di LEONETTA BENTIVOGLIO
SILENZIO. Sembra questa la parola-chiave di Andrea Bocelli. Strano paradosso per un tenore. S'intitolava La musica del silenzio l'autobiografia che scrisse a fine anni Novanta, libro non privo di sincerità e di grazia. Nell'album Vivere, inciso l'anno scorso, era incluso il brano La voce del silenzio, che Dionne Warwick e Tony Del Monaco cantavano a Sanremo nel '68. Il gran concerto con vari amici-star, curato personalmente da Andrea ogni estate in Toscana, si svolge in un immenso declivio naturale ("nell'ultima edizione c'era un pubblico di quasi diecimila persone") a cui ha voluto dare l'appellativo di Teatro del Silenzio: "È un posto di rara bellezza. Da un lato spicca il profilo di Volterra, dall'altro c'è in lontananza il mare; e attorno le colline verdi digradano verso la costa".
Col silenzio ha un rapporto "necessario e duraturo" perché gli svela cose importanti: "Induce alla riflessione, fa meditare sul tempo e le stagioni della vita. Per questo lo prediligono i monaci e gli asceti. Stare zitti fa bene. Se si parla con qualcuno, metà del nostro cervello è impegnata a elaborare la risposta all'interlocutore; solo tacendo si ascolta completamente il prossimo. Ogni volta che parlo perdo un'ottima occasione per tacere".
Dice frasi come queste Andrea Bocelli, e all'inizio non capisci. Ti aspettavi un vanesio campione del consenso, uno scaltro prodotto di mercato, il tipico divo narcisista e nevrotico. Le premesse per un tale esito ci sarebbero tutte: partito dalla vittoria a Sanremo nel '93, l'incredibile fenomeno Bocelli è in vetta alle classifiche internazionali con sessanta milioni di dischi venduti. Invece lui sorprende per la calma riservata. Ha un gentile conversare che pone sempre un confine, una specie di distacco. Non si dà arie quando pronuncia frasi impegnative come "penso spesso al senso della nostra vita sulla Terra".
Dichiara di credere in Dio e lo fa semplicemente, senza solennità, come se fosse ovvio e naturale. Si descrive devoto a Pascal e a "quel gigante di Tolstoj", sono stati loro a salvarlo da indugi e false partenze. Racconta che il contatto con la natura gli dà una gioia incontenibile. Parla come un poeta, può recitare Dante a memoria, conosce deliziosi poemetti erotici. Riferisce di aver avuto una forte crisi esistenziale qualche anno fa, quando morì suo padre: "Da allora ho cercato la via della consapevolezza e del controllo". Lo si direbbe un po' buddista. Vezzi New Age? Bisogno di stupire? Macché: il suo non è un disegno seduttivo, Andrea non mette in atto strategie d'immagine. Piuttosto ha un'esigenza di fare ordine, di strutturare princìpi.
Come se avesse un'armatura o volesse darsi dei criteri che gli consentono di percepire la luce delle cose buone e giuste, proteggendolo dal buio.
Si sa che Bocelli è un non vedente. Non gradisce parlarne ma non scansa l'argomento, sarebbe ipocrita ignorarlo. Rievoca la sua infanzia "felice" e "normale" subito specificando: "Normale a dispetto di una menomazione fisica grave". Glaucoma congenito bilaterale, diagnosticato quand'era piccolo. Ventisette operazioni, innumerevoli consulti medici, pene fisiche tremende, una via crucis.
Per qualche tempo comunque Andrea ha visto: "Il sole, le stelle, le facce... Vedevo male ma senza alterazioni". A dodici anni riceve una pallonata in faccia durante una partita di calcio. Il trauma colpisce gli occhi e da allora scende l'oscurità totale. "Però", s'affretta ad aggiungere, "tante persone vedono tutto senza in realtà vedere nulla". Non denuncia fragilità. Aborrisce i vittimismi.
Riassume così il suo percorso: "Sono nato e cresciuto nelle campagne del Volterrano, figlio di una civiltà contadina. Da giovane ero assolutista, impulsivo e settario. Niente mezze misure. Bianco e nero, bello e brutto, buono e cattivo. Avevo letto qualche nozione di filosofia e credevo di aver capito la commedia della vita, ma non si era neanche alzato il sipario". Poi arriva il Martelacci. Il suo mentore, un vero padre spirituale: "Era di Lajatico come me. Figlio di muratori e autodidatta. Un personaggio da romanzo. Sapeva alla perfezione cinque lingue tra cui il russo. Studiò latino e greco, assorbì tutto ciò che poteva, si costruì da solo una sapienza granitica. Divenne il direttore della banca di Lajatico e andò in pensione prestissimo. Mia madre gli chiese di aiutarmi a preparare l'esame di maturità e tra noi nacque un profondo sodalizio. Mi fece appassionare alla lettura, mi smontò pezzo per pezzo, scalfì le mie certezze, domò la mia rabbia. Si chiamava Amos, ed è in suo onore che ho dato questo nome al mio primo figlio".
Dopo le magistrali s'iscrive a Giurisprudenza all'Università di Pisa, e ricorda quel periodo in modo positivo: "Non c'era niente di noioso. La legge non è affatto arida perché possiede le regole della nostra convivenza: tra le sue righe pulsa la vita". Doveva essere avvocato: passa l'esame di Stato e fa pratica in uno studio, però di sera suona nei piano-bar. Finché decolla la fortunata avventura musicale: "D'altronde avevo sempre avuto la musica dentro di me".
