di Luigi Morsello
DUE
L’evasione di Gianni Guido dal carcere di San Gimignano, come ho già detto, ebbe l’effetto di un ciclone sulla mia vita e della mia famiglia. La devastazione fu completa. Se non vado errato, il P.M. era il dr. Dario Perrucci, oggi sostituto procuratore generale a Firenze. L’ufficio del procuratore della Repubblica era vacante, successivamente fu occupato dal dr. Perrucci, che fu il sostituto del dr. Virgilio Romoli.
Il dr. Perrucci ipotizzò (beato lui) la procurata evasione, nientemeno a carico mio e di altri. Stentavo a credere ai miei occhi: undici anni di lavoro sfumati di colpo, una reputazione (buona) sparita d’incanto.
E poi, perquisizioni domiciliari e sul luogo di lavoro, arresti, era scatenato.
Ancora oggi mi chiedo perché, sembrava che i delinquenti fossero non più al di là delle sbarre, ma al di qua. Un’inchiesta meno aggressiva e più meditata avrebbe prodotto meno danni e, forse, sarebbe riuscita ad accertare la verità, e cioè che nessuno aveva agevolato quell’evasione. Non si evade fuggendo a piedi se c’è agevolazione all’evasione con dolo: Guido fuggì a piedi e solo una fortuna sfacciata gli permise di sottrarsi, fortuna che prese le sembianze di un tizio che transitava in macchina al bivio per Poggibonsi e Colle val d’Elsa, che alle ore 20 - 20,30 del 25 gennaio 1981 (non 21 come ho erroneamente riportato altrove), una domenica freddissima, gli dette un passaggio ! Dette un passaggio a un tizio alto, robusto, senza esitare un attimo, senza aver nessun timore, nessuna paura.
Quel tizio era davvero estraneo all’evasione e si fece avanti da solo per riferire ai carabinieri, aveva visto in tv e letto sui giornali e non volle, giustamente, essere invischiato.
Senza quel tizio tutto sarebbe potuto cambiare.
Ormai è acqua passata sotto i ponti.
Avevo commesso un errore: mi ero dichiarato oggettivamente responsabile, quale direttore del carcere, di quanto era successo.
Non mi pare che le mie dichiarazioni siano state riportate fedelmente, quando me ne resi conto dichiarai, più nettamente, che non avevo nessuna responsabilità soggettiva, ma non ci fu niente da fare.
Fui accusato di procurata evasione, assieme ad altri, che poi il Giudice Istruttore derubricò in evasione per colpa.
Subii, assieme ad altri, un processo in Corte d’Assise, nei vari gradi di giudizio, era intervenuta una amnistia che fu applicata non senza aver scritto nelle carte processuali (sentenza) che la negligenza c’era stata, dunque evasione per colpa del custode.
Credo di essere stato l’unico direttore ad essere accusato di questo reato.
Gli arresti praticati dal dr. Perrucci consigliarono l’ufficio del personale (al fine di evitare il minacciato arresto, si ricordi che il codice di procedura penale del 1931 non era molto garantista) a spostarmi alla direzione in un altro istituto, del quale non avevo mai sentito parlare: la “Bellaria”. Credevo fosse la località, una Bellaria c’era, ma in Romagna, mentre mi era stato detto che era in Lombardia. Non mi stava bene e marcai due mesi di malattia: febbraio e marzo 1981. Volevo capire cos’era successo. Se il dr. Perrucci voleva arrestarmi, ne ebbe molte occasioni, perché tentatai in molti modi di avere informazioni, inutilmente.
Trascorsi i due mesi e dopo avere testimoniato in corte d’assise di un omicidio avvenuto l’anno prima nel carcere di San Gimignano (fu ucciso un detenuto nelle docce), andai alla scoperta del ‘nuovo mondo’, il carcere senza muro di cinta, recinzioni e sbarre alla finestre.
Merita di essere narrato l’episodio dell’omicidio in carcere, fu ucciso un detenuto sardo, un giovane alto robusto e forte, per uno sgarro a tre detenuti camorristi, uno dei quali aveva incassato uno schiaffo.
Lo appostarono alle docce detenuti, uno faceva il palo,gli altri due entrarono nelle docce, c’era solo quel detenuto (che non si insospettì per l’assenza di altri detenuti), che ricevette un colpo di punteruolo (attrezzo rudimentale fabbricato in carcere) al cuore, che gli bucò il ventricolo sinistro in modo marginale.
