È in atto fra i giornalisti Marco Travaglio e Giuseppe D’Avanzo una ‘singolar tenzone’, che prende le mosse da una partecipazione di Travaglio alla trasmissione televisiva “Che tempo che fa”, condotta con successo da Fabio Fazio, puntata di domenica 11 maggio 2008.
Durante l’intervista Marco Travaglio, del quale sono note la ‘verve’ giornalistica la puntigliosità la flemma e l’eterno sorrisetto stampato sul volto che manda in bestia tanti interlocutori (fra i quali Vittorio Sgarbi), ha avuto modo di esternare sul neo presidente del Senato Renato Schifani, con un Fabio Fazio che sembrava reggere bene un gioco delle parti nel quale egli sembra recitare quella dello ‘scandalizzato’.
Marco Travaglio ricordava passate compromettenti presunte amicizie di Schifani ed è notorio che Travaglio possiede un archivio formidabile, giudiziario e non.
Giuseppe D’Avanzo, vice direttore de LA REPUBBLICA, nonché autore assieme a Carlo Bonini di memorabili inchieste giornalistiche sul caso Abu Omar, non gradiva e su Repubblica del 13 maggio 2008 esordisce in modo durissimo: “E' utile ragionare sul "caso Schifani". E - ancora una volta - sul giornalismo d'informazione, sulle "agenzie del risentimento", sull'antipolitica.”.
Durante l’intervista Marco Travaglio, del quale sono note la ‘verve’ giornalistica la puntigliosità la flemma e l’eterno sorrisetto stampato sul volto che manda in bestia tanti interlocutori (fra i quali Vittorio Sgarbi), ha avuto modo di esternare sul neo presidente del Senato Renato Schifani, con un Fabio Fazio che sembrava reggere bene un gioco delle parti nel quale egli sembra recitare quella dello ‘scandalizzato’.
Marco Travaglio ricordava passate compromettenti presunte amicizie di Schifani ed è notorio che Travaglio possiede un archivio formidabile, giudiziario e non.
Giuseppe D’Avanzo, vice direttore de LA REPUBBLICA, nonché autore assieme a Carlo Bonini di memorabili inchieste giornalistiche sul caso Abu Omar, non gradiva e su Repubblica del 13 maggio 2008 esordisce in modo durissimo: “E' utile ragionare sul "caso Schifani". E - ancora una volta - sul giornalismo d'informazione, sulle "agenzie del risentimento", sull'antipolitica.”.
La regola è: colpisci per primo e colpisci duro.
Ne nasce un botta/riposta fra i due, nel quale si desidera esporre la propria opinione, raccogliendo l’invito a ‘ragionare’ di D’Avanzo, il quale prosegue lanciando un’accusa gravissima nei confronti di Travaglio, quella di fare “… nella peggiore tradizione italiana, giornalismo d'opinione che mai si dichiara correttamente tale al lettore/ascoltatore”.
Ma quali sono i ‘fatti’ che Travaglio ha ricordato ?
D’Avanzo ricostruisce così: “Le lontane "amicizie pericolose" di Schifani furono raccontate per la prima volta, e ripetutamente, da Repubblica nel 2002 (da Enrico Bellavia). In quell'anno furono riprese dall'Espresso (da Franco Giustolisi e Marco Lillo). Nel 2004 le si potevano leggere in Voglia di mafia (di Enrico Bellavia e Salvo Palazzolo, Carocci). Tre anni dopo in I complici (di Lirio Abbate e Peter Gomez, Fazi). Se dei legami dubbi di Schifani non si è più parlato non è per ottusità, opportunismo o codardia né, come dice spensieratamente Travaglio a un sempre sorridente Fabio Fazio, perché l'agenda delle notizie è dettata dalla politica ai giornali (a tutti i giornali?).”
In precedenza D’Avanzo scrive: “Marco Travaglio sostiene, per dirne una, che fin "dagli anni Novanta, Renato Schifani ha intrattenuto rapporti con Nino Mandalà il futuro boss di Villabate" e protesta: "I fascistelli di destra, di sinistra e di centro che mi attaccano, ancora non hanno detto che cosa c'era di falso in quello che ho detto". Gli appare sufficiente quel rapporto lontano nel tempo - non si sa quanto consapevole (il legame tra i due risale al 1979; soltanto nel 1998, più o meno venti anni dopo, quel Mandalà viene accusato di mafia) - per persuadere un ascoltatore innocente che il presidente del Senato sia in odore di mafia. Che il nostro Paese, anche nelle sue istituzioni più prestigiose, sia destinato a essere governato (sia governato) da uomini collusi con Cosa Nostra. Se si ricordano queste circostanze (emergono da atti giudiziari) è per dimostrare quanto possono essere sfuggenti e sdrucciolevoli "i fatti" quando sono proposti a un lettore inconsapevole senza contesto, senza approfondimento e un autonomo lavoro di ricerca. E' un metodo di lavoro che soltanto abusivamente si definisce "giornalismo d'informazione".”.
