lunedì 3 novembre 2008

LA CASA di RECLUSIONE di SAN GIMIGNANO

di Luigi Morsello

QUATTRO

Memoriale
: “narrazione di fatti degni di memoria ai quali l'autore ha partecipato in qualità di protagonista o testimone”. Mi sono rifiutato a lungo prima di pensarlo e poi di scriverlo, ma questo è proprio un memoriale e adesso lo sto scrivendo.
Man mano che i ricordi si dipanano, affiorando dalla memoria profonda, mi assale un tumulto di emozioni, una tempesta di sensazioni e temo di naufragare in esse, talvolta mi sembra di esservi risucchiato dentro.
È terribile ma anche esaltante. Soprattutto quando di avvenimenti se ne sono verificati tanti.
Io non credo che riuscirò a ricordarli tutti, ve ne sono tanti minori, per i quali manca la memoria dei nomi e i contorni precisi dei fatti.
Non mi era mai accaduto, ma la sera, adesso, quando vado a letto, tardissimo, a luce spenta, mi scorre negli occhi della mente un film, disordinato, è stata la mia vita, per tanti, tantissimi anni.
Chi dirige un carcere, chi dirigeva un carcere non ha, non aveva vita privata. Sono due volte che al presente faccio seguire la forma verbale dell’imperfetto, perché così è. Lo faccio a ragione veduta, perché oggi è molto diverso dirigere un carcere rispetto a ieri. Oggi è più facile.
Quella che segue è una galleria di ‘personaggi’, nel ricordare i quali mi agevola la corrispondenza intrattenuta con me, sia dall’interno del carcere che da altri istituti o dalla libertà.
Pastres Antonio. Un uomo strano, oggi posso dire un derelitto, che si era reso responsabile di un delitto infamante, pieno di complessi di colpa ed alla ricerca di un gesto clamoroso di riscatto. Nei suoi confronti provavo una antipatia a pelle, ma non me ne feci mai condizionare. Era disperato, veramente disperato.
L’anno era il 1973. Pastres fece sapere ‘urbi et orbi’ che metteva disposizione un rene da donare a chi ne aveva bisogno. Non ricordo se ciò accadde mentre era a San Gimignano, però lì si mise in contatto con lui la sig.ra Teresa Guida di Napoli, il cui figlio ing. Pasquale Guida, ammalato di insufficienza renale grave aveva bisogno di un trapianto. Si trattava della famiglia Guida della omonima casa editrice napoletana.
La sig.ra Guida scrisse al Pastres una lettera datata 8 aprile 1973, che l’interessato consegnò a me. La famiglia Guida si accollava tutte le spese, il ministero avrebbe trasferito il detenuto a Regina Coeli per le analisi di compatibilità, preliminare al trapianto.
Il 5 ottobre 1973 la sig.ra Guida scrive a me per comunicarmi “dolorosamente” che gli esami fatti dimostravano che “Pastres non idoneo per mio figlio” e che “noi tutti non troviamo adatte per ringraziarla per tutto ciò che lei fraternamente ed affettuosamente ha fatto per questo sventurato figlio e ricorderemo sempre le sue cortesie e il suo interessamento”.
Pastres non si dava pace per l’insuccesso (solo supposto) e mi scrisse una lettera interna, pervenutami il 14 dicembre 1973, in cui affermava “Se non avrò notizie atte a garantire che questa donazione si farà, lascerò affievolire questo spirito di volontà che mi sostiene”, continuando “lei sà che sono sano di mente e certamente capirà che (…) il mio animo non può continuare a condure (l’originale è con una sola r, n.d.a.) una esistenza simile senza uno scopo reale” per poi concludere “aspetterò ancora ma non per molto e si ricordi che ne medici ne medicine possono tenere in vita colui che non vuole vivere.”.
