
Paolo Di Stefano
Il Corriere della Sera
13 agosto 2008
Giulio era spartano: piatti poveri e frittate, contava solo la Causa editoriale.
La Morante sembrava una contadina russa.
Calvino accentuava la balbuzie
Con Ernesto Ferrero siamo a cavallo tra vari mondi editoriali: si comincia con Einaudi, si passa alla Boringhieri, a Comunità e poi alla Garzanti, si ritorna all'Einaudi, si fa una puntata alla Mondadori e si imbocca la direzione della Fiera del Libro di Torino, che Ferrero occupa ormai da un decennio. L'esperienza einaudiana rimane fotografata in un formidabile libro, I migliori anni della nostra vita (Feltrinelli 2005). Nell'anno di grazia 1963 il venticinquenne Ernesto comincia la sua lunga avventura Einaudi, grazie a un annuncio per un addetto all'ufficio stampa. Ferrero lavorava allora («come Kafka», scherza) nel ramo sinistri di una compagnia d'assicurazione: «Una cugina più anziana di me aveva conosciuto Citati e Calvino, e io guardavo all'olimpo Einaudi con ammirazione estatica, così quando vidi sulla Stampa il concorso, mi precipitai». Dopo un primo incontro, Ferrero sarebbe stato convocato per fare una prova di risvolto («la prova della vita», dice). Risultato: a Calvino non piacque, ma piacque a Einaudi e così il 1° febbraio fu assunto.
Quel giorno Ernesto si presenta in ufficio con una giacca nuova di panno blu, abbastanza «rappresentativa e ufficiale»: «Allora i funzionari della casa editrice usavano certe giacche di vellutino sardo a righe procurate da Paolo Spriano: stile morigerato anzi spartano. L'Einaudi era una famiglia risparmiosa. L'editore se la passava un po' meglio, con automobile e autista, però si manteneva parco nel cibo. Quando ci invitava a casa sua, erano cene a rischio: un mezzo pollo per tutti, ma finiva che tutti si astenevano e il pollo rimaneva lì con una certa soddisfazione dell'editore». Il quale, in fatto di cibo, aveva gusti non ricercati: «Prediligeva i piatti semplici, che lui chiamava "poveri", ma realizzati con ottimi ingredienti. In cima a tutti le frittate. Era molto esigente in fatto di bolliti e formaggi. Ma in genere il cibo era il pretesto per stare insieme, parlare, farsi venire delle idee. Non bisognava pensarci troppo o peggio parlarne. L'edonismo gastronomico era poco confacente all'Einaudi, l'unica cosa che contava era la Causa». Quella editoriale, ovviamente. Osterie frequentate? «Erano memorabili e molto produttive le passeggiate in collina tra le due e le tre del pomeriggio, con meta finale Il Pilone del Lupo, rustica trattoria di Pecetto che portava cartelli con scritto "Vietato il canto". L'editore riusciva a far riaprire la cucina anche se il cuoco se n'era andato da un po'». Gusti culinari di autori illustri? «Gadda amava il risotto (of course), Elsa Morante i funghi fritti, Parise lepre in salmì e Manganelli gli affettati misti: per lui ogni pasto era un cerimoniale sacro».
Raccontano che Elsa Morante fosse tra gli scrittori dal carattere più «difficile». Bizzosa e dalle rabbie irrefrenabili: «La sua era una gestione molto delicata. Già disponeva di una redattrice-governante-consigliera-amica tutta per sé, Elena De Angeli. Elsa esigeva di essere al centro dell'attenzione generale, come una bambina troppo sapiente. Arrivava in casa editrice avvolta in lunghe sottane zingaresche, come una contadina russa, e con un'aria da maga che sa tutto di tutti senza muoversi di casa. Dispensava vaticini oracolari, premonizioni, rivelazioni, come in una fiaba orientale. Gli amatissimi gatti (famoso tra tutti Caruso) erano il centro obbligato di ogni conversazione. Per scrivere La Storia si documentò su ogni minimo dettaglio con maniacale scrupolo flaubertiano e discutemmo a lungo di lugàneghe che voleva mettere nel romanzo».
