lunedì 24 novembre 2008

Traffico mon amour

LA STAMPA
24/11/2008
MIRELLA SERRI

Chiusa nell’abitacolo della mia auto, spazzolo i capelli, lucido i denti, aggiungo una passata di fard. Il conducente alla mia sinistra avvia la cosiddetta «perlustrazione nasale», molto praticata dagli automobilisti in coda. Un po’ più in là una bionda piange disperata (il fenomeno «lacrime al volante» è stato sviscerato dai ricercatori del settore).
Storie di ordinaria fila a Los Angeles, Manhattan, Tokyo, Madrid, Torino, Milano. Tutti i giorni è più o meno così: lo ricorda il più noto guru della «Trafficologia» mondiale, Tom Vanderbilt, la cui Bibbia appena uscita anche in Italia ha il significativo sottotitolo «Perché le donne creano ingorghi e gli uomini incidenti mortali» (Rizzoli). Un monumentale compendio che ha fatto discutere in America con le sue tesi provocatorie sugli aspetti surreali della «cultura del traffico» e che il «New York Times Book Review» consiglia come testo-base in tutte le scuole guida. Eccolo, dunque, l’uomo-goccia quotidianamente perso nel gran mare di sconosciute lamiere: ma adesso, di lui, cosa accadrà? Il traffico intenso può diventare un ricordo del passato? Nell’autunno del nostro scontento, mentre cadono le teste, si perdono posti, la crisi sarà un deterrente? L’esperto è assai cauto. Il traffico è duro, coriaceo, resistente, ha un connotato paradossale, che gli permette di far fronte allo smarrimento globale.

Il grande ingorgo
Qualche assaggio? Nella congestionata Giakarta, l’occupazione va giù ma per i meno abbienti arrivano continuamente nuovi impieghi dalle quattro ruote. Ecco il car-jockey: è il passeggero aggiunto a pagamento per poter transitare nelle corsie più veloci come auto a pieno carico. Anche in Cina, ora colpita dal passo lento del mondo economico-finanziario, si verifica un fenomeno analogo: nel 1951 c’erano 60 mila veicoli a motore, nel 1999 erano diventati 50 milioni. A Shangai e in altre città dell’ex celeste impero in piena recessione spuntano le zhiye dailu, o guide stradali professionali, che per cifre modeste salgono sulla vostra auto e da navigatori umani indicano la strada. A Lhasa, in Tibet, non si sguazza nell’oro ma negli ingorghi fioriscono nuovi lavori: uno dei posti più ambiti è quello di custode nei numerosi garage sotterranei del centro città. A Bogotà, in Colombia, per qualche anno l’impiego più appetito è stato quello di mimo: agli incroci stradali, luoghi di lunghe e accanite dispute e di scontri non solo verbali, i guitti prendevano in giro, mimandoli appunto, gli automobilisti che commettevano scorrettezze.
Anche in Occidente il gran esercito delle auto non conosce sosta. Il ritardo complessivo dei tempi di trasferimento - calcolato dall’istituto dei trasporti del Texas - è passato negli Usa da 0,7 miliardi di ore nel 1982 a 3,7 miliardi nel 2003 ed è ancora in gran crescita. Nelle 26 maggiori aree urbane del nuovo continente il ritardo è aumentato addirittura del 655 per cento. L’americano medio nel 1960 guidava per 33,2 chilometri, nel 2001 ha superato i 51. Si trascorre più tempo chiusi nelle scatole di latta che mangiando o facendo sesso. Per il futuro? La recessione sarà ghigliottina e capestro? Il traffico sembra però determinato: a dargli energia e sprint sono i cosiddetti «pendolari estremi» che impiegano per i loro spostamenti giornalieri più di due ore e mezzo.

American dream
Già da tempo suggestionati dall’american dream di una casa sempre più comoda e ampia, la loro abitazione l’hanno pagata a suon di chilometri. Lo slogan degli agenti immobiliari per anni è stato: «Ti conquisti con chilometri supplementari un mutuo sempre più abbordabile».
Ora con il tornado economico in atto i chilometri da macinare tendono all’incremento. Chi sarà alla testa di questo sterminato serpentone su gomma? Non solo chi lavora ma soprattutto chi svolge i cosiddetti «servizi per il passeggero»: ragazze e coniugate compiono quasi il doppio dei percorsi effettuati dai maschi (l’85 per cento dei genitori single è rappresentato da donne), impegnate quotidianamente nella «corsa a scuola» per i figli, che fa lievitare il traffico del trenta per cento, arruolate in accompagnamenti (dal 1997 il tempo dedicato allo sport dai bambini è triplicato), spese alimentari e commissioni varie (a piedi oggi nessuno vuole fare più di 800 metri). Insomma, a cagionare ingorghi, siamo noi, gentili signore che abbiamo battuto tutti i record e trascorriamo al volante più tempo degli uomini (negli Usa le donne sono quasi il 50 per cento della forza lavoro; nel 1950 erano il 28). Viaggiatrici che però, la parola è sempre agli esperti, in questo oceano di lunghe e anonime code non si trovano, insieme ai conducenti maschi, per niente male. Uno spazio tutto per sé, l’auto.
Nel guscio a quattrro ruote.
Nella quattro ruote torniamo adolescenti, piangiamo volentieri, liberi dai ruoli imposti da lavoro e famiglia. Quanto dura? Venti minuti, al massimo. Poi, si scatena la «collera da traffico». Mostriamo il dito medio diventiamo giustizieri duri e puri, pronti a dare «una lezione» a chi sgarra. Che si può fare?
La ricerca promette tecnologie avanzate, come il «rilevamento dello sguardo», in cui la macchina dirà all’automobilista che non sta facendo attenzione; il parcheggio dinamico, con sensori che indicano dove c’è un posto libero; incroci intelligenti per allertare sulla presenza di veicoli non intenzionati all’arresto. E come dissuasori di velocità al posto di dossi e cartelli? Vanderbilt avverte: «A New York usiamo le buche nelle strade e i pedoni indisciplinati». Roma e Napoli, forse Vanderbilt non lo sa, sono da tempo all’avanguardia.

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