EUGENIO SCALFARI
È quello ricercato dai giornalisti che si proclamano di sinistra ma che criticano le forze schierate nello stesso campo. Con il risultato che la sinistra ha contro l'intero schieramento mediatico
Sono spesso invitato da scuole e corsi universitari di comunicazione a parlare di giornalismo; va di moda da qualche tempo chiamare queste conferenze con il titolo un po' pomposo di 'lectio magistralis'. Di solito cerco di sottrarmi: avendo dedicato al giornalismo gran parte della mia vita professionale ed essendo tuttora in attività di servizio, discettare su quella materia mi suscita un sottile sentimento di noia e di 'déjà-vu'. Qualche volta accetto, più spesso scappo con qualche pretesto.
Tuttavia l'abitudine contratta in sessant'anni di mestiere mi porta tutti i giorni a leggere molti giornali e mi ispira inevitabilmente qualche riflessione sullo stato dell'arte. In particolare sono incuriosito dal giornalismo e dai giornalisti che nella loro veste di cittadini elettori si dichiarano liberal-democratici o addirittura di sinistra, ma che appunto in quanto giornalisti debbono mantenere un distacco professionale e un'indipendenza che costituiscono l'essenza deontologica di quello che io definisco un mestiere crudele.
I giornali e i giornalisti conservatori non sono molti nel nostro Paese. L'esempio più alto resta quello di Luigi Albertini, ma non ebbe eredi. Il fascismo confiscò per vent'anni la libertà di stampa. La sua caduta inaugurò una stagione di giornalismo democratico durante il quale i giornalisti conservatori intonarono la loro voce sulla lunghezza d'onda della Democrazia cristiana e quelli liberal-democratici sulla sintonia laica. (Ovviamente lascio fuori dal quadro giornali e giornalisti di partito).
Così sono andate le cose per molti anni nella stampa quotidiana e in quella settimanale, con una sola eccezione rilevante che è stata quella di Indro Montanelli. Il quale non è iscrivibile in nessuna delle due tendenze. Non era né un liberal-conservatore né un liberal-democratico. Era un anarco-individualista di scuola prezzoliniana e longanesiana. Talento ne aveva da vendere. Per trent'anni fu il portavoce del senso comune degli italiani; contribuì a crearlo quel senso comune, che in apparenza si identifica con il buon senso ma in realtà ne è molto lontano. Semplifica la realtà: operazione estremamente pericolosa.
Il talento dei semplificatori consiste nel creare un senso comune che rafforzi interessi già forti e indebolisca interessi già deboli. L'obiettivo è quello di guadagnare il consenso. Naturalmente nulla vieterebbe che i 'media' cerchino di guadagnare consenso in favore degli interessi deboli, ma ciò avviene molto di rado in paesi come il nostro.
L'attuale stato dell'arte offre delle varianti di notevole interesse al quadro fin qui delineato. Esse derivano in gran parte dal bipolarismo politico e sociale che nell'ultimo ventennio ha sostituito il bipolarismo ideologico che aveva caratterizzato la prima Repubblica. Caduta l'ideologia comunista con l'implosione dell'Urss, caduta anche l'unità politica dei cattolici, il bipolarismo attuale corre lungo una linea di confine che contrappone due diverse visioni di modernizzazione della società: una visione 'darwinistica' della destra contrapposta a una concezione solidaristica della sinistra.
In questa situazione il giornalismo indipendente stenta a svolgere il proprio ruolo e non sempre riesce a farsi voce di un senso comune che coincida con il buonsenso.
Accade così che la cosiddetta indipendenza di giudizio si eserciti soprattutto contro la visione solidale della democrazia e contro le forze politiche e sociali che ne sono portatrici. Gli attacchi, le critiche, perfino la satira prendono di mira soprattutto la sinistra politica e sindacale sia quando essa è stata al governo sia quando è all'opposizione.
Le critiche alla destra vengono considerate ovvie e quindi sottaciute; quelle alla sinistra sono considerate un elemento indispensabile a garantire l'indipendenza del giornalista e perciò preziose a preservarne l'autorevolezza.
L'aspetto paradossale di questa situazione è costituito dal fatto che i giornalisti indipendenti accentuano come mai prima era accaduto la loro adesione agli ideali di sinistra recuperando lo 'status' di indipendenti con le loro critiche alle forze schierate nel loro stesso campo. Le critiche a sinistra provenienti da giornalisti che si proclamano di sinistra garantiscono infatti una sorta di bollino blu, di marchio di garanzia professionale. Spesso la ricerca di questo bollino blu è inconsapevole, altre volte è lucidamente voluta, ma il risultato è il medesimo: le forze di sinistra hanno contro di loro l'intero schieramento mediatico, sia per i loro errori sia anche per le loro virtù.