Non male, vero ?
D’Avanzo prosegue: “Non se n'è più parlato perché un lavoro di ricerca indipendente non ha offerto alcun - ulteriore e decisivo - elemento di verità. Siamo fermi al punto di partenza. Quasi trent'anni fa Schifani è stato in società con un tipo che, nel 1994, fonda un circolo di Forza Italia a Villabate e, quattro anni dopo, viene processato come mafioso.“.
D’Avanzo ricorre alla filosofia (cita Bernard Williams) per chiarire il concetto di verità, che è connotato da due virtù: la sincerità e la precisione. Egli chiarisce: ”La sincerità implica semplicemente che le persone dicano ciò che credono sia vero. Vale a dire, ciò che credono. La precisione implica cura, affidabilità, ricerca nello scovare la verità, nel credere a essa..”. E rincara la dose: “Il "giornalismo dei fatti" ha un metodo condiviso per acquisire la verità possibile. Contesti, nessi rigorosi, fonti plurime e verificate e anche così, più che la verità, spesso, si riesce a capire soltanto dov'è la menzogna …”.
Secondo D’Avanzo “…Travaglio è sincero con quel dice e insincero con chi lo ascolta. Dice quel che crede e bluffa sulla completezza dei "fatti" che dovrebbero sostenere le sue convinzioni. ”.
“Nel "caso Schifani" non si può stare dalla parte di nessuno degli antagonisti. Non con Travaglio che confonde le carte ed è insincero con i tanti che, in buona fede, gli concedono fiducia. Non con Schifani che, dalle inchieste del 2002, ha sempre preferito tacere sul quel suo passato sconsiderato. Non con chi - nell'opposizione - ha espresso al presidente del Senato solidarietà a scatola chiusa.”.
E conclude: “Non (si può stare, n.d.a.) con la Rai, incapace di definire e di far rispettare un metodo di lavoro che, nel rispetto dei doveri del servizio pubblico, incroci libertà e responsabilità. In questa storia, si può stare soltanto con i lettori/spettatori che meritano, a fronte delle miopie, opacità, errori, inadeguatezze della classe politica, un'informazione almeno esplicita nel metodo e trasparente nelle intenzioni.”.
Io sono un lettore/spettatore e mi sento tirato in causa.
Travaglio replica con un lettera al Direttore di Repubblica, pubblicata il 14 maggio 2008, nella quale esordisce ringraziando D’Avanzo per la “lezione di giornalismo” che gli ha impartito ed esordisce sarcastico: “Si impara sempre qualcosa, nella vita.”, per poi continuare: “Ma, per quanto mi riguarda, temo di essere ormai irrecuperabile, avendo lavorato per cattivi maestri come Montanelli, Biagi, Rinaldi, Furio Colombo e altri. I quali, evidentemente, non mi ritenevano un pubblico mentitore, un truccatore di carte che "bluffa", "avvelena il metabolismo sociale" e "indebolisce le istituzioni", un manipolatore di lettori "inconsapevoli", quale invece mi ritiene D'Avanzo.”.
“…mi sono limitato a rammentare un fatto vero a proposito di uno dei tanti politici citati nel libro: e cioè che, raccontando vita e opere di Renato Schifani al momento della sua elezione a presidente del Senato, nessun quotidiano (tranne l'Unità e, paradossalmente, Il Giornale di Berlusconi) ha ricordato i suoi rapporti con persone poi condannate per mafia, come Nino Mandalà e Benny D'Agostino (ho detto testualmente: "Schifani ha avuto delle amicizie con dei mafiosi, rapporti con signori che sono poi stati condannati per mafia"; la frase "anche la seconda carica dello Stato è oggi un mafioso", falsamente attribuitami da D'Avanzo, non l'ho mai detta né pensata).”.