Non gli avevo fatto sapere nulla della lettera della sig.ra Guida, temendo una sua reazione, la conseguenza fu un ricovero in osservazione psichiatrica nel Manicomio Giudiziario di Montelupo Fiorentino, dal quale il Pastres mi indirizza una lettera di rimprovero, datata 21 dicembre 1973, per non averlo chiamato per chiarimenti dopo la ricezione della lettera interna:
aveva ragione, avrei dovuto farlo ma non lo feci, oggi lo avrei fatto.
Leggete cosa scrive questo disperato: ”io ora che ho ragionato su tutti i punti non cambio opinione su di lei, per me rimarrà sempre un amico (…) Auguro a lei e alla sua famiglia Buon Natale e felice Anno Nuovo.”.
Al termine dell’osservazione tornò a San Gimignano. Non ricordo altro di lui.
Un detenuto ‘eccellente’ fu Buzzi Ermanno, antiquario bresciano, il principale imputato della strage di piazza della Loggia, condannato all’ergastolo in primo grado, nel 1977 era a San Gimignano. Da San Gimignano Buzzi venne trasferito a Novara, dove c’erano Concutelli Pierluigi (Ordine Nuovo) e Tuti Mario (Fronte Nazionale Rivoluzionario). Buzzi era sul punto di fare importanti rivelazioni sugli autori della strage: 48 ore dopo il suo arrivo fu strangolato da Concutelli e Tuti. Concutelli fece una fugace apparizione a San Gimignano per motivi di giustizia, fu tenuto in regime di isolamento per tutta la durata.
In carcere a San Gimignano c’era anche Guido Giovanni, detto Gianni. Non è improbabile che Buzzi e Guido si siano parlati.
Bene, il 3 giugno 1977 Buzzi mi indirizzava una lettera interna, con la quale mi informava che sul quotidiano IL GIORNO di pari data, a pagine 12, colonna 5, rubrica “Lettere” era stata pubblicata una lettera di tale Adalberto Fossi gravemente diffamatoria nei miei riguardi. La lettera citava un fatto vero. La trascrivo: “Bologna. Un omicida per rapina, certo Bellagamba, condannato a 24 anni di reclusione e recluso a San Gimignano, deve recarsi a Poggibonsi per rispondere presso quel tribunale di un altro reato. Lo mandano così da solo, bel tranquillo, e quello tanto per fare qualcosa, uccide a fucilate un agricoltore pesarese, certo Bertolozzi. È accaduto il 18 maggio scorso. Non è stato rivelato quali provvedimenti siano stati presi a carico del direttore dell’<> carcere. Possiamo solo completarla vicenda con la nostra fantasia, come per certi libri gialli. Messo in manicomio o avanzato di grado ? Dal punto di vista della logica una risposta vale l’altra: In Italia tutto può succedere.”.
Aveva ragione, il 2 agosto 1980 ci fu la strage della stazione di Bologna.
Il Buzzi si preoccupò anche di segnalarmi quali reati erano stati commessi con quel trafiletto: art. 595, comma 2 (diffamazione a mezzo stampa) codice penale e art. 13 decreto legge 8 febbraio 1947 n. 80 (non ne ho trovato traccia nella mia banca dati).
Bellagamba (credo che questo sia il cognome, il nome non lo ricordo) era detenuto a San Gimignano per omicidio. Era un soggetto incolto, chiuso, taciturno, rispettoso, che aveva ottenuto dal Giudice di Sorveglianza Antonello Baldi numerosi permessi sostanzialmente premiali, quando ancora non erano previsti dall’ordinamento, che consentiva solo permessi per gravi motivi. Era una scelta, temeraria, di quel magistrato, indignato per la cancellazione dal disegno di legge del nuovo ordinamento penitenziario, del permesso premiale per buona condotta.
In uno di quei permessi il Bellagamba rientrò con ritardo superiore al consentito, oltre il quale si commetteva non più una infrazione disciplinare ma il reato di evasione, anche se il soggetto rientrava in carcere, non si dava alla macchia. Stava poi al giudice valutare se il reato sussisteva o meno, il direttore del carcere però doveva inviare la ‘notizia di reato’. Così feci in quella circostanza. Il giudice Baldi, se non ricordo male, continuò a concedere permessi al detenuto anche dopo la comunicazione giudiziaria. Competente era la Pretura (non Tribunale) di Poggibonsi (dove non c’era il Tribunale), il giorno fissato per l’udienza il detenuto chiese di andarci libero nella persona e lo ottenne. Per correttezza e com’è intuibile il direttore del carcere dava un parere, che fu anche in questo caso positivo.
