L'Unità
19 agosto 2008
Ci sono crimini noiosi. Talmente noiosi che non hai neanche voglia di leggerti tutto l’articolo. Leggi il titolo e volti pagina. Tra questi, il più noioso è lo stupro. Una giovane donna è stata violentata per una settimana dall’uomo che le aveva offerto lavoro come colf. Un’altra? Non c’è neanche la possibilità di una bella foto. Le donne violentate non si mettono sui giornali. Che faccia avrà questa colf non lo sapremo mai. Di solito gli articoli sugli stupri i giornali li presentano con una ragazza rannicchiata a terra, la testa nascosta dentro le braccia intrecciate sulle ginocchia. Le gambe nude, la maglietta strappata sulle spalle. Sempre la stessa. Chissà chi è quella donna, la vittima per antonomasia.
Un’attrice? La figlia del fotografo che si è prestata a patto di non essere riconoscibile? Il fotogramma di un film degli anni settanta? Chiunque sia quella ragazza rannicchiata, rappresenta in maniera perfetta la maschera senza volto di un orrorifico carnevale, che ci sfila sotto gli occhi ogni giorno. Ecco a voi lo stupro. Che può essere di due tipi: secco (l’uomo sconosciuto che si getta sulla sconosciuta) o subdolo (l’amico, il conoscente che approfitta di un varco e poi non si ferma più, ignorando il rifiuto). E basta. Che noia. Cambia la location, può cambiare il numero di partecipanti, cambia soprattutto la percentuale di efferatezza. Ma la dinamica è sempre la stessa, da migliaia di anni. Niente a che vedere con l’omicidio, la rapina, l’epica della truffa. Per stuprare una donna, non serve neanche un piano. E quasi sempre non c’è premeditazione.
Lo stupro ha a che fare col sesso? Non mi sembra. Si tratta di rabbia. Stuprano uomini senza donne, ma stuprano anche ragazzini giovani e belli, adulti che hanno già scopato ogni corpo possibile. Stuprano uomini di tutte le razze e di ogni età, stuprano i nostri padri e i nostri fratelli. Non serve neanche un’arma per stuprare una donna. Basta la rabbia.
Ma la rabbia non può essere estirpata. Una dose di rabbia e rancore è endemica tra uomini e donne. La questione è quindi come dirigere quella rabbia in una zona dove possa essere disinnescata, dove non diventi violenza. Nonostante si sbraiti il contrario per alimentare l’isteria sulla sicurezza, in Italia da qualche anno sono diminuiti i delitti e sono diminuiti persino i furti. La criminalità recede ovunque. Tranne che sul corpo delle donne. Il numero degli stupri non cala. Perché? È vero: culture diverse si danno battaglia dentro i nostri confini. L’immigrazione, imponente e repentina, ci costringe a ribadire ogni singola conquista, specie nei rapporti tra maschi e femmine. Ma a che tipo di cultura arcaica ed esecrabile dovrebbe ispirarsi una frase come questa: era ubriaca, voi che aveste fatto al posto nostro? Pronunciata da una banda di ragazzini decerebrati alla polizia, dopo esser stati colti a violentare una coetanea. Io credo che sia la nostra. Che i conti ce li dobbiamo fare tra di noi. Non è strano che non sappiamo amarci, se non sappiamo concederci reciprocamente le stesse debolezze di coscienza, alcool droghe o innamoramenti fatali. Come possiamo far bene l’amore se non sappiamo usare la violenza, metterla in campo e poi giocarci? Siamo noi che non abbiamo ancora imparato a concederci le stesse opportunità e gli stessi diritti, per poi, dentro questo spazio di serenità, poter tornare a essere maschi e femmine.
L’altro giorno ho visto su Italia 1 il concorso per Miss Maglietta Bagnata. Nella prova clou le ragazze dovevano saltare sul tappeto elastico, con la maglietta bagnata, per mostrare consistenza e autenticità delle tette. Uno spettacolo talmente degradante da indurre alla commozione. Come i cuccioli di cane abbandonati sul Raccordo. Ma il punto non è abolire Miss Maglietta Bagnata, o le Veline, o il presidente del Consiglio che deve ricorrere alle sue doti di playboy per convincere la presidente finlandese. Il punto è creare quello spazio di serenità. Là dentro, possiamo poi permetterci qualunque imbecillità.
