venerdì 23 maggio 2008

Quel giudice antimafia con Lombardo

Sandra Amurri
L'Unità


Massimo Russo, l’allievo di Paolo Borsellino alla Procura di Marsala, il magistrato che ha dato la caccia al latitante numero uno, Matteo Messina Denaro, il Pm che assieme ad altri colleghi ha capeggiato la «cordata» anti Piero Grasso alla procura di Palermo, colpevole di aver chiesto il rinvio a giudizio per Totò Cuffaro per il solo «reato di favoreggiamento aggravato dall’art 7 (favoreggiamento ad affiliati alla mafia), di essere troppo soft e troppo sensibile alle Istituzioni, il Procuratore Capo a cui Russo, al termine di una infuocata riunione della Dda disse: «Renditi conto che ormai sei un generale senza più esercito», oggi, da soldato di quell’esercito agguerrito, sta per diventare assessore regionale alla sanità, cioè uomo di punta del Governo Lombardo appoggiato da quel Cuffaro che il Pm voleva venisse rinviato a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa.


Una decisione che ha provocato aspre opinioni come quella espressa dal Parlamentare Europeo e coordinatore di Sinistra democratica, Claudio Fava: «Un magistrato che è stato rappresentante di categoria, che è Presidente della Fondazione Borsellino, dovrebbe chiedere a Lombardo cosa vogliono dire i tabulati trovati sul suo computer, quando era Presidente della Provincia di Catania in cui c’era una lista puntuale e rigorosa di tutte le raccomandazioni fatte, dei concorsi manipolati, delle gare d’appalto, l’elenco dei giurati del concorso di abilitazione per dottori commercialisti e l’elenco dei raccomandati tutti passati (la Procura di Catania ha aperto un fascicolo), appalti ecc… E ancora Massimo Russo dovrebbe sapere che l’assessore alla sanità della Giunta Cuffaro era un uomo di Lombardo e attraverso di lui ha gestito la sanità in Sicilia. E la Sicilia è la Regione che ha sottoscritto il più alto numero di convenzioni con laboratori di analisi, cliniche private, pari a tutte le convenzioni stipulate dalle regioni italiane. Per fare qualche esempio: la Lombardia, ne ha stipulate 120, l’Emilia 80 e la Sicilia 1900».


Insiste Fava: «Lombardo è uno che ha gestito la sanità come luogo di occupazione politica-familiaristica tanto che suo cognato è direttore sanitario della Asl di Caltagirone ecc... i suoi uomini sono quasi tutti dentro le Asl. Il suo è un metodo poco rumoroso e più scientifico, e forse, Massimo Russo farebbe bene a chiedere a Lombardo che idea ha della sanità pubblica».


Massimo Russo nelle scarne dichiarazioni fin qui rilasciate spiega di aver rifiutato la candidatura alla Camera e si chiede: «Ma si può sempre dire di no rischiando di perdere il diritto di critica?». Replica Fava: «La proposta di Lombardo è una di quelle proposte a cui si deve rispondere con il titolo del celebre romanzo di Giorgio Boatti “Preferirei di no”. In Sicilia la proprietà transitiva in politica non si applica mai. E pensando alle stragi di Capaci e di via D’Amelio di cui ricorrono gli anniversari aggiungo che Falcone e Borsellino dissero parecchi “no” a chi avrebbe voluto loro tagliare le unghie depositandoli come soprammobili in qualche angolo oscuro della politica».


Certo, anche se a onor del vero Falcone accettò di diventare Direttore degli Affari Penali ma solo perché da lì avrebbe potuto intraprendere una nuova forma di strategia di lotta alla mafia, cosa che puntualmente è avvenuta.


Non resta, dunque, che sperare e augurare a Massimo Russo che per combattere la mafia ha rischiato anche la vita, come testimonia la scorta che lo accompagna giorno e notte, che da assessore alla sanità della giunta Lombardo, appoggiata da Cuffaro, riesca a modificare quell’idea di sanità fin qui sperimentata.


COMMENTO


È difficile commentare così una notizia proprio oggi che ricorre il 18° anniversario della strage di Capaci.
Le scarne dichiarazioni del magistrato però non devono indurre a pensare ad imbarazzo. Non solo. Esse sono nella migliore tradizione della imperscrutabilità siciliana, fatti dei silenzi di Leonardo Sciascia, dei quali ha parlato Andrea Camilleri sabato scorso alla penultima puntata di “Che tempo che fa”, di significati reconditi, per cui non è dato concludere alcunché se non che Massimo Russo, siciliano di Mazara del Vallo, oggi vice capo del dipartimento dell’Amministrazione giudiziaria del Ministero della Giustizia, ha ritenuto di svolgere la propria attività proprio nel cuore di quel pozzo senza fondo dei soldi della sanità regionale siciliana.
È difficile pensare che la sua sia una decisione di tipo opportunistico, salvo che non si pensi ad un nuovo modo di svolgere la propria attività di contrasto alla criminalità mafiosa.

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