Significativo appare questo passaggio della replica di Travaglio: “Rapporti di nessuna rilevanza penale, ma di grande rilievo politico-morale, visto che la mafia non dimentica, ha la memoria lunghissima e spesso usa le sue amicizie, anche risalenti nel tempo, per ricattare chi tenta di scrollarsele frettolosamente di dosso.”.
Conclude Travaglio: “Ora che - pare - Schifani ha deciso di querelarmi, un giudice deciderà se quel che ho detto è vero o non è vero.
Almeno in tribunale, si bada ai fatti e le chiacchiere stanno a zero: o hai detto il vero o hai detto il falso. Io sono certo di avere detto il vero, e tra l'altro solo una minima parte. Oltretutto c'è già un precedente specifico: quando, per primo, Marco Lillo rivelò queste cose sull'Espresso nel 2002, Schifani lo denunciò. Ma la denuncia venne archiviata nel 2007 perché - scrive il giudice - "l'articolo si presenta sostanzialmente veritiero".”.
D’Avanzo replica il 14 maggio 2008.
Il titolo della replica (“Non sempre i fatti sono la realtà”: un ossimoro) prelude a quello che sembra un velenosissimo fatto personale.
Almeno a giudicare dal preludio: “Non so che cosa davvero pensassero dell'allievo gli eccellenti maestri di Marco Travaglio (però, che irriconoscenza trascurare le istruzioni del direttore de il Borghese). Il buon senso mi suggerisce, tuttavia, che almeno una volta Montanelli, Biagi, Rinaldi, forse addirittura Furio Colombo, gli abbiano raccomandato di maneggiare con cura il "vero" e il "falso": "qualifiche fluide e manipolabili" come insegna un altro maestro, Franco Cordero.”.
D’Avanzo torna sugli episodi relativi a Renato Schifani, quindi accusa Travaglio, affermando: “Il nostro amico sceglie un comodo, stortissimo espediente. Si disinteressa del "vero" e del "falso". Afferra un "fatto" controverso (ne è consapevole, perché non è fesso). Con la complicità della potenza della tv - e dell'impotenza della Rai, di un inerme Fazio - lo getta in faccia agli spettatori lasciandosi dietro una secrezione velenosa che lascia credere: "Anche la seconda carica dello Stato è un mafioso...". Basta leggere i blog per rendersene conto. Anche se Travaglio non l'ha mai detta, quella frase, è l'opinione che voleva creare. Se non fosse un tartufo, lo ammetterebbe.”.
No, non sembra si possa condividere. Anche uno studente di giurisprudenza del primo anno sa che questo è un “processo alle intenzioni”.
D’Avanzo è scatenato: “Discutiamo di questo metodo, cari lettori (captatio benevolentiae, n.d.a.). Del "metodo Travaglio" e delle "agenzie del risentimento". Di una pratica giornalistica che, con "fatti" ambigui e dubbi, manipola cinicamente il lettore/spettatore. Ne alimenta la collera. Ne distorce la giustificatissima rabbia per la malapolitica. E' un paradigma professionale che, sulla spinta di motivazioni esclusivamente commerciali (non civiche, non professionali, non politiche), può distruggere chiunque abbia la sventura di essere scelto come target (gli obiettivi vengono scelti con cura tra i più esposti, a destra come a sinistra).”.
Poi l’affondo: “Farò un esempio che renderà, forse, più chiaro quanto può essere letale questo metodo.”
Eccolo l’esempio: “8 agosto del 2002. Marco telefona a Pippo. Gli chiede di occuparsi dei "cuscini". Marco e Pippo sono in vacanza insieme, concludono per approssimazione gli investigatori di Palermo. Che, durante le indagini, trovano un'ambigua conferma di quella villeggiatura comune. Prova maligna perché intenzionale e non indipendente. Fonte, l'avvocato di Michele Aiello. Il legale dice di aver saputo dal suo assistito che, su richiesta di Pippo, Aiello ha pagato l'albergo a Marco. Forse, dicono gli investigatori, un residence nei dintorni di Trabia.
Michele Aiello, ingegnere, fortunato impresario della sanità siciliana, protetto dal governatore Totò Cuffaro (che, per averlo aiutato, beccherà 5 anni in primo grado), è stato condannato a 14 anni per associazione a delinquere di stampo mafioso. Pippo è Giuseppe Ciuro, sottufficiale di polizia giudiziaria, condannato a 4 anni e 6 mesi per aver favorito Michele Aiello e aver rivelato segreti d'ufficio utili a favorire la latitanza di Bernardo Provenzano. Marco è Marco Travaglio.”.