I tre camorristi si eclissarono, però il detenuto aggredito non era morto, era ferito gravemente, ma non se ne dovette rendere conto, perché rientrò nella sua cella, non disse nulla al compagno di cella, si accucciò nel suo letto e qui il compagno capì che qualcosa non andava perchè il compagno era diventato pallidissimo, dette l’allarme lo feci trasportare in ospedale con la macchina di servizio del carcere, non si potevano attendere i carabinieri e quindi lo feci trasportare e piantonare da agenti di custodia, ma non sopravvisse, morì rapidamente di dissanguamento.
Il procuratore della Repubblica affidò a me l’indagine sul delitto, si chiamava Jaquinta, era al limite della pensione. Naturalmente, pur non essendo una mia competenza (il direttore del carcere non è ufficiale di polizia giudiziaria) lo feci, relazionando a firma congiunta col maresciallo comandante (che è ufficiale di P.G.), sanando così il certo vizio di annullabilità della relazione, con tanto di verbali di interrogatorio (che feci firmare in modo rituale, senza comparirvi): erano stati quei tre camorristi.
Ebbene, ero testimone in corte d’assise per quell’omicidio subito dopo l’evasione e la mia incriminazione, ero in malattia, ma non mi sottrassi, testimoniai, indicai i tre responsabili che ebbero, come seppi dopo, trent’anni di reclusione ciascuno.
Oggi direbbe qualche mio giovane ex collega (sono in pensione): chi te l’ha fatto fare ? Ma non merita una risposta.
Mentre il ciclone si era scatenato ero sorpreso dalla mia calma (sono stato da sempre, oggi non più, ansioso), non sospettavo che di lì a poco si sarebbe scatenato qualcosa in me.
Raggiunsi Lonate Pozzolo da solo, in auto, cercai il carcere, mi fu indicato dov’era ma non lo vedevo, poi finalmente capii che “quello” era il carcere, un carcere non-carcere. Faticavo a realizzare.
L’alloggio del direttore era una villetta costruita dai detenuti, con tanto di giardino, recintato da tuie altissime, chiaramente incolte.
Non era abitato da anni, lo dirigeva in missione da Bergamo il dr. Rocco Trimboli, poi finito male per guai giudiziari. Era, l’alloggio, abbisognevole di restauri sostanziosi perché potesse ospitare una famiglia di cinque persone.
Perdonatemi se la prendo da lontano, ma vi sono circostanze e persone che meritano di essere citate, lo farò lo stretto necessario.
Lì conobbi il mio primo Di Pietro, era un abruzzese, un appuntato, di nome Giuseppe, app. Giuseppe Di Pietro. Era un muratore fatto e finito, un uomo molto robusto, forte, un vero specialista col quale realizzai subito un’intesa perfetta.
Vedendomi annaspare su come fare a rendere abitabile la villetta, mi disse l’app. Di Pietro che me l’avrebbe messa a posto lui, tutto: pavimenti, rivestimenti, idraulica, tetto (era in eternit), sanitari.
Restavano fuori solo riscaldamento e impianto elettrico, che feci fare a specialisti esterni.
Di Pietro fece il resto, ivi compreso l’utilizzo di un terrazzino posteriore che trasformò in ambiente cucina: il tutto in tre mesi: aprile-giugno 1981.
Fu di parola. Finì proprio sul filo di lana, i miei arredi e famiglia che arrivavano e lui che completava gli ultimi due pavimenti.
Il lato economico fu poi regolato successivamente, ma non scendo in dettagli, dico che tutte le spese furono pagate.
C’erano il rag. Nicola D’Agnelli e il coad. Rocco Zaza che provvidero a tutto, nonostante non ci fosse stato il tempo di esperire le necessarie pratiche con richiesta di finanziamenti.
Intanto, per tre mesi restai da solo rientrando a San Gimignano solo una domenica ogni due e badando a non dare fastidio a nessuno, anche se il personale fu veramente bravo con la famiglia, alla quale non fece mancare aiuto.
Il perché è presto detto. ad agosto 1981 fui inviato in missione a San Vittore (era la seconda volta) per sostituire il direttore in ferie, nonostante vi fosse un vicedirettore anziano (non quanto me), la dr.ssa Giovanna Fratantonio, e lì trovai altri funzionari uno dei quali ritroverò in seguito in più circostanze, il dr. Aldo Fabozzi, la mascotte (era il più giovane) al quale era stata affidata la gestione della sezione femminile.
No, non ho perso il filo conduttore, solo che si dipana lentamente.