Il Bellagamba (ammesso che fosse realmente questo il suo cognome, il lettore de IL GIORNO potrebbe aver fatto lo spiritoso) andò in udienza, era molto ansioso, non ci capì nulla, era un illetterato, evase per davvero questa volta, temendo di essere stato condannato e uccise a fucilate quella persona, col suo stesso fucile da caccia da lui tenuto in casa, che morì dopo una lunga agonia in ospedale.
Il paradosso è che era stato assolto dal pretore. Avrei dovuto mandare qualcuno del mio personale che lo sostenesse, ma non lo feci, non avevo capito.
Castiglioni Walter aveva commesso un omicidio durante una rapina in banca, nella quale uno dei rapinatori aveva sparato uccidendo una guardia giurata. Castiglioni si era autoaccusato dell’omicidio per coprire le responsabilità della moglie, della quale era del tutto evidente follemente innamorato. Condannato, nel carcere nel quale era stato detenuto aveva tenuto una condotta irreprensibile, tanto da guadagnarsi la stima dei suoi custodi, per cui era riuscito ad ottenere dei permessi premiali camuffati da permessi per gravi motivi.
Non altrettanto irreprensibile era stata la condotta della moglie, che si era appropriata di ogni avere del marito, allacciando una relazione adulterina con un altro uomo. Castiglione lo aveva saputo ed aveva preparato a freddo la sua vendetta, nascondendo con rara abilità i suoi propositi alla moglie, che peraltro non lo veniva a trovare più in carcere ma alla quale scriveva lettere d’amore appassionate.
L’ultimo permesso andò a colpo sicuro, trovò in quella che era la sua ex casa di proprietà la moglie a letto con l’amante, li uccise entrambi colpi di pistola, poi si costituì.
Non so dare maggiori dettagli e quanto sopra riferito lo appresi dalla viva voce dell’interessato.
Non so dire se fu condannato all’ergastolo, ma deduco di no da una lettera interna che lo stesso, assegnato a San Gimignano, mi indirizzò, nella quale mi scriveva: “… è mio dovere ringraziarla per avermi aiutato ad avere il cumulo delle pene, non avrei mai pensato che mi avrebbero ridotto di tanti anni la mia pena e sono rimasto molto contento. Oggi con la pena che mi rimane e sol Suo aiuto, penso ce potrò tornare a casa molto presto di quanto avevo pensato prima.”.
Castiglioni era un bravo muratore e lo misi a lavorare alla squadra muratori, ottimo e degno rimpiazzo di Costi Guerrino. Però era necessario di tanto in tanto farlo uscire fuori dal carcere per lavoretti sempre per il carcere e, quindi, mi azzardai a proporre la sua ammissione al lavoro all’aperto del vecchio Ordinamento penitenziario di competenza del magistrato di sorveglianza (art. 120 R.D. 18 giugno 1931 n. 787).
Non l’avessi mai fatto ! Fui convocato dal procuratore della repubblica che mi diffidò dal proseguire oltre nella procedura e mi dovetti fermare. Naturalmente, il giudice di sorveglianza rifiutò.
Però nel 1975 venne approvato il nuovo ordinamento penitenziario, io tornai alla carica, l’ammissione al lavoro all’esterno era prevista in modo molto più concessivo (art. 21 legge 26 luglio 1975 n. 354), il nuovo giudice di sorveglianza la concesse.
Antonello Baldi era un grande magistrato, tutt’altro che un parruccone. Castiglione non ci fece mai pentire, prima l’ammissione era con la sorveglianza armata del responsabile della squadra muratori, poi l’obbligo di sorveglianza armata fu rimosso e mi fermai lì, poi iniziarono i permessi veri e propri.
