
Andrea Romano
La Stampa
9 luglio 2008
L’ultimo miracolo di Silvio Berlusconi si realizza con la resurrezione dei girotondi, che sotto le bandiere di Antonio Di Pietro si avviano a diventare un elemento permanente della nostra scena politica. Evidentemente si sbagliava chi aveva guardato alle «alme sdegnose» come ad un fenomeno transitorio legato ai tormenti della sinistra dopo la sconfitta del 2001. In realtà il teatro stabile della politica italiana scarseggia di fenomeni transitori. E in questo nostro eterno presente ci tocca rivivere il neo-girotondismo accanto al neo-berlusconismo. Anche se a ben guardare il tempo è passato per tutti, non solo per il presidente del Consiglio. E ieri lo sguardo sull’Italia di questo movimento ormai stanziale appariva dominato da un’atmosfera assai più cupa e rassegnata che in passato.
Scomparsa l’aria gioiosa e supponente del 2001, i toni sono quelli di una disperata apocalisse. Per Sabina Guzzanti «tutti i settori della nostra società sono corrotti», per Nanni Moretti «è cambiato il Dna degli italiani», per il solito Grillo siamo alla «bancarotta dello Stato italiano». Insomma, c’è poco da fare: è il Paese che fa schifo. Sarà perché nel frattempo è scomparso il legame con la Cgil di Cofferati, che nel 2001 aveva fornito al movimento una sorta di sponda sociale.
Sarà il segno dell’egemonia sull’antiberlusconismo militante finalmente raggiunta da Di Pietro oppure l’efficacia con cui l’erosione antipolitica ha lavorato sui depositi di fiducia collettiva. Fatto sta che i girotondi in versione 2008 sono dominati da una cappa di moralismo impotente che appare come il contraltare perfetto alla fiera esibizione di immoralità che viene dall’accampamento berlusconiano. Perché chi pretende di possedere il monopolio della morale in politica finisce per essere doppiamente immorale: non dice la verità su se stesso e priva la collettività di risorse etiche che devono restare condivise.
Ma se la rinascita della compagnia girotondina è stato un nuovo miracolo berlusconiano, il concorso dell’imperizia di Veltroni è stato fondamentale: l’alleanza con l’Italia dei Valori ha consegnato a Di Pietro un enorme capitale politico, che l’ex magistrato sta facendo valere con grande intelligenza tattica sulla pelle viva dei Democratici. E fin qui, si potrebbe ricordare a Veltroni che chi è causa del suo mal deve solo piangere se stesso. Ma anche oggi, quando le strade del Pd e dei dipietristi tendono inevitabilmente a divaricarsi, il leader democratico non appare perfettamente consapevole della strada da seguire. Da una parte, come ha ripetuto nell’intervista alla Stampa, grandi omaggi ai «girotondi componente vitale della democrazia». Dall’altra, eleganti reprimende alle grida e ai toni troppo infiammati usati qua e là dai dipietristi. Come se la distanza dai girotondi fosse tutta nel volume della protesta e non nella sostanza della lettura del Paese. Come se il valore da rivendicare fosse solo la buona educazione. Come se non vi fosse altro da dire - di propriamente politico - rispetto a chi come Di Pietro sostiene che in Italia vi sia «una dittatura alle porte» e che le discutibili misure volute dalla maggioranza possano essere serenamente definite come «mafiose».
L’inevitabile effetto è quello di posizionare il suo Pd appena un’ottava sotto il livello della protesta girotondina. Con differenze che, a dispetto di quanto vorrebbe Veltroni, stentano a farsi riconoscere. Di Pietro convoca già oggi la sua manifestazione? Noi invece la faremo in autunno. Di Pietro si prepara a lanciare la sua battaglia referendaria? Noi invece raccoglieremo milioni di firme contro Berlusconi. Di Pietro urla? Noi invece sì che ci comportiamo come si deve: usiamo il giusto tono di voce e portiamo il dovuto rispetto alle più alte cariche dello Stato. È una diversità di accenti che non riesce a sostituire l’iniziativa politica di quella che rimane la principale forza d’opposizione. Un ruolo che all’indomani della manifestazione di Piazza Navona qualsiasi osservatore farebbe fatica ad attribuire al Pd invece che all’Italia dei Valori. Non tanto per le poche o tante migliaia di manifestanti che quel piccolo partito è riuscito a portare in piazza, ma per la sua capacità di definire l’agenda dell’opposizione. Perché oggi è Di Pietro a dare le carte, con Veltroni confinato al ruolo di raffinato maestro d’eleganza.