San Vittore allora era infestato da mafiosi che vi arrivavano per ragioni di giustizia e poi non andavano più via, facendosi ricoverare in infermeria, dalla quale non venivano mai dimessi dai sanitari del carcere: strano, vero ?
Ciò dava sui nervi alla Fratantonio, frenata dal direttore titolare (non ne ricordo il nome anche se era stato direttore del carcere di Alessandria, laddove gli subentrai, come dirò in seguito).
Quando lo capii feci una “bella pensata”: volli l’elenco di tutti questi detenuti lungo-degenti, concordai la presenza di un maggiore medico per i nulla-osta sanitari alla ritraduzione, programmai il tutto assieme alla Fratantonio, quindi telefonai al cons. Sarzana, capo della Segretaria del Direttore generale delle carceri, gli dissi che io non avevo la veste giuridica per gestire una simile operazione, non essendo primo dirigente, e il cons. Sarzana ordinò il rientro dalle ferie del direttore titolare che dovette gestire (molto male: finì sotto processo una moltitudine di agenti per maltrattamenti durante la ritraduzione), la ritraduzione.
Quindi me ne tornai a Bellaria.
Non avrei dovuto farlo.
Il nuovo direttore generale (presidente Ugo Sisti: era Procuratore Generale a Bologna, sostituiva Giuseppe Altavista, deceduto a Natale del 1980) aveva bisogno di un direttore per gli istituti penitenziari di Alessandria. Un tentativo col dr. Aldo Nave, direttore del carcere giudiziario di Piacenza, non riuscì perché Nave condizionò la sua accettazione al conferimento della qualifica di Primo Dirigente (cosa impossibile senza un concorso o uno scrutinio per merito comparativo), quindi inviarono me in missione ad Alessandria per un mese, scaduto il quale me ne andai via, letteralmente spaventato di quanto vi avevo visto.
Ma il sostituto (non ricordo il nome) non volle neanche lui accettare (aveva forza contrattuale per la sua famiglia, per cui toccò nuovamente a me, che forza contrattuale non ne avevo affatto, anzi, con l’evasione appena avvenuta a San Gimignano ero privo di difese.
Ecco, già al rientro da Milano iniziavo ad accusare un malessere, ero indagato, il futuro si prospettava molto incerto, avevo l’incubo di essere messo sulla strada e non sapevo come avrei mantenuto una famiglia di cinque persone.
Il rientro da Alessandria segnò l’accentuarsi del malessere, che accrebbe quando fui convocato a Roma dal presidente Sisti, al quale non potei dire di no.
Il tragico della situazione era che dovetti trasferire di nuovo la famiglia, ad anno scolastico iniziato.
Sprofondai nel buio della depressione, cupa, senza luci, senza interessi, senza discernimento, incapace perfino di scrivere un telegramma.
Durò nove mesi, da ottobre 1981 a giugno 1982 (date incerte), ero allo sbando più totale, anche perché per la prima volta assaggiavo i morsi crudeli di questo male oscuro.
Quel poco di discernimento che mi restava veniva quasi azzerato dagli psicofarmaci, che ottundevano la coscienza, tant'è che li abbandonai rapidamente.
Al rientro dalle ferie estive (ci anadai in macchina, non so come) la depressione sparì di colpo, rapida com’era venuta altrettanto rapidamente se ne andò.
Però ne portavo i segni, le stimmate sul volto, come dimostra l’immagine in alto.
Parlare di quel periodo di servizio non è funzionale a questo scritto.
Dedicherò un lavoro specifico ad Alessandria.
Per ora basti sapere che nel 1984 fui messo alle strette dal cons. Giuseppe Falcone, direttore dell’ufficio del personale. Non tutto era filato liscio ad Alessandria, anzi. Inoltre Sisti non era più Direttore Generale era stato rimpiazzato da un nuovo energico, emergente e già prestigioso magistrato, il cons. Niccolò Amato, fresco di successi quale P.M. a Roma.
Dovetti scegliere una sede e scelsi di tornare a Bellaria in quel di Lonate Pozzolo.
Appena il tempo di traslocare, per la terza volta, e fui chiamato nuovamente dal cons. Falcone, che aveva in programma un movimento a tre, fra me, Aldo Fabozzi (direttore a Voghera, fresco dell’infortunio del “suicidio“ di Michele Sindona) e il collega che mi aveva sostituito ad Alessandria.