Il finale della replica di D’Avanzo, che ancora una volta si rivolge ai cari lettori, ignora una circostanza di non poco momento: Giuseppe Ciuro, detto “Pippo” è un ufficiale di polizia giudiziaria, Marco Travaglio, detto “Marco” è un giornalista giudiziario.
Il nesso, direbbe Maurizio Crozza, c’è ed è un nesso di natura professionale ben più valido di una frequentazione con boss mafiosi nell’ambito di un rapporto professionale, che lo stesso Schifani confermò davanti ai giudici della II sezione penale del Tribunale di Palermo il giorno 18 ottobre 2004 (L’unità del 13.5.2008).
Il cittadino comune avrebbe – credo - apprezzato meglio una secca smentita, non dei fatti, giudizialmente accertati, ma della loro valenza politico-morale.
Non avrebbe voluto una reazione giudiziaria, che peraltro Travaglio ha apprezzato, affermando: “Almeno in tribunale, si bada ai fatti e le chiacchiere stanno a zero: o hai detto il vero o hai detto il falso.”.
Ne nasce un botta/riposta fra i due, nel quale si desidera esporre la propria opinione, raccogliendo l’invito a ‘ragionare’ di D’Avanzo, il quale prosegue lanciando un’accusa gravissima nei confronti di Travaglio, quella di fare “… nella peggiore tradizione italiana, giornalismo d'opinione che mai si dichiara correttamente tale al lettore/ascoltatore”.
Ma quali sono i ‘fatti’ che Travaglio ha ricordato ?
D’Avanzo ricostruisce così: “Le lontane "amicizie pericolose" di Schifani furono raccontate per la prima volta, e ripetutamente, da Repubblica nel 2002 (da Enrico Bellavia). In quell'anno furono riprese dall'Espresso (da Franco Giustolisi e Marco Lillo). Nel 2004 le si potevano leggere in Voglia di mafia (di Enrico Bellavia e Salvo Palazzolo, Carocci). Tre anni dopo in I complici (di Lirio Abbate e Peter Gomez, Fazi). Se dei legami dubbi di Schifani non si è più parlato non è per ottusità, opportunismo o codardia né, come dice spensieratamente Travaglio a un sempre sorridente Fabio Fazio, perché l'agenda delle notizie è dettata dalla politica ai giornali (a tutti i giornali?).”
In precedenza D’Avanzo scrive: “Marco Travaglio sostiene, per dirne una, che fin "dagli anni Novanta, Renato Schifani ha intrattenuto rapporti con Nino Mandalà il futuro boss di Villabate" e protesta: "I fascistelli di destra, di sinistra e di centro che mi attaccano, ancora non hanno detto che cosa c'era di falso in quello che ho detto". Gli appare sufficiente quel rapporto lontano nel tempo - non si sa quanto consapevole (il legame tra i due risale al 1979; soltanto nel 1998, più o meno venti anni dopo, quel Mandalà viene accusato di mafia) - per persuadere un ascoltatore innocente che il presidente del Senato sia in odore di mafia. Che il nostro Paese, anche nelle sue istituzioni più prestigiose, sia destinato a essere governato (sia governato) da uomini collusi con Cosa Nostra. Se si ricordano queste circostanze (emergono da atti giudiziari) è per dimostrare quanto possono essere sfuggenti e sdrucciolevoli "i fatti" quando sono proposti a un lettore inconsapevole senza contesto, senza approfondimento e un autonomo lavoro di ricerca. E' un metodo di lavoro che soltanto abusivamente si definisce "giornalismo d'informazione".”.
Non male, vero ?
D’Avanzo prosegue: “Non se n'è più parlato perché un lavoro di ricerca indipendente non ha offerto alcun - ulteriore e decisivo - elemento di verità. Siamo fermi al punto di partenza. Quasi trent'anni fa Schifani è stato in società con un tipo che, nel 1994, fonda un circolo di Forza Italia a Villabate e, quattro anni dopo, viene processato come mafioso.“.
D’Avanzo ricorre alla filosofia (cita Bernard Williams) per chiarire il concetto di verità, che è connotato da due virtù: la sincerità e la precisione. Egli chiarisce: ”La sincerità implica semplicemente che le persone dicano ciò che credono sia vero. Vale a dire, ciò che credono. La precisione implica cura, affidabilità, ricerca nello scovare la verità, nel credere a essa..”. E rincara la dose: “Il "giornalismo dei fatti" ha un metodo condiviso per acquisire la verità possibile. Contesti, nessi rigorosi, fonti plurime e verificate e anche così, più che la verità, spesso, si riesce a capire soltanto dov'è la menzogna …”.