Scomparsa l’aria gioiosa e supponente del 2001, i toni sono quelli di una disperata apocalisse. Per Sabina Guzzanti «tutti i settori della nostra società sono corrotti», per Nanni Moretti «è cambiato il Dna degli italiani», per il solito Grillo siamo alla «bancarotta dello Stato italiano». Insomma, c’è poco da fare: è il Paese che fa schifo. Sarà perché nel frattempo è scomparso il legame con la Cgil di Cofferati, che nel 2001 aveva fornito al movimento una sorta di sponda sociale.
Sarà il segno dell’egemonia sull’antiberlusconismo militante finalmente raggiunta da Di Pietro oppure l’efficacia con cui l’erosione antipolitica ha lavorato sui depositi di fiducia collettiva. Fatto sta che i girotondi in versione 2008 sono dominati da una cappa di moralismo impotente che appare come il contraltare perfetto alla fiera esibizione di immoralità che viene dall’accampamento berlusconiano. Perché chi pretende di possedere il monopolio della morale in politica finisce per essere doppiamente immorale: non dice la verità su se stesso e priva la collettività di risorse etiche che devono restare condivise.
Ma se la rinascita della compagnia girotondina è stato un nuovo miracolo berlusconiano, il concorso dell’imperizia di Veltroni è stato fondamentale: l’alleanza con l’Italia dei Valori ha consegnato a Di Pietro un enorme capitale politico, che l’ex magistrato sta facendo valere con grande intelligenza tattica sulla pelle viva dei Democratici. E fin qui, si potrebbe ricordare a Veltroni che chi è causa del suo mal deve solo piangere se stesso. Ma anche oggi, quando le strade del Pd e dei dipietristi tendono inevitabilmente a divaricarsi, il leader democratico non appare perfettamente consapevole della strada da seguire. Da una parte, come ha ripetuto nell’intervista alla Stampa, grandi omaggi ai «girotondi componente vitale della democrazia». Dall’altra, eleganti reprimende alle grida e ai toni troppo infiammati usati qua e là dai dipietristi. Come se la distanza dai girotondi fosse tutta nel volume della protesta e non nella sostanza della lettura del Paese. Come se il valore da rivendicare fosse solo la buona educazione. Come se non vi fosse altro da dire - di propriamente politico - rispetto a chi come Di Pietro sostiene che in Italia vi sia «una dittatura alle porte» e che le discutibili misure volute dalla maggioranza possano essere serenamente definite come «mafiose».
L’inevitabile effetto è quello di posizionare il suo Pd appena un’ottava sotto il livello della protesta girotondina. Con differenze che, a dispetto di quanto vorrebbe Veltroni, stentano a farsi riconoscere. Di Pietro convoca già oggi la sua manifestazione? Noi invece la faremo in autunno. Di Pietro si prepara a lanciare la sua battaglia referendaria? Noi invece raccoglieremo milioni di firme contro Berlusconi. Di Pietro urla? Noi invece sì che ci comportiamo come si deve: usiamo il giusto tono di voce e portiamo il dovuto rispetto alle più alte cariche dello Stato. È una diversità di accenti che non riesce a sostituire l’iniziativa politica di quella che rimane la principale forza d’opposizione. Un ruolo che all’indomani della manifestazione di Piazza Navona qualsiasi osservatore farebbe fatica ad attribuire al Pd invece che all’Italia dei Valori. Non tanto per le poche o tante migliaia di manifestanti che quel piccolo partito è riuscito a portare in piazza, ma per la sua capacità di definire l’agenda dell’opposizione. Perché oggi è Di Pietro a dare le carte, con Veltroni confinato al ruolo di raffinato maestro d’eleganza.
COMMENTO
Non volevo credere ai miei occhi (non alludo alla serata di ieri), ma questa mattina non mi riusciva di trovare sulla stampa online un commento obbiettivo e sereno, che trascendesse le 'intemperanze', scontate, di alcuni dei protagonisti della manifestazione (Beppe Grillo, Sabina Guzzanti).
