mercoledì 9 luglio 2008

Tonino conquista le vecchie praterie della sinistra

Federico Geremicca
La Stampa
9 luglio 2008

In fondo, è andata come doveva andare. Il che vuol dire che ce ne è stato un po’ per Giorgio Napolitano, di più per Walter Veltroni e tantissimo, naturalmente, per Silvio Berlusconi: che ovviamente abbozza, tira dritto e paga perfino volentieri il prezzo di insulti e sfottò, visto che preludono - probabilmente - non tanto ad un assedio al suo governo, quanto all’avvio dell’ennesima intifada nei territori devastati dell’opposizione. Dunque, è proprio andata come doveva andare. Il che vuol dire che c’è stato chi ci doveva stare: folla di gente oltre le aspettative e poi le facce che ti attendi, tutte le facce nessuna esclusa, dalla Guzzanti a Pancho Pardi, da Travaglio ad Antonio Di Pietro, da Furio Colombo fino a Grillo, Moni Ovadia e un elegante Flores d’Arcais.
Rispetto all’altra, alla prima piazza Navona (febbraio 2002, Nanni Moretti: «Con questo tipo di dirigenti non vinceremo mai») in fondo si registrano due sole differenze. La prima: ieri faceva più caldo. La seconda: quel «tipo di dirigenti», stavolta sul palco non s’è fatto nemmeno vedere. Bandiere e magliette dell’Italia dei Valori ovunque. Infatti è Tonino Di Pietro la locomotiva del movimento che riparte, non Rifondazione, non la sinistra cosiddetta radicale, disintegrata e impegnata a litigare sul futuro e sui Congressi. E’ lui, il giudice, la star dei girotondi (nella prima vita ebbero come leader Sergio Cofferati: e forse è tutto dire); è sempre lui il primo ad evocare nientemeno che il ritorno della P2; è ancora lui che ha l’onore di parlare per due volte dal palco; ed è soprattutto lui che ha il partito più forte, il partito che organizza e arringa, sperando di incassare i dividendi alle prossime elezioni.

E’ lo stesso, però - e guarda che scherzi ti tira questa faccenda dei duri e puri - al quale Beppe Grillo dedicò un passaggio indimenticato durante uno spettacolo di non troppo tempo fa: «Prendete Di Pietro - accusò Grillo -. E’ insegnante di procedura penale e fa lezione a quelli del Cepu. Già di questo bisognerebbe vergognarsi. In più, dovete sapere che il Cepu ha 102 sedi tutte messe sotto sequestro dalla Finanza con l’accusa di associazione per delinquere, bancarotta, usura e riciclaggio. E lui che ha fatto? Ha fondato l’Italia dei Valori in una sede sotto sequestro dalla Finanza...». Ma il tempo passa, certi ricordi li cancella - ed è la vita, in fondo - e ora Beppe e Tonino sono lì, nella stessa trincea, gomito a gomito, che sparano a vista.

Grillo se la prende anche con Napolitano: «Ve lo immaginate - dice - Pertini firmare una legge che lo rendeva immune dalla giustizia? Io a farlo non ci vedevo nemmeno Ciampi e neppure Scalfaro: ma Napolitano ha firmato... E mentre Napoli era invasa dall’immondizia dov’è andato il presidente? A Capri, accompagnato da due indagati, Bassolino e Sandra Mastella...». La piazza, in verità, non è che si spelli le mani di fronte a questa gag. E nemmeno certi compagni di viaggio del comico genovese: Furio Colombo s’infuria, Claudio Fava si dissocia e anche Di Pietro prende le distanze, ma soprattutto da Sabina Guzzanti, che se aveva attaccato addirittura il Papa, dopo aver messo alla berlina il ministro Carfagna in un saliscendi di parolacce, battute e doppi sensi.
Piazza Navona di ieri non è poi così diversa da quella di sei anni e mezzo fa: un po’ politica e un po’ spettacolo, un po’ rabbia vera e un po’ iperboli e propaganda. Prevedibile, in fondo. Tanto prevedibile che sorprendono certe sorprese: e certe impacciate dissociazioni postume, di chi è andato e poi se ne è pentito, come Arturo Parisi e Giovanni Bachelet. Ma tant’è: come dice l’adagio, non si finisce di imparare mai... Prendete le magliette che distribuisce il partito di Di Pietro, per esempio. La piazza ne è piena: «Fermiamo il Caimano». Il Caimano fu mandato nelle sale da Nanni Moretti un paio di anni fa: dopodichè, Silvio Berlusconi ha rivinto le elezioni. Magari potrebbe voler dire che la via non è quella, che la tattica è sbagliata. E invece niente: Di Pietro ci riprova, Grillo è lì che l’accompagna e non sappiamo se il Caimano è lì che si frega le mani, quantomeno pensando ai fortunati precedenti.

E comunque, sia come sia, è andata. C’è un pezzo di Paese - piccolo magari, minoritario ma non proprio irrilevante - che non ci sta. Non ci sta che si provi a dialogare col Cavaliere; non ci sta che ci si opponga soltanto in Parlamento e non anche nelle piazze; non ci sta al buonismo e alle manifestazioni convocate da qui a tre mesi. E non ci sta di fronte all’evidenza che - dal conflitto d’interessi in giù - se si è al punto in cui si è, questo è colpa anche di certa sinistra: quella, per capirci, buonista e riformista. Col Cavaliere non si dialoga, insomma: gli si dice “ladro” e “pregiudicato”. E da ieri gli si dice di nuovo anche “piduista”. E fa niente che i giovani che affollavano piazza Navona magari della P2 non sanno nulla, e nell’81 non erano nemmeno ancora di questo mondo: studino l’amarissima pagina della democrazia italiana. Quel che fa, invece - altroché se fa - è che sul palco non c’erano né Gherardo Colombo né Giuliano Turone, i giudici che svelarono la Loggia P2. In fondo, se le cose stanno così, perchè loro no e Di Pietro sì?

COMMENTO

Perchè c'è differenza, un abisso, fra cultura sofisticata e cultura contadina !
E poi, a ognuno le proprie attitudini.

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