26/11/2008 -
MARCO SARTORELLI
MARCO SARTORELLI
Arrivano via mare, invisibili; si nascondono tra i carichi dei camion o nelle stive degli aerei; a volte approfittano di un inconsapevole passaggio da parte di un distratto viaggiatore. Oppure vengono portati da una parte all’altra del mondo senza immaginare di che cosa saranno capaci. Non ci sono confini e controlli che possano interrompere i loro straordinari spostamenti in tutto il mondo: sono clandestini, pericolosi, «wanted». Per cercare di contenerli, frenarli e dargli la caccia si spendono centinaia di milioni di euro e altrettanto è il valore dei danni che provocano.
I 100 più pericolosi sono nell’elenco di due organismi internazionali, l’Issg (Invasive Species Specialist Group) e l’Iucn (The World Conservation Union): 22 specie di alberi o arbusti, 14 di insetti e mammiferi, 9 di erbe, 8 di pesci, 6 di molluschi, 5 di funghi, 3 di uccelli, 3 di anfibi, 3 di crostacei, 3 di piante rampicanti, 2 di virus, rettili e alghe, una di echinodermi, ctenofori, protozoi e platelminti.
Sì, i clandestini di cui parliamo sono animali e vegetali, virus e protisti. Anche il coniglio, il gatto la volpe, il cervo, la capra domestica e il pino marittimo sono clandestini. Tutti, dalla rana toro alla vongola filippina, dall’agave alla rosa, hanno in comune il fatto di aver invaso un ecosistema, colonizzandolo e colmando un «vuoto ecologico» o sostituendosi a specie locali, inventando un modo particolare di dispersione o sfruttando incredibili «distrazioni» dell’uomo. A 45 di loro è dedicato il libro «Clandestini. Animali e piante senza permesso di soggiorno» (Bollati Boringhieri) di Marco Di Domenico, ricercatore di biologia all’università Tor Vergata di Roma. I risultati della diffusione - racconta Di Domenico - sono diversi. Nei parchi romani capita di scorgere la sagoma di un pappagallo: è il parrocchetto del collare (Psittacula krameri), specie arrivata dall’Africa e dall’Asia. Nella capitale sono stati visti per la prima volta nel 1984. I parrocchetti fuggiti dalle gabbiette hanno preferito la città alla campagna. Non ci sono predatori, la temperatura è sopportabile e il cibo non manca, dalle bacche ai semi di conifere, dalla cicoria alle zucchine degli orti.
Fu l’amore per Shakespeare, invece, a portare nel 1890 un gruppo di cultori del Bardo al Central Park di New York. Liberarono 100 storni, uccelli citati nelle opere del sommo drammaturgo. Li portarono dall’Europa, dove sono comuni (come in Africa settentrionale e Asia), per farli conoscere. Oggi nell’America settentrionale ci sono 200 milioni di storni, che hanno colonizzato Terranova, Labrador, Quebec, Alaska, Messico del Nord e Florida. Solo l’oceano, i deserti e il freddo dell’Artico hanno fermato il loro volo.
Ma è andata peggio con un’altra leggerezza. Anni 50, lago Vittoria, in Africa. Qualcuno rovescia nelle acque un secchio con alcuni esemplari di perca del Nilo. Quel gesto causa una catastrofe globale: in pochi decenni la voracità e la moltiplicazione della perca (due metri di lunghezza per 200 chili) fa sparire dal lago 200 specie di pesci della famiglia dei Ciclidi; un dramma per i 30 milioni di persone che vivevano della piscicoltura. E’ cominciata ancora prima, e non è finita, la diffusione del «verme delle navi», mollusco bivalve di una decina centimetri (ma può arrivare a mezzo metro): si ciba di legno e vive da uno a tre anni. Nel 1839 è stato individuato nel Massachusetts e dal ‘93 a oggi ha fatto spendere all’Europa 50 milioni di euro. La teredine ha persino minacciato l’esistenza dell’Olanda, divorando il legno delle dighe.