Dotato di una voce morbida e struggente, da ragazzo ama l'opera più della musica leggera: "A scuola ero un emarginato, i miei coetanei ascoltavano Mal e Lucio Battisti, che a me sembravano cantanti modesti. Invece mi emozionavano La Bohème e Tosca, e per questo i compagni mi prendevano in giro". Col suo orecchio favoloso e quel particolare timbro vellutato, Andrea, quando va da qualche parte, è sempre invitato cantare. Si allena sui dischi di Mario Lanza, Beniamino Gigli, Mario Del Monaco, Franco Corelli, Enrico Caruso: sogna di coglierne i segreti. Proprio uno dei suoi idoli, Corelli, tenore dalla voce "carezzante e ruggente", giunge a plasmare professionalmente il suo talento: diventa il suo maestro di canto e gli spalanca un mondo.
Il resto è in vertiginosa ascesa: gli incontri con Zucchero e Pavarotti, i contatti con i potenti della terra, l'ammirazione di Clinton, Bush, Putin e Wojtyla ("una presenza che m'impressionò moltissimo, lo percepivo come se fosse altrove"), la raffica di premi e riconoscimenti, il tutto esaurito a Las Vegas e a New York (dove per chiedergli l'autografo fanno la fila anche giovani in tenuta heavy metal), le collaborazioni con Celine Dion, Sarah Brightman, Stevie Wonder, Christina Aguilera e altri.
Nei suoi concerti incassa quasi quanto Bruce Springsteen e i Rolling Stones, e ha un fatturato pari a quello degli U2. Armani decide di vestirlo in esclusiva. È incoronato ambasciatore della melodia italiana nel pianeta e considerato un prodotto d'esportazione ideale, un amalgama perfetto di canzoni e melodramma. Gli americani fremono per il languido "blind tenor", artefice di album dai titoli di gusto "easy" come Romanza, Sogno, Sentimento, Amore, Vivere... L'ultimo è Incanto, uscito il mese scorso: "Riunisce classici della tradizione come Un amore così grande, Funiculì Funiculà, Mamma, Voglio vivere così. Brani adorati da miti come Gigli e Caruso. I massimi tenori hanno sempre eseguito le canzoni popolari più belle".
In tanta gloria la lirica resta un punto fisso, una bruciante aspirazione. Il suo obiettivo fondamentale non sono i bagni di folla negli stadi o i concertoni per il Giubileo e le Olimpiadi; e a dispetto dell'ostilità dei critici ("ho imparato a ignorarli"), si ostina a misurarsi con il repertorio operistico. Sfida dal vivo, in teatro, monumenti musicali come La Bohème, Madama Butterfly, Werther e Carmen (quest'ultima la interpreta di recente all'Opera di Roma); registra titoli come Tosca, Il Trovatore, I Pagliacci e Cavalleria Rusticana; calca palcoscenici terrificanti come l'Arena di Verona: "Per me lavorare in teatro è un po' una missione, prendo bastonate dai recensori, guadagno cifre irrisorie rispetto al pop. Ma non m'importa, la lirica è irrinunciabile, è un'arte unica e immortale. Quel che conta è trasmettere valori eterni".
Dice che l'amore è tutto, "il motore della vita e il suo fuoco: l'assenza di amore coincide con la morte". Quanto al sesso, "per me, che sono un passionale, è stato croce e delizia dell'intera esistenza. Croce perché gli eccessi portano guai, e si può far soffrire chi ci vive accanto". Per un decennio è stato sposato con Enrica Cenzatti, con cui ha avuto due figli: oltre ad Amos, che ha tredici anni, c'è Matteo di dieci. Dopo la separazione dalla moglie ha conosciuto Veronica Berti: lei aveva ventun anni, ora ne ha ventisette ed è una giovane donna di bellezza radiosa. Vivono insieme a Vittoria Apuana, vicino a Forte dei Marmi, "e a trenta metri abitano i miei figli, che stanno un po' con me e un po' con la madre, con cui mantengo un rapporto civile. Non potrei fare a meno della relazione quotidiana con i miei ragazzi, sono la parte più importante della mia vita".
A cinquant'anni Andrea sostiene di avere maturato una distanza dalle cose materiali: "Mi sono realizzato come artista, ho visto concretizzarsi i miei sogni, ho guadagnato parecchi soldi. Eppure a un tratto ero terribilmente stanco, e ho capito che questa stanchezza derivava dalla gestione del superfluo". Perciò ha rinunciato alla dispendiosa mania dei cavalli purosangue, ha venduto la sua splendida barca ("diseducativa per i miei figli") e ha dedotto che "il denaro è pericolosissimo. Come un farmaco utile per curare ma capace di condurre alla morte se assunto in dosi massicce".
Afferma: "Il prossimo è il mio fine. Non faccio mai fatica ad ascoltare gli altri, perché m'interessano davvero". Nelle sue terre toscane, assieme al fratello architetto, produce qualche botte di buon vino, e dice che anch'esso "vuole essere amato e ascoltato". Ricava piacere dall'applicarsi a questo genere di cose. Prima di ogni esibizione fa riposare nel mutismo la sua pregiata voce tutto il giorno: "Gli artisti sono come atleti". Dunque niente vino, niente sesso, moderazione nel cibo e vietato parlare. Silenzio e solitudine per ventiquattro ore.
(23 novembre 2008)


1 commento:
Bocelli è splendido, la sua voce e le sue esecuzioni sono quasi tutte una magia !
Mi vengono i brividi quando canta.
L'unico neo: non mi pace che abbia lasciato la prima moglie: non si fà !
Posta un commento