Fu davvero un anno di grazia, il 1963: in pochi mesi l'Einaudi sfornò tra l'altro Lo scialle andaluso, Il Consiglio d'Egitto, La giornata di uno scrutatore, Lessico famigliare, La cognizione del dolore. E la mattina del 1° marzo Ferrero si ritrova sulla scrivania le bozze di un romanzo intitolato La tregua: «L'autore per me era sconosciuto. Einaudi aveva confinato Se questo è un uomo nei Saggi con una copertina severa di Munari». È noto che quel libro fu ripubblicato nel '58 dopo un primo rifiuto. «Sfogliando le bozze della Tregua, già a pagina 2, quando compaiono nel Lager quattro giovani cavalieri russi su enormi cavalli e poi con le considerazioni sulla natura inestinguibile dell'offesa, capii che si trattava di un gran libro». Una sera si affaccia alla porta dell'ufficio stampa «un omino sui quarant'anni, asciutto, timido, modesto, di poche parole». Era il chimico Primo Levi, allora direttore di una fabbrica di vernici: «Temeva le conventicole chiuse della società letteraria, per questo insisteva sul suo essere scrittore per caso: era molto difensivo per non sollevare la suscettibilità corporativa dell'ambiente. In casa editrice era l'ultimo arrivato e nessuno se lo filava molto in una scuderia piena di star: Bassani, Cassola, Sciascia, Morante, Ginzburg, Gadda, Volponi, con la sua voce baritonale e la passione per la pittura del Seicento, lo stesso Calvino».
Ferrero ricorda il viaggio in treno verso Venezia («avevamo la fibrillazione degli scolaretti»), dove Levi, selezionato nella cinquina del Campiello, sarebbe stato proclamato vincitore per distacco: «Era preoccupato perché non aveva lo smoking ma solo una corretta gabardine». Già allora contavano le pressioni degli editori? «No, nessuno in casa editrice si occupava di premi, mai fatta una telefonata per lo Strega, sarebbe stata una caduta di stile impensabile per gli einaudiani. Per questo, forse, il povero Calvino fu battuto da Pomilio. Gli einaudiani non chiedevano e non ringraziavano. Per Giulio, poi, tutto era loro dovuto: era ovvio che tutti si prosternassero. Persino le sue apparizioni pubbliche erano dosate accuratamente: era una specie di principe cinese che risiedeva nella Città proibita».
Pieno anche di timidezze: «Moltissimo, ma riuscì a strumentalizzarle molto abilmente e a farne una tecnica di governo». Timido anche Calvino. «Italo allora era al centro di una rete vastissima di relazioni, ma adottava una strategia difensiva perché gli autori non fossero troppo pressanti. Di fronte a una proposta editoriale, ripeteva: "L'annata è cattiva, non si riesce ad andare avanti, difficile far passare qualunque cosa". Cercava di tenerli a bada così, alzando dense cortine fumogene. E magari aggiungendo: "Fare lo scrittore richiede una vita monacale e solitaria, ma chi te lo fa fare, in più non si guadagna niente"». Come andarono i primi incontri con lui? «Ho fatto molta fatica a entrare in sintonia con lui: era un tipo di poche parole, dedito solo al proprio lavoro e spaventosamente disciplinato. Era una disciplina che gli derivava dalla scuola di partito ma anche da un imprinting familiare, dalla severità e dal socialismo umanitario della madre, rigorosamente proteso verso il lavoro collettivo».
Ferrero parla di un'etica pragmatica: «Non si atteggiava a maestro, tutto passava dal fare e dal come si facevano le cose. E il suo interesse qualche volta lo testimoniava bacchettandoti. Italo è morto schiacciato dai doveri, è morto di fatica come un contadino. Le Lezioni americane gli hanno richiesto un tale sforzo che gli è scoppiato letteralmente il cervello». Dalla madre Italo aveva ereditato anche il côté sardo: «In effetti, era una specie di pastore sardo che tutte le sere prima di andare a dormire contava le sue pecore. Al tavolo del mercoledì esagerava i suoi difetti, magari per enfatizzare i difetti del libro di cui parlava: autocaricava la propria balbuzie, come se volesse apparire un oratore ancora più imbranato e pieno di riserve». Non ha mai fatto valere la sua autorevolezza per spingere un libro? «No, incassava anche le sue bocciature». Per esempio? «Quando propose Perec, accettò disciplinatamente la decisione di non farlo per ragioni economiche». Non ha mai tradito nessun cedimento emotivo? «Amava molto Fenoglio, quello spilungone un po' bizzarro che faceva il procuratore in una casa vinicola e che gli scriveva di aver comperato una macchina da scrivere a rate. Dopo due o tre settimane dal mio arrivo entrò in ufficio piangendo e dicendo che Fenoglio stava morendo alle Molinette».