Concluse la sua carcerazione a San Gimignano anni dopo, io non c’ero più in servizio, ogni volta che aveva qualche notizia di me, anche per una semplice telefonata ai miei ex collaboratori, pregava di mandarmi i suoi saluti.
Qual è la particolarità ? Ci arrivo, mediante una lettera interna che mi scrissi quando era ancora direttore di quel carcere, nella quale premette: “…con molta umiltà e senza secondario fine che io sono molto condizionato di ciò che lei può pensare di me, in quanto desidererei apparire ai suoi occhi in una luce possibilmente buona.”, continuando: “…giorni fa il brig. Carangi mi ha pregato di fargli una cortesia di prendere in cella con me il P.M. (indico solo le iniziali, nel testo nome e cognome sono per esteso, n.d.a.) … però avendo il P. la fama che forse è a Lei nota, non vorrei si pensasse male di me e così perderei la fiducia ed il sostegno che mi ha sempre concesso.”
Il P. era un omosessuale, Castiglione si preoccupava di essere giudicato male da me.
Traduco: non pensi che io sia un omosessuale o che mi accoppi con un omosessuale.
Capito ?
Insam Riccardo, un altoatesino, era un orso, capelli lunghi e foltissima barba rossicci, non ricordo più quale fosse il reato per il quale era in carcere. Occupava una cella alla III^ sezione, da solo, dipingeva, intagliava a mano, un bravo intagliatore. Un misantropo, non comunicava con nessuno.
Avevo già iniziato a far rinascere la falegnameria, con la complicità del rag. Armando Montesanti, funzionario ministeriale addetto all’ufficio che si occupava, anche, delle lavorazioni carcerarie. Ci avevo provato a fare le cose in regola, ma l’ispettore distrettuale dr. Leo De Santis aveva bocciato il programma di acquisti, in quanto non avevo indicato il capo d’arte civile cui affidare la gestione della lavorazione: non ce l’avevo e il dr. De Santis lo sapeva. Andai a parlarci ma ribadì il parere negativo.
Era a un punto morto, telefonai a Montesanti e lui mi disse di inviare direttamente a lui, al ministero le proposte d’acquisto, saltando il parere dell’ispettore distrettuale, cosa che feci non senza esitazione.
Così iniziò l’avventura dell’officina falegnami.
Solo oggi mi rendo conto che De Santis non era sicuro della riuscita dell’operazione e che Montesanti non poteva non averci parlato. Lo stesso De Santis, dopo essere andato in pensione a giugno 1973, facendomi visita privata con la moglie a San Gimignano (prima manco a pensarci !) mi disse con chiarezza che sapeva e mi seguiva con discrezione.
Nel giro di qualche anno la falegnameria avrebbe fatto invidia a qualsiasi altra impresa artigianale per dotazione di macchine ed attrezzature.
Avevo trovato anche il capo d’arte, l’app. Miscia Mario Filippo, abruzzese, sposato con un figlio, in possesso di un diploma di qualificazione professionale.
Sudai le classiche sette camicie per convincerlo, ero molto timoroso delle responsabilità.
Ero alla ricerca di detenuti lavoranti con una infarinatura. Il primo fu Frignani Giuliano, che era già lì. Serviva un intagliatore a mano e al tornio e mi fu indicato Insam. Appena giunto a San Gimignano e saputo di questo detenuto che non dava confidenza a nessuno, andai a trovarlo in cella, mi feci chiudere la porta alle spalle per parlarci a quattr’occhi, lo sfidai a dimostrami la sua bravura di intagliatore e nel giro di qualche giorno mi fece avere una cornice di legno preziosamente intagliata, che conservo ancora, c’ho messo dentro il diploma di cavaliere al merito della Repubblica italiana, prima ed unica onorificenza concessami il 2 giugno 1979.
Lo convinsi e venne a lavorare in falegnameria, era bravo in tutto. Però la fece subito grossa e fu trasferito alla casa penale di Firenze, dove, si ricorderà, c’era una efficiente officina falegnami.