In quello schema io dovevo andare ad aprire la nuova Casa Circondariale di Busto Arsizio, traslocando i detenuti dal vecchio carcere. Ottenni di conservare la sede di Lonate Pozzolo, in missione, perché lì avevo la famiglia (l’alloggio di servizio del nuovo carcere era scandalosamente piccolo) ed anche la residenza, per cui la missione non era compensata ed io ogni giorno, con la mia macchina accompagnavo i figli a scuola a Busto Arsizio i primi due e Lonate Pozzolo la terza, rientrando poi a scuola finita per poi tornarvi di pomeriggio.
Fra l’altro, non c’era arredamento per gli uffici e servizi. Fu molto faticoso e logorante.
Quando assegnarono le macchine blindate (era stato ucciso il direttore del carcere di Catanzaro e a Busto Arsizio c’era un sostanzioso nucleo di capobastone, lasciai la mia macchina in garage (nel frattempo avevo fatto installare l’impianto a gas, che però rovinò le camere di raffreddamento del motore, che perdevano acqua), poi la sostituii con una macchina diesel (subito dopo adottarono il superbollo, non ne andava una bene).
Il carcere bustocco era uno dello scandalo delle “carceri d’oro” dell’arch. Bruno De Mico, lavori sospesi per anni, poi ripresi, carcere fatto per i terroristi e poi aperto per detenuti comuni, senza scale antincendio e poi, per i detenuti comuni, sì le scale antincendio: un bordello.
Ne parlerò diffusamente, credo, in un altro momento.
La struttura fu finita dalla CO.DE.MI. Costruzioni S.p.A., sempre dell’arch. Bruno De Mico.
Mi sembrava fosse sotto i riflettori, per cui davo corso a qualunque segnalazione mi perveniva dal personale circa difetti più o meno veri.
Uno era sicuramente vero, un “errore” di realizzazione di un sub-appalto dell’impianto di riscaldamento nella caserma agenti: i termosifoni furono collegati alle linee di distribuzione dell’acqua calda per riscaldamento con tubi di ferro elettrosaldati (non più idonei nemmeno per gli impianti elettrici industriali, che utilizzavano altro materiale di canalizzazione) anziché tubi “mannesmann” senza saldatura.
Si forarono tutti uno dopo l’altro, la mia segnalazione dette fastidio, dopo di me furono costretti a rifare tutti i collegamenti.
Ma addirittura si aprì una fenditura nel muro di cinta, all’apice di oltre cinque centimetri. Vero è che era in elementi prefabbricati, vero è che era dovuto a un probabile cedimento del terreno, vero è che probabilmente non v’erano rischi, ma io avevo in mente quanto accaduto, molti anni prima al direttore Giuseppe Lattanzio, che in un precedente istituto non dette corso a una segnalazione simile (ma era un muro di cinta in muratura), che crollò uccidendo un passante.
Quindi, mi affrettai a segnalare.
Fu a questo punto che accadde qualcosa dal sapore vagamente minaccioso, fu disposta una ispezione ministeriale, guidata dal dr. Raffaele Ciccotti (quello di Capraia), che mi guardava con uno strano sorriso, dicendomi che avevo fatto tanto rumore per nulla (questo era il concetto, non le parole specifiche) e se ne andò via dritto come un fuso (era alto un metro e novanta centimetri).
Lo si è visto assieme a Niccolò Amato durante il sequestro nel carcere di Porto Azzurro a direttore e tanti altri, nel 1988.
Al ritorno dalla ferie quell’estate seppi che c’era stata una seconda ispezione, amministrativo-contabile questa volta, di cui non avevo saputo nulla (le ispezioni si fanno in contraddittorio, ma già le regole cominciavano a saltare), della quale nemmeno chi mi aveva sostituito, il dr. Raffaele Iannace (poi diventato dirigente), mi mise al corrente.
Mi disse che non poteva.
Ricordiamo ancora una volta che il direttore dell’Ufficio del personale civile era il cons. Giuseppe Falcone. Bene, una mattina, aprendo nel mio ufficio a Busto Arsizio la corrispondenza del Ministero (l'aprivo sempre io personalmente) vi trovai la lettera che mi comunicava il mio ritrasferimento a Lonate Pozzolo, con effetto immediato.
Non era nemmeno una lettera raccomandata personale riservata, se la corrispondenza l’avesse aperta un mio dipendente, l’avrebbe saputo prima di me.
Tornai per la terza volta a Lonate Pozzolo (la prima da San Gimignano, la seconda da Alessandria).
Correva l’anno 1986. Ebbi una ricaduta nella depressione, che si presentò nuovamente all’improvviso, una caduta a picco nuovamente verso l’inferno.