Quel giorno Ernesto si presenta in ufficio con una giacca nuova di panno blu, abbastanza «rappresentativa e ufficiale»: «Allora i funzionari della casa editrice usavano certe giacche di vellutino sardo a righe procurate da Paolo Spriano: stile morigerato anzi spartano. L'Einaudi era una famiglia risparmiosa. L'editore se la passava un po' meglio, con automobile e autista, però si manteneva parco nel cibo. Quando ci invitava a casa sua, erano cene a rischio: un mezzo pollo per tutti, ma finiva che tutti si astenevano e il pollo rimaneva lì con una certa soddisfazione dell'editore». Il quale, in fatto di cibo, aveva gusti non ricercati: «Prediligeva i piatti semplici, che lui chiamava "poveri", ma realizzati con ottimi ingredienti. In cima a tutti le frittate. Era molto esigente in fatto di bolliti e formaggi. Ma in genere il cibo era il pretesto per stare insieme, parlare, farsi venire delle idee. Non bisognava pensarci troppo o peggio parlarne. L'edonismo gastronomico era poco confacente all'Einaudi, l'unica cosa che contava era la Causa». Quella editoriale, ovviamente. Osterie frequentate? «Erano memorabili e molto produttive le passeggiate in collina tra le due e le tre del pomeriggio, con meta finale Il Pilone del Lupo, rustica trattoria di Pecetto che portava cartelli con scritto "Vietato il canto". L'editore riusciva a far riaprire la cucina anche se il cuoco se n'era andato da un po'». Gusti culinari di autori illustri? «Gadda amava il risotto (of course), Elsa Morante i funghi fritti, Parise lepre in salmì e Manganelli gli affettati misti: per lui ogni pasto era un cerimoniale sacro».
Raccontano che Elsa Morante fosse tra gli scrittori dal carattere più «difficile». Bizzosa e dalle rabbie irrefrenabili: «La sua era una gestione molto delicata. Già disponeva di una redattrice-governante-consigliera-amica tutta per sé, Elena De Angeli. Elsa esigeva di essere al centro dell'attenzione generale, come una bambina troppo sapiente. Arrivava in casa editrice avvolta in lunghe sottane zingaresche, come una contadina russa, e con un'aria da maga che sa tutto di tutti senza muoversi di casa. Dispensava vaticini oracolari, premonizioni, rivelazioni, come in una fiaba orientale. Gli amatissimi gatti (famoso tra tutti Caruso) erano il centro obbligato di ogni conversazione. Per scrivere La Storia si documentò su ogni minimo dettaglio con maniacale scrupolo flaubertiano e discutemmo a lungo di lugàneghe che voleva mettere nel romanzo».
Fu davvero un anno di grazia, il 1963: in pochi mesi l'Einaudi sfornò tra l'altro Lo scialle andaluso, Il Consiglio d'Egitto, La giornata di uno scrutatore, Lessico famigliare, La cognizione del dolore. E la mattina del 1° marzo Ferrero si ritrova sulla scrivania le bozze di un romanzo intitolato La tregua: «L'autore per me era sconosciuto. Einaudi aveva confinato Se questo è un uomo nei Saggi con una copertina severa di Munari». È noto che quel libro fu ripubblicato nel '58 dopo un primo rifiuto. «Sfogliando le bozze della Tregua, già a pagina 2, quando compaiono nel Lager quattro giovani cavalieri russi su enormi cavalli e poi con le considerazioni sulla natura inestinguibile dell'offesa, capii che si trattava di un gran libro». Una sera si affaccia alla porta dell'ufficio stampa «un omino sui quarant'anni, asciutto, timido, modesto, di poche parole». Era il chimico Primo Levi, allora direttore di una fabbrica di vernici: «Temeva le conventicole chiuse della società letteraria, per questo insisteva sul suo essere scrittore per caso: era molto difensivo per non sollevare la suscettibilità corporativa dell'ambiente. In casa editrice era l'ultimo arrivato e nessuno se lo filava molto in una scuderia piena di star: Bassani, Cassola, Sciascia, Morante, Ginzburg, Gadda, Volponi, con la sua voce baritonale e la passione per la pittura del Seicento, lo stesso Calvino».
Ferrero ricorda il viaggio in treno verso Venezia («avevamo la fibrillazione degli scolaretti»), dove Levi, selezionato nella cinquina del Campiello, sarebbe stato proclamato vincitore per distacco: «Era preoccupato perché non aveva lo smoking ma solo una corretta gabardine». Già allora contavano le pressioni degli editori? «No, nessuno in casa editrice si occupava di premi, mai fatta una telefonata per lo Strega, sarebbe stata una caduta di stile impensabile per gli einaudiani. Per questo, forse, il povero Calvino fu battuto da Pomilio. Gli einaudiani non chiedevano e non ringraziavano. Per Giulio, poi, tutto era loro dovuto: era ovvio che tutti si prosternassero. Persino le sue apparizioni pubbliche erano dosate accuratamente: era una specie di principe cinese che risiedeva nella Città proibita».
Pieno anche di timidezze: «Moltissimo, ma riuscì a strumentalizzarle molto abilmente e a farne una tecnica di governo». Timido anche Calvino. «Italo allora era al centro di una rete vastissima di relazioni, ma adottava una strategia difensiva perché gli autori non fossero troppo pressanti. Di fronte a una proposta editoriale, ripeteva: "L'annata è cattiva, non si riesce ad andare avanti, difficile far passare qualunque cosa". Cercava di tenerli a bada così, alzando dense cortine fumogene. E magari aggiungendo: "Fare lo scrittore richiede una vita monacale e solitaria, ma chi te lo fa fare, in più non si guadagna niente"». Come andarono i primi incontri con lui? «Ho fatto molta fatica a entrare in sintonia con lui: era un tipo di poche parole, dedito solo al proprio lavoro e spaventosamente disciplinato. Era una disciplina che gli derivava dalla scuola di partito ma anche da un imprinting familiare, dalla severità e dal socialismo umanitario della madre, rigorosamente proteso verso il lavoro collettivo».
Ferrero parla di un'etica pragmatica: «Non si atteggiava a maestro, tutto passava dal fare e dal come si facevano le cose. E il suo interesse qualche volta lo testimoniava bacchettandoti. Italo è morto schiacciato dai doveri, è morto di fatica come un contadino. Le Lezioni americane gli hanno richiesto un tale sforzo che gli è scoppiato letteralmente il cervello». Dalla madre Italo aveva ereditato anche il côté sardo: «In effetti, era una specie di pastore sardo che tutte le sere prima di andare a dormire contava le sue pecore. Al tavolo del mercoledì esagerava i suoi difetti, magari per enfatizzare i difetti del libro di cui parlava: autocaricava la propria balbuzie, come se volesse apparire un oratore ancora più imbranato e pieno di riserve». Non ha mai fatto valere la sua autorevolezza per spingere un libro? «No, incassava anche le sue bocciature». Per esempio? «Quando propose Perec, accettò disciplinatamente la decisione di non farlo per ragioni economiche». Non ha mai tradito nessun cedimento emotivo? «Amava molto Fenoglio, quello spilungone un po' bizzarro che faceva il procuratore in una casa vinicola e che gli scriveva di aver comperato una macchina da scrivere a rate. Dopo due o tre settimane dal mio arrivo entrò in ufficio piangendo e dicendo che Fenoglio stava morendo alle Molinette».

1 commento:
Lo stile delle grandi famiglie del passato: inimitabile !
Ho appena finito di leggere di Curzio Maltese - COME TI SEI RIDOTTO - Modesta proposta di sopravvivenza al declino di una nazione - Feltrinelli - marzo 2006.
Ragazzi e ragazze, adulti, anziani, etero ed omosessuali, insomma tutti: acquistatelo (euro 9,00) e leggetelo.
E' SCONVOLGENTE !
Capirete come e perchè l'Italia è destinata ad un declino, una deriva inarrestabile, per colpa di una classe politica di cialtroni, incompetenti, dilettanti, arruffapopolo, mariuoli e chi più ne ha più ne metta !
Ma non lasciatevi prendere dallo sgomento, dallo sconforto, reagite, reagiamo !
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