Il 27 gennaio 1971 mi scrive una lettera per ringraziarmi “… per avermi fatto arrivare le mie casse di materiale, ho saputo che è stata una iniziativa Sua, grazie !”, continuando: “Della mia mancanza in disciplina posso solo vergognarmi, ho sbagliato, lo riconosco. Mi dispiace e ne soffro, per questo Le chiedo umilmente perdono senza chiedere niente”. Non c’è che dire, era sincero sì, ma anche in gamba perché continua così: ”Io da parte mia la ricorderò sempre con ammirazione e come il più brillante dei Direttori conosciuti durante la mia lunga detenzione. Con Lei ho trascorso un bellissimo anno dedicato al lavoro.”
Poi cita il capo d’arte della falegnameria della casa penale di Firenze, sig. Lucchetti Federico, fiorentino, un toscanaccio come ce n’era un tempo, al quale lo avevo segnalato come bravo intagliatore. Lucchetti mi aveva attaccato la malattia del legno, mi aveva fatto innamorare dei manufatti in legno, ammirare i lavori che eseguiva e faceva eseguire, veri pezzi unici artigianali.
Il 21 febbraio 1971 Insam scrive al cappellano del carcere sangimignanese, che mi gira la lettera assieme ad una sua lettera, datata 26 febbraio 1971. Il cappellano era don Antenore Grassini, sangimignanese, tuttora vivo alla veneranda età di 91 anni. Mi sollecitava un interessamento per far tornare Insam a San Gimignano. Era passato pochissimo tempo, ma don Antenore riteneva che solo un mio interessamento avrebbe potuto operare il ‘miracolo’.
Il 3 marzo 1971, due mesi dopo il suo trasferimento, Insam mi scrisse una lettera personale, la seconda.
Leggete cosa scrive:”… io desidero tornare a San Gimignano per essere perdonato in seguito con il lavoro e la disciplina.”.
Lo feci tornare e non me ne pentii.
Continuo questa carrellata di personaggi con il detenuto CHIARUGI Mario, in carcere però nella casa penale di Volterra. Avevo saputo che era un bravo falegname e mi attivai per cercare di farlo venire a San Gimignano, ovviamente col suo consenso, che prima mi fu dato e poi ritirato: aveva in corso la pratica di grazia e non voleva più cambiare ambiente. Lo scrisse a un detenuto di nome Tangheroni, suo amico, che mi riferì. Allora gli scrissi una lettera, datata 22 dicembre 1973, con la quale esprimevo il mio rincrescimento, gli chiedevo scusa per il disturbo arrecatogli e gli auguravo l’accoglimento della domanda di grazia.
La risposta mi arrivò con lettera del 3 gennaio 1974, molto cortese e corretta, con la quale mi faceva sapere che mai aveva espresso il desiderio di lasciare Volterra, ero stato male informato, ringraziava degli auguri per la grazia, era stata carpita la mia e la sua buona fede.
Era proprio così, iniziai ad imparare a leggere i comportamenti manipolatori di cui il direttore del carcere è destinatario.
È ormai chiaro che io cito ‘personaggi’ sulla base delle corrispondenze, interne o esterne, che mi inviavano e che io ho conservato per puro sentimentalismo.
Lorenzini Romano, il cestaio. Naturalmente non poté continuare quell’attività e lo presi a lavorare in falegnameria, imparò bene. Era originario di Raveo (UD), in Val Degano, 386 mt. sul livello del mare, alle pedici del monte Sorantri, oggi 486 abitanti.
Il 20 maggio 1976 mi scrisse una cartolina da Raveo, con una frase semplicissima: ”la vita e bella ma ce di mezzo tanto dolore, e lacrime”. Era andato in permesso per il terremoto che aveva devastato il Friuli, senza scorta.
