli studenti in lotta e di cui siamo orgogliosi.

Ci stiamo preparando per il 2011, che è già domani. In cantiere tante nuove inchieste sull’Italia che non va. Ma anche sull’Italia che, malgrado tutto, riesce a realizzare idee e progetti con la forza dei propri valori. Vorremmo che il Fatto non fosse soltanto un giornale ma il punto d’incontro di una collettività di cittadini liberi. Gli abbonamenti sono il cemento che ci tiene insieme, noi e voi. Tanti ne abbiamo raccolti ma vi chiediamo uno sforzo in più. Magari risparmiando con gli abbonamenti smart e con quelli scontati per chi ne regala uno a un amico. Comunque, grazie.

Il Fatto Quotidiano, 31 dicembre 2010

È solo l’inizio


PETER GOMEZ

Il meglio deve ancora venire: archiviato il 2010 l’unica promessa che ci sentiamo di fare è questa.

Come sono andate per noi le cose, del resto, lo sapete già: sono andate bene. L’avventura de Il Fatto Quotidiano, con le sue oltre 100.000 copie giornaliere, e quella de ilfattoquotidiano.it, con i suoi 250milia utenti unici che a volte superano abbondantemente i 300.000, dimostra che non ci eravamo sbagliati. Davvero in Italia, anzi sopratutto in Italia, c’era spazio per un impresa editoriale che avesse un unico fine: scrivere tutte le notizie che i suoi giornalisti erano in grado di trovare.

In questi mesi si è parlato spesso di crisi dei media, della carta stampata che verrebbe uccisa da Internet, di giornali costretti a licenziare o a mettere in cassa integrazione i colleghi. Nessuno, o quasi, si è invece posto una domanda semplice, semplice: perché un lettore o un navigatore dovrebbe scegliere un quotidiano o un sito internet piuttosto che un altro?

Beh, noi questa domanda ce la siamo posta già due anni fa quando, grazie ad Antonio Padellaro e Giorgio Poidomani, fondammo Il Fatto. E la risposta fu univoca: un giornale viene scelto per conoscere qualcosa (sia essa una notizia o un’opinione) che non si sa. Una considerazione quasi lapalissiana che però, in un periodo caratterizzato da quotidiani e siti Internet tutti uguali tra loro (o condizionati dalle proprietà), diventa in qualche modo rivoluzionaria.

Inutile girarci intorno: è questo il principale motivo per cui il 2010 è stato per noi un buon anno. I lettori e navigatori, anche quando non sono d’accordo con noi, si rendono conto di come da queste parti ci sia sempre qualcosa che gli altri non dicono. Sanno che, anche quando sbagliamo, lo facciamo solo per colpa nostra e con la nostra testa, e non perché un editore o un inserzionista ci ha condizionati.

Essere liberi, però non basta. L’edicola, gli abbonamenti e (speriamo in futuro) anche un po’ di pubblicità (anzi, se volete, fatevi un giro sul sito della nostra concessionaria MyAds), ci hanno messo in mano dei capitali che abbiamo il dovere di reinvestire. Come? Cercando di fare un’informazione migliore, di avere più notizie, più inchieste, più filmati e più scoop. Cercando di aumentare il numero e la qualità (già alta) dei nostri blogger e sopratutto di raggiungere il maggior numero di lettori possibile: oggi quasi 330 mila persone sono iscritte alla nostra pagina Facebook, ci piacerebbe che diventassero presto 500.000.

Insomma non vogliamo fermarci. Vogliamo continuare a raccontare il Paese e, nel nostro piccolo, contribuire a cambiarlo.

Nel 2010 abbiamo rafforzato la redazione, il 22 giugno abbiamo aperto ilfattoquotidiano.it, e in queste settimane stiamo valutando altri importanti progetti. Ve li illustreremo presto.

Restate con noi. Perché questo è solo l’inizio.

Buon 2011. A tutti.