Secondo D’Avanzo “…Travaglio è sincero con quel dice e insincero con chi lo ascolta. Dice quel che crede e bluffa sulla completezza dei "fatti" che dovrebbero sostenere le sue convinzioni. ”.
“Nel "caso Schifani" non si può stare dalla parte di nessuno degli antagonisti. Non con Travaglio che confonde le carte ed è insincero con i tanti che, in buona fede, gli concedono fiducia. Non con Schifani che, dalle inchieste del 2002, ha sempre preferito tacere sul quel suo passato sconsiderato. Non con chi - nell'opposizione - ha espresso al presidente del Senato solidarietà a scatola chiusa.”.
E conclude: “Non (si può stare, n.d.a.) con la Rai, incapace di definire e di far rispettare un metodo di lavoro che, nel rispetto dei doveri del servizio pubblico, incroci libertà e responsabilità. In questa storia, si può stare soltanto con i lettori/spettatori che meritano, a fronte delle miopie, opacità, errori, inadeguatezze della classe politica, un'informazione almeno esplicita nel metodo e trasparente nelle intenzioni.”.
Io sono un lettore/spettatore e mi sento tirato in causa.
Travaglio replica con un lettera al Direttore di Repubblica, pubblicata il 14 maggio 2008, nella quale esordisce ringraziando D’Avanzo per la “lezione di giornalismo” che gli ha impartito ed esordisce sarcastico: “Si impara sempre qualcosa, nella vita.”, per poi continuare: “Ma, per quanto mi riguarda, temo di essere ormai irrecuperabile, avendo lavorato per cattivi maestri come Montanelli, Biagi, Rinaldi, Furio Colombo e altri. I quali, evidentemente, non mi ritenevano un pubblico mentitore, un truccatore di carte che "bluffa", "avvelena il metabolismo sociale" e "indebolisce le istituzioni", un manipolatore di lettori "inconsapevoli", quale invece mi ritiene D'Avanzo.”.
“…mi sono limitato a rammentare un fatto vero a proposito di uno dei tanti politici citati nel libro: e cioè che, raccontando vita e opere di Renato Schifani al momento della sua elezione a presidente del Senato, nessun quotidiano (tranne l'Unità e, paradossalmente, Il Giornale di Berlusconi) ha ricordato i suoi rapporti con persone poi condannate per mafia, come Nino Mandalà e Benny D'Agostino (ho detto testualmente: "Schifani ha avuto delle amicizie con dei mafiosi, rapporti con signori che sono poi stati condannati per mafia"; la frase "anche la seconda carica dello Stato è oggi un mafioso", falsamente attribuitami da D'Avanzo, non l'ho mai detta né pensata).”.
Significativo appare questo passaggio della replica di Travaglio: “Rapporti di nessuna rilevanza penale, ma di grande rilievo politico-morale, visto che la mafia non dimentica, ha la memoria lunghissima e spesso usa le sue amicizie, anche risalenti nel tempo, per ricattare chi tenta di scrollarsele frettolosamente di dosso.”.
Conclude Travaglio: “Ora che - pare - Schifani ha deciso di querelarmi, un giudice deciderà se quel che ho detto è vero o non è vero.
Almeno in tribunale, si bada ai fatti e le chiacchiere stanno a zero: o hai detto il vero o hai detto il falso. Io sono certo di avere detto il vero, e tra l'altro solo una minima parte. Oltretutto c'è già un precedente specifico: quando, per primo, Marco Lillo rivelò queste cose sull'Espresso nel 2002, Schifani lo denunciò. Ma la denuncia venne archiviata nel 2007 perché - scrive il giudice - "l'articolo si presenta sostanzialmente veritiero".”.
D’Avanzo replica il 14 maggio 2008.
Il titolo della replica (“Non sempre i fatti sono la realtà”: un ossimoro) prelude a quello che sembra un velenosissimo fatto personale.