Il dr. Perrucci ipotizzò (beato lui) la procurata evasione, nientemeno a carico mio e di altri. Stentavo a credere ai miei occhi: undici anni di lavoro sfumati di colpo, una reputazione (buona) sparita d’incanto.
E poi, perquisizioni domiciliari e sul luogo di lavoro, arresti, era scatenato.
Ancora oggi mi chiedo perché, sembrava che i delinquenti fossero non più al di là delle sbarre, ma al di qua. Un’inchiesta meno aggressiva e più meditata avrebbe prodotto meno danni e, forse, sarebbe riuscita ad accertare la verità, e cioè che nessuno aveva agevolato quell’evasione. Non si evade fuggendo a piedi se c’è agevolazione all’evasione con dolo: Guido fuggì a piedi e solo una fortuna sfacciata gli permise di sottrarsi, fortuna che prese le sembianze di un tizio che transitava in macchina al bivio per Poggibonsi e Colle val d’Elsa, che alle ore 20 - 20,30 del 25 gennaio 1981 (non 21 come ho erroneamente riportato altrove), una domenica freddissima, gli dette un passaggio ! Dette un passaggio a un tizio alto, robusto, senza esitare un attimo, senza aver nessun timore, nessuna paura.
Quel tizio era davvero estraneo all’evasione e si fece avanti da solo per riferire ai carabinieri, aveva visto in tv e letto sui giornali e non volle, giustamente, essere invischiato.
Senza quel tizio tutto sarebbe potuto cambiare.
Ormai è acqua passata sotto i ponti.
Avevo commesso un errore: mi ero dichiarato oggettivamente responsabile, quale direttore del carcere, di quanto era successo.
Non mi pare che le mie dichiarazioni siano state riportate fedelmente, quando me ne resi conto dichiarai, più nettamente, che non avevo nessuna responsabilità soggettiva, ma non ci fu niente da fare.
Fui accusato di procurata evasione, assieme ad altri, che poi il Giudice Istruttore derubricò in evasione per colpa.
Subii, assieme ad altri, un processo in Corte d’Assise, nei vari gradi di giudizio, era intervenuta una amnistia che fu applicata non senza aver scritto nelle carte processuali (sentenza) che la negligenza c’era stata, dunque evasione per colpa del custode.
Credo di essere stato l’unico direttore ad essere accusato di questo reato.
Gli arresti praticati dal dr. Perrucci consigliarono l’ufficio del personale (al fine di evitare il minacciato arresto, si ricordi che il codice di procedura penale del 1931 non era molto garantista) a spostarmi alla direzione in un altro istituto, del quale non avevo mai sentito parlare: la “Bellaria”. Credevo fosse la località, una Bellaria c’era, ma in Romagna, mentre mi era stato detto che era in Lombardia. Non mi stava bene e marcai due mesi di malattia: febbraio e marzo 1981. Volevo capire cos’era successo. Se il dr. Perrucci voleva arrestarmi, ne ebbe molte occasioni, perché tentatai in molti modi di avere informazioni, inutilmente.
Trascorsi i due mesi e dopo avere testimoniato in corte d’assise di un omicidio avvenuto l’anno prima nel carcere di San Gimignano (fu ucciso un detenuto nelle docce), andai alla scoperta del ‘nuovo mondo’, il carcere senza muro di cinta, recinzioni e sbarre alla finestre.
Merita di essere narrato l’episodio dell’omicidio in carcere, fu ucciso un detenuto sardo, un giovane alto robusto e forte, per uno sgarro a tre detenuti camorristi, uno dei quali aveva incassato uno schiaffo.
Lo appostarono alle docce detenuti, uno faceva il palo,gli altri due entrarono nelle docce, c’era solo quel detenuto (che non si insospettì per l’assenza di altri detenuti), che ricevette un colpo di punteruolo (attrezzo rudimentale fabbricato in carcere) al cuore, che gli bucò il ventricolo sinistro in modo marginale.
I tre camorristi si eclissarono, però il detenuto aggredito non era morto, era ferito gravemente, ma non se ne dovette rendere conto, perché rientrò nella sua cella, non disse nulla al compagno di cella, si accucciò nel suo letto e qui il compagno capì che qualcosa non andava perchè il compagno era diventato pallidissimo, dette l’allarme lo feci trasportare in ospedale con la macchina di servizio del carcere, non si potevano attendere i carabinieri e quindi lo feci trasportare e piantonare da agenti di custodia, ma non sopravvisse, morì rapidamente di dissanguamento.
