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IL PARLAMENTARE
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Gli elettori italiani all’estero, in diverse migliaia di casi, avrebbero “affidato” il loro diritto di voto a qualcun altro. E come non bastasse avrebbero anche votato candidati “irregolari”, che non avevano rispettato le regole per la presentazione delle candidature. Perfino le schede utilizzate per esprimere le preferenze, in alcune circostanze, sarebbero diverse da quelle ufficiali, stampate dai consolati.
Questi i filoni dell’inchiesta sul voto italiano all’estero che sta conducendo il pubblico ministero Giovanni Bombardieri, della Procura della di Roma. Un’indagine che si annuncia lunga e complessa e non è escluso che gli inquirenti vogliano interrogare come “persone informate sui fatti” anche alcuni dei responsabili degli uffici consolari delle circoscrizioni dell’America settentrionale e centrale e dell’America meridionale. La testimonianza dei funzionari della diplomazia delegati all’organizzazione delle operazioni di voto è l’unico modo per ricostruire nei dettagli e con la maggior precisione possibile i passaggi dalla stampa delle schede alla raccolta delle buste con le preferenze.
Un sistema, osservano gli inquirenti, che per come è stato pensato dal legislatore, offre poche garanzia “anti inquinamento”. Votazioni a domicilio, schede affidate ai servizi postali: altro che urne controllate, seggi sotto sorveglianza e divieto di cellulari che scattano fotografie.
Il maggior numero di irregolarità infatti, e di interrogativi ai quali la magistratura dovrà dare risposte, si sarebbe verificato in queste due “ripartizioni” (così sono definite nella legge che ha istituito il voto all’estero).
Le irregolarità sono state denunciate in diversi esposti consegnati nelle ultime settimane ai pubblici ministeri della Capitale, ma le prime conferme che qualcosa non ha funzionato arrivano anche da un “controllore” istituzionale: il presidente vicario della Corte d’appello di Roma, Claudio Fancelli. Il magistrato, presidente della commissione elettorale incaricata della verifica del voto, ha consegnato una relazione ai colleghi della Procura. Ad un primo esame sembra che “siano state utilizzate schede diverse da quelle fatte stampare dai consolati” e che in diversi casi “le schede sono state votate illecitamente da persone diverse dagli aventi diritto al voto”.
I controlli però, come prevede la legge elettorale, sono stati eseguiti anche sui requisiti necessari alla presentazione delle candidature. Le norme prevedono che i candidati che non sono espressione di partiti già costituiti in gruppi parlamentari devono presentare, a sostegno della propria iscrizione nella lista elettorale, un minimo di 250 firme raccolte tra gli elettori della circoscrizione (che diventano 500 quando il Parlamento si rinnova per la scadenza naturale della legislatura). Firme che devono poi essere autenticate dagli uffici consolari. Il punto debole sta proprio nell’autentica: secondo la legge deve avvenire alla presenza dell’elettore che ha firmato. In realtà accade spesso (anche in Italia) che le firme vengono raccolte su moduli dove si indicano anche gli estremi di un documento di riconoscimento e poi vengono autenticate successivamente tutte insieme. Tecnicamente, si tratta di un falso in atto pubblico perché chi ha firmato risulta presente anche quando non c’è.
Un ulteriore capitolo dell’inchiesta riguarda la propaganda svolta dai candidati all’estero. Anche in questo caso dovrebbero essere rispettate le regole previste in Italia ma, come si dice, occhio non vede, cuore non duole, qualcuno ha fatto il furbo.
Complessivamente sono oltre 200mila le schede che devono essere controllate perché i primi accertamenti hanno fatto sorgere qualche sospetto. Si tratta soprattutto di voti raccolti nelle due circoscrizioni dell’America settentrionale e centrale e dell’America meridionale. Duecentomila su un totale, per queste due ripartizioni elettorali, di circa un milione e 360mila aventi diritto al voto che eleggono due parlamentari per l’America settentrionale e tre per quella meridionale.
Ma le irregolarità riguardano anche le operazioni di voto per i due milioni di elettori della circoscrizione Europa, che elegge sei rappresentanti, mentre sembra che sia tutto in regola per i 200mila elettori di Africa, Asia, Oceania e Antartide che portano in Parlamento un candidato.
All’origine delle irregolarità, secondo quanto emerge dalle prime indagini, ci sarebbe il sistema attraverso il quale si raccolgono i voti degli italiani all’estero: diciotto giorni prima delle votazioni in Italia gli uffici consolari spediscono agli elettori per posta “o con altro sistema affidabile” il certificato elettorale, la scheda e due buste, una più piccola dove inserire le schede votate e una più grande che contiene quella più piccola e serve a rispedire tutto al consolato. Qui gli uffici elettorali aprono le buste grandi, raccolgono quelle piccole e le inviano in Italia entro dieci giorni prima delle votazioni nel nostro Paese. Le schede provenienti dall’estero vengono poi scrutinate insieme con quelle di casa nostra.
Il corto circuito, secondo molte delle denunce presentate alla magistratura, potrebbe avvenire nella fase della spedizione delle schede a casa degli elettori. Raggiungerli tutti è difficile e qualcuno potrebbe essere tentato di far risultare la spedizione, solo sulla carta, e provvedere in proprio a riempire le schede. Insomma, se ci si organizza, una persona può votare anche per 10mila connazionali all’estero. Naturalmente voterà sempre per lo stesso candidato…
Ecco perché potrebbe essere necessaria una trasferta all’estero per gli investigatori. Verificare anzitutto la stampa delle schede originali e capire in che modo può essere avvenuta la sostituzione con quelle “fatte in casa”, in secondo luogo controllare i registri di spedizione del materiale agli elettori e, anche, le date di riconsegna delle buste. Se risultasse che migliaia di schede sono tornate insieme nello stesso giorno, ci sarebbe qualcosa di più di un semplice sospetto: sarebbe evidente che sono state compilate da un’unica mano e rispedite in una sola volta.
Inutile dire che i tempi dell’inchiesta si annunciano non brevissimi. Intanto il Parlamento procederà all’insediamento degli eletti. Si tratterà poi di stabilire, nel caso in cui le conclusioni degli inquirenti dovessero modificare i risultati degli scrutini, in che modo rimediare. In passato, per vicende analoghe, il Parlamento si è trovato in grosse difficoltà perché gli eletti “irregolari” avevano, intanto, partecipato all’approvazione di leggi e provvedimenti che, secondo alcune interpretazioni, se fossero state approvate con il voto decisivo del rappresentante “messo alla porta”, si sarebbero dovute discutere nuovamente.
I dati necessari ai magistrati potrebbero essere recuperati anche attraverso rogatorie ma i tempi si allungherebbero. La Procura dovrebbe chiedere al ministero della Giustizia che a sua volta si affiderebbe al ministero degli Esteri che chiederebbe alle ambasciate e queste ai consolati.
I magistrati potrebbero risparmiarsi il viaggio (e potrebbero risparmiarlo anche le casse pubbliche) senza allungare i tempi se ci fosse, negli Stati Uniti, un magistrato di collegamento. Come quello che gli Usa hanno in Italia. Ma l’ufficio, pur essendo previsto in un accordo del 1985, non è mai stato istituito.
Roberto Ormanni

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