Almeno a giudicare dal preludio: “Non so che cosa davvero pensassero dell'allievo gli eccellenti maestri di Marco Travaglio (però, che irriconoscenza trascurare le istruzioni del direttore de il Borghese). Il buon senso mi suggerisce, tuttavia, che almeno una volta Montanelli, Biagi, Rinaldi, forse addirittura Furio Colombo, gli abbiano raccomandato di maneggiare con cura il "vero" e il "falso": "qualifiche fluide e manipolabili" come insegna un altro maestro, Franco Cordero.”.
D’Avanzo torna sugli episodi relativi a Renato Schifani, quindi accusa Travaglio, affermando: “Il nostro amico sceglie un comodo, stortissimo espediente. Si disinteressa del "vero" e del "falso". Afferra un "fatto" controverso (ne è consapevole, perché non è fesso). Con la complicità della potenza della tv - e dell'impotenza della Rai, di un inerme Fazio - lo getta in faccia agli spettatori lasciandosi dietro una secrezione velenosa che lascia credere: "Anche la seconda carica dello Stato è un mafioso...". Basta leggere i blog per rendersene conto. Anche se Travaglio non l'ha mai detta, quella frase, è l'opinione che voleva creare. Se non fosse un tartufo, lo ammetterebbe.”.
No, non sembra si possa condividere. Anche uno studente di giurisprudenza del primo anno sa che questo è un “processo alle intenzioni”.
D’Avanzo è scatenato: “Discutiamo di questo metodo, cari lettori (captatio benevolentiae, n.d.a.). Del "metodo Travaglio" e delle "agenzie del risentimento". Di una pratica giornalistica che, con "fatti" ambigui e dubbi, manipola cinicamente il lettore/spettatore. Ne alimenta la collera. Ne distorce la giustificatissima rabbia per la malapolitica. E' un paradigma professionale che, sulla spinta di motivazioni esclusivamente commerciali (non civiche, non professionali, non politiche), può distruggere chiunque abbia la sventura di essere scelto come target (gli obiettivi vengono scelti con cura tra i più esposti, a destra come a sinistra).”.
Poi l’affondo: “Farò un esempio che renderà, forse, più chiaro quanto può essere letale questo metodo.”
Eccolo l’esempio: “8 agosto del 2002. Marco telefona a Pippo. Gli chiede di occuparsi dei "cuscini". Marco e Pippo sono in vacanza insieme, concludono per approssimazione gli investigatori di Palermo. Che, durante le indagini, trovano un'ambigua conferma di quella villeggiatura comune. Prova maligna perché intenzionale e non indipendente. Fonte, l'avvocato di Michele Aiello. Il legale dice di aver saputo dal suo assistito che, su richiesta di Pippo, Aiello ha pagato l'albergo a Marco. Forse, dicono gli investigatori, un residence nei dintorni di Trabia.
Michele Aiello, ingegnere, fortunato impresario della sanità siciliana, protetto dal governatore Totò Cuffaro (che, per averlo aiutato, beccherà 5 anni in primo grado), è stato condannato a 14 anni per associazione a delinquere di stampo mafioso. Pippo è Giuseppe Ciuro, sottufficiale di polizia giudiziaria, condannato a 4 anni e 6 mesi per aver favorito Michele Aiello e aver rivelato segreti d'ufficio utili a favorire la latitanza di Bernardo Provenzano. Marco è Marco Travaglio.”.
Il finale della replica di D’Avanzo, che ancora una volta si rivolge ai cari lettori, ignora una circostanza di non poco momento: Giuseppe Ciuro, detto “Pippo” è un ufficiale di polizia giudiziaria, Marco Travaglio, detto “Marco” è un giornalista giudiziario.
Il nesso, direbbe Maurizio Crozza, c’è ed è un nesso di natura professionale ben più valido di una frequentazione con boss mafiosi nell’ambito di un rapporto professionale, che lo stesso Schifani confermò davanti ai giudici della II sezione penale del Tribunale di Palermo il giorno 18 ottobre 2004 (L’unità del 13.5.2008).
Il cittadino comune avrebbe – credo - apprezzato meglio una secca smentita, non dei fatti, giudizialmente accertati, ma della loro valenza politico-morale.
Non avrebbe voluto una reazione giudiziaria, che peraltro Travaglio ha apprezzato, affermando: “Almeno in tribunale, si bada ai fatti e le chiacchiere stanno a zero: o hai detto il vero o hai detto il falso.”.

1 commento:
D'Avanzo invidioso!
Così si è fatto conoscere anche da chi come me non sapeva chi è.
Ma è davvero un giornalista?!
Non basta proprio essere iscritti all'Ordine...
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