Il procuratore della Repubblica affidò a me l’indagine sul delitto, si chiamava Jaquinta, era al limite della pensione. Naturalmente, pur non essendo una mia competenza (il direttore del carcere non è ufficiale di polizia giudiziaria) lo feci, relazionando a firma congiunta col maresciallo comandante (che è ufficiale di P.G.), sanando così il certo vizio di annullabilità della relazione, con tanto di verbali di interrogatorio (che feci firmare in modo rituale, senza comparirvi): erano stati quei tre camorristi.
Ebbene, ero testimone in corte d’assise per quell’omicidio subito dopo l’evasione e la mia incriminazione, ero in malattia, ma non mi sottrassi, testimoniai, indicai i tre responsabili che ebbero, come seppi dopo, trent’anni di reclusione ciascuno.
Oggi direbbe qualche mio giovane ex collega (sono in pensione): chi te l’ha fatto fare ? Ma non merita una risposta.
Mentre il ciclone si era scatenato ero sorpreso dalla mia calma (sono stato da sempre, oggi non più, ansioso), non sospettavo che di lì a poco si sarebbe scatenato qualcosa in me.
Raggiunsi Lonate Pozzolo da solo, in auto, cercai il carcere, mi fu indicato dov’era ma non lo vedevo, poi finalmente capii che “quello” era il carcere, un carcere non-carcere. Faticavo a realizzare.
L’alloggio del direttore era una villetta costruita dai detenuti, con tanto di giardino, recintato da tuie altissime, chiaramente incolte.
Non era abitato da anni, lo dirigeva in missione da Bergamo il dr. Rocco Trimboli, poi finito male per guai giudiziari. Era, l’alloggio, abbisognevole di restauri sostanziosi perché potesse ospitare una famiglia di cinque persone.
Perdonatemi se la prendo da lontano, ma vi sono circostanze e persone che meritano di essere citate, lo farò lo stretto necessario.
Lì conobbi il mio primo Di Pietro, era un abruzzese, un appuntato, di nome Giuseppe, app. Giuseppe Di Pietro. Era un muratore fatto e finito, un uomo molto robusto, forte, un vero specialista col quale realizzai subito un’intesa perfetta.
Vedendomi annaspare su come fare a rendere abitabile la villetta, mi disse l’app. Di Pietro che me l’avrebbe messa a posto lui, tutto: pavimenti, rivestimenti, idraulica, tetto (era in eternit), sanitari.
Restavano fuori solo riscaldamento e impianto elettrico, che feci fare a specialisti esterni.
Di Pietro fece il resto, ivi compreso l’utilizzo di un terrazzino posteriore che trasformò in ambiente cucina: il tutto in tre mesi: aprile-giugno 1981.
Fu di parola. Finì proprio sul filo di lana, i miei arredi e famiglia che arrivavano e lui che completava gli ultimi due pavimenti.
Il lato economico fu poi regolato successivamente, ma non scendo in dettagli, dico che tutte le spese furono pagate.
C’erano il rag. Nicola D’Agnelli e il coad. Rocco Zaza che provvidero a tutto, nonostante non ci fosse stato il tempo di esperire le necessarie pratiche con richiesta di finanziamenti.
Intanto, per tre mesi restai da solo rientrando a San Gimignano solo una domenica ogni due e badando a non dare fastidio a nessuno, anche se il personale fu veramente bravo con la famiglia, alla quale non fece mancare aiuto.
Il perché è presto detto. ad agosto 1981 fui inviato in missione a San Vittore (era la seconda volta) per sostituire il direttore in ferie, nonostante vi fosse un vicedirettore anziano (non quanto me), la dr.ssa Giovanna Fratantonio, e lì trovai altri funzionari uno dei quali ritroverò in seguito in più circostanze, il dr. Aldo Fabozzi, la mascotte (era il più giovane) al quale era stata affidata la gestione della sezione femminile.
No, non ho perso il filo conduttore, solo che si dipana lentamente.
San Vittore allora era infestato da mafiosi che vi arrivavano per ragioni di giustizia e poi non andavano più via, facendosi ricoverare in infermeria, dalla quale non venivano mai dimessi dai sanitari del carcere: strano, vero ?
Ciò dava sui nervi alla Fratantonio, frenata dal direttore titolare (non ne ricordo il nome anche se era stato direttore del carcere di Alessandria, laddove gli subentrai, come dirò in seguito).