Anche le piante sono protagoniste di viaggi e conquiste straordinari. L’agave, una trentina di foglie lunghe fino a tre metri, è stata portata dal Messico in Europa dai conquistatori spagnoli. L’agave conquistò l’area Mediterranea e le zone a clima caldo-temperato (in Italia manca in Valle d’Aosta, Piemonte, Trentino Alto-Adige e Umbria) per le sue incredibili qualità: bella e utile per produrre liquori e capace - si credeva - di guarire dalla sifilide. Il topinanbur, invece, raggiunge l’Europa dal Nord America nel 1500 e nel 1600 è già coltivato a Roma. La pianta è apprezzata in Inghilterra (carciofo di Gerusalemme), Francia (topinambour), Portogallo (topinambor); in Piemonte (ciapinabò) viene celebrato a Carignano, con una sagra. Ma ci sono anche piante clandestine invasive: è il caso del gelso da carta (o moro della Cina), albero che gli europei importarono dall’Estremo Oriente (la carta si produceva utilizzandone la corteccia). Forte, resistente a caldo e freddo, il gelso venne piantato in giardini e viali. Risultato: grandissima diffusione, conquista di spazi a danni di altre piante. In Italia ha risparmiato solo (per ora) Valle d’Aosta, Puglia e Calabria.
Dalla Cina è stato portato (verso il 1850) anche l’ailanto, alimento di una specie di baco da seta. Quando fallì la produzione (i bachi non si ambientavano), la pianta fu lasciata a se stessa e si diffuse rapidamente, con un solo limite: non cresce oltre i mille metri. La troviamo nelle cave, nei ruderi e lungo gli spartitraffico delle autostrade; si allunga di due metri all’anno e diventa albero in cinque. Se la tagliate la aiutate a diffondersi meglio, se c’è uno spazio da occupare la troverete. Ha pochi nemici naturali: 4 specie di insetti. Il castagno combatte contro 48, le querce 147, il melo 153, la betulla 76. Insomma: attenti all’ailanto.
Chi è Di Domenico Biologo
RUOLO: E’ RICERCATORE DI BIOLOGIA ANIMALE ALL’UNIVERSITA’ TOR VERGATA DI ROMA
IL LIBRO: «CLANDESTINI. ANIMALI E PIANTE SENZA PERMESSO DI SOGGIORNO»- BOLLATI BORINGHIERI
I 100 più pericolosi sono nell’elenco di due organismi internazionali, l’Issg (Invasive Species Specialist Group) e l’Iucn (The World Conservation Union): 22 specie di alberi o arbusti, 14 di insetti e mammiferi, 9 di erbe, 8 di pesci, 6 di molluschi, 5 di funghi, 3 di uccelli, 3 di anfibi, 3 di crostacei, 3 di piante rampicanti, 2 di virus, rettili e alghe, una di echinodermi, ctenofori, protozoi e platelminti.
Sì, i clandestini di cui parliamo sono animali e vegetali, virus e protisti. Anche il coniglio, il gatto la volpe, il cervo, la capra domestica e il pino marittimo sono clandestini. Tutti, dalla rana toro alla vongola filippina, dall’agave alla rosa, hanno in comune il fatto di aver invaso un ecosistema, colonizzandolo e colmando un «vuoto ecologico» o sostituendosi a specie locali, inventando un modo particolare di dispersione o sfruttando incredibili «distrazioni» dell’uomo. A 45 di loro è dedicato il libro «Clandestini. Animali e piante senza permesso di soggiorno» (Bollati Boringhieri) di Marco Di Domenico, ricercatore di biologia all’università Tor Vergata di Roma. I risultati della diffusione - racconta Di Domenico - sono diversi. Nei parchi romani capita di scorgere la sagoma di un pappagallo: è il parrocchetto del collare (Psittacula krameri), specie arrivata dall’Africa e dall’Asia. Nella capitale sono stati visti per la prima volta nel 1984. I parrocchetti fuggiti dalle gabbiette hanno preferito la città alla campagna. Non ci sono predatori, la temperatura è sopportabile e il cibo non manca, dalle bacche ai semi di conifere, dalla cicoria alle zucchine degli orti.