L'ho trovato su La Stampa di Torino.
Le migliori firme del giornalismo italiano arroccate su posizioni moraliste speciose e scandalizzate, ancorate ad un indubbio grande spessore culturale, ma ad una altrettanto clamorosa astrazione dalla realtà no, non lo sono state.
Lo dico alla Tonino.
Se è vero com'è vero che almeno quattro generazioni di studenti sono state licenziate dalla scuola nella condizioni di perfetti ignoranti; se è vero com'è vero che il linguaggio colto e raffinato dei vari editorialisti di La Repubblica, Il Corriere della Sera (e mi fermo qui) non 'passa' nelle coscienze degli elettori; se è vero com'è vero (vi piace il tormentone dipietresco ? a me si !) che nel campo dell'avversario questo linguaggio semplice, che si avvale di immagini e di 'slogan', ha forato la crosta dura della testa degli italiani, allora di che ci si scandalizza ?
Occorre usare lo stesso linguaggio, le quattro generazioni di ignoranti (non tutti, per carità, appena tre milioni di persone, con relativo indotto) capiscono solo le cose semplici, le frasi ad effetto, gli annunci.
Non capiscono la grande prudenza, il grande equilibrio, il durissimo compito del Capo dello Stato di imporre il rispetto della Carta costituzionale, avendo a disposizione come arma un 'fucile a tappo' e l'Altro carri armati di ultima generazione (ovviamente, uso un linguaggio simbolico).
Non capiscono perchè nessuno lo spiega con parole semplici.
Allora ha buon gioco il comico di mestiere di richiamarsi a presidenti del passato (Pertini) ed ex presidenti ancora in vita (lunga vita !) come Ciampi e Scalfaro.
Se si dicesse, appunto, con altre parole ma semplici comprensibili, che il Presidente Giorgio Napolitano ha a disposizione un 'fuciletto a tappo' e che l'altro (Lui) lo sa, allora la solidarietà sarebbe grandissima, la pubblica opinione insorgerebbe in massa, Beppe Grillo vedrebbe spuntate le armi del sarcasmo e non direbbe "Morfeo" Napolitano, costretto poi Grillo a spiegare chi era Morfeo, perchè Grillo sa che la massa non lo sa. E il Presidente Giorgio Napolitano avrebbe una vera arma a disposizione: il consenso polare !
Sabina Guzzanti. Io credo che abbia detto tutto ciò che noi pensiamo e non possiamo dire 'coram populo', perchè non abbiamo una platea e gli strumenti per usarla. Ha parlato chiaro, usando termini crudi, che hanno scandalizzato la 'intellighentia', ma hanno capito (e forse invidiato, almeno i maschietti) tutti !
Marco Travaglio.
Da quel dì che Marco si sgola a dire, anche per iscritto, a denunciare gli errori della sinistra tutta, PD, LA SINISTRA ARCOBALENO ecc.
I fatti gli hanno dato e gli stanno dando ragione.
E allora, che si fa, si guarda il dito che indica la luna e non la luna indicata dal dito (metafora dipietresca) !
Antonio Di Pietro.
E' stato ed è l'unico a non abboccare, a non accettare l'abbraccio mortifero della Mantide Religiosa. E' l'unico ad avere capito nell'opposizione come si deve fare l'opposizione. Non fa come il personaggio immortalato da Totò, il celeberrimo Pasquale che prendeva schiaffi da uno sconosciuto e non si ribelleva perchè lui non si chiamava Pasquale.
Ecco, così sale il consenso verso l'Italia dei Valori (ieri al 7%, oggi vedremo), così come le ormai celeberrime sparate di Umbertone Bossi hanno fatto salire ieri il consenso verso la Lega al 9%.
Non con i discorsi raffinati !
Quelli releghiamoli momentaneamente in soffitta, oggi occorre usare parole semplici e dure come i sassi.
Ci si renda conto di una dura realtà, e cioè che l'avversario è si Berlsuconi ma che l'oppsitore non sembra adeguato al compito e questo bisogna gridarlo con forza, se non è già troppo tardi.

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