Quando lo capii feci una “bella pensata”: volli l’elenco di tutti questi detenuti lungo-degenti, concordai la presenza di un maggiore medico per i nulla-osta sanitari alla ritraduzione, programmai il tutto assieme alla Fratantonio, quindi telefonai al cons. Sarzana, capo della Segretaria del Direttore generale delle carceri, gli dissi che io non avevo la veste giuridica per gestire una simile operazione, non essendo primo dirigente, e il cons. Sarzana ordinò il rientro dalle ferie del direttore titolare che dovette gestire (molto male: finì sotto processo una moltitudine di agenti per maltrattamenti durante la ritraduzione), la ritraduzione.
Quindi me ne tornai a Bellaria.
Non avrei dovuto farlo.
Il nuovo direttore generale (presidente Ugo Sisti: era Procuratore Generale a Bologna, sostituiva Giuseppe Altavista, deceduto a Natale del 1980) aveva bisogno di un direttore per gli istituti penitenziari di Alessandria. Un tentativo col dr. Aldo Nave, direttore del carcere giudiziario di Piacenza, non riuscì perché Nave condizionò la sua accettazione al conferimento della qualifica di Primo Dirigente (cosa impossibile senza un concorso o uno scrutinio per merito comparativo), quindi inviarono me in missione ad Alessandria per un mese, scaduto il quale me ne andai via, letteralmente spaventato di quanto vi avevo visto.
Ma il sostituto (non ricordo il nome) non volle neanche lui accettare (aveva forza contrattuale per la sua famiglia, per cui toccò nuovamente a me, che forza contrattuale non ne avevo affatto, anzi, con l’evasione appena avvenuta a San Gimignano ero privo di difese.
Ecco, già al rientro da Milano iniziavo ad accusare un malessere, ero indagato, il futuro si prospettava molto incerto, avevo l’incubo di essere messo sulla strada e non sapevo come avrei mantenuto una famiglia di cinque persone.
Il rientro da Alessandria segnò l’accentuarsi del malessere, che accrebbe quando fui convocato a Roma dal presidente Sisti, al quale non potei dire di no.
Il tragico della situazione era che dovetti trasferire di nuovo la famiglia, ad anno scolastico iniziato.
Sprofondai nel buio della depressione, cupa, senza luci, senza interessi, senza discernimento, incapace perfino di scrivere un telegramma.
Durò nove mesi, da ottobre 1981 a giugno 1982 (date incerte), ero allo sbando più totale, anche perché per la prima volta assaggiavo i morsi crudeli di questo male oscuro.
Quel poco di discernimento che mi restava veniva quasi azzerato dagli psicofarmaci, che ottundevano la coscienza, tant'è che li abbandonai rapidamente.
Al rientro dalle ferie estive (ci anadai in macchina, non so come) la depressione sparì di colpo, rapida com’era venuta altrettanto rapidamente se ne andò.
Però ne portavo i segni, le stimmate sul volto, come dimostra l’immagine in alto.
Parlare di quel periodo di servizio non è funzionale a questo scritto.
Dedicherò un lavoro specifico ad Alessandria.
Per ora basti sapere che nel 1984 fui messo alle strette dal cons. Giuseppe Falcone, direttore dell’ufficio del personale. Non tutto era filato liscio ad Alessandria, anzi. Inoltre Sisti non era più Direttore Generale era stato rimpiazzato da un nuovo energico, emergente e già prestigioso magistrato, il cons. Niccolò Amato, fresco di successi quale P.M. a Roma.
Dovetti scegliere una sede e scelsi di tornare a Bellaria in quel di Lonate Pozzolo.
Appena il tempo di traslocare, per la terza volta, e fui chiamato nuovamente dal cons. Falcone, che aveva in programma un movimento a tre, fra me, Aldo Fabozzi (direttore a Voghera, fresco dell’infortunio del “suicidio“ di Michele Sindona) e il collega che mi aveva sostituito ad Alessandria.
In quello schema io dovevo andare ad aprire la nuova Casa Circondariale di Busto Arsizio, traslocando i detenuti dal vecchio carcere. Ottenni di conservare la sede di Lonate Pozzolo, in missione, perché lì avevo la famiglia (l’alloggio di servizio del nuovo carcere era scandalosamente piccolo) ed anche la residenza, per cui la missione non era compensata ed io ogni giorno, con la mia macchina accompagnavo i figli a scuola a Busto Arsizio i primi due e Lonate Pozzolo la terza, rientrando poi a scuola finita per poi tornarvi di pomeriggio.