Da Udine mi scrisse il sig. Augusto Ariis, lettera autografa del 4 ottobre 1971, il cui attacco mi fulminò: “Chiedo subito di essere perdonato se mi permetto di rivolgermi a Lei che immagino tanto impegnato nella sua missione”. Era un amico di Lorenzini, del quale era conterraneo. Ariis continua: “Si potrebbe oggi invocare, a motivo di attenuanti, le cause di isolamento civile e di ristrettezze economiche cui si viveva, il turbamento degli animi con il conseguente affievolimento dei valori creati nella nostra zona dal passaggio della guerra.”. Era un funzionario dello Stato, consapevole dei “limiti posti dalla legge al nostro operare, ci viene quasi pretesa la spersonalizzazione” e continua: ”Dal discorrere con Romano ho appreso che lei ha saputo dare una mitigazione ragionevole ai rigori della legge.”.
Ringrazio con lettera del 7 novembre 1971.
Poi silenzio, fino al 15 giugno 1976, data in cui mi scrive un biglietto di ringraziamento per il permesso ottenuto dal Lorenzini nella circostanza, dolorosa, del sisma.
Poi più nulla. Però mi scrive il 20 ottobre 1976 il sacerdote Rino Lorenzini, cugino di Luigi Lorenzini, padre di Romano, che era morto qualche giorno prima, per ringraziarmi dei permessi frequenti di cui Romano godeva regolarmente, e per chiedermi interessamento per fare in modo di accorciare il fine pena (restavano ancora cinque anni da scontare). Una lettera molto abile, una scrittura autografa d’altri tempi, come quella del sig. Ariis.
Sfondavano una porta aperta. Lorenzini quei cinque anni residui non li fece tutti, ottenne la liberazione condizionale.
Giovannino Oppes era davvero un caso particolare, un sardo ormai avanti negli anni, longilineo, acculturato, era stato in carcere per omicidio scontato il quale ne aveva commesso un altro, a scopo di rapina, ma non ricordo bene.
Era dritto come un fuso, alla sua veneranda età ancora si esibiva nel chiostro del carcere a fare la “bandiera” con un palo dell’illuminazione e ci riusciva benissimo e senza sforzo apparente.
Però ebbe un infarto del miocardio al III° stadio, solo la tempestività del ricovero gli avrebbe potuto salvare la vita, come si appurò in seguito.
A San Gimignano c’era un ospedale a mille metri dal carcere, corsi il rischio e lo accompagnai con la mia macchina e due agenti di scorta: gli salvai la vita.
Rientrato vin carcere dopo una lunga degenza ospedaliera senza piantonamento, mi diedi da fare per fargli ottenere il differimento della pena per gravi motivi di salute.
Qui entra in ballo il dott. Romano Cerri, medico del carcere, un eccellente medico col quale avevo un’intesa perfetta. Il dott. Cerri non è più in vita, fu ucciso da un carcinoma polmonare negli anni ’80.
Il 17 novembre 1973 mi scrive una lettera interna, in cui parla della sospensione della esecuzione della pena, delle parole di conforto ricevute dal dott. Cerri e dal cappellano don Grassini, poi mi ringrazia: “Le sono tanto tanto grato, caro dr. Morsello, ma questi sentimenti e gli altri veramente affettuosi che ho sempre nutriti anche verso la sua famiglia mi sembrano questi giorni privi di calore detti in questo momento.”
Aveva in corso la procedura di concessione della grazia, che venne concessa.
La sorella Maria mi scrisse da Zurigo una lettera datata 3 febbraio 1974, la grazia era stata concessa ma Oppes era di nuovo in ospedale e venne liberato sul posto.
Mi ringraziava, ritenendo che la situazione della grazia si era sbloccata solo dopo che pervennero le certificazioni relative allo stato di salute.
Mi ringraziava per avere fatto il mio dovere, non era necessario.
Termina qui la carrellata di ‘personaggi’, persone che hanno meritato ed hanno ricevuto il premio per tale loro merito.
Negli anni di servizio ho incontrato decine di migliaia di detenuti, ma l’esperienza per me più formativa è stata con quelli di San Gimignano.

(continua)

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