giovedì 6 novembre 2008

Messner e la montagna del destino un libro sul "suo" Nanga Parbat



LA REPUBBLICA
di LEONARDO BIZZARO


Ormai ci è familiare, dopo averne letto tutta l'estate. Non la sua sagoma, che cambia nettamente di versante in versante. Ma il suo nome, Nanga Parbat - la "montagna nuda" in lingua pashtun, la popolazione locale che la chiama pure Diamir, il "re delle montagne" - e anche il soprannome, la "montagna del destino", Schichsalberg come la definiscono i tedeschi, che di questa cima di 8.125 metri, la nona più alta della Terra, hanno fatto un simbolo. Come l'Everest per gli anglosassoni e il K2 per gli italiani. Loro però ci hanno lasciato una trentina di vittime, prima che Hermann Buhl nel 1953 piantasse in cima, da solo, la sua bandiera. Tirolese, non tedesco, Buhl era di Innsbruck. Un'onta per il capospedizione Karl Maria Herrligkoffer, che avrebbe voluto lassù un connazionale germanico e invece si trovò ad assistere prima alla salita anarchica e senza compagni di Buhl e nel 1970 a quella, altrettanto senza padroni, dei fratelli Messner.

Anche per Messner il Nanga è la "montagna del destino" e così ha titolato infatti il suo nuovo libro, un grosso volume fotografico che esce in questi giorni per Mondadori e segue "La montagna nuda", edito nel 2004 dal Corbaccio e dedicato alla stessa cima. Per l'alpinista sudtirolese è stato il primo ottomila, quello dove perse il fratello Günther, nel 1970 appunto, al termine d'una discesa disperata nella nebbia. Ci tornò nel 1978, per legare il suo nome a un'altra via, da solo sul versante Diamir. E poi ancora per trovare i resti di Günther, che aveva promesso alla madre di riportare nel piccolo cimitero in val di Funes. Riaffioreranno dal ghiacciaio nel 2005 e Reinhold, che era stato accusato dai vecchi compagni di spedizione d'averlo abbandonato, sarà definitivamente riabilitato da un tribunale tedesco. Nella storia lunga e un po' folle degli ottomila, come si vede, non c'è stato solo il caso Bonatti sul K2.

Il Nanga Parbat d'altronde è una vetta che, da sola, potrebbe essere paradigma della storia delle grandi montagne. Fin dal 1895, quando Albert Frederick Mummery la tentò con i mezzi rudimentali dell'epoca, sfidando anche lui il destino. Non se ne seppe più nulla. Parte da qui, dal visionario tentativo di Mummery, anche Messner con il suo libro che procede, pagina per pagina, ancorato a date memorabili. Con dovizia di immagini, sue e dei migliori fotografi dell'epoca, e di documenti, compresa la scatoletta di Pervitin, l'eccitante ingoiato a più riprese da Buhl per continuare nella sua impresa. Doping, compagno fedele di tantissimi alpinisti - anche Lacedelli e Compagnoni presero la simpamina, dopo aver raggiunto la vetta - che magari poi giurano, una volta a valle, d'avercela fatta con le sole proprie forze.

Si diverte a ribaltare la storia ufficiale, Messner, una corsa alla vetta spronata più di una volta dai vertici del partito nazista, o intrisa di sciovinismo in maniera più fastidiosa ancora di quanto avvenne sull'Annapurna con i francesi, sull'Everest con gli inglesi, sul K2 con gli italiani. È una bella lezione himalayana, questa del "re degli ottomila", che non parla - non ci sarebbe stato il tempo editoriale - delle ultime vicissitudini, dell'itinerario spaventoso di Walter Nones e Simon Kehrer sul versante Rakhiot - fino a quest'estate inesplorato - della morte di Karl Unterkircher, del soccorso non richiesto che ha sollevato mille polemiche. Non ne scrive, ma la sua posizione è ben nota, l'ha raccontata un paio di mesi fa a "Repubblica". E d'altronde basta sfogliare questo "La montagna del destino" (292 pagine, 39 euro), per capire da che parte sta: lontano da tutti coloro che hanno rivestito la "montagna del destino", ma anche qualsiasi altra montagna del mondo, di una "morale ipocrita".

(5 novembre 2008)

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