Fra l’altro, non c’era arredamento per gli uffici e servizi. Fu molto faticoso e logorante.
Quando assegnarono le macchine blindate (era stato ucciso il direttore del carcere di Catanzaro e a Busto Arsizio c’era un sostanzioso nucleo di capobastone, lasciai la mia macchina in garage (nel frattempo avevo fatto installare l’impianto a gas, che però rovinò le camere di raffreddamento del motore, che perdevano acqua), poi la sostituii con una macchina diesel (subito dopo adottarono il superbollo, non ne andava una bene).
Il carcere bustocco era uno dello scandalo delle “carceri d’oro” dell’arch. Bruno De Mico, lavori sospesi per anni, poi ripresi, carcere fatto per i terroristi e poi aperto per detenuti comuni, senza scale antincendio e poi, per i detenuti comuni, sì le scale antincendio: un bordello.
Ne parlerò diffusamente, credo, in un altro momento.
La struttura fu finita dalla CO.DE.MI. Costruzioni S.p.A., sempre dell’arch. Bruno De Mico.
Mi sembrava fosse sotto i riflettori, per cui davo corso a qualunque segnalazione mi perveniva dal personale circa difetti più o meno veri.
Uno era sicuramente vero, un “errore” di realizzazione di un sub-appalto dell’impianto di riscaldamento nella caserma agenti: i termosifoni furono collegati alle linee di distribuzione dell’acqua calda per riscaldamento con tubi di ferro elettrosaldati (non più idonei nemmeno per gli impianti elettrici industriali, che utilizzavano altro materiale di canalizzazione) anziché tubi “mannesmann” senza saldatura.
Si forarono tutti uno dopo l’altro, la mia segnalazione dette fastidio, dopo di me furono costretti a rifare tutti i collegamenti.
Ma addirittura si aprì una fenditura nel muro di cinta, all’apice di oltre cinque centimetri. Vero è che era in elementi prefabbricati, vero è che era dovuto a un probabile cedimento del terreno, vero è che probabilmente non v’erano rischi, ma io avevo in mente quanto accaduto, molti anni prima al direttore Giuseppe Lattanzio, che in un precedente istituto non dette corso a una segnalazione simile (ma era un muro di cinta in muratura), che crollò uccidendo un passante.
Quindi, mi affrettai a segnalare.
Fu a questo punto che accadde qualcosa dal sapore vagamente minaccioso, fu disposta una ispezione ministeriale, guidata dal dr. Raffaele Ciccotti (quello di Capraia), che mi guardava con uno strano sorriso, dicendomi che avevo fatto tanto rumore per nulla (questo era il concetto, non le parole specifiche) e se ne andò via dritto come un fuso (era alto un metro e novanta centimetri).
Lo si è visto assieme a Niccolò Amato durante il sequestro nel carcere di Porto Azzurro a direttore e tanti altri, nel 1988.
Al ritorno dalla ferie quell’estate seppi che c’era stata una seconda ispezione, amministrativo-contabile questa volta, di cui non avevo saputo nulla (le ispezioni si fanno in contraddittorio, ma già le regole cominciavano a saltare), della quale nemmeno chi mi aveva sostituito, il dr. Raffaele Iannace (poi diventato dirigente), mi mise al corrente.
Mi disse che non poteva.
Ricordiamo ancora una volta che il direttore dell’Ufficio del personale civile era il cons. Giuseppe Falcone. Bene, una mattina, aprendo nel mio ufficio a Busto Arsizio la corrispondenza del Ministero (l'aprivo sempre io personalmente) vi trovai la lettera che mi comunicava il mio ritrasferimento a Lonate Pozzolo, con effetto immediato.
Non era nemmeno una lettera raccomandata personale riservata, se la corrispondenza l’avesse aperta un mio dipendente, l’avrebbe saputo prima di me.
Tornai per la terza volta a Lonate Pozzolo (la prima da San Gimignano, la seconda da Alessandria).
Correva l’anno 1986. Ebbi una ricaduta nella depressione, che si presentò nuovamente all’improvviso, una caduta a picco nuovamente verso l’inferno.
(continua)
(il giorno della mia laurea, con mia madre)


1 commento:
Ok Luigi,
fin qui ho letto! Aspetto i due post che mi hai annunciato e poi ti scriverò il mio pensiero.
Fino ad adesso posso dirti soltanto: beato tu che ti sei congedato dalla guerra che è la vita per ognuno che vuole essere quanto più possibile onesto ed umano.
Un Caro Saluto a presto.
bartolo
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