Fu l’amore per Shakespeare, invece, a portare nel 1890 un gruppo di cultori del Bardo al Central Park di New York. Liberarono 100 storni, uccelli citati nelle opere del sommo drammaturgo. Li portarono dall’Europa, dove sono comuni (come in Africa settentrionale e Asia), per farli conoscere. Oggi nell’America settentrionale ci sono 200 milioni di storni, che hanno colonizzato Terranova, Labrador, Quebec, Alaska, Messico del Nord e Florida. Solo l’oceano, i deserti e il freddo dell’Artico hanno fermato il loro volo.
Ma è andata peggio con un’altra leggerezza. Anni 50, lago Vittoria, in Africa. Qualcuno rovescia nelle acque un secchio con alcuni esemplari di perca del Nilo. Quel gesto causa una catastrofe globale: in pochi decenni la voracità e la moltiplicazione della perca (due metri di lunghezza per 200 chili) fa sparire dal lago 200 specie di pesci della famiglia dei Ciclidi; un dramma per i 30 milioni di persone che vivevano della piscicoltura. E’ cominciata ancora prima, e non è finita, la diffusione del «verme delle navi», mollusco bivalve di una decina centimetri (ma può arrivare a mezzo metro): si ciba di legno e vive da uno a tre anni. Nel 1839 è stato individuato nel Massachusetts e dal ‘93 a oggi ha fatto spendere all’Europa 50 milioni di euro. La teredine ha persino minacciato l’esistenza dell’Olanda, divorando il legno delle dighe.
Anche le piante sono protagoniste di viaggi e conquiste straordinari. L’agave, una trentina di foglie lunghe fino a tre metri, è stata portata dal Messico in Europa dai conquistatori spagnoli. L’agave conquistò l’area Mediterranea e le zone a clima caldo-temperato (in Italia manca in Valle d’Aosta, Piemonte, Trentino Alto-Adige e Umbria) per le sue incredibili qualità: bella e utile per produrre liquori e capace - si credeva - di guarire dalla sifilide. Il topinanbur, invece, raggiunge l’Europa dal Nord America nel 1500 e nel 1600 è già coltivato a Roma. La pianta è apprezzata in Inghilterra (carciofo di Gerusalemme), Francia (topinambour), Portogallo (topinambor); in Piemonte (ciapinabò) viene celebrato a Carignano, con una sagra. Ma ci sono anche piante clandestine invasive: è il caso del gelso da carta (o moro della Cina), albero che gli europei importarono dall’Estremo Oriente (la carta si produceva utilizzandone la corteccia). Forte, resistente a caldo e freddo, il gelso venne piantato in giardini e viali. Risultato: grandissima diffusione, conquista di spazi a danni di altre piante. In Italia ha risparmiato solo (per ora) Valle d’Aosta, Puglia e Calabria.
Dalla Cina è stato portato (verso il 1850) anche l’ailanto, alimento di una specie di baco da seta. Quando fallì la produzione (i bachi non si ambientavano), la pianta fu lasciata a se stessa e si diffuse rapidamente, con un solo limite: non cresce oltre i mille metri. La troviamo nelle cave, nei ruderi e lungo gli spartitraffico delle autostrade; si allunga di due metri all’anno e diventa albero in cinque. Se la tagliate la aiutate a diffondersi meglio, se c’è uno spazio da occupare la troverete. Ha pochi nemici naturali: 4 specie di insetti. Il castagno combatte contro 48, le querce 147, il melo 153, la betulla 76. Insomma: attenti all’ailanto.
Chi è Di Domenico Biologo
RUOLO: E’ RICERCATORE DI BIOLOGIA ANIMALE ALL’UNIVERSITA’ TOR VERGATA DI ROMA
IL LIBRO: «CLANDESTINI. ANIMALI E PIANTE SENZA PERMESSO DI SOGGIORNO»- BOLLATI BORINGHIERI


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