Un tempo il giornalismo indipendente si comportava come un contropotere di controllo del potere; oggi le cose sono cambiate e questo contropotere si è fortemente indebolito. È più semplice sparare il pallone nella propria rete che nella rete altrui. Con buone intenzioni naturalmente.
(07 novembre 2008)
Tuttavia l'abitudine contratta in sessant'anni di mestiere mi porta tutti i giorni a leggere molti giornali e mi ispira inevitabilmente qualche riflessione sullo stato dell'arte. In particolare sono incuriosito dal giornalismo e dai giornalisti che nella loro veste di cittadini elettori si dichiarano liberal-democratici o addirittura di sinistra, ma che appunto in quanto giornalisti debbono mantenere un distacco professionale e un'indipendenza che costituiscono l'essenza deontologica di quello che io definisco un mestiere crudele.
I giornali e i giornalisti conservatori non sono molti nel nostro Paese. L'esempio più alto resta quello di Luigi Albertini, ma non ebbe eredi. Il fascismo confiscò per vent'anni la libertà di stampa. La sua caduta inaugurò una stagione di giornalismo democratico durante il quale i giornalisti conservatori intonarono la loro voce sulla lunghezza d'onda della Democrazia cristiana e quelli liberal-democratici sulla sintonia laica. (Ovviamente lascio fuori dal quadro giornali e giornalisti di partito).
Così sono andate le cose per molti anni nella stampa quotidiana e in quella settimanale, con una sola eccezione rilevante che è stata quella di Indro Montanelli. Il quale non è iscrivibile in nessuna delle due tendenze. Non era né un liberal-conservatore né un liberal-democratico. Era un anarco-individualista di scuola prezzoliniana e longanesiana. Talento ne aveva da vendere. Per trent'anni fu il portavoce del senso comune degli italiani; contribuì a crearlo quel senso comune, che in apparenza si identifica con il buon senso ma in realtà ne è molto lontano. Semplifica la realtà: operazione estremamente pericolosa.
Il talento dei semplificatori consiste nel creare un senso comune che rafforzi interessi già forti e indebolisca interessi già deboli. L'obiettivo è quello di guadagnare il consenso. Naturalmente nulla vieterebbe che i 'media' cerchino di guadagnare consenso in favore degli interessi deboli, ma ciò avviene molto di rado in paesi come il nostro.
L'attuale stato dell'arte offre delle varianti di notevole interesse al quadro fin qui delineato. Esse derivano in gran parte dal bipolarismo politico e sociale che nell'ultimo ventennio ha sostituito il bipolarismo ideologico che aveva caratterizzato la prima Repubblica. Caduta l'ideologia comunista con l'implosione dell'Urss, caduta anche l'unità politica dei cattolici, il bipolarismo attuale corre lungo una linea di confine che contrappone due diverse visioni di modernizzazione della società: una visione 'darwinistica' della destra contrapposta a una concezione solidaristica della sinistra.
In questa situazione il giornalismo indipendente stenta a svolgere il proprio ruolo e non sempre riesce a farsi voce di un senso comune che coincida con il buonsenso.
Accade così che la cosiddetta indipendenza di giudizio si eserciti soprattutto contro la visione solidale della democrazia e contro le forze politiche e sociali che ne sono portatrici. Gli attacchi, le critiche, perfino la satira prendono di mira soprattutto la sinistra politica e sindacale sia quando essa è stata al governo sia quando è all'opposizione.
Le critiche alla destra vengono considerate ovvie e quindi sottaciute; quelle alla sinistra sono considerate un elemento indispensabile a garantire l'indipendenza del giornalista e perciò preziose a preservarne l'autorevolezza.
L'aspetto paradossale di questa situazione è costituito dal fatto che i giornalisti indipendenti accentuano come mai prima era accaduto la loro adesione agli ideali di sinistra recuperando lo 'status' di indipendenti con le loro critiche alle forze schierate nel loro stesso campo. Le critiche a sinistra provenienti da giornalisti che si proclamano di sinistra garantiscono infatti una sorta di bollino blu, di marchio di garanzia professionale. Spesso la ricerca di questo bollino blu è inconsapevole, altre volte è lucidamente voluta, ma il risultato è il medesimo: le forze di sinistra hanno contro di loro l'intero schieramento mediatico, sia per i loro errori sia anche per le loro virtù.
Un tempo il giornalismo indipendente si comportava come un contropotere di controllo del potere; oggi le cose sono cambiate e questo contropotere si è fortemente indebolito. È più semplice sparare il pallone nella propria rete che nella rete altrui. Con buone intenzioni naturalmente.
(07 novembre 2008)


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