Purtroppo gli esseri umani sono tanti e non vogliono affatto l’uno il bene dell’altro, ma il proprio. Al massimo siamo in grado di preservare il branco, di non attaccare il fratello. Lo stupro è un crimine dell’uomo contro la donna, nonostante qualche folcloristico esempio contrario. Per arginarlo, perché la sua incidenza prenda la stessa china discendente degli altri crimini commessi in Italia, serve che le donne siano più forti. Che abbiano maggiore rappresentanza politica, e rimettano in pari la bilancia. Non c’è un’altra soluzione. Pari oppurtunità e pari diritti non possono essere ricontrattati ogni volta. Solo allora, quando avremo pari rappresentanza al Governo e nei ruoli chiave della società, e qualcuna di noi inventerà Mister Membro d’Oro (dove gli uomini salteranno su un tappeto elastico, con le mutande bagnate, per mostrare consistenza e autenticità), solo allora, temo, gli stupri inizieranno a diminuire.
Lo stupro ha a che fare col sesso? Non mi sembra. Si tratta di rabbia. Stuprano uomini senza donne, ma stuprano anche ragazzini giovani e belli, adulti che hanno già scopato ogni corpo possibile. Stuprano uomini di tutte le razze e di ogni età, stuprano i nostri padri e i nostri fratelli. Non serve neanche un’arma per stuprare una donna. Basta la rabbia.
Ma la rabbia non può essere estirpata. Una dose di rabbia e rancore è endemica tra uomini e donne. La questione è quindi come dirigere quella rabbia in una zona dove possa essere disinnescata, dove non diventi violenza. Nonostante si sbraiti il contrario per alimentare l’isteria sulla sicurezza, in Italia da qualche anno sono diminuiti i delitti e sono diminuiti persino i furti. La criminalità recede ovunque. Tranne che sul corpo delle donne. Il numero degli stupri non cala. Perché? È vero: culture diverse si danno battaglia dentro i nostri confini. L’immigrazione, imponente e repentina, ci costringe a ribadire ogni singola conquista, specie nei rapporti tra maschi e femmine. Ma a che tipo di cultura arcaica ed esecrabile dovrebbe ispirarsi una frase come questa: era ubriaca, voi che aveste fatto al posto nostro? Pronunciata da una banda di ragazzini decerebrati alla polizia, dopo esser stati colti a violentare una coetanea. Io credo che sia la nostra. Che i conti ce li dobbiamo fare tra di noi. Non è strano che non sappiamo amarci, se non sappiamo concederci reciprocamente le stesse debolezze di coscienza, alcool droghe o innamoramenti fatali. Come possiamo far bene l’amore se non sappiamo usare la violenza, metterla in campo e poi giocarci? Siamo noi che non abbiamo ancora imparato a concederci le stesse opportunità e gli stessi diritti, per poi, dentro questo spazio di serenità, poter tornare a essere maschi e femmine.
L’altro giorno ho visto su Italia 1 il concorso per Miss Maglietta Bagnata. Nella prova clou le ragazze dovevano saltare sul tappeto elastico, con la maglietta bagnata, per mostrare consistenza e autenticità delle tette. Uno spettacolo talmente degradante da indurre alla commozione. Come i cuccioli di cane abbandonati sul Raccordo. Ma il punto non è abolire Miss Maglietta Bagnata, o le Veline, o il presidente del Consiglio che deve ricorrere alle sue doti di playboy per convincere la presidente finlandese. Il punto è creare quello spazio di serenità. Là dentro, possiamo poi permetterci qualunque imbecillità.
Purtroppo gli esseri umani sono tanti e non vogliono affatto l’uno il bene dell’altro, ma il proprio. Al massimo siamo in grado di preservare il branco, di non attaccare il fratello. Lo stupro è un crimine dell’uomo contro la donna, nonostante qualche folcloristico esempio contrario. Per arginarlo, perché la sua incidenza prenda la stessa china discendente degli altri crimini commessi in Italia, serve che le donne siano più forti. Che abbiano maggiore rappresentanza politica, e rimettano in pari la bilancia. Non c’è un’altra soluzione. Pari oppurtunità e pari diritti non possono essere ricontrattati ogni volta. Solo allora, quando avremo pari rappresentanza al Governo e nei ruoli chiave della società, e qualcuna di noi inventerà Mister Membro d’Oro (dove gli uomini salteranno su un tappeto elastico, con le mutande bagnate, per mostrare consistenza e autenticità), solo allora, temo, gli stupri inizieranno a diminuire.
Pubblicato il 19.08.08

2 commenti:
Questo articolo mi ha colpito in modo particolare, perchè da direttore di carceri ho avuto a che fare continuamente con gli "stupratori", poi chiamati "sexual offenders".
Che c'entra ? C'entra eccome.
Appaiono come persone normali, non hanno le stimmate del reato di violenzza sessuale (non vi sono), oggi delitto contro la persona nel nostro codice penale.
Parlo dei detenuti italiani.
Gli altri sono insondabili.
Mi hanno sempre dato l'impressione di una aggressività a stento tenuta sotto controllo e, badate bene, erano in carcere.
Fuori dal carcere mi sono sempre augurato di non incontrarne mai nessuno.
Elena Stancanelli sostiene che lo stupro è un 'crimine noioso' e non motiva questa sua valutazione.
Certo, l'articolo di uno stupro non può essre corredato da una immagine reale e, quando c'è, è come la descrive la giornalista, una immagine 'di stile'.
Posso testimoniare la mia impressione-sensazione circa la notiza di una violenza sessuale.
Personalmente provo ribrezzo e, subito dopo, un desiderio di evirare quello stronzo bastardo di qualunque nazionalità egli sia.
Non riesco a concepire come si possa provare piacere da una violenza sessuale.
Si è al di sotto del livello animale.
Poi so che nello stato di diritto (quel poco che ne sopravvive) non si può nemmeno dare una dura lezione al bastardo.
Essendo dotato di una forte capacità di immedesimazione (deviazione professionale !), ho provato a mettermi nei panni del parente, fidanzato, amico della poveretta e ho sempre concluso che, se avesse toccato i miei affetti, lo avrei ammazzato, prima o poi.
Come per il terrorismo del 'decennio degli anni di piombo', pur essendo stato oggetto di 'cure' da parte delle BR della Toscana, non ho mai avuto il battesimo del fuoco.
Anche in questo caso, (Dio ti ringrazio) non è mai accaduto nulla.
Un articolo che descrive uno stupro per un lettore maschio è la prova del fuoco, nel senso che si attivano meccanismi risalenti alla notte dei tempi (quanto meno una curisosità morbosa) e, quindi, quando te ne accorgi, in un primo momento non vai più oltre il titolo, poi eserciti un ferreo autocontrollo e leggi.
Così mi è accaduto ed io leggo, in modo neutro, quasi freddo, salvo quell'odio per il maledetto bastardo.
Adesso faccio un O.T. (Off Topic): non capisco nemmeno quegli animali che praticano sesso a pagamento.
Chissà se qualche lettrice vuole esprimere un proprio articolato parere, io lo spero tanto.
Elena Stancanelli (Firenze, 1965) è una scrittrice italiana.
Fiorentina di nascita e di studi (nella città di Dante si è laureata in Lettere Moderne), si trasferisce a Roma, dove vive tuttora. Nella capitale ha frequentato l'Accademia d'Arte Drammatica. Nel frattempo intraprende la carriera letteraria, partecipando al Premio letterario Giuseppe Berto e vincendolo con Benzina, pubblicato da Einaudi nel 1998. Sia da questo sia dal suo successivo romanzo, Le attrici (2001, anche questo per Einaudi), la regista Monica Stambrini ha tratto un film.
Elena Stancanelli è attiva anche nella produzione di racconti, pubblicati su alcuni prestigiose riviste e rotocalchi (Max, Amica, Gulliver, Tutte Storie, Cosmopolitan, MarieClaire) e su alcuni dei maggiori quotidiani nazionali (Il secolo XIX, il Corriere della Sera).
Collaboratrice stabile del quotidiano La Repubblica, scrive anche su il manifesto e L'Unità.
Memore delle sue origini fiorentine, ha recentemente pubblicato per Laterza il libro